CAPITOLO XX.

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Se uno era il martello, l'altro si poteva dire la incudine; quegli la

corda, questi il sapone; il primo cincischiava, l'altro ragguagliava:

anzi, a pensarci su, avrei giudicato il difensore della legge meno assai

terribile del giudice, imperciocchè il procuratore regio co' capelli a

Medusa, i gesti da Medea sul punto di trucidare i figliuoli, e la voce

da Tisifone, che infellonita dalla diuturna repulsa ti entra in casa col

conto del delitto in mano a chiederti il soldo in moneta di galera a

vita, spaventa l'animo dei giurati, i quali temendo comparire al

cospetto delle loro mogli trasformati in bestie feroci, fanno la gatta

di Masino, le quale, come si sa, chiudeva gli occhi per non veder

passare i topi; mentre il giudice con voce in _bimolle_ e faccia da

compieta ti riassume il dibattimento, così che parti udire il frate

cercatore, il quale dopo il: sia laudato Gesù Cristo, levatosi il

cappuccio, si raccomanda che tu gli metta il soldo nel bussolo: — non

importa poi che il soldo del frate porti testa di rame, mentre quello

del giudice fa testa di ossa e di carne.

Però Fabrizio, quel dì prima della udienza, si trattenne in fraterno

colloquio col presidente delle Assise: del primo noti la sembianza e i

sensi; del secondo no: parlando egli chiarirà l'animo suo; quanto a

forme fisiche te lo schizzerò, come soglio, in quattro tratti: se invece

di abbottonarsi calzoni, panciotto e giubba per davanti, ei se li fosse

abbottonati per di dietro, tu non ti saresti accorto qual fosse il verso

più nobile di cotesto uomo; bianca la faccia e oleosa come pomata di

semi freddi, e da una tempia all'altra orlata di una frangia di capelli

bianchi, più che ricciuti, intricati a mo' di bioccoli di lana non

iscardassata; il naso stranamente largo gli scendeva giù pel viso e gli

dava fisonomia di montone; simili in tutto alle sembianze che puoi

osservare negli antichi bassirilievi messicani; epperò la bocca gli si

apriva quasi sotto la gola: immaginati un miscuglio di agnellaccio e di

pesce cane:

— Ma certo, io sono con voi, commendatore, su la necessità di dare un

esempio da servire al paese; ma caro mio, diciamolo tra noi, come si fa?

Questi benedetti borghesi non calpestano forte il delitto per timore di

stiantarsi le scarpe; così il presidente; e il regio procuratore di

rimando più dottamente:

— Costoro, allorchè hanno detto: i buoni costumi fanno le buone leggi,

immaginano avere scoperto l'America: mi fanno proprio ridere; cotesto si

trova scritto sopra i boccali di Montelupo; ma quando i buoni costumi

hanno da venire di là da giudicare i vivi e i morti, sono le leggi, sono

i giudicati e le pene che valgono a risanarli infermi, e li ripescano

annegati.

— Voi dite unicamente, commendatore: e' non ci ha caso; proprio così.

— Ma con qual cuore piglieremo noi queste gatte a pelare, se mentre da

un lato ci stacchiamo le spalle dal posto per ordire un braccio di buon

costume, altri te ne disfà una pezza: nei nostri tempi le Danaidi non

sarebbero state condannate mica a riempire la botte senza fondo, bensì a

vendicare la pubblica morale.

— Massime poi quando gli esempi pessimi ci vengono da... bocca, chetati!

da chi non ci dovrebbero venire, o che riparo ci possiamo mettere noi?

— Che volete che vi dica? E' pare che il teatro di questo mondo abbia ad

essere corredato della reggia, della prigione, del tribunale, del

tempio, e via discorrendo: e osserverò per giunta, che ai popoli non

sembra sia fin qui venuta in uggia la vecchia commedia, perchè invece di

fischiare re, preti, giudici e carcerieri, li pagano. Basta; per me

sempre più mi confermo nelle mie massime; ho fede nella perfettibilità

degli uomini, ma credo che fino alla consumazione dei secoli saranno

stimate come meritano le buone serrature.

— Commendatore! Seneca potrebbe parlare come voi; ond'è che io,

essendomi tolta buona e cara moglie, per sollievo della mia vita, me la

tengo custodita sotto una campana di cristallo e non la mostro ad anima

viva.

— Come! Voi avete preso moglie? Voi?

— Sicuro eh! O che credete?

— Io non credo niente; solo nei vostri piedi... alla vostra età...

— O quanti anni credete voi che io abbia? Io ne conto sessanta finiti.

— Per marito novello non mi paiono pochi.

— Massinissa di ottantasei anni generò Metimnato, lo racconta Plinio:

voi, che siete sì dotto, lo dovreste sapere.

— Ebbe un figliuolo; non ci è contrasto; anzi la storia naturale ci

dimostra come le mogli dotino di figli più volentieri vecchi mariti di

settanta anni, che giovani di venti.

— Giusto, ve lo diceva anch'io.

— Però, perdonatemi, presidente, io devo dolermi con voi, per non avermi

chiamato a parte della vostra contentezza; evidentemente voi non mi

annoverate nella eletta dei vostri amici.

— Tutt'altro, caro commendatore, tutt'altro; non ve ne arrecate, ho

praticato in un modo con tutti; e mi sono fatto a dire: o che ha premere

altrui se ho preso moglie? Mandandoglielo a dire, o non è lo stesso che

chiamarli a casa perchè te la vengano a vedere? Di qui visite, contro

visite e visite poi; ognuna di queste getta una voglia nell'orecchio

della moglie, e il seme delle voglie nel cervello delle donne si

sviluppa più fecondo del seme delle pulci dentro le loro gonnelle,

sicchè in capo a un mese (te la do lunga) la fanciulla pudibonda, che ti

venne in casa da saperti appena pronunziare in tre pezzi un sì o un no,

che ti ricusò una veste di _alpacas_ come troppo costosa, avrà parole

più di un leggìo, appena si chiamerà contenta ai velluti, alle trine,

alle piume di uccello di paradiso. Io intendo che la mia moglie stia in

casa, e non legga altri libri che il cuoco piemontese; la ignoranza

costa nulla e fa buona comparsa, mentre la scienza spianta la famiglia.

Rammentatevi di Eva, finchè si mantenne ignorante, passeggiava ignuda

che non pareva fatto suo: appena ebbe gustato il frutto della scienza

chiese un vestito.

— Scusate se troppo mi attento, la vostra signora è ella giovane?

— Sicuro! Diciotto anni appena: quando compri, compra giovane,

m'insegnava mio padre; non vi ho detto che la presi per sollievo della

mia vecchiezza? Se l'avessi tolta attempata avrei dovuto servire lei,

mentre sta a lei servire me. Dal convento me la trassi in casa, di casa

esce per andare alla messa, ogni quindici dì me la conduco a passeggiare

in carrozza su la via del Camposanto, e sempre meco; visite proibite

come le pistole corte; eccetto i parenti la sera per giocare a tombola:

per ora ella si occupa di brigidini; più tardi attenderà ai figliuoli...

— Ai figliuoli più tardi? Adesso ai brigidini?

— Già! Voi me lo domandate in certa maniera che mi pare mi canzoniate.

Gua'! ognuno si governa secondo il suo capriccio, nè io vi riprendo se

voi praticate in modo diverso dal mio. Alla prova si scortica l'asino,

ma io ho veduto tornare senza gambe e senza braccia più spesso quelli

che vanno alla guerra, che quelli che stanno a casa.

— Non è vero, e veruno lo avrebbe a sapere meglio di voi: quante volte

nella mollizie dell'ozio, cugini, cognati e talora congiunti più

prossimi ti hanno viziato la moglie?

— Ah! è vero; massime cugini... ah! i cugini sono i coccodrilli del

santo matrimonio.

— Nè basta; quante volte la donna, nella rilassatezza della quiete

domestica, corrotta a grande agio, ingenuamente scellerata, propinò il

veleno nel cordiale che ministrava a bere al marito infermo?

— Ah! la mia mi dà tutte le mattine che Dio mette in terra un bicchiere

di acqua mescolata col siroppo di tamarindo del dottore Erba.

— E quante e quante la moglie ti ha soffocato a mezzanotte col

capezzale, su cui avevi fino a quell'ora posato il tuo capo a canto al

suo!

— Fin qui a vero dire non mi ha soffocato veruno, ma la è cosa da

pensarci... e ci penserò.

*

La causa criminale che doveva in cotesta mattina agitarsi davanti la

Corte di assise si versava in un caso di adulterio, singolarissimo se

altri fu mai. Efisio, Gavino e Artemisia erano tre giovani dispari per

pochi anni fra loro: di bellezza uguali: loro vide insieme il dì

nascente, loro vide il tramonto folleggiare insieme pei fioriti sentieri

della vita: a cui li vedeva parve vedere tre angioli, e tali erano

davvero per bontà e per leggiadria: l'uno all'altro aveva insegnato a

sillabare il verbo _amo_ sopra il medesimo _abbecedario_. Venuti poi

alla età nella quale l'amore si colora, come l'erba ch'esce dalla terra

per virtù del sole, per tutti si tinse in una medesima grana; e quando

l'albero di Amore da un punto all'altro ingrandì trionfale, accolse

tutti e tre sotto le sue fronde, tutti e tre nudrì co' primaticci suoi

frutti; insomma voi avete a figurarvi tre boccette piene dello stesso

elixir di Amore. Quando Efisio era presente, Artemisia lo amava più di

Gavino; all'opposto preferiva Gavino se Efisio si trovava lontano. Ma

poi venne tempo in cui la natura d'accordo co' genitori d'Artemisia

urgevano la fanciulla, ognuno a modo suo, s'intende, a eleggere fra' due

il marito; ella, che semplicissima era, rispose che non si voleva stare

a confondere, li avrebbe sposati tutti e due; ma la mamma le fece

comprendere discretamente, come i legislatori, a istanza massime delle

donne, avendo proibito la poligamia sotto severissime pene, non avevano

potuto senza pericolo di contradizione permettere la poliandria.

Artemisia allora stette irresoluta; non dava in tinche nè in ceci; se a

sorte ella si fosse trovata in mezzo a due vagli di biada, piuttostochè

a due giovani amati, ci era caso che si rinnovasse in lei il fatto

dell'asino di Buridano, che non si sapendo decidere cascò morto di

fame;[1] ma ella non si sentiva punto disposta da natura a lasciarsi

morire d'inedia, anco a rischio di renunziare alla gloria di trovarsi un

giorno assunta in cielo, con un giglio di purità in mano grosso quanto

un cero pasquale. Ora la bilancia sta in bilico; un grano basterà a

farla traboccare da un lato piuttostochè dall'altro: una mezza serqua di

centinaia di migliaia di lire che Efisio si trovava a possedere, in

grazia della liberalità di uno zio, pesarono, come dovevano pesare, più

di un grano nella bilancia; Artemisia pertanto andava moglie ad Efisio.

[1]

Intra due cibi distanti e moventi

Di un modo, prima si morria di fame

Che liber'uomo l'un recasse a' denti.

_Par. 4._

Simile accidente non mutò in nulla gli affetti e nemmeno le usanze di

vita di queste tre amabili creature, eccettochè a sera inoltrata

bisognava pure che Gavino pigliasse commiato dai dolci amici; ma il

mover lento tutti e tre verso l'uscio di casa, — ma il trattenersi lungo

sopra la soglia, — ma il frequente accompagnarlo giù fino al portone di

strada, facevano incerto il giudizio se rincrescesse più a lui

andarsene, ovvero agli altri lasciarlo andare.

Artemisia e Gavino presumerono troppo delle proprie forze, o piuttosto

non avvertirono nulla, sicchè un giorno si trovarono ad avere saltato il

fosso, con bene altre scuse del Menebrea quando minacciò di volerlo

saltare; perciocchè furono dei nostri amanti complici, o meglio

provocatori, gli anni, la stagione, l'ora, la memoria dello antico

affetto e la pietà del nuovo.

Procedendo poi, come succede, con meno discrezione che non avrieno

dovuto, attesa la comodità grande del trovarsi insieme, accadde quello

che doveva accadere...

Efisio comprese in un attimo la fortuna avergli apparecchiato davanti

tre partiti, e non più: _primo_, correre difilato al Naviglio, e a capo

in giù precipitarvi dentro, ma se ne rimase per parecchi moti e tutti

lodevoli, tra i quali capitalissimi questi: che correndo un sido da

cani, avrebbe trovato l'acqua troppo fredda, ed egli temeva i reumi; e

che bisogna pensare almeno due volte alle cose che da una volta in su le

non si possono fare; il _secondo_ stava nel pensiero ch'egli doveva o

con ferro, o con laccio, o con veleno precipitare innanzi tempo creature

umane dentro il sepolcro; e per giunta chi? Artemisia! la luce degli

occhi suoi; anzi, pure dell'anima. Gavino! Il primo volto sul quale egli

posò gli occhi con coscienza di amore? Solamente a pensarvi non aveva

pelo sul corpo senza stilla di sudore; consisteva il _terzo_ nel

tuffarsi nello studio di uno avvocato, e ci si tuffò.

Mentr'egli, quasi sempre fuori di sè, esponeva l'atroce caso, lo

avvocato, tirando su fino al quarto cielo del suo cervello una presa di

tabacco, mulinava fra sè: oggi è giorno di gala; uno scandalo, un

guadagno, una occasione strepitosa a sbraciare la mia fama prossima a

spegnersi sotto la cenere; egli è come se mi capitassero addosso tutti

di un picchio Pasqua di _resurrectio_, giovedì grasso e ceppo di Natale:

_quod faustum sit_. Però mi passo da dire come egli la ferita di Efisio

medicasse con l'acqua forte e l'arsenico, e fasciasse con le spine: di

lettere degli amanti infocate così che scottavano le dita ce n'era un

subisso; d'indizi, amminnicoli precedenti, concomitanti e susseguenti,

un flagello; e che s'indugia più? Mano ai ferri.

E dalla bottega dello avvocato _Tami_ ecco uscire la più famosa querela

di adulterio che sia stata mai vista da poi che mondo è mondo. Ora tra

il volere e il non volere, il cruccio dell'offeso di non vedersi

comparire davanti a misericordia gli offensori e la peritanza di questi

ad andarci, tra il supremo fastidio di Efisio, che lo persuadeva a

tornare indietro, e lo struggimento dello avvocato, affinchè

precipitasse avanti, siamo alla porta co' sassi; eccoci al giorno del

dibattimento.

Metto pegno che se Efisio avesse convitato i suoi concittadini ad un

banchetto per porli a parte di qualche sua contentezza non ne avrebbe

annoverati tanti, nè sì scoppiettanti di allegria, come adesso erano

venuti spontanei a far falò della sua miseria; le donne soprammodo

dell'altissima e della bassissima vita; le due plebi si toccano.

Ecco qua, è ammannita ogni cosa; qui giudici del fatto e giudici del

diritto; da un lato il gladiatore reziario della offesa, dall'opposto il

gladiatore scutato per la difesa; entrambi avvocati, che si mostrano i

denti: promettono morsi da cani; tanto meglio, con la mostra di cotesta

ferocia verrà temperato il sangue troppo indolcito alle signore per la

pratica indefessa delle opere di carità corporale e spirituale.

Gl'istrioni hanno indossato le vesti, secondo la parte che ognuno

sostiene; i giudici copersero il capo col berrettone, che rammenta lo

spegnitoio del senso comune; un collaboratore del _Gazzettino Rosa_, al

quale il direttore del _Diavolo_ domandava la differenza che corre tra i

berrettoni e le pentole qual sia, ha risposto: questa; nelle pentole le

rape bollono per di sopra, nei berrettoni dei giudici bollono per di

sotto. Le comparse stanno pronte; aspettano tutti con impazienza, e

dubito forte che se il Cristo, il quale pende sul capo al presidente,

non tenesse inchiodate le mani, le schioccherebbe anch'egli, onde

precipitare gl'indugi. Attenti! I sonaglioli hanno dato il segno dietro

le scene... si alza il sipario...

Il presidente comincia dal movere le consuete domande ad Artemisia...

— Ti piace? Non ti piace? — Rassomiglia un gatto d'Angora spaventato. —

No, una picciona. — Nè anche, una rapa monda. — Chetatevi, linguacce,

non vedete che la è rossa come una ciliegia. — Ecco, la è una bella

fetta di grazia di Dio. — Magnifico pezzo di carne. — Ma che cosa trovi

di bello in lei, che gonfi i bargigli come un tacchino? domanda

dispettosa la droghiera al marito; e questi brevemente risponde: Quello

che non ho mai trovato in te.

— Silenzio! salta su a strillare un usciere, che alle vesti e agli atti

ti dimostra che le cavallette sono penetrate anche nel campo della

Giustizia.

Il presidente non aveva potuto cavare una parola di bocca ad Artemisia,

la quale piangeva, piangeva, piangeva.

Davvero nè più bella nella sua decadenza, nè più vereconda nella colpa

deve essere stata di lei Eva quando comparve al cospetto di Dio; per

confessare la verità, io non mi ci trovavo, ma me lo immagino. Il

presidente allora si voltò a Gavino, giovane di forma nobilissima e

d'ingegno non meno, e nè pur questi potendo reggere al groppo degli

affetti che gli mossero assalto, seppe rispondere con altro che col

pianto.

La è finita. Lo scrittore ha scambiato il tribunale in un mulino e i

giudici in macine, che per virtù di pianto devono macinare la giustizia.

Di diluvi universali ce ne fu uno nel mondo, e n'ebbe a bastanza. Povere

fantasie! E poi come si fa a far piangere un uomo?

O signori, faccio loro assapere come io non immagini nulla. Dante

Alighieri fu levato a cielo meritamente perchè indusse Paolo a tacere e

a piangere. mentre Francesca raccontava la prima radice del suo affetto

al poeta; parve ed è un tratto di gentilezza sublime; e badate, che

Dante proprio quel pianto immaginava col suo cervello, perchè gli è

certo che ei non si trovò nello inferno a udire Francesca come io non mi

trovai nel paradiso terrestre a vedere Eva; e se io narrai che Gavino

pianse, egli è perchè il dabben giovane sparse lacrime amare e non per

sè; bensì per l'amata donna, la quale in grazia sua adesso si trovava

travolta in cotesto obbrobrio, e per lo amico, che avrebbe difeso a

prezzo della propria vita, e pure aveva ferito nel cuore... Vicende

umane!

Il presidente, timoroso che il tribunale diventasse un lago, si decise

interrogare Efisio; Efisio era il marito; di forme alquanto meno

leggiadro degli accusati, e questo non gli poteva giovare, ma più che

tutto gli nocque essere poeta. Poeta, marito, tribunale e società

moderna la è roba che messa insieme disgrada il sacco romano dei

parricidi. Egli non pianse, però la voce gli tremolava flebile, a mo'

del ventipiovolo annunziatore di pioggia imminente; e il bello fu che,

invece di rispondere al presidente, egli s'indirizzò alla moglie con

gesti e sembianti ispirati, favellandole queste amorose parole:

— Dimmi, ti aggirai io con inganni? Ti feci forza pur col pensiero,

affinchè tu mi preferissi all'amico diletto? Tu venisti a me con passo

armonioso come una voce. Amore fu che ti condusse al mio seno, battendo

le ale dove si riflettevano i gaudi senza fine molteplici dei cuori

innamorati. Amore, dopo averci condotti al talamo, spense, agitando più

forte l'ale, le tede che ardevano dintorno, poi le distese sopra e ci

coperse a guisa di padiglione, e se di tratto in tratto le scosse, ei lo

fece per piovere sopra i nostri spiriti sogni felici, nella maniera

stessa che le farfalle testè prese piovono una forfora di oro sopra le

dita di cui le tiene prigioniere...

— Scusi, signor querelante, ma quanto ella ha detto non fa al caso...

— Non fa al caso? Signor presidente, che diavolo dice? Al contrario, gli

è proprio il casissimo... ella mi ha rotto...

— Io non rompo nulla.

— E lo lasci sfogare, esclamarono taluni dal banco dei giurati.

— E lo lasci sfogare, ripeterono molte voci in platea, massime

femminili.

E il presidente chiotto chiotto si aggomitolò come un istrione

fischiato.

— Ed ora dove sono rimasto? esclamò Efisio stropicciandosi a più riprese

la fronte...

— Alle farfalle, gli ripeterono tre voci o sei dalla platea.

— Silenzio! torna a strillare l'usciere.

— Io non avrei mutato, proseguiva il poeta, il mio talamo pel trono di

Dio; noi ci ricingemmo, Artemisia ed io, con le nostre braccia stretti

come dentro un cerchio incantato dove non poteva entrare l'affanno,

donde non poteva uscirne la felicità.

— Capisci, zuccone, che cosa significa volersi bene? Questa volta a dire

così non fu la droghiera, ma Agata, la seconda moglie di Ambrogio,

mercante all'ingrosso di formaggi lodigiani, la quale per imprimerglielo

bene nella memoria gli pestò il piede destro, dove aveva un lupinello al

dito mignolo. Il povero Ambrogio vide le stelle a mezzogiorno, e non

potè trattenersi tanto che non gli uscisse di bocca un: per Dio! che

rintronò tutta la sala con grande scandalo dell'uditorio.

— Si cerchi chi ha bestemmiato e gli si faccia sgombrare la sala.

I giandarmi non trovarono o non vollero trovare il signor Ambrogio;

dalla sala non uscì alcuno, ed Efisio continuò:

— Come l'ape immersa nelle foglie della rosa non si accorge della

tempesta che si forma sopra il suo capo, così io, tuffato dentro la

voluttà, non sentiva i passi dello infortunio che si avvicinava; viveva

sicuro che l'Amore lemme lemme mi avrebbe scavato la fossa con la più

soave delle sue frecce — ahi! quanto è lieve ingannar chi si assicura —

di un tratto io me la sento piantata nel cuore. Artemisia! Artemisia! In

che t'increbbi? Non mai nocchiero speculò sì arguto l'orizzonte per

accertarsi sicuri gli auspicii della navigazione, com'io contemplai la

tua fronte, onde sperderne la nuvola più leggera che la tenesse

adombrata; ed io sovente ti riprendeva per trovarti sospirosa e sola;

ond'io me ne andava in cerca di Gavino, perchè la tua malinconia

sollevasse, e riempita la coppa della esultanza domestica, noi la

libavamo in tre; bella ogni musica, ma sopra le altre accetti i trio,

come quelli che noi cantavamo in tre, pigliando maraviglioso diletto nel

mescolare le nostri voci insieme; in tre rincorrevamo le farfalle sul

prato; odoravamo in tre la cardenia colta su le aiole, in tre (bene

inteso coperti dei debiti indumenti, _vulgo mutande_) rinfrescavamo

negli estivi ardori le nostre membra nel ruscello: e quando mi

chiamavano altrove le cure dei campi, Gavino, in che mani affidava

Artemisia, se non nelle tue?

Qui fu udito un bisbiglio confuso di voci, le quali avendo potuto

distinguere avrieno sonato così: — Matto da catena, tu ti sei andato a

cercare col fuscellino il male come i medici: se questo non è aguzzarsi

il cavicchio sul ginocchio, che altro sia non saprei: va', ti stanno

meglio che le tre corone al papa: vorrebbe il resto, ed ha a rifare un

tanto: mandatelo a rimpedulare il cervello. — Efisio stava in procinto

di farsi una sconcia stincatura, se per fortuna non gli capitava di

vedere la sua donna che, in atto dolce di pietà e di amore, volgeva al

cielo le mani giunte implorando un po' di refrigerio a tanto strazio.

Accadde che anche Gavino in quel medesimo punto sogguardasse Artemisia,

e tanto ne rimase percosso, che di subito cessato il pianto, con voce

tra acerba e angosciosa così trafisse Efisio:

— Ahi! sciagurato! Come ti regge il cuore affliggere così divina

creatura? Dovevi piuttosto ammazzarla, e me con essa.

A Efisio presero a tremolare le palpebre; gli parve gli mancasse il

pavimento sotto le gambe; la parola gli rimase attaccata alla gola, tese

singhiozzando le braccia verso gli oggetti della sua tenerezza, e subito

dopo cadde come fulminato sopra la sedia.

Fabrizio, pauroso che dalla maglia rotta gli scappasse il pesce, si

affretta a sorgere in piedi, e chiesta ed ottenuta facoltà di dire, così

prese a parlare:

— Fra i nequissimi, pessimo il delitto di adulterio; quindi i romani, di

cui le leggi furono meritamente salutate la ragione scritta, lo punirono

con pene troppo più severe dell'omicidio e del furto; invero il ladro ti

ruba cosa che tu puoi recuperare, puoi rifare, alla peggio te ne puoi

astenere, ma l'adultero ti strappa il cuore della moglie, la reputazione

di casa, la sicurezza della famiglia, e tutto questo perduto non puoi

riacquistare, o farne a meno. È il derubato argomento di compassione,

uomini pubblici e privati si affrettano a sovvenirlo ed a consolarlo;

all'opposto il coniuge tradito deridono tutti, e se qualche pietoso

vorrebbe pure confortarlo, non sapendo come trovare il bandolo della

matassa lo lascia su l'arcolaio. Il tradito teme del pari la pietà e il

disprezzo; qualunque aura, sia pure di primavera, gl'inciprignisce la

piaga; in ogni discorso sospetta una punta per lui; gli pare che tutti

lo ammicchino; le allusioni remotissime gli cacciano il ribrezzo

addosso: odia la religione mosaica, perchè ad ogni piè sospinto ci si

parla di corni; _cornu salutis, cornu fortitudinis tuæ_; nè meglio gli

talenta la cattolica, che ha il _cornu epistolæ_; da per tutto per lui

larga messe di beffe; nelle orchestre trova il corno; nei fiumi il

corno; negli eserciti corna; le are dei Numi non ti offrono asilo per

queste, perchè anche gli altari hanno le corna. In terra la Natura, in

troppe cose scarsa, fu liberale di corna agli animali; e chi non li ha

se li procura. I francesi tutti, ma in antico; nei medi tempi, i

guerrieri più cospicui. A Mosè le donò Dio come insegna di divinità; a

Giove Ammone i sacerdoti le tributarono, e a Bacco; leva gli occhi e

mira su in alto assunto fra le stelle il corno di Archeloo, donde pare

che versi su la testa dei mortali copia infinita di benedizioni; e la

luna dove la lasci? Non ti consola dal cielo con le sue amabili corna?

Nello stesso alvo materno l'utero ti abbraccia con le sue corna. Giù

nello inferno, ornamento ed arme, mostrano i diavoli le corna; da

qualsivoglia lato tu ti volga, non può fare a meno che tu non inciampi

in corni.

Rispetto a omicidio, la è chiara che questo non ti lascia senso alcuno

dei mali, mentre l'adulterio ti arde col fuoco dell'inferno che brucia e

non consuma. Mi gode l'animo affermare che anche ai tempi dei romani

come ai tempi nostri, qui tra noi, le pene più acerbe vennero emanate da

re e da imperatori. Romolo punì lo adulterio con la morte; in odio

all'esecrato misfatto, Augusto Cesare pubblicò la legge Giulia, che

condannava i colpevoli alla emenda, allo esilio in isola deserta, alle

verghe e fino alla castrazione!...

Moto di orrore su tutti i banchi.

Il Tebro inorridì, il Pado e il Reno,

Agata strinse il caro Ambrogio al seno.

Fabrizio non lo bada e non lo cura, e prosegue imperterrito:

— I figli nati dall'adulterio insanabilmente bastardi: incapaci di

succedere ai padri: appena diritto agli alimenti. Disposizione

squisitamente civile conservata nel nostro codice. Di fatti, havvi un

animale domestico, il quale rimpiatta la sua lordura sotto la cenere, e

l'uomo vorrà essere meno del gatto per drappellare la colpa come una

bandiera vinta al palio? Nè a Roma solo, ma per tutto il mondo, re,

quantunque barbari, palesarono salutevole severità; Sesostri informi, re

d'Egitto, che ordinò gli adulteri si seppellissero vivi; Diacmo re di

Scizia, la propria figlia, colta in adulterio, fece seppellire viva;

Temas dei tenedi, pure risparmiando al suo figliuolo tanto atroce

supplizio, non lo volle meno morto. Insomma, i re imitarono in questa

come in moltissime altre cose il modello di Dio, il quale da ogni suo

perdono volle sempre esclusi gli adulteri; anco sant'Agostino lo dice. I

popoli stessi, quantunque lontani da rappresentare l'immagine di Dio, e

seguire i suoi santi precetti, pure non mancarono di provvedere alla

esterminazione dell'abominevole delitto; tacerò dei parti, non parlerò

degli arabi, nè dei messicani, nè di altri popoli, così del vecchio come

del nuovo mondo, mi giovi rammentare soltanto i battas, tribù nell'isola

di Giava, i quali condannano il peccatore ad essere mangiato cotto o

crudo, a scelta del marito. L'offeso convita al pranzo espiatorio

parenti e amici; legasi il colpevole a un palo; gl'invitati si

accostano, ed ognuno di loro, secondo il grado di dignità, si taglia il

tocco che gli gusta meglio; primo di tutti, già s'intende, il marito, il

quale si piglia come più appetitosa la parte dell'adultero dietro

l'orecchio, e un'altra che non importa dire.

La nostra storia racconta come, a questo punto della orazione di

Fabrizio, dei gentiluomini quivi raccolti, un terzo temè sentirsi

staccare gli orecchi, due terzi avvantaggiati guardarono i vicini per

vedere dove avrebbero dovuto mettere i denti, caso mai il costume dei

battas si avesse a trapiantare fra noi.

In questa, ecco due dei soliti uscieri cavallette saltare uno presso il

presidente, l'altro presso il procuratore regio, e ad ognuno di questi

consegnare un plico: nella sopraccarta di entrambi si leggeva scritto a

caratteri da speziale: _preme_; però ambedue lo aprirono di botto.

Fabrizio, appena ebbe scorso il suo, balenò della persona, chiuse gli

occhi, di livido si fece cenerino, e per poco non diede di un picchio

sopra la terra; pure con isforzo mirabile di animo e di corpo si tenne,

ripiegò tutto tremante il foglio e se lo ripose nel seno.

Il presidente lesse il foglio come sorbiva il caffè bollente, a

centellini; letto che l'ebbe lo rivoltò sottosopra considerandolo in

ogni sua parte, e siccome gli occhiali per la precipite china del suo

muso montonato gli erano scesi fino alla punta del naso, levò in alto la

lettera tenendola aperta con ambe le mani; in su pure rivolse il muso e

gli occhi, poi si piegò a levante e la rilesse, finita la lettura, voltò

persona, muso e ogni altra cosa a ponente e lesse da capo; e poichè

parve che nè anche questo punto cardinale avesse virtù di capacitarlo,

ripose tutto a mezzogiorno e lesse per la quarta volta... Ci voleva

tanto a capirla! Allora chinò il capo sul petto in sembianza di _fiat

voluntas tua_. La udienza rimase sospesa.

Dopo un'ora tornava Fabrizio a ripigliare l'accusa, ma _eheu! quantum

mutatus ab illo_, non mica ch'ei rimettesse uno scrupolo della sua

asperità; all'opposto, la crebbe, ma la voce gli negava il consueto

ufficio, si sentiva spossato, sicchè inerti gli pendevano giù le

braccia; andò avanti a modo di orologio a cui si sia rotta la catena.

Dopo avere esposto come nella sola Francia, secondo le statistiche

dell'anno passato, l'adulterio avesse prodotto sette avvelenamenti,

cinque assassinii, due incendi, cento divorzi, quattordici ammazzamenti

di mogli e di amanti da mariti oltraggiati, disse constare del delitto:

non impugnarlo gli accusati colla voce, confessarlo col rossore e col

pianto. Lodevole certo il pentimento, ma di questo, tardo venga od

issofatto, non si appaga la società offesa; di una cosa sola dolersi, ed

era trovare la legge troppo mite in simili casi; tuttavia punite,

signori giudici; certo la pena dal nostro codice sancita contro

l'adulterio non preverrà la rinnovazione di questo delitto; pure il

mondo sappia che per voi non andrà invendicato; punite, e poichè nel

caso nostro il codice non può essere una scure, sia una verga di ferro.

Tanto da voi chiedono morale religiosa e morale civile, e tanto vi

persuade la salute delle vostre famiglie e di voi; ricordate i loro

doveri alle mogli, insegnateli alle figlie col terrore; pertanto

l'ufficio della regia procura fa reverente istanza affinchè i prevenuti

siano condannati ai termini dell'articolo 486 del codice penale.

L'avvocato di Efisio, quando toccò a lui, parve uno dei barberi, che

saltato di sopra il canapo voglia vincere il palio di riffa, senonchè il

cliente, agguantandolo con ambe le mani per la toga, gli comandò

fieramente aggrondato:

— Stia zitto! o lo strozzo.

— In saldo del conto? Ma, caro bene, nel suo interesse, ella comprende,

che qualche cosa ho pure da esporre...

— No, niente.

Allora l'avvocato, non potendo contrastare alla volontà di Efisio, così

ricisamente manifestata, si levò con voce di zanzara e disse:

— Il querelante se ne rimette alla saviezza del tribunale.

Ora vuolsi sapere come i prevenuti, stando ostinati a non volere farsi

difendere, il tribunale si trovasse costretto ad assegnar loro

l'avvocato; elesse un rompicollo, e certo scapestrato egli era per

eccellenza, ma vispo, immaginoso, e per giunta di cuore ottimo: come

tutta questa roba in un avvocato? Cari miei, anche i gatti giovani

paiono gentili.

Pertanto egli cominciò con uno esordio, che parve fratello di quelli co'

quali il celebre Vaccà preludiava alle amputazioni delle gambe della

povera gente: — Signori, egli diceva, sebbene intorno all'esito della

mia operazione io non nutra dubbio veruno, pure, quando la è andata

bene, voi vedete che questo povero diavolo rimarrà sempre con un membro

di meno; in fatti il giovane avvocato tale dava principio alla sua

arringa:

— Dubiterei della giustizia, dubiterei dell'onesto e del decoro,

dubiterei del cuore e del cervello vostro, illustrissimi giudici,

insomma io dovrei dubitare di troppe cose, se adesso la minima

incertezza mi turbasse circa l'assoluzione dei miei clienti; ma ahimè!

questa è una di quelle cause dove anche vincendo si perde; dacchè

accusatori e accusati dove troveranno più i mutui affetti ond'erano sì

lieti? Dove le gioie domestiche? Dove la pace dell'anima? Spento il

fuoco, non troviamo altro che cenere. La stima scambievole è un

cristallo preso al bersaglio. Amore trovò nel suo nido i serpenti come

Ercole, ma come Ercole non li seppe strozzare. La fama, il delicato

ermellino che preferisce la morte a patire la sua pelle maculata, tu

l'hai affogata sotto un monte di obbrobrio. Chi fu il mal cristiano che

ti mise la torcia in mano perchè tu incendiassi la tua casa? Chi ti armò

del coltello col quale sgozzasti la tua felicità? Quali furie

t'invasero? In che ti parvero rei questi cari capi? In che cosa

peccarono? Quali le prove? Io rabbrividisco considerando come nella

mancanza assoluta di ogni amminnicolo si mettano in campo come argomento

di delitto il pudore, la verecondia, le lacrime degli accusati. Dunque

pel difensore della legge la meraviglia di sentirci iniquamente apposta

una colpa sarà prova di colpa? Prova di colpa il dolore che invade

l'anima nostra vedendoci feriti da mano caramente diletta? Lo

sbigottimento di comparire in pubblico con sembianza di reo, l'amarezza

infinita che allora s'insinua in tutte le fibre del nostro essere, pel

regio procuratore costituiscono indizi di reato; e se tali egli ha i

segni della colpa, o m'insegni, di grazia, quali saranno per lui i segni

della innocenza? Se pallore e tremore attestano mala coscienza, dove vi

salverete, o giudici; dove mi salverò io; dove voi, signor difensore

della legge? Sì, voi? Perchè qui, testè, alla presenza mia, di tutti,

orribilmente vi tramutaste in viso e tremaste per tutta la persona.

Veniamo a mezza spada: Signore, di che cosa incolpate voi queste persone

dabbene? Del trovarsi spesso insieme? Chiedetene ragione all'accusatore

Efisio, il quale si faceva a cercare premuroso il nostro Gavino, della

prolungata assenza lo rampognava; a casa volente o repugnante lo

conduceva. Di amarsi l'un l'altro? Oh! la novità cotesta per lo

accusatore Efisio! Non aveva partecipato egli, promosso e approvato

cotesta divina trinità di amore? Se l'amore è delitto pel pubblico

ministero, e se egli si sente immune da tanto misfatto, me ne rincresce

per lui, perchè s'ei solo non si troverà impiccato, ed anche solo ei si

troverà nel mondo. Di essersi scritte lettere piene di dolci desiri?

Qual maraviglia! Si amavano, e dovevano trattenersi dal ripetersi in

prosa e in rima ciò che mille volte si dicevano al cospetto del marito?

— Ricordatevi come per queste anime elette un tempo Amore fu una strada

maestra dove esse camminarono di conserva spensierate e liete; di un

tratto ecco pararsi davanti a loro un bivio; il tronco a destra menava

al matrimonio; il sinistro alla disperazione. Efisio ed Artemisia

infilarono a destra, e ce li seguitò l'Amore, finchè incontrato

l'Imeneo, gli raccomandò i giovani ad averne buona cura, e costituitolo

procuratore _in rem propriam_ corse dietro a consolare il povero Gavino.

In quattro salti lo avrebbe raggiunto Amore, se non si fosse trattenuto

per via a scaricare la faretra delle frecce e a spegnere la fiaccola

dentro al ruscello; pure lo agguantò, si mise a sedere con lui sopra

l'erba, e prese nelle sue le mani di lui, gli disse:

— Non mi ravvisi? Io sono sempre Amore, quantunque abbia spento la

fiaccola e buttato via le quadrella. Io mi trasformo; ma sono Amore in

sembianza di padre, di fratello o di figlio; — quanto a marito non è

pensiero mio, tocca a Imeneo...

Ed egli parlava di Dio, imperciocchè se taluno vi sostiene la esistenza

di più Amori, non gli date retta; amore è tutto un etere; la differenza

non istà nella sostanza affatto, bensì nel diverso grado del calorico.

Ed ecco per qual guisa Gavino di amante si trasformò in fratello di

Artemisia, ed Efisio se ne compiacque: — me ne sarei compiaciuto anche

io.

Le lettere accennano forse ad occulti ritrovi, od alludono a fatti che

la pudicizia non può udire senza recarsi le mani su gli occhi? No

davvero; amore tramandano sì, ma come i fiori il profumo e i rosignoli

il canto. Io avrei tenuto coteste lettere preziosissime come semenzai di

buoni esempi da approfittarmene alla occasione, e il procuratore regio

ci trovò delitti: gusto depravato! Io ci avrei adattato le strofe di una

canzone di amore, egli ci vorrebbe adattare gli articoli del codice

penale: voglie fradice! Ecco che cosa vuol dire essere procuratori regi.

A me basti affermare, senza tema di venire smentito, che coteste lettere

nulla in sè contengono che dia appiglio alla turpe accusa. Ma che vide?

Che cosa mai vide lo accusatore Efisio? Lo dica una volta: ma no... non

dica nulla, egli lo ha già detto. Vide abbracciari e baciari; niente

più, niente meno. Io innanzi tratto potrei opporre allo accusatore

Efisio: tu sei testimone unico, epperò testimone nullo, _etiamsi papa

aut imperator fuisses_; tuttavia io non voglio fargli torto: sta bene,

abbracciaronsi e baciaronsi; ma o non li vedeva tutti i giorni adoperare

così? Non sono cose ovvie, anzi desiderabili tra fratello e sorella? Se

mi opporrete che tra baci e baci ci corra, e che altro è baciarsi alla

presenza del marito, ed altro quando viaggia su le ferrovie romane,

risponderò che toccava allora al signor Efisio accompagnare la sua

concessione col _regolamento_, come i nostri cari piemontesi costumano;

il regolamento avrebbe distinto il giorno dalla notte, la compagnia

dall'assenza; anzi, ora che ci penso, avrebbe fatto meglio a mettere

l'argomento in musica, indicando piano, pianissimo, andante, allegro,

crescendo, e tocca via. Quanto poi a buona morale e alle altre tutte

sperpetue di cui il pubblico ministero, tra i fulmini ed i tuoni della

sua eloquenza, ha minacciato la società, io vo' ch'ei sappia che amore

alto, veemente e sincero non nocque mai all'umano consorzio; ben gli

nocque l'amore ipocrita; l'amore sensale che va in traccia di un sacco

con una donna, l'amore ragioniere che tiene un libro in mano invece di

arco, e la penna dietro gli orecchi invece del turcasso dopo le spalle,

l'amor notaro; questi e non altri gli amori tarli che han roso le fibre

intime della moderna società. Alla Maddalena fu molto perdonato perchè

aveva amato molto; e santa Teresa ci ha fatto sapere essere il diavolo

immensamente infelice, perchè non poteva amare... ha ella capito, signor

regio procuratore? E Gesù crocifisso per virtù di amore non istaccò le

braccia di croce, onde stringersi al seno la dilettissima santa Caterina

da Siena? E se non reggeva il chiodo di fondo a tenerlo fitto pei piedi,

chi sa fin dove si sarebbero spinte le cose. Dunque, l'egregio

magistrato difensor della legge guerreggi i furti, stermini le frodi,

ammazzi gli omicidi, ma lasci in pace l'amore.

La Dio mercè i miei clienti sono tali che non hanno mestieri scuse; e

bandisco con fronte sicura che la bella onestà non si scompagnava mai da

loro: pure, siccome gli _uomini gravi_ hanno da cogliere ogni occasione

per difendere la causa della pubblica morale, piacemi rammemorare un

fatto che a molti, forse anche al pubblico ministero, basterebbe il

cuore infamare per colpa, se amore, gratitudine e religione non lo

avessero consacrato virtù. _Favete auribus_, porgetemi tutti gli

orecchi. Correndo la metà del secolo decimoterzo, sotto il pontificato

di Gregorio IX, il conte di Gleichen, combattendo per la fede in

Palestina, cadde prigione e fu ridotto in ischiavitù. Ora avvenne che,

mentre egli stava lavorando nei giardini del Sultano, la figlia di

questo gli ponesse gli occhi addosso, e consideratone il decoro della

forma e la severa venustà del sembiante, forte si accendesse di lui.

Siccome in cotesti paesi volere (almeno in cose di amore) è potere

davvero, ella per segreto messaggio lo fece avvisare ne avrebbe

procurato la fuga, semprechè seco se la menasse e la togliesse per

moglie; ma il gentiluomo, di coscienza netta, le mandò per risposta: più

che volentieri, ma non poterlo fare, trovandosi già moglie: la quale

cosa udendo la saracina, disse: ciò non tenga, chè il cuore di un uomo a

più mogli può bastare. Contenti loro, contenti tutti! Saliti in nave,

dopo prospera navigazione giunsero a Venezia; donde il conte, per

quietare certi suoi scrupoli, mosse a Roma, e quivi presentatosi al papa

gli narrò a parte a parte l'amorosa storia. Gregorio commosso lo

assolvè, e poi gli spedì la dispensa di tenersi le due donne col santo

timore di Dio, a patto che la saracina si convertisse alla fede

cristiana. Ora, aggiunge la storia, tale e tanta fu la contentezza della

contessa di ricuperare il marito, che qualsivoglia condizione le parve

accettabile; nè mai rifiniva di accarezzare la sua benefattrice. La

saracina non ebbe figli, e se ne consolò amando di amore materno quelli

della rivale. Al castello di Gleichen mostrano anche adesso, a cui lo

vuole vedere, il letto dove queste care creature dormivano insieme:

ebbero sepolcro comune nella chiesa dei Benedettini a Petersbourg; e il

conte superstite alle due donne compose il seguente epitaffio, che ci

fece incidere sopra:

«Qui giacciono due donne che amaronsi fra loro come sorelle e me come

fratello. Una abbandonò Maometto per seguitare il suo sposo, e l'altra

si strinse al seno la rivale che glielo riconduceva. Uniti co' vincoli

dello amore e del matrimonio, avemmo un solo letto nuziale in vita, come

abbiamo in morte un sepolcro solo.»

Successe un'accompagnatura di singhiozzi; taluni giurati, paurosi di

perdere il decoro, finsero soffiarsi il naso per celare le lacrime:

anche le donne si sentivano commosse, ma non lo diedero a divedere,

parendo loro non senza pericolo cotesto esempio; massime adesso, che non

essendo più il caso che i mariti andassero a combattere contro i

credenti in Maometto in Palestina, ci cascava come il cavolo a merenda;

e questo osservava con molta sagacità la signora Agata, la quale

aggiungeva, che se la quistione della _poliandria_ poteva fino ad un

certo punto sostenersi come non anche esausta, quella poi della

_poligamia_, per giudizio dei savi universale, doveva considerarsi

attentato contro tutte le leggi divine, umane e cattoliche.

Il nostro bizzarro avvocato capì esser giunto il momento di battere sul

ferro caldo, sicchè con voce malinconica e non pertanto abbrivata

esclamò:

— Tanto mi piacque dire per dimostrarvi come non sieno sempre delitto le

azioni in sembianza delittuose, nè sempre virtù le opere apparentemente

virtuose: la mia difesa non ha mestieri ipotesi, nè scuse, nè

commozioni, nè affetti; giustizia intera invoco; un millimetro meno io

la disdegno. — Efisio!...

Efisio diede un salto come un puledro a cui scaricano una pistolettata

rasente agli orecchi per avvezzarlo al rumore.

— Efisio! Io non ti sono amico, quantunque io chiuda nel petto un

giovane cuore e mi senta poeta quanto tu; io non ti sono amico, ma

va'... io ti compiango. Io vorrei potere condurti adesso al

camposanto...

— Oh! Sentiamo anche questa!

— Io vorrei poter costringere i morti ad obbedire ai miei comandamenti,

per dir loro: — Sorgete e rispondete: amereste voi tornare in vita a

patto, aprendo le braccia ad un amico della vostra infanzia, questi vi

rispondesse urlando: indietro, le tue braccia stritolano peggio delle

mascelle del coccodrillo? Ovvero desioso di deporre un bacio su i labbri

della donna del tuo amore, questa fuggisse via strillando: i tuoi baci

uccidono più presto della peste bubbonica? Quanti mi state ad ascoltare,

dite, vi garberebbe tornare alle vostre case per dimorarci soli più che

nel sepolcro? Alle vostre ville per udirvi solo l'eco delle vostre

pedate, come se la solitudine pigliasse cotesta voce per ischernirvi?

Chi vorrebbe vivere unicamente per sentirsi morti? Non speranza di

figli. Non conforto di cui teco partecipi i dolori e le gioie. Veruno ti

bagnerà le labbra riarse dall'agonia, veruno ti chiuderà le palpebre, o

ti dirà il vale estremo. Per me gioco la testa contro un cocomero, che i

morti con la gargana del deputato Massari[2] risponderanno ad una voce:

— Lasciateci _in statu quo_, intendiamo e vogliamo rimanere morti. —

Eppure questa è la vita che ti sei fatto, o Efisio. Se ti fossi conciato

come Origene _propter regna cœlorum_, io lo sopporterei con pazienza,

ma ridurti, come hai fatto, la vita in vetri rotti per camminarci su

scalzo la via dell'inferno, questa io la giudico tale una rabbia contro

di sè, che ogni altro tormento mi comparisce un ninnolo...

[2] Giuseppe Massari, una maniera di feto mostruoso della

libertà, che merita essere impagliato e conservato in qualche

museo per servire alla storia naturale della monarchia temperata

del regno d'Italia.

Qui chinò il capo sul petto e ce lo tenne alquanto; poi, rialzatolo, a

un tratto esclamò:

— Eppure a tanta ruina tu potresti riparare con una sola parola. Dopo il

Creatore a te solo è concesso con una parola ricondurre la luce dove hai

chiamato le tenebre, ripopolare di stelle il firmamento per tua colpa

abbuiato; una parola... una sola parola, e il lago tornerà a riflettere

gli azzurri sereni del cielo. Che ti arresta? Dubiti forse del tuo

perdono? Io mi ti offro mallevadore che la tua Artemisia, che il tuo

Gavino ti perdoneranno; ti perdoneranno, perchè è bello per l'uomo

pronunziare almeno una parola della lingua di Dio, e questa parola è

perdono... Va', Efisio, tu sei perdonato a patto che tu ti possa

perdonare.

— Poffare Dio! esclamò Ambrogio, gli avrebbe a rifare anche il resto?

— Ma sicuro, riprese Agata, l'ha fatta penar tanto quella poverina.

Vuolsi credere che se Fabrizio, ovvero il presidente, avessero avvertito

le capestrerie dell'avvocato, non l'avrieno sì lungamente lasciato

ruzzare fuor di briglia; ben per lui che, pari a due boa ingronchiti dal

freddo, costoro non davano segno di vita.

Diverso da essi Efisio, scappa su a modo di un diavolo di saltaleone

senza che il suo avvocato fosse a tempo di reggerlo, e volto al banco

degli accusati con parole tronche esclamò:

— Maledetto il giorno in cui apersi il cuore alla gelosia. Maledetta

l'ora che dubitai di voi. Maledetto l'uomo, che invece di raumiliarmi,

mi aizzò: annullo la mia querela; confesso che fu proprio il diavolo (e

senza badarci accennava all'avvocato) che mi trasse dinanzi a voi,

illustrissimi signori: questo valgami di scusa, e perdonatemi...

Chi lo chiamò matto, chi savio.

Al signor Ambrogio, che brontolò caninamente: con me la non sarebbe

andata a finire così, Agata gattescamente rispose: — Smetti da fare il

Nerone; ad altri grugni, che non sei tu, le donne hanno fatto la barba e

il contropelo. Altri altre cose; ma il popolo, il quale lì per lì rimane

tocco dal lato generoso delle azioni umane, senza troppo squattrinarla

pel sottile proruppe in bravo, pestò i piedi, sbatacchiò una contro

l'altra le mani fino a schiantarsele.

Il presidente, a tenore del paragrafo secondo dell'art. 487 del codice

penale, ebbe a dichiarare prosciolta l'accusa contro i due incolpati;

pareva mordesse le parole per dimezzarle; ma tanto e' furono capite e

con suo infinito rovello applaudite.

Efisio si accostò di scancio, a mo' che camminano i granchi, alla moglie

e all'amico, e stese loro ambo le mani; questi gli si avventarono al

collo e si abbracciarono in tre, non ignudi, ma vestiti, eppure belli a

vedersi come le Grazie di Canova, quantunque di bellezza diversa.

E Fabrizio e il presidente come rimasero eglino? Fabrizio come il re

Erode delle marionette; sempre strabuzzati gli occhi, irti i capelli, il

pugnale brandito per ammazzare, ma tutto questo insieme con lui

attaccato a un chiodo; quanto al presidente, ti sarebbe sembrato il

cugino del montone involuto per le corna ai cespugli del monte Mora, in

aspettativa di essere sagrificato in vece di Isacco sopra l'altare del

Signore.

A cui non preme sapere la fine dei giovani amanti, salti pure venti

righi o trenta, che senza essi:

può star la storia e non sarà men bella;

chi poi sentisse diversa voglia dia retta, che mi spiccio in due remate.

— Gravino, senza farne motto ad anima viva, di subito scomparve; si

arrolò soldato, combattè le patrie battaglie sempre eroicamente e sempre

sventuratamente, colpa non sua, bensì di coloro che dal cravattone e

dalla insolenza in fuori null'altro ebbero di soldato; per ultimo una

palla di cannone gli portò via ambedue le gambe: dopo aver sofferto

inenarrabili angoscie e tentennato un pezzo fra la vita e la morte,

parve volerla scampare. Artemisia ed Efisio, appena lo poterono fare

senza pericolo, da Brescia lo trasportarono a casa, donde non s'è più

mosso: dire che Artemisia ed Efisio quivi gli prodigarono cure di madre

e di padre sarebbe poco. Gavino è diventato un culto per loro; non lo

lasciano mai solo; le più sere i coniugi gli tengono compagnia intorno

al letto; il dottor Taberni, quando va a visitarlo, butta da parte il

suo _concio ligure_ e il suo _concio parlamentare_, e vi si trattiene

fino al tardi: in capo alla settimana qualche altro amico non manca;

Gavino ha trovato modo di moversi e fa da scritturale ad Efisio; lo

tiene bene informato e lo dirige in tutti i suoi negozi, sia agricoli,

sia commerciali. Da due mesi Artemisia, non lo dà per sicuro, ma crede

di essere incinta; di qui un dire inesausto, un mulinare a perdita di

vista sopra argomento sì caro: intanto hanno messo in sodo che, figlio o

figlia stia per uscire fuori, Artemisia l'allatterà; e spoppata la

creatura le sarà balia Gavino, che la tirerà su secondo il tempo

istruendola in tutto quello ch'ei sa, compresa la trigonometria, Gavino

è sempre lieto di quella gioia parata che tiene l'anima in perpetua

primavera; e' pare che siasi dimenticato di avere posseduto un giorno un

paio di gambe, o finge: fatto sta che a cui sta per movergli parole di

consolazione gli tronca le parole di bocca: credetemelo, io ho trovato

la felicità giusto in quel punto che voi reputaste essersi da me perduta

per sempre.

Il presidente mogio mogio tornossene a casa; appena ebbe messo il piede

nel portone chiamò:

— Candida? — Alla qual voce rispose una maniera di grugnito dallo

interno di un casotto immondo e fetido, che era ad un punto sala, camera

e cucina, e di tratto in tratto anche inevitabile bottega di ciabattino,

marito della Candida. Sul davanti del casotto si apriva una finestra

munita un giorno di vetri, oggi di foglio unto e di ragnateli. Ora,

siccome dal grugnito in fuori non usciva altro dal casotto, il

presidente, facendo del cuore rocca, c'introdusse il capo e vide. Che

vide mai? Candida, che stesa a pancia all'aria su di una cassa si faceva

guanciale del capo del suo marito, aggomitolato sotto alle spalle di

lei; ed ecco come sta la cosa. Questa coppia elettissima di sposi,

vincolata co' più stretti nodi del comune amore per l'acquavite, sovente

si trovava briaca nel medesimo tempo da non poterne più; sicchè invece

di badare per altrui, aveva dicatti di badare a sè stessa. Gl'inquilini,

dopo averla minacciata più volte di licenziarla, l'ammonirono che

cotesta volta erano buone mosse, e se avesse mancato poteva baciare il

chiavistello: allora si stringe in conferenza per provvedere al caso, e

deliberò darsi la muta con questa ragione, che il marito si

ubriacherebbe il giorno e la moglie rimarrebbe sana, la notte

all'opposto; fare insomma uno accordo contrario a quello di Febo con

Febea, dove questa prese a splendere la notte e quegli il giorno. Ora,

siccome il presidente tornò a casa nelle ore in cui il marito aveva

diritto di starsene briaco e la moglie il dovere di mantenersi ad occhi

aperti, accadde ch'egli trovasse la Candida supina sopra la cassa,

riposata sul marito convertito in guanciale.

— Candida, ripetè il presidente; ed ella senza moversi:

— Lustrissimo! In che posso servirla? Comandi, in che posso obbedirle?

Per lei mi metterò in quattro ed occorrendo in sei. E non si moveva.

— Zitta! non isvegliate il marito.

— Per questo poi! Non si sveglierebbe nè anco se gli angioli del

giudizio si allentassero a sonare le trombe.

— Candida, prosegue il presidente, voi sapete che state sotto la mia

speciale protezione.

— Fin qui non me n'era accorta, risponde sbadigliando ed allungando le

braccia la donna.

— Come non ve ne siete accorta? O le tre lire al mese non ve le do io? O

le cinque lire di mancia per Pasqua di ceppo ve le dà il re di Prussia?

— Allegri, ci è da scialare. Oltre queste quarantuna lira l'anno, è più

facile che mi caschi sul capo un tegolo dal tetto, che in tasca un soldo

da casa.

— Be'! be'! Quello non fu fatto si farà: intanto a voi questo cavurrino.

— Due franchi! Tigna! mormorò la Candida; ed egli:

— Candida, voi avete a dirmi... ma innanzi ditemi se date mente a quelli

che entrano ed escono di casa, perchè dal luogo dove ve ne state a

pancia all'aria dubito forte che voi li possiate vedere.

— Lustrissimo! ella s'inganna, perchè se vorrà entrare qua dentro e

mettersi sulla cassa a pancia all'aria come me, e come me col capo ritto

appoggiato al mio marito, riscontrerà da sè che si può ottimamente

vedere tutti quelli che entrano e che escono.

— Lo dite voi, e basta; dunque via, ditemi quali le persone che mi

vengono a trovare in casa quando io sono fuori. — O questo non entra

negli obblighi del perfetto portinaio.

— Fatecelo entrare...

— Lustrissimo, il portinaio ha da spazzare le scale, accendere il

lampione, avvertire che veruno porti via nulla, andare per la balia

quando pigliano i dolori del parto a qualche signora del casamento, o

per lo speziale se venisse la colica a vostra signoria illustrissima;

questo e non altro è il vero compito del portinaio.

— Dunque voi non badate a chi entra nè a chi esce, nè vi curate sapere

dove va, nè perchè va?

— Chiedo scusa, lustrissimo, anzi ci badiamo e ci arronziamo per sapere

dalla Mecca alla Storia.

— E tutto ciò per vostra erudizione, senza volerlo dire a persona?

— Chiedo scusa, lustrissimo, lo ridiciamo bene e meglio.

— E a chi lo riferite voi?

— Lustrissimo, al lustrissimo signor questore.

— Al questore! esclama il presidente dando di un passo in dietro; ma voi

qui dunque fate la spia?

— Come sarebbe a dire? Spia! Noi siamo martiri oscuri che ci

sagrifichiamo all'ordine pubblico. Spia! Noi custodi pagati con moneta

di disprezzo della sicurezza pubblica; quando voi dormite, noi vigiliamo

per voi; noi siamo gatti battezzati per servizio della società; noi

meritiamo meglio di lei, ed è chiaro, perchè, mi fa la finezza di

sapermi dire qual differenza passa fra noi e voi altri? Per me non ci

vedo che questa, che noi pigliamo gli uccelli e i magistrati li pelano e

gli arrostiscono. Il nostro premio in questo modo è piccolo, ma Dio ci

ricompenserà nell'altro a misura di carbone... almeno questo è quanto ci

assicura il lustrissimo signor questore, quando si schermisce dal

crescermi la mesata. Dunque la non mi confonda, lustrissimo, e non mi

distorni da dare a Cesare quello ch'è di Cesare e a Dio quello ch'è di

Dio, vale a dire: a lei ciò che spetta come inquilino, a lire quarantuna

l'anno, al questore quanto gli spetta per la sua mesata.

Dopo queste parole, la donna candida torna a sdraiarsi sul guanciale

marito e nega rispondere ad altro. Il presidente si caccia su per le

scale arrovellato, pensando alla temerità della polizia, che si attenta

ficcare il naso fino in casa di un presidente della Corte di assise. Si

sa, il vasaio porta invidia al vasaio.

Il presidente sonò piano; lo squillo del campanello parve una gocciola;

ma Bibbiana, destra, aperse subito l'uscio con la catena traverso, donde

il padrone le fece cenno, mettendo l'indice diritto sul naso, di stare

zitta. Entrato in casa, con voce e garbo di congiurato le mormorò negli

orecchi: — Seguimi, senza che veruno ti scorga, nello stanzino dei panni

sudici.

— Domine! O non potrebbe scegliere meglio; ha ella posto mente alle

pulci?

— Ho pensato a tutto. Entra.

— Eccomi entrata.

— Chiudi l'uscio.

— Eccolo chiuso.

— Bibbiana, tu hai da sapere che il pane che tu mangi è mio.

— Lo so.

— Ti piace rimanere al mio servizio?

— Si signore.

— Or bene, sai che tu devi fedeltà al tuo padrone?

— Si signore.

— A ciò pensa che ti obbligano tutte le leggi umane e divine che si

versano sopra la servitù.

— Si signore, ma faccia presto, che ho lo stracotto al fuoco, e se mi

trattiene troppo si attacca al tegame e piglia il bruciato.

— Assumo tutto sotto la mia _responsabilità_.

— Si, ma intanto lo stracotto piglia il bruciato.

— Dimmi, Bibbiana, in nome del tuo Dio, quando sono fuori vengono gente

in casa?

— Sicuro che ce ne viene.

— Ce ne viene? E molte?

— Piuttosto di parecchie; e certo più di quelle che ne vorrei io, perchè

mi tocca andare su e giù dalla cucina all'uscio come le secchie al

pozzo.

— E chi sono? con chi parlano?

— Con la signora, perchè la si figuri se cercano me!

— E la signora dove le riceve?

— In sala, in salotto...

— E nella camera da letto?

— Qualche volta anche nella camera da letto.

— E chi sono? Chi sono? urlò il presidente fuori di se, pestando i

piedi.

E Bibbiana accivettata, senza punto scomporsi, rispondeva:

— Oh ecco, il fornaio, il vinaio, il macellaio, il canovaio, il pastaio,

il calzolaio...

— Altri?

— Il cappelaio, il sarto...

— Altri?

— Il vetturino...

— Altri? Altri?

— SI, tutti gli altri che hanno credito con lei, che sono stanchi di

aspettare, che minacciano citarla al tribunale; e dicono di vostra

signoria roba da chiodi, ed anche strapazzano la signora; la quale,

poverina! ci patisce e non fa altro che piangere, e sovente l'ho udita

fra i sospiri lamentare: — Quanto era meglio che io mi mantenessi

ragazza, innanzi di avere a soffrire tante mortificazioni!

— E non ci viene altri? Proprio altri?

— O santa Vergine, e chi altri ci avrebbe a venire?

— Lo puoi giurare?

— Lo posso giurare e lo giuro su questa croce benedetta — e messi gli

indici della mano traverso l'uno all'altro, li compose a croce e quella

baciò con molta compunzione; ma di un tratto, come se l'avesse morsa la

vipera, strillò: — Ora che ci penso su, la mi dica, signor padrone, a

che proposito ella mi ha fatto tante domande? Che forse dubiterebbe

della onestà della sua signora? Già, questo è ciò che guadagniamo noi

altre donne pigliando mariti vecchi; avvilite, tenute in prigione e per

di più sospettate... Ma la sua signora la è roba sua, ed ella la può

insudiciare come le garba; rispetto alla mia reputazione è un altro paio

di maniche...

— Bibbiana! diamogli un taglio.

— Ah! vostra signoria mi ha preso per una pollastriera? Anche questo

toccava sentirsi dire alla figliuola di mia madre...

— Bibbiana! buttiamo carte al monte...

— A me? cui il conte Mercato confidava le figliuole, ond'io gliele

menassi a confessione e a messa...

— Bibbiana! chetati.

— A me? in carne ed ossa, alla quale il marchese Piazza, dando in

custodia la signora marchesa sua moglie, disse: — Bibbiana, io ho più

fede in te che in un battaglione di bersaglieri. A me?...

— Finiscila, Bibbiana!

— Che eletta dama di compagnia alla baronessa Scala, vagheggiata dal

duca Cordonata, dopo averne fatte più di Paris a Vienna per andarle a

fagiuolo, si ebbe a metter giù dalla impresa esclamando: è tempo perso,

finchè la difende quella maledetta colubrina di Bibbiana la fortezza non

si piglia...

— Ho capito... ho capito... ho capito.

— E se ha capito mi risarcirà del danno fatto al mio onore, perchè,

prima Dio, sono donna onorata...

— Che cosa è questo diavolio? E chi è che tarocca qui dentro? si udì ad

un tratto per di fuori tra dolce e severa; — verdemezza.

— Gesù mio! la padrona!

— Nina mia, non ti rimescolare; voleva farti una burla... una

sorpresa... Bibbiana mi ha guasto l'uova nel paniere...

E in questo fu aperto l'uscio: pur troppo era stata profetessa Bibbiana,

imperciocchè le miriadi di pulci nate, cresciute ed educate là dentro,

non potendo emigrare come i poveri irlandesi per le lontane contrade di

America, stavano pensose dei loro destini, quando la Provvidenza n'ebbe

pietà, e mise in capo al presidente di andare a chiudersi insieme a

Bibbiana nello stanzino dei panni sudici. Vi lascio considerare il

terribile assalto, e se le pulci sopra coteste due vittime espiatorie

vendicassero in un minuto _ben mille offese_; padrone e serva comparvero

al cospetto della presidentessa _a littera_ neri.

— Salva! salva! gridò questa scappando via; ed i rimasti l'uno l'altro

guardando, e vedutisi conci a quel modo, proruppero in tale scoppio di

risa da schiantare i travicelli del palco.

Lo stracotto andò bruciato, la minestra prese di fumo, ogni cosa in

malora. Bibbiana, liberata che fu dalla invasione dei demoni, andò per

ordine del presidente a provvedere alla osteria _Nazionale_ un pranzo

troppo migliore del suo, e il presidente, riscattato anch'egli, mercè le

pietose cure della moglie, e _manibus inimicorum suorum_, scese in

cantina a prendere due bottiglie di nebbiolo; e tutti insieme, in festa

e in giolito, fecero un pranzo, in paragone del quale quello delle nozze

non gli poteva legare le scarpe; perchè, per più allegria, vollero a

tavola con loro Bibbiana, a cui la bizza della sua reputazione come uno

starnuto l'aveva presa, e come uno starnuto se ne andò via.

Bibbiana beveva quanto due padrone, e il presidente quanto tre Bibbiane,

pure con due bottiglie di nebbiolo e due litri di Monferrato ognuno dei

nostri personaggi aveva a bordo la sua _salutifera portata_; ed ecco,

quando meno ci si pensava, saltare in testa a Nina la fantasia di voler

sapere la cagione della clausura del suo marito con Bibbiana nello

stanzino dei panni sudici: di parole se ne fecero un monte, da taluna

delle quali fingendosi impermalita Bibbiana, si volse al presidente con

la procacia che partecipa il vino e così gli disse:

— Tanto più poi importa che la signora rimanga informata, quanto che il

trovarci chiusi dentro lo stanzino le dia plausibile motivo a formarsi

un sinistro giudizio intorno alla mia onestà; e la reputazione, signor

presidente, capisce, preme più della vita... per noi altre serve, se ci

toglie la reputazione, che cosa ci resta?

— La reputazione, masticò fra i denti il presidente, e volto alla

consorte le favellò:

— Nina, tu sai che di calunnie al mondo non fu mai penuria; vedi, anche

alla beata Vergine, che fu quel giglio di castità che tutte le

generazioni conoscono, toccò a sopportarne delle bigie e delle nere; ma

oro non piglia macchia. Ecco, non so quale ribaldo, mentre io presiedeva

l'udienza, mi fece consegnare una lettera...

— Lettera! Dov'è questa lettera? Dammela subito...

— Essendo anonima, non mi pare le si dovrebbe fare l'onore di pigliarne

contezza.

— Su, dammela, la voglio...

— Dategliela...

E a questo modo strillando, Nina stava a destra e Bibbiana a sinistra

del presidente con le mani uncinate rasente agli occhi, da mettere lo

spago in corpo a bene altro uomo animoso che il presidente non era.

— Tranquillità, ordine; abbasso le mani... con la moderazione si viene a

capo di tutto: ecco la lettera, e trattasela di tasca la porse alla

sposa.

Il decoro della mia storia mi toglie la facoltà di riportare tale quale

il tenore di cotesta lettera; basti saperne il sugo. Nina, ella

accusava, spasima pel cugino Gabriele, e Gabriele delira per Nina; ogni

volta che il presidente sta inchiodato alla udienza, Gabriele va ad

annunziare alla Nina a quanti dì viene san Biagio, la quale piega il

capo e dichiara: _fiat voluntas tua_; ed ora, ora che in tribunale si

tratta una causa di adulterio, Nina e Gabriele ammanniscono altra

materia, affinchè i giudici non si perdano in iscioperi. Bibbiana, _more

solito_, regge il venti.

Il presidente, sbirciando come la Nina, mano a mano che tirava innanzi

con la lettura, si faceva in viso di tutti i colori dell'arcobaleno e

all'ultimo minacciava cascare in sincope, si affrettò a sostenerla

susurrando:

— Cuor mio, non ti affannare, raglio di asino non arrivò mai al cielo;

io ti accerto che non ci ho mica creduto... ohibò! Ti giuro... ti giuro

sul... che non un momento ho dubitato di te, luce dell'anima, madre,

figliuola, gatta, perla di questa povera anima mia...

— Goffredo (poichè, e lo doveva avvertire prima, il presidente si

chiamasse come il pio Buglione), voi mentite, ci avete creduto benissimo

— e dubitato di me.

— No, in coscienza... ecco... tu mi mortifichi, Nina...

— E vi siete avvilito... orrore! fino a chiudervi nello stanzino dei

panni sudici per tirare su le calze a Bibbiana...

— Brava! Per lo appunto così; la signora ha mangiato la foglia per aria.

— Ebbene, si, ho dubitato, facendo croce delle braccia al petto, belava

pietosamente il buon Goffredo, ma anche a san Pietro Gesù Cristo ebbe a

rinfacciare: _homo paucae fidei, quare dubitasti?_ e tuttavia lo

perdonò; e tu, Nina, non vorrai perdonare al tuo Goffredo? Tutta la

colpa è di Amore, che volle generare la gelosia.

La donna, ristatasi alquanto sopra di sè, favellò in questa sentenza:

— Pur troppo bisogna perdonare, perchè se mi taglio il naso m'insanguino

la bocca: ormai tocca a noi altre donne fare da uomini: dunque

acconsento mettere una pietra sopra la cosa, ma ad un patto.

— Bene; ti do carta bianca, che tu sia benedetta... mi sottoscrivo a

tutto — e intanto che con la bocca diceva così, tremava in cuore pel

sospetto del cugino Gabriele; onde immaginate voi s'egli ebbe a cascare

a pancia all'aria quando sentì la Nina a dire:

— Il patto è questo, che voi andiate subito... stasera, a trovare il

cugino Gabriele e gli dichiariate senza tanti amminnicoli, che nè solo,

nè in compagnia si attenti mai più capitarmi in casa.

— Quanto a solo, scusi veh! signora, mi sembra una grulleria, perchè o

quando mai il signor Gabriele si è attentato visitarla solo? Ci avrei

dovuto essere anch'io.

Come vedete, Bibbiana, per raccattare le maglie, valeva un Perù.

— Quello che non ha fatto potrebbe fare, rincalza Nina con maravigliosa

disinvoltura; sicchè lascia andare l'ambasciata com'io l'ho detta, che

le precauzioni non sono mai troppe: tanto devo al decoro di questa casa,

all'onore del marito, e soprattuto alla mia dignità.

— Ma Nina mia, osserva il presidente raggiante come la luna piena quando

sorge dai colli della Brianza, così, su due piedi... ma come si fa a

dare lo sfratto a Gabriele, che in fin dei conti gli è meglio del pane,

che si piglia a morsi e non grida nè manco: ohi! Festoso....

servizievole, _eccetera_; tu lo conosci a prova; sarebbe peggio il

rimedio del male; figurati le supposizioni... non so se capisci? Pensa

alle lingue delle tue nemiche, o no... pensa piuttosto a quelle delle

tue amiche. E vedi, Gabriele stesso, a ragionare, se ne avrebbe a male e

rovesciarsi e mettere il campo a rumore. Abbi pazienza, Nina mia, ma in

questo non ti posso servire. Quanto a raccomandargli che non venga a

visitarti solo, lo approvo e ci sto; perchè anco il giureconsulto

Bartolo, che fu quasimente un santo padre della nostra scienza, soleva

avvertire sua moglie: _sola cum solo non præsumitur dixisse: Ave Maria

præterquam clericus fuisset; sed a præsumptione ista cave, Bartolina

mea_, ma in compagnia, poi, mi sembra ch'ei si potrebbe ammettere.

— O ammetterlo per tutto, o per nulla; io non intendo ragioni;

recisamente, assolutamente voglio che in questa casa non metta più

piede... e voi glielo dovete andare a dire subito.

— Eh! precipizio ... o non sarebbe meglio pensarci fino a domani? La

notte porta consiglio.

— Non posso, non voglio e non devo; caro mio, su la reputazione non si

transige.

— Ecco, entrò di mezzo Bibbiana, se i padroni lo permettessero, io

vorrei dire la mia.

— Di' su, Bibbiana.

— Ecco, nei piedi loro io mi governerei così: messo in sodo che

avvertire il signor Gabriele a non presentarsi in casa solo sarebbe

grulleria, perchè non ci è venuto mai, e la proibizione potrebbe

fargliene nascere la voglia, prima lo metterei a parte della cosa, che

mi sembra giovane prudente e da fidarcisi, e poi lo pregherei a non

frequentare di giorno casa nostra, ne anche in compagnia di parenti;

quanto alla sera continuasse a favorirci secondo il solito, due volte la

settimana, per accomodare la partita al signor presidente.

— No signora; nè di notte, nè di giorno, nè solo, nè accompagnato.

— Ma via, signora, non s'incocci sul feroce; parrà che con quel suo

cugino ella ce l'abbia a morte: la si lasci persuadere, pensi alla

partita de' tre sette del padrone... ed abbia viscere di carità.

— Tu sei una tigre ircana... dunque per lo interesse della tua

reputazione tu mi ammazzeresti la partita dei tre sette come Medea

trucidò i suoi figliuoli...

E così bisticciaronsi un pezzo, finchè a mediazione della Bibbiana fu

stipulato un trattato, in virtù del quale rimase stabilito: 1º il cugino

Gabriele non verrebbe a visitare di giorno la signora, nè solo, nè

accompagnato; 2º gli si concedeva l'ingresso nella casa del presidente

soltanto la notte, in compagnia dei congiunti, e ciò per l'unico fine di

accomodare la partita dei tre sette al padrone, ed occorrendo la

calabresella, ed anche la briscola.

Asmodeo, ridendo, appose il suo sigillo a cotesto convegno, facendolo

registrare debitamente al protocollo degli atti maritali, che si

conservano nello archivio di casa del diavolo. Il presidente, contento

come una pasqua, si fregava le mani dicendo:

— Tutto è bene quello che finisce a bene: la va sempre a un modo; quanto

più appaiono le matasse arruffate e meglio si ravviano: del passato io

sono chiaro, dello avvenire sicuro; da ora innanzi, da qual parte mi

entrerà il sospetto in corpo? Io per me non ce lo vedo.

Il povero uomo credè avere provveduto ai casi suoi meglio di colui il

quale, pauroso che il diavolo gli entrasse in corpo, dentro gli orecchi

si cacciò cotone intriso nell'olio santo, tra i denti prese un

crocifisso, per ultimo, tiratesi giù le brache, si mise a sedere a mo'

di semicupio in un catino di acqua benedetta, esclamando in atto di

sfida:

— E adesso staremo a vedere da che parte mi entrerà in corpo il maligno?

Il povero uomo aveva dimenticato i buchi del naso. Nina, Gabriele e

Bibbiana, quante volte si trovavano insieme, non rifinivano ridere alle

spalle del presidente Goffredo.

*

— Com'è andata? L'hanno assoluta?

— No.

— L'hanno condannata?

— No.

— O dunque?

— Il marito l'ha perdonata.

— Oh! vigliacco; in premio del suo perdono, io, sua moglie, gli avrei

sputato in faccia.

— Tu?

— Io.

— Eppure egli è si dolce cosa perdono; hanno perfino affermato a udienza

sul testimonio di un vescovo svedese essere il perdono la parola unica

rimasta sopra la terra dello idioma che Dio prima favellò all'uomo.

— E tu, Fabrizio, che avresti fatto? Avresti perdonato?

— Qui non ci entra perdono; se tu ci pensi un poco, ti persuaderai che

non ha luogo perdono: difatti, la proprietà è un furto, non già soltanto

rispetto alla terra, bensì anco rispetto ai frutti che produce; e che

sieno cresciuti co' miei sudori non rileva, e che bastino a me solo nè

anco importa, mentre o che questo si può dire circa la donna? La mia

moglie che è? Una sorgente di acqua, a cui ne ha voglia venga e beva; un

arbore dai rami fronzuti, chi abbisogna di ombra venga e meriggi.

— E la famiglia, e i figliuoli?

— Sono inconvenienti: ma gli ostacoli che può incontrare il diritto nel

suo esercizio non alterano la bontà della sua essenza: altrimenti ti

troverai condotta ad affermare bene quanto ti riesca fare, e male quanto

non potrai eseguire. Tocca a cui spetta rimovere gl'inconvenienti: — per

me, strido con un coltello fra i denti, vo' la tua moglie e il tuo

campo... hai capito?

— E tu pensi così Fabrizio?

— Io?... Che importa di me? Così la pensano i filosofi della giornata, e

così praticano i principi... cioè i principali della nostra società...

andiamo a tavola.

Se avesse potuto scoperchiarsi la volta del cranio di cotesti due

viventi, chi sa qual lanterna magica di passioni truci e barocche si

sarebbe palesata agli occhi degli spettatori; ma siccome i crani umani

non sono scatole, così bisogna tirare a indovinare quello che ci bolle

dentro; di tratto in tratto qualche baleno somministrava terribili

indizi: chè il pensiero come gli occhi di Fabrizio lasciati dalla

volontà in loro balìa sbalestravano a destra e a sinistra; senza badare

a quello che facesse, egli mise sale nel vino, si provò a mangiare la

minestra di puntine con la forchetta; richiamato a sè, recasi un pollo

nel piatto, e tagliatogli il collo sta a contemplarlo con riso

diabolico. Alla Bianca, che gli mesce acqua nel vino, comanda acerbo:

— Più rosso... cioè voleva dire più scuro.

La donna accorta pensava fra sè: il tempo volge alla burrasca,

mettiamoci alla cappa.

Fabrizio, buttato giù l'ultimo boccone, esce di casa e si fa a trovare

il capo dei _confidenti_,[3] a cui con lunghe e minuziose istruzioni

conferisce lo incarico di codiare sua moglie, di cui dubitava; anzi,

della infedeltà della quale era più che sicuro. Quanto all'adultero,

Fabrizio si astenne da qualunque commissione per timore che il

confidente se ne sarebbe tirato indietro; ci andava di mezzo il pane, e

a questa prova Fabrizio sapeva come uomo che tira paga dal governo,

prefetto o spia, non resista. L'ufficiale pertanto rispose si lasciasse

servire; saprebbe ben egli trovare il nodo nel giunco.

[3] Così con parola _pulita_ si chiamano le _spie_.

Bianca, avendo preso fumo di ciò che il suo marito mulinava, avvertiva

subito il conte: qualche cosa agitarsi per l'aria; stesse su lo

avvisato; dubitare assai dover fare quaresima prima di carnevale. Il

conte, dentro i cui precordi la passione amorosa spiccava in cotesto

punto il bollore, lo inopinato disturbo giunse fuori di modo ostico, e

per sincerarsi del fatto non menochè per apporci rimedio, chiamato

subito il capo dei _confidenti_ del ministero dello interno, gli

comandava che giorno e notte spiasse e facesse spiare Fabrizio, e di

tutto quanto avesse potuto raccogliere lo ragguagliasse partitamente.

Così, per opera e virtù di due precipui magistrati, la gente che il

popolo paga per vigilare sopra la sicurezza pubblica, era preposta a

tutelare obbrobri, o ad accertare vendette. I confidenti, in onta alla

buona volontà, per più giorni si trovarono a gettare il giacchio su la

siepe; e la ragione è chiara, che le spie di Fabrizio erano intese a

spiare la Bianca, decisa a non moversi di casa, finchè non fosse

diradato il tempo; mentre quelle del conte esploravano Fabrizio chiuso

nel suo ufficio, a mo' del ragnatelo che aspetta ad agguantare la mosca

rannicchiato in fondo al buco.

Ed è chiara altresì la ragione onde il conte prese lo indugio in

fastidio più presto di Fabrizio, imperciocchè il fine di questo fosse la

vendetta generata dall'odio, il quale tiene della natura del rettile che

par morto e dorme, quando invece l'Amore ha sempre la gola secca, e

porge assiduo il bicchiere perchè glielo empiano di voluttà: quindi,

appena gli parve tempo, mandò a dire alla donna andasse senza sospetto

alla posta consueta, perchè nuvoli per aria o non ce n'erano mai stati,

o si erano dispersi; e a lei che tardava più che a lui, consapevole

Che se in femmina poco l'amor dura,

Se l'occhio il tatto spesso noi raccende,

gli uomini non mondano nespole, fu premurosa tenere l'invito.

La spia, tosto l'ebbe sbirciata uscir di casa, disse: — Ci sei! — la

pedinò, notò la strada e la casa dov'era entrata, e soggiunse con

indicibile contentezza: — È cascata sul vergone! Adesso a noi! —

Difilato più del ramarro che nei giorni canicolari da un cespuglio

trapassa a un altro cespuglio, va all'uffizio del regio procuratore,

come uno spettro gli penetra nella camera, e a voce sommessa gli

bisbiglia nell'orecchio:

— Vostra signoria illustrissima è rimasta servita — aggiungendo inoltre

tutto quanto l'altro bramava sapere.

Fabrizio si abbottona fino l'ultimo bottone del soprabito, si rincalca

il cappello in capo, si tasta nelle tasche, e poi va di corsa dove il

diavolo lo porta. Salisce due scale a tre scalini per volta, alla terza

stava per ischiantarglisi il cuore: si mette a sedere su gli scalini per

ripigliare un po' di lena; riavutosi continua l'ascensione con meno

furia e maggior rabbia: arriva alfine davanti la maledetta porta e

suona.

La conduceva in affitto una povera donna vedova di un vecchio impiegato,

a cui il conte aveva fatto assegnare una pensione asmatica, piuttostochè

a vivere, sufficiente a non morire di fame; e costui la scelse appunto

per la buona reputazione che godeva, imponendole, pena il suo sdegno se

rifiutava, ospitare i criminosi amori. Ella cauta aperse l'uscio dopo

averlo assicurato con la catena traversa, ma poco le valse, imperciocchè

Fabrizio per l'apertura introduce la canna della rivoltella e

digrignando minaccia:

— Apri ... sono il marito di colei ch'è qui dentro. La misera donna

rimase di sasso; non le riuscì dire parola o muovere membro; ma Fabrizio

ferocemente insistendo:

— Apri o sei morta — ella trasse la catena dallo incastro e l'altro

entrò. Appena entrato si guarda intorno per apprendere dove i colpevoli

si fossero ridotti, e non ebbe a cercare molto, attesa l'angustia della

casa, che da tre in su non aveva altre stanze. Di un calcio spalanca

l'uscio, che stiantato dagli arpioni sbatacchia strepitoso sul

pavimento. Fabrizio si affaccia dentro e vede...

Non vede nulla, però che le imposte delle finestre fossero chiuse e le

cortine calate, ed anche perchè a Fabrizio paresse tenere gli occhi

fissi sopra le fiamme di un forno quando lo scaldano: però un fruscio di

robe e di persone gli ronzò negli orecchi ed un barlume di capi cozzanti

tra loro, non già come i montoni fanno, gli parve che gli passasse

dinanzi agli occhi, onde alla cieca sparò uno dietro l'altro tre colpi

di rivoltella sul mucchio ...

Il secolo che muore, vol. IV · 第 4 / 12 题