Sarebbe lunga cosa l'indagare i prodigj del Latteo, dal quale

fiumicello prende nome la prossima terra di Fiume Latte. [FIUME

LATTE] In questi contorni Ercole Sfondrato edificò la Capuana ricca di

fontane. Il Boldoni con eleganza descrissela in due pagine, e con un

libricciuolo il padre Giovanni Bonanome nel 1646; ma chi può leggerlo

povero di cose e guasto tutto de' bisticci e delle lascivie dello stil

secentistico? Spetta ora la Capuana al Conte Alessandro Serbelloni, a

cui pervenne l'eredità dell'ultimo Sfondrato Conte della Riviera.

Costeggiano indi il Lario vigne perpetue; dopo sieguono i due piccioli

promontorj di Vetergnano. Poco da quelli dista Lierna [LIERNA] cinta da

non ingrato territorio. Lodansi i di lei vini per coloro, che soffran

di calcoli e podagre, perciocchè al sapor graziosamente tagliente

congiungono la facilità d'esser passanti. Nè già mancan d'oliveti

quei campi, ma più fecondi ancor ne sono i prossimi, che dierono il

nome ad Olcio [OLCIO] terra di qualche fama anche pel marmo Luculléo

ossia nero, di cui i maggior nostri si valsero per alcuni pilastri del

maggior tempio in Como, e Girolamo Borsieri crede, che ne usassero non

già per mancanza di marmo candido, ma per accrescere maestà.

Di qui tantosto orrida innalzasi una balza aspra e forte in varj massi

squarciata, la qual copre Mandello, [MANDELLO] borgo e pel numero

degli abitanti e per gli edifizj e per la fertil pianura, che lo

circonda, a niun altro secondo del Lario. Ivi i Marchesi Airoldi hanno

un palagio, che per la sua mole cede soltanto al Gallio di Gravedona.

Soggiace Mandello per l'ecclesiastica giurisdizione al Vescovo di Como,

e soggiacciono a quell'Arciprete Plebano Vassena, Olcio, Lierna, S.

Lorenzo sopra Adda, e Grebbio. Se non che la bellezza del lido piano,

reca talora a Mandello qualche insalubrità d'aere, allorchè il Lario

soverchiamente gonfio straripisi in esso. Celebre fatto d'armi accadde

in vista del borgo nel 1532, quando azzuffatesi le navi Sforzesche con

quelle di Giangiacomo Medici vennero disperse dal minor numero delle

Medicee, ma il Castellano di Musso vi perdette sul fior degli anni il

fratel suo Gabriele fortissimo giovane, e lui squarciato nel fianco da

una bombarda coperse Giangiacomo, perchè i soldati da compassion tocchi

non si lasciassero fuggir di man la vittoria; e poco dopo perdette pure

la vita Luigi Borsieri Ammiraglio del predator Mussiano.

Dal promontorio Roboreo si chiudono le campagne di Mandello. In dentro

è la Chiesa di S. Giorgio, poi Teolo, indi il Tempio di S. Lorenzo, e

il Villaggio della Abbadìa, [ABBADÌA] ove stettero anticamente Monaci

Benedettini, e in fin quasi della punta il chiostro già dei Serviti,

or vuoto, dacchè si ridussero essi in Como al chiostro di S. Chiara

presso la Cosia, abbandonando anche l'altro di S. Girolamo presso le

mura della città.

Giungesi poi là dove il lago stretto dalle montagne non ha larghezza

che di tre quarti appena d'un miglio. Ivi ebbero i Capitani Sforzeschi

il vano pensiero di tirare una catena, onde frenare le scorrerie delle

guerre civili. Ma di bel nuovo fuggono le rupi a foggia di gomito, e

per rotti massi schiudesi il varco alle contrade di Gessima per vini

austeri nota e per buone cave di calce. Questi scogli son tuttora

infami per la miserabil morte di Lodovico Savelli, della quale parlò

Paolo Giovio. Sdrucciolovvi quel giovane infelice, e nel cadere

avvenutosi ad un ramo abbrancollo. Frattanto, chi lo vide pendente

dall'altissimo scoglio, invan tentò di soccorrerlo; cinque ore bruciato

dal sole stette egli pendente, alfin le forze abbandonandolo cadde, nè

gli giovaron punto i letti, che s'eran sul terreno distesi, perciocchè

l'urto dell'aria l'estinse pria, che giungesse a terra.

Comincia poscia il fertil territorio di Lecco, [LECCO] da cui anche

avvi strada, che mette in Valsasina[63]. Lecco già sede di Conti Rurali

sotto i Re di Germania è castello ampio. Le manifatture del ferro

possono intrattenervi l'osservatore: molto pure è il traffico d'ogni

sorte, che esercitasi da' suoi abitanti. Avvi anche un mercato di

grani, a cui concorrono i popoli limitrofi. Ma ciò, che più distingue

Lecco, è la gloria del ferro, e lo diria il maggior Plinio nobilitato

da quello, come a' suoi tempi lo erano Como e Tarragona in Ispagna.

Dal rivo detto il _fiumicello_ si aggirano ben più che cento edifizj.

Vi si fila il ferro ancor sottilissimo, ma i conoscitori della chimica

vorriano, che si perfezionasser le macchine per render meno insalubre

il travaglio agli artefici. In iscambio ei non è guari, che vi si

aperse una fonderia di vasi da cucina foggiati con quella massa di

ferro più scabbra e spumosa, che appellasi _ghisa_, e certamente è da

bramarsi per le viscere umane, che bandiscasi il rame, onde, se non

vogliamo imitar gl'inglesi, che usan l'acciajo, dovremmo almeno cenare

come Agatocle Re in piatti di terra cotta. Ma se ora in queste piaggie

ferve il commercio, altre volte squillavan le trombe d'intorno a Lecco.

Ne' tempi andati faceasi molto conto di quella rocca. L'assediarono

i Veneti nella guerra da essi rotta a Filippo ultimo Duca Visconti, e

lunga pezza ve gli stancò Eusebio Crivelli. Romor di conflitti sonovvi

pure d'intorno sul principio del secolo XVI: Francesi, Sforzeschi,

Antonio da Leva per Carlo V, e il summentovato Giangiacomo Medici vi

si stabilirono a vicenda. A pochi passi sotto Lecco si ristringon le

acque a canale, e scorre troppo placidamente l'Adda, su cui quasi

cinque secoli fa i Visconti edificarono di nobil opera un ponte.

Ma non esistono più su quello le ritonde torricelle, colle quali a

difesa l'avean munito que' Principi. Giovio ne favella, e vi restavano

ai giorni di Boldoni appena i vestigj de' lavori vetusti. Lenta per

vizioso declive e sabbie strascinasi l'Adda, che di bel nuovo stagna

nel ricettacol di Moggio, che appellossi anche di Pescarenico, Rauso

e Garlate. A manca d'esso signoreggiano i Veneti, e Vercurate è loro.

Ma di spinger più oltre la gondoletta nostra ne sconsigliano i pigri

stagni, che si succedono resi deformi da tanti edifizj pescarecci:

laonde convien quasi di navigarvi per lo filo della sinopia, e l'aer

grave ne sprona al ritorno non men, che il dolore che a buon Comasco

recasi dall'aspetto di tanti disordini, contro i quali pur riclamasi

invano[64].

Poco oltre il ponte di Lecco veggiam tosto al nostro ritorno sul lido

manco la villa del Marchese Recalcati, la cui vedova e degna madre è il

rampollo ultimo de' nostri Conti Lambertenghi.

Giacciono qui le radici del Monte Barro, nella cui destra spalla

Desiderio re de' Longobardi ultimo innalzò tempio a Michele Arcangelo,

nè di là lunge i di lui predecessori dotato aveano il monastero di

Civate. Ma i pensier vaganti richiama alle spiagge Lariane l'amenità

di Malgrate, [MALGRATE] il qual guarda Lecco di fronte. Ivi è dove

principalmente radunansi coloro, che mercanteggian di calce. Siegue

Parezzo, alle cui spalle si apre pianura, che guida alla Pieve di

Incino. Sorge poi altissimo monte Reale, e le radici spinge ben

addentro nel Lario dirimpetto alla punta di Roboreo nell'altro lido,

onde questa è la maggior angustia de' di lui flutti.

Poi sotto macigni nudi curvi su lui sta locato infelicemente Onio,

[ONIO E VALASSINA] e di là schiudesi il varco alla Valle Ascina, che

il nome ebbe dal principal borgo. Ivi scavossi una lapida, che venne

illustrata dall'Alciato, e tuttor vi sussiste. Il marmo ha queste

parole:

GENIO. ASCI.

P. PLINIVS. BVRRVS.

ET. C. PLINIVS.

AETERNI.

In essa, come ognun vede, spira un gusto d'antichità venerabile, e vi

si scorgono mentovati due Plinj, Pubblio e Cajo. Quindi tante memorie

della gente Plinia fra noi e contorni nostri, e niuna altrove, rendono

sempre più inferma la pretesa de' Veronesi per rapirci lo storico

naturale. Nella valle di Vicino, che trovasi tra Onno ed Asso, avvi

torbiera, di cui si potrebbe trarre profitto con miglioramento anche

de' campi e dell'aere. Valbrona non n'è lungi, e di là scendesi agli

scoglj, che stanno rimpetto a Mandello, ed alla Badìa. V'ha legge,

che vi siano piloti ognor pronti per tragittare i viandanti, e questi

sono perciò stipendiati dalle prossime comunità. Vocian quindi alto i

passeggieri, se bramano il tragitto di Mandello, o danno fiato ad un

corno, se giunger vogliano alla Badìa. Ma di sovente que' barcajuoli

mancano ai dover loro, abbenchè dall'altro lido si superin le voci

degli Achèi Omerici, o squillisi il corno in metro più lungo, che mai

nol sentissero giusta Bojardo e l'Ariosto le foreste in Francia al

tempo dei Paladini e del Re Carlo.

Nativi d'Onio sono que' fratelli Torri, i quali co' fuochi artificiali

e co' razzi divenner ricchi a Parigi, ed accrebbero concorso al Vaux

Hall di Londra sì mal imitato altrove.

Dopo Onio non sì aspri succedono i monti; ricompajon le vigne e le

selve, e fra queste è Vassenna. Breve tragitto [VASSENNA E LIMONTA] ne

guida a Limonta, che fu nel 835 donata da Lotario Augusto a' Monaci

di Sant'Ambrogio, i quali v'esercitan pertanto i diritti sacerdotali

e principeschi. Leggiam nel diploma, che lor si desse per ricavarne

l'olio per le lampadi, onde deducesi, che anco in que' tempi per

l'Italia non lieti vi prosperassero gli uliveti. In questo soggiorno

trattenevasi nel secolo XVI il monaco Roberto Rusca, di cui alcuni

libri conservansi presso i collettori di cose patrie, ma scarseggiano

di quella critica, della quale fa di mestieri in opere di tal genere.

Civenna pure fra monti soggiace al feudo de' monaci Ambrosiani, i

quali hanno somiglianti signorie sul lago di Lugano a Campione terra

felice, della quale escirono artisti illustri, qual fu quell'Enrico nel

1322 scultor della torre e pulpito nella cattedral modonese, e quel

Matteo nel XIV secolo architetto del tempio Monzese, e quel Giacomo

che adoperato venne nella Metropolitana di Milano nel 1386, non che

all'edifizio della Certosa Pavese; vi nacque pure il pittor degno

Isidoro Bianchi. Sebbene dal Ceresio ritorniamo al Lario.

Non breve tratto or dobbiamo scorrere di piaggia deserta, ma finalmente

a varj piani scendenti discopronsi i giardini di Villa Giulia ne' quali

il signor loro impiegò molto oro, ma non si avvinse alla linea retta,

e volle anzi secondare il curvo ed angoloso protendersi e ritrarsi del

lido. Qui tacciamo di Villa Giulia, perchè avremo a parlarne quando

rinavigheremo per il ramo di Como.

Siegue Pescallo già chiostro di Vergini, ora dal 1580 circa vuoto

d'esse, e quasi senza nome. L'orrore de' nudi scogli e della cima

del monte salente su dritto accompagna il promontorio di Bellagio,

[BELLAGIO] ma nel tempo stesso una vicina foresta di pini rallegra il

guardo. Il nome del luogo suona troppo chiaramente il latino vocabolo

di _Bilaco_ o _Bilacio_, e tiensi con ottimo giudizio, che qui Plinio

avesse quell'altra sua villa detta _Tragedia_, perciocchè dagli scogli

sostenevasi quasi come dai coturni l'attore sovra il teatro. Nè questa

collocazione della Tragedia è congettura, mentre Plinio nella lettera

a Voconio Romano VII del IX libro dice chiaramente che quella villa

_coll'alta schiera del monte divideva due laghi_. Trovò il Boldoni,

che il Bellagin promontorio più d'ogni altro somiglia al Miseno. Vi

fu già in vetta d'esso una rocca di pietre quadrate, ove annidavasi

alcuni assassini, ma con salutare consiglio Gian Galeazzo padre di

Filippo Visconti Duca diroccolla nel 1375. Poscia a mezzo del giogo

Stanga[65] _Marchesino_, come colui, che l'affetto godeva e l'oro del

Duca Lodovico il Moro Sforza, potè ergervi signoril villa, la quale

incendiossi dall'ira de' Cavargnoni. Ivi gli Sfondrati edificarono

il palagio loro volto a meriggio, il qual ora appartiene al loro

erede Conte Alessandro Serbelloni. L'edifizio egli è più grande, che

leggiadro. Vi si trova l'inscrizion seguente:

M. PLIN....

OVF. SA....

IIII. VIR. I.

T. V.

Non saprei, se tal marmo quello sia, che accennasi da Benedetto Giovio

nella sua collettanea, mentre il dotto uomo il riferisce soltanto

colle lettere M. PLIN.... e dice, che il sasso sia bruno, quando

l'inscrizione da noi qui recata, vedesi scolpita sovra una pietra

cenerognola. Ma quel che io so, egli è che i parecchi monumenti

Pliniani favellano tutti in favor de' Comaschi, nè lasciano appiglio a

Veronesi, perchè possano vantar loro il maggior Plinio[66]. Aggiungasi,

che il di lui nipote ed erede nato dalla gente Cecilia possedeva

sul Lario beni materni, come appare dalla lettera al prosuocero suo

Calpurnio Fabato XI del libro VII. Ma tale questione altrove trattossi

da noi, e può anche vedersi nel dizionario degli Illustri Comaschi.

Scendesi dalla Villa Serbelloni al borgo di Bellagio partito in due sì,

che dell'un popolo ha cura un preposito, dell'altro l'arciprete. Fra

mezzo apresi l'accesso a Villa Giulia così detta dal nome della gentil

moglie sua, ed edificata con grave dispendio da don Pietro Venini.

[VILLA GIULIA] Apparteneva prima il luogo ai Camuzj. Il Venini fra gli

ampi fondi, che acquistovvi d'intorno, e mise in istato d'agricoltura

eccellente, vasto e profondo aprì viale, che sbocca alla Villa. Duol

però all'occhio, che per certo gusto del padrone non vi siano le pareti

laterali vestite di verdi spalliere, e duol poi anche più, che il viale

non dirigesi al mezzo della casa. Contuttociò l'ardimento dell'opera

fu grande, si spezzarono scogli, s'alzaron valli, s'appianarono dorsi

di colline, e magnanimo fu il progetto d'unire con una Villa il ramo

di Lecco e quel di Como. Più vicina al primo stassi l'ampia e comoda

casa, in cui oltre ogni altro agio avvi anche lusso di scelte stampe

in rame, ed una sala dipinta assai bene dagli ultimi Bibiena. Se fosse

dato di vederla a quel gentile spirito del Conte Francesco Algarotti,

non diria egli già, che in quelle prospettive ed architetture vi _si

passi il limite[67] del vero e del verisimile_. Al di là della casa

apresi un pian vasto, e per averlo forzossi la natura del luogo;

l'occhio si perde nelle montagne aspre, che fiancheggiano il lido del

Lario volgentesi a Lecco, ed hannovi ai lati le scale per lunga discesa

al porto, e per più breve a varj piani dei giardini ricchi di elette

frutta. In questo soggiorno visse più volte col fratel suo quel maestro

solenne del pulpito Italiano Ignazio Venini dopo, che dal XIV Clemente

fu prescritta la quiete alla Compagnia di Gesù.

E nacque a Bellagio, e dimoravi nei tempi liberi il chiaro professore

Giacomo Rezia, le cui preparazioni anatomiche arricchirono l'Università

Pavese prima, che vi giungesse il celebre Antonio Scarpa. Del resto va

intorno anche qualche libretto del Rezia, che il mostra fornito della

più sapiente diligenza, dote per la profession sua l'eccellentissima,

e che lo rese ancora scopritore.

In questa beata spiaggia, che tutta ha di contro la fiorentissima

Tremezzina, seguono poi le ville Ciceri e Trotti[68]. [VILLE MELZI

CICERI E TROTTI] Nella prima il fu conte Ignazio Caimo villeggiò

molti anni splendidamente nella state, come colui, che univa l'amore

dell'ospitalità all'ampiezza della fortuna accresciutagli dalle

sostanze della famiglia, da cui nacque Carlo Ciceri vescovo nostro

sotto Innocenzo XI e Cardinale di Santa Chiesa. Giace questa a mezzo

il poggio difesa dal mezzo-giorno. Non gode quindi l'aspetto ampio

del Lario; però a supplimento in sulle sabbie flagellate dalle onde

locossi il caserino detto il _Quattrocchio_. Ma i giardini in vece

del marchese Trotti si specchian nel lago, ed abbenchè non siano della

maniera ultima, sono agli occhi coll'ampiezza e il lor compartimento

gratissimi, e i viali a docili carpinate ed a ramosa rotondità

d'ombriferi tigli si nobilitano anche da nativi tartufi. Nè duolmi

punto, che tal giardino sia della foggia antica, perciocchè quando lo

spazio non sia vastissimo, l'anglomania d'imitar coll'arte la natura

ci riduce sempre a sforzi meschini, e un gobbo quindi nel giardino

s'appella collina, e foresta un picciolo intralciamento di rami, fra

quale si lascia germinare l'ortica e il cardo. Sebben tal fantasie son

nulla rimpetto a quelle, che fin d'ossa spolpate e di scheletri vollero

popolare le lor delizie strane.

Si può dalla Lombardia giungere a Bellagio per terra, e forse anche per

tal motivo i conti Taverna[69], ed Anguisciola pensano ora di alzarvi

una fabbrica di diporto. I due rami del Lario formano colle terre

di Pieve d'Incino e la Valle Assina[70] un ampio triangolo nel quale

stanno e monti aspri, e valli feconde! Qualche terra ci rammenta anche

il culto de' Gentili, come Castel Marte, e Proserpio, che ci ricorda la

consorte di Plutone. Tutto questo gran corpo di contadi sbocca per così

dire per varie vie al promontorio di Bellagio.

Tosto però, che da quel lido ci scostiamo alquanto, già mutasi scena,

e l'aspetto ne attende severo della Grosgalla inospita. Frangonsi

i flutti del lago adirato per ben due miglia contro gli scogli di

questa montagna, e stanzian volontieri tra que' sassi que' pesci, cui

noi diamo il volgar nome di _carpani_. Finalmente il deserto lido

oltrepassata di poco la linea del promontorio di Lavedo ricomincia

a spargersi di case, ed ivi è Lezzeno, [LEZZENO] di cui corre il

proverbio, che sia senza luna d'estate, e senza sole nel verno. I vini

infatti, che si raccolgono ivi, hanno dell'acquoso, e solo ebbero fama

per l'autorità di Lodovico Duca Sforza, il quale consigliato da' medici

usavali a giovamento delle aduste viscere e delle ferventi podagre. A

giorni di Paolo Giovio era il costume di mischiarli con nobil tempera

a quei di Griante o di Varenna, quando i mosti bollivan tuttora. I

Vigoni, e i Bellini, che vivono a Milano, v'hanno buone abitazioni:

più remota dal luogo è l'origine dei conti Silva. Perpetue vigne e

castagneti ne guidano alla punta della Cavagnola, [CAVAGNOLA] dove

amano d'approdare i nocchieri per riprendervi lena con una giara di vin

robusto. Sono già tre secoli, che sul campanile della chiesa, che or

più non esiste, tenevasi una lanterna col lume, acciocchè i naviganti

avessero una scorta nel bujo, quando scendevano dal faro di Lavedo.

Di qui s'apre quel seno d'otto miglia piegandosi fortemente fino ai

lidi de' Tornaschi. In questo ottiene le glorie prime Nesso, [NESSO]

capo di Pieve, distinto di antichissima arcipretura. Per una valle,

che il divide, spumeggia un fiumicello, e puossi ivi godere nel caldo

un zefiro perenne. Mette Nesso per dirupate vie alle terre di Veleso e

Zelbio, le quali ad onta delle alte rupi pur raccolgono grani, e vassi

pure al famoso pian del Tivano[71]. Su queste montagne venne di recente

introdotta una buona manifattura di coltri di lana.

Lungo il lido non si veggono più terre. Ma sul dorso de' monti stanno

Careno, Pognana, Lemna, Molina non iscarse d'uomini, che per commercio

sparsi nel mondo si ridussero a tetti loro arricchiti. Avvi a Molina

sovra un picciol torrente un arco di due balze, che quasi insieme

si congiungono. Ma Palanza gode ancora di più vago sito, e le di lei

cipolle paragona il Merula con quelle d'Ascalona lodate da Strabone.

Sulle creste verdeggiano i pascoli, ove mugolano per tutta la state le

mandrie, e a giorni di Paolo Giovio vi s'incontravano i cervi sovente,

ma non so io, che ora i pastori ve li veggano.

Ma ecco la sponda in tutto il lario la celebratissima; [PLINIANA] il

rumor della spumante acqua ne invita, e il nobile edifizio, e più il

miracol del fonte venerabile per la memoria, che ne fecero i nostri

due Plinj. Saria colpa il non rivolgere al porto la prora. Giovanni

conte Anguisciola per Filippo II Re delle Spagne Governatore di Como

vi alzò sulla rupe il palagio, che tuttor vi si ammira; impiegovvisi

il Conte nel 1570, come narrasi dal[72] Ballarini, ma poco il godette,

perciocchè nel 1579 cercato a morte da un sicario avvolto nell'abito

di minor conventuale, tanta ne prese doglia, che chiuse in breve i[73]

suoi giorni, e nel ministero succedettegli il nipote Orazio Marchese

Pallavicini. Ma il superbo edifizio godettesi dal Conte Fabbio Visconte

Borromeo; acquistossi sulla fine del XVI secolo dai Canarisi, il cui

successore è il Marchese Francesco. Corre fama, che l'Anguisciola

fosse uno de' quattro piacentini patrizj, per cui cadde trafitto Pier

Luigi Farnese Duca figlio del Pontefice Paolo III, ma morto lui da'

congiurati nel 1547, come mai l'Anguisciola temette insidie in tutta la

vita sua? Pure si narra, che ivi egli si ricoverasse da quelle quando

Como era per lui l'asilo migliore. Allori e cipressi misti a faggi

pioppi castagni coronan la villa. Dal portico di ordine dorico mirasi

la fonte indietro e grande avanti spazio di lago. Non più esiste la

bella statua di Milon Crotoniate dal Boldoni descritta.[74]

Succedono le selve e i vigneti dei Tornaschi, [TORNO] ma quella uva

poco esposta al sole, e più la sciocca manìa di coglierla acerba danno

vini lazzi, che però in conto alcuno non possono rammemorarsi con quel

liquor languido[75] che Orazio bevette in onor di Corvino. Era però nel

paese ancor cinque lustri fa incredibile il raccolto, e poteasi dir con

Virgilio, che dai colmi tini spumasse la vendemmia, ma niun quasi ora

surroga alle piante vecchie i giovani maglioli. Però, se quel popolo

avesse la pazienza d'attendere l'ottobre per cogliere i grappoli,

premerebbe migliore il vino, e saria allora tentato di rinnovare la

vigna. Egli è noto per le sperienze riferite nel Dizionario Chimico

di Macquer accresciuto dallo Scopoli con acini pur verdi e colti in

Parigi nella state, i quai si lasciarono fermentare collo zucchero

frammescolatovi, essersi premuto vino eccellente. Or la stagione e

il sole infondono questo zucchero natìo negli acini, e se il Galileo

disse un tratto _il vino essere un composto d'umore e di luce_, fin dal

secolo XIV il nostro Dante, se non erro di memoria, cantava:

_Mira il calor del sol, che si fa vino_

_Misto all'umor, che dalla vite cola._

Ma della agricoltura non si curano molto quelli di Torno, poichè non

avvi contrada del Lario, che mandi maggior numero de' suoi a girar

pel mondo, e quindi ritornano essi alla patria ben di sovente con non

poco danaro. Prima di queste procelle ultime politiche moltissimi

andavano in Francia, ed è notevole, che i Tornaschi patiron disagi

moltissimi, e fin l'eccidio del lor paese, perchè sotto Luigi XII e

Francesco I seguivano le parti Galliche. Quindi andaron raminghi e

profughi, e soltanto nel 1532 ai 13 aprile lor ridonò Francesco II

Sforza la grazia sua[76]. Dopo rialzossi a felice stato quel luogo col

favor del commercio, e vi furono lanifizj di nome, ma tutto svanì poi

sul principio del secolo XVII. Girolamo Borsieri nella descrizione

manoscritta del territorio Comense ci lasciò memoria de' pannilani,

che si tessevano in Torno, e particolarmente nomina quelli, che si

chiamavano _meschie_. Narra in oltre, che verso il 1545 l'avessero

mediocremente ristorato i di lui abitatori, e che quelli per venti

e più anni si fossero aggirati sul Bergamasco. Forse l'incremento

di quelle fabbriche si deve a questi esuli addetti troppo al nome

Francese.[77]

Del resto presenta Torno a' naviganti una prospettiva giocondissima

posto in lunga estensione a' più piani. Collocati al lago sono i

giardini amenissimi del Canonico Canarisi, e vi biondeggiano a dovizia

i limoni; sovr'essi stanno quelli già de' Tridi, or del Ruspino, che

arricchitosi in Russia quelli ed altri fondi comperò. Vedesi al porto

l'antica prepositurale; ma più addentro nella terra ed elevata è la

Chiesa di S. Giovanni, dove con molta riverenza conservasi uno de'

chiodi, da cui vuolsi, che fosse confitto il Salvator nostro. Questa

chiesa venne dal Borsieri giudicata fattura dei tempi di Giustiniano,

poichè a' suoi giorni vi si conservavano due epitafj cristiani di

quell'epoca. Ma sulla cresta del primo giogo, cui dietro più alti ne

sorgon altri, vedonsi i vestigi e le ruine di Monte Piatto, dove v'avea

convento di monache a santa Elisabetta dedicato, e le ultime abitatrici

d'esso si recarono al santuario della Madonna sopra Varese. Era già

stato eletto il chiostro di Monte Piatto, cel narra il Borsieri, come

atto a rappresentare i luoghi santi di Gerusalemme, ma la riforma fatta

ne' Minori Osservanti interruppe i disegni, che si volsero al monte

di Varallo; e perdette quindi il Lario nostro una sì bella occasion di

concorso.

Viaggio pel lago di Como · 第 3 / 5 段