Non era ancora giorno; quando, seguendo la mia guida, un vecchio
contadino, battevo le scorciatoie per andare a Santopadre.
L'alba ci trovò in un bosco di vecchi castagni vicino a una fonte,
detta di Santo Spirito. Sotto agli alberi altissimi fra enormi
scogli rivestiti di musco e di capelveneri un rigagnoletto correva
gorgogliando.
Un ciociaretto, curvo fra le foglie larghe delle piante, come un
satiretto, beveva avidamente raccogliendo nel cavo delle mani l'acqua
cristallina che ricadeva sull'erba verde e molle di rugiada come una
pioggia di perle. Alcune capre bianche, arrampicate qua e là su gli
scogli salutavano il giorno nascente, mandando belati. Poco lungi una
fanciulletta seminuda guardava un branco di pecore brune.
Quando riprendemmo il cammino io recitai ad alta voce qualche verso di
Virgilio, che il paesaggio mi aveva riportato alla memoria: e la guida
al sentirmi slatinare mi guardò fiso e mi disse: — _Lei, signoria,
scusate, siete milòrdo frangese, è vero?_
— Io? Ma tu sei matto, — gli risposi ridendo — io sono di qua.
— _Eh! Lei pazziate! Lei, signoria, ci avete 'na faccia frangese
assaie!_
Mingaccio, — tale era il nome della mia guida — non ci fu modo di
persuaderlo. Io per lui dovevo essere _frangese_ e per di più anche
_milòrdo_, e fino a quando non glielo impedii, egli nel dirigermi la
parola, mi onorò sempre con questi due appellativi.
*
* *
Prima di lasciare la boscaglia di castagni, entrammo in una chiesetta,
vicina a poche casupole di contadini, e vi trovammo su due panche
coperte di fiori, fra due candele, una bambina morta. Ella era tutta
vestita di seta e intorno al collo aveva avvolti due vezzi di coralli
rossi. Due grandi orecchini d'oro a cerchio, le pendevano dai lobi
degli orecchi, rilucendo su le guance cinerognole: fra le manine
incrociate sul petto teneva un crocifisso d'argento.
Vicino alla coltrice improvvisata, una donna accovacciata in terra
agitava un ramoscello di rosmarino, scacciando le vespe e le mosche,
che come punti d'oro, vibranti ne l'aria, sciamavano attorno alla
morticina: me le avvicinai per darle qualche soldo ma la disgraziata
crollò le spalle, e si nascose il volto fra le mani. Quel rifiuto, mi
arrivò al core. Uscii dalla chiesetta e vi rientrai con un mazzo di
ciclamini. Mentre li stavo spargendo su la morticina, due contadini
si fermarono su la porta e guardarono dentro. Dopo un istante il più
vecchio alzando la voce e le spalle disse alla donna, che scoteva
sempre nell'aria il ramoscello di rosmarino: — _Fulomè!_... _nun ce
pensà', ca chillo c'à fatto chessa ne fa n'àuta!_
La poveretta nascose ancora una volta il viso tra le mani, e i
contadini si allontanarono e sparirono nel folto del bosco.
Appena ripigliammo il cammino Mingaccio incominciò a parlare e a darmi
notizie sulle usanze funebri di queste contrade. Qui, quando avviene
che alcuno muoia, quelli che hanno avuto la disgrazia di perderla
prima lo piangono sfogando il dolore con grida angosciose, e poi si
mettono a banchettare. Il banchetto per solito s'inizia con un piatto
di fave, a cui seguono i maccheroni e altra roba, se ce n'è. Il vino
si beve a boccali, e l'ultimo si tracanna alla salute di quello _che
se n'è ghiuto_! Non di rado accade che al levar delle mense molti dei
convitati non trovino la forza di alzarsi. E cotesto banchettare non
dura poco, poichè tutti i parenti e gli amici del morto sono obbligati
ad offrire alla famiglia di lui il loro pranzo, e naturalmente fra gli
offerenti è una gara a chi può dare il migliore.
Mingaccio seguitava ancora a parlare di cerimonie funebri,
raccontandomi cose che mi facevano ripensare alla _conclamatio_, al
_silicernium_, alla _coena novendialis_ ed ai _ludi novendiales_,
quando al di là di una siepe, sur un colle, apparve una torre antica,
intorno a cui si aggruppavano molte casette non meno antiche di lei,
come un branco di pecore sorpreso dal temporale si aggrupperebbe
intorno al pastore.
— È Santopadre? — domandai.
— _Gnorsì!_
Poco dopo al principio di una salita Mingaccio mi chiese licenza
di andare a salutare certi suoi parenti e mi lasciò. Io seguitai la
strada e arrivato alle prime case del paese dimandai ad alcune donne,
che erano intorno a una fontana, dove avrei potuto trovare un caffè,
e quelle donne mi risposero: — Dal tabaccaio. — Mi misi allora alla
ricerca del tabaccaio; ma la ricerca fu vana. Alfine, perduta la
pazienza, chiesi a un contadino: — Ma, dimmi un po', in questo paese
dove si compra il tabacco? — Egli mi guardò curiosamente due volte
dalla testa ai piedi e mi rispose: — Dal caffettiere.
— E dove sta il caffettiere?
— Il caffettiere sta in quella bottega _addove tu vedi quella frasca di
cerqua_.
— Ma quella è un'osteria.
— _Non ci pensare!_ — riprese il contadino — _Tu vai lì, e lei
troverete tutto quello che gli serve._
Vi andai, e, dopo di aver letto sur una targa che era sopra all'arco
della porta: GENERI DIVERSI, vi entrai.
Nella bottega non c'era nessuno. Picchiai. Dopo un po' un bambino
uscì fuori da un cumulo di «generi diversi» e mi disse che il padrone
era andato alla messa e che bisognava aspettare. Non sapendo quanto
tempo avrei dovuto rimanere là dentro, dopo di avere osservato quanto
mai fosse diversa la diversità dei «generi diversi» che ingombravano
gli scaffali della bottega, stavo per andarmene, quando entrò un uomo
alto, magro, vestito di panno bigio e con un cappellino a cencio che
gli copriva appena la metà della chioma folta, crespa e rossastra; si
avvicinò al banco e vi picchiò sopra ripetutamente col pugno, facendo
ondeggiare i piatti di una stadera e rovesciando un bicchierino senza
piede che si appoggiava a una bottiglia nera su la cui pancia rimaneva
ancora qualche lettera della parola «Champagne»; tornò a picchiare e
poi, scotendo il capo, esclamò: — _Quest'animale l'è a la messa!_
— Già! — ripetei io — l'animale l'è alla messa.
Allora egli si volse a guardarmi e aggrottando le ciglia, e storcendo
la bocca mugolò: — Che paese!
— Che paese! — ripetei ancora io; poi cercando di farlo parlare, gli
chiesi: — Ma voi siete di Santopadre?
— Io? _Mi son de Milan!_ — mi rispose subito, e toccandosi il
cappellino a cencio e inchinandosi soggiunse: — Fotografo, a servirla.
— Fotografo! E come mai siete quassù?
— _Mah!_ — rispose, sospirando — _Che cosa mai vuol che gli dica?
La vita porca!_ — Tacque per un momento, e poi vedendo quanto io mi
interessassi alle porcherie della sua vita, dopo di avermi assicurato
che la sua macchina fotografica con la quale aveva _eseguito_
centinaia di Consigli comunali era una macchina _strafinissima_, prese
a dirmi che lui vendeva anche un mastice vegetale di sua invenzione
per accomodare _in modo invisibile le rotture di vetri, bicchieri,
bottiglie ed altri simili generi di terraglie_, mastice a cui egli
aveva dato il nome di _attaccatutto_: che aveva un _deposito_ di
oleografie sacre e profane, _che parevano vere_: e che, qualora se
ne fosse presentato _il bisogno_ egli, non soltanto avrebbe saputo
_adattarsi all'arte meccanica, ritornando al suo stato primitivo
bastoni, ombrelli ed altre simili bigiotterie_, ma _in caso disperato_
avrebbe potuto anche cavare sangue, impiombare denti e guarire mille
altre malattie _tanto palesi quanto segrete_. E concluse col dirmi: —
_Eppure, signore, con tutte queste abilità se si campa la vita, bisogna
proprio dire che l'è un vero miracolo eccezionale!_
Intanto che il milanese parlava, la bottega si era venuta popolando di
tre contadini, di due cani e di un prete. Finalmente arrivò il padrone,
un vecchio tremolante il quale si mise a soddisfar le richieste dei
contadini con una tale lentezza che io sgomento uscii insieme col
fotografo, che non la finiva più di _portare a mia conoscenza_ le
sue tristissime condizioni e di tessermi l'elogio della sua macchina
_strafinissima_. Comprendendo dove voleva arrivare, per abbreviargli la
strada gli dissi: — Volete farmi il ritratto?
— Ma di certo. — mi rispose lui, con gli occhietti che gli brillavano
per la contentezza.
— Però bisogna farlo subito.
— Subitissimo.
— E dove avete la macchina?
— Nel mio laboratorio, qui vicino. — E incominciò a camminare. E io
dietro!
Quando arrivammo in una viuzza ch'era un rompicollo, egli si fermò
davanti a una porta sgangherata, l'aprì con un calcio, e, pregandomi
di aspettarlo, vi entrò. Vi entrai anch'io, e appoggiandomi a un muro
scalcinato e ammuffito, scesi due gradini di una scaletta, allungai il
collo e vidi, fra due file di botti, il mio fotografo che illuminato da
una debole luce rossa, frugava con le mani in una cassetta e ne cavava
fagotti e involti che qualche gatto andava ad annusare. Poco dopo tornò
su, e dicendomi che in un paese come quello in cui ci trovavamo non si
potevano avere pretese e bisognava adattarsi, mi condusse in un orto;
spolverò con la manica del suo abito la macchina _strafinissima_, la
mise con non piccola fatica al _punto focatico_ e mi fotografò. Poi si
pose sulle spalle la macchina, e seguito da una torma di bambini andò a
sviluppare la sua negativa: e io aspettando l'ora di sviluppare la mia
colazione, mi arrampicai in un sentiero coperto di rovi e me ne andai
a veder da vicino quella torre che avevo già visto da lontano.
Mentre la stavo osservando il fotografo venne ad annunciarmi come la
fotografia fosse riuscita _in modo superlativo_, ed io, commosso fino
alle lacrime, lo invitai a voler dividere con me un po' di pane, un
po' di vino, una fetta di formaggio di Scanno e poche frutta che avevo
fatto comperare da Mingaccio. Mangiammo su l'erba, all'ombra della
torre, e poi ci recammo sul colle Campea per vedere le rovine di una
chiesa antica, dedicata a S. Pietro, e alcuni ruderi romani i quali per
i santopadresi sono nientemeno che gli avanzi di una villa appartenuta
a Giunio Decimo Giovenale, il poeta satirico di Aquino.
Ma il mio fotografo, dopo di avere esaminati minuziosamente i ruderi
e di averli anche contati, mi disse che, secondo lui, la villa di
Giovenale _l'era una bala_.
— E perchè? — gli dimandai.
— _Perchè?_ — mi rispose subito con una sicurezza da non ammettere
replica — _Perchè l'è umanamente impossibile che un antico romano di
talento il quale avrebbe potuto farsi una villa nella sua capitale se
ne sia venuto a fabbricare una in un paese come Santopadre_.
Il suo ragionamento filava! E poco dopo filò anche lui, dovendo andare
a _preparare i preparati_ e a _caricare la macchina_ per eseguire il
Consiglio comunale. Prima che mi lasciasse gli chiesi ridendo: — Quanti
altri giorni rimarrete qui?
— _Mah!_ — mi rispose, alzando le braccia — _Subet che avrò eseguito il
Consiglio comunale scapperò via, fuggendo_. — E si allontanò in fretta.
*
* *
Io rimasi ancora lassù. Tornai a visitare le rovine della chiesa, e
dopo di aver ammirato un olivo gigantesco e una quercia enorme il cui
tronco misurava otto metri di circonferenza, mi sedetti su l'erba,
appoggiai le spalle ad un rudero, accesi la pipa e mi misi ad ascoltare
Mingaccio, il quale, cedendo alle mie dimande, prese a raccontarmi
alcune istorielle su don Folco, il prete arguto e beone, sacrilego e
buffone a cui il paese di Santopadre va debitore di quella fama che
esso gode nelle contrade di tutta la Ciociaria. Tali storielle non
mi arrivavano nuove poichè le avevo già udite a narrare qua e là nei
paeselli che avevo già visitati; ma le risentivo con piacere: prima
perchè le ascoltavo nel luogo istesso dove erano nate, e poi perchè
sulla bocca e nelle mani di Mingaccio acquistavano un sapore di
comicità irresistibile.
Quasi tutte quelle che egli mi ripeteva si riferivano alla lunga lotta
sostenuta dal prete di Santopadre contro il vescovo di Sora: lotta che
finì sempre con la vittoria di don Folco, il quale rifugiandosi, quando
lo credeva opportuno, fra le rupi delle sue montagne, ove nè la mano nè
il piede del suo superiore potevano raggiungerlo, era sempre padrone di
fare tutto quello che gli pareva e piaceva infischiandosene altamente
di tutti i rimproveri e di tutti i gastighi che gli venivano mandati da
Sora. Del resto nella lotta egli era spalleggiato dai suoi compaesani,
i quali tenevano l'insigne prelato in conto di un solennissimo
jettatore, poichè quando questi in un giro che fece per visitare le
parrocchie della sua diocesi si fermò in Santopadre, una forte scossa
di terremoto costrinse i santopadresi a fuggire all'aperto e a dormire
in terra, nei campi.
Il primo fatto, anzi il primo misfatto per il quale don Folco dovette
andare a Sora per farvi la conoscenza del vescovo, se Mingaccio non
mi ha male informato, fu il seguente. Poco lungi da Santopadre in una
capanna agonizzava un contadino, e don Folco andò a dargli l'estrema
unzione. Fece tutto quello che doveva fare e poi si rimise in cammino
per ritornarsene a casa. Disgraziatamente, il diavolo, il quale ha la
perversa abitudine di seminare di tentazioni le vie battute da coloro
che ei vuol perdere, volendo insidiare la virtù del povero prete, fra
la capanna da dove questi veniva e la casa verso cui andava ci seminò
una osteria con entrovi alcuni contadini che giuocavano il _tòcco_, un
giuoco che si giuoca annaffiandolo con molto vino.
I contadini appena videro passare don Folco lo salutarono cordialmente
e don Folco rispose cordialmente ai saluti; gli offrirono da bere e
don Folco bebbe; lo invitarono ad entrare nell'osteria e don Folco vi
entrò; gli chiesero di giuocare e don Folco giuocò. E giuoca e bevi e
bevi e giuoca, insomma il povero prete finì col doversi coricare sopra
una panca. Nel coricarsi sentì in una delle tasche qualche cosa che
gli dava noia; vi mise dentro la mano, ne cavò quella qualche cosa che
lo infastidiva, la posò sur una botte e chiuse gli occhi. Quando li
riaperse era notte. Due contadini lo ricondussero a casa. All'indomani
l'oste spazzando la sua bottega vide in terra un oggetto che luccicava.
Era il vasellino dell'olio santo.
Cinque minuti dopo tutto il paese risapeva l'orribile sacrilegio, e
qualche giorno appresso don Folco riceveva l'ordine di recarsi a Sora
per render conto del suo peccaminoso operare. Vi andò, e allor che il
vescovo prese a tempestarlo di rimproveri egli rimase umilmente a capo
chino, in silenzio, aspettando la fine della tempesta; ma quando vide
che la tempesta non finiva più si decise di finirla lui, e, rialzato il
capo rosso come un pomidoro maturo, si mise a gridare: — _Neh, 'gnore
vescove, ma che te cride ca co' l'uoglie ch'ajo lassato alla taverna ci
avo fatto l'ansalata? Pe' regula de Signoria, dinto a lu vasillo ce ne
steva accusi poco ca nun ce n'asciva manco pe' cundi' quatte peparuole.
Sì capito mo tu?_ — E senza aspettare che il vescovo gli rispondesse,
gli voltò le spalle e discese in istrada, ove per calmare i nervi
esasperati non potè fare a meno di entrare in un caffè e di chiedere
una qualche cosa _stommateca_. Il cameriere gli recò un bicchierino
di vino squisito. Don Folco lo bebbe; si leccò le labbra e ne chiese
un altro. Poi fece portare sul tavolino la bottiglia, e cercandone il
fondo, dimandò al garzone: — _Neh, chesto vino che nome tiene?_
— _Lacrima Christi._ — gli rispose il cameriere.
— _Veramènte?_ — ripigliò don Folco che cominciava a risentir gli
effetti di quella _lacrima_.
— Ma certo! Noi non vendiamo roba adulterata.
— _E allora_ — si mise a urlare il prete, battendo il pugno sul
tavolino — _e allora nun ce lo potevate fa' sta' sino a mo in croce
quanno che faceva 'ste lacrime_?
Pochi giorni dopo don Folco venne privato dell'esercizio del suo sacro
ministero. Quando egli seppe che non avrebbe più potuto celebrare
la messa, ritornò a Sora, si appostò in un luogo ove egli sapeva che
il vescovo avrebbe dovuto passare, e non appena lo vide da lungi gli
gridò: — _Neh, 'gnore Vescove, me si tuota la messa? E tu schiatta! Ca
te cride che pe' campà' àjo bisogno de magnà' Cristo tutti li juorni?
Io campo co gliu mia._ — E prima che riuscissero ad agguantarlo se ne
scappò su le montagne di Santopadre.
*
* *
Una volta il busto di san Folco, che è appunto il patrono di
Santopadre, era stato recato processionalmente fuori del paese in una
chiesina e colà era stato lasciato esposto per qualche giorno alla
venerazione dei fedeli. Finita l'esposizione il simulacro del santo
doveva essere riportato al suo domicilio reale, cioè su l'altare
maggiore della chiesa da dove era stato tolto, e don Folco si prese
l'incarico di trasportarvelo. Andò nella chiesina, si mise sulle spalle
il busto, e seguito da qualche contadino che biascicava paternostri,
si avviò verso il paese. A metà di una scorciatoia piena d'inciampi,
ov'egli s'era messo per abbreviare la via, sdrucciola, e il busto gli
esce dalle mani, e brillando al sole si mette a rotolare fra i sassi.
Egli prova a ripigliarlo; ma non ci riesce. Allora, rosso di collera si
rizza sulla punta dei piedi e allungando le mani verso il santo che se
ne andava precipitando a valle gli urla dietro: _Ca te pozzino accide',
voglio vedè' addò' te vai a fa' fotte'!_