IV.

Non era ancora giorno; quando, seguendo la mia guida, un vecchio

contadino, battevo le scorciatoie per andare a Santopadre.

L'alba ci trovò in un bosco di vecchi castagni vicino a una fonte,

detta di Santo Spirito. Sotto agli alberi altissimi fra enormi

scogli rivestiti di musco e di capelveneri un rigagnoletto correva

gorgogliando.

Un ciociaretto, curvo fra le foglie larghe delle piante, come un

satiretto, beveva avidamente raccogliendo nel cavo delle mani l'acqua

cristallina che ricadeva sull'erba verde e molle di rugiada come una

pioggia di perle. Alcune capre bianche, arrampicate qua e là su gli

scogli salutavano il giorno nascente, mandando belati. Poco lungi una

fanciulletta seminuda guardava un branco di pecore brune.

Quando riprendemmo il cammino io recitai ad alta voce qualche verso di

Virgilio, che il paesaggio mi aveva riportato alla memoria: e la guida

al sentirmi slatinare mi guardò fiso e mi disse: — _Lei, signoria,

scusate, siete milòrdo frangese, è vero?_

— Io? Ma tu sei matto, — gli risposi ridendo — io sono di qua.

— _Eh! Lei pazziate! Lei, signoria, ci avete 'na faccia frangese

assaie!_

Mingaccio, — tale era il nome della mia guida — non ci fu modo di

persuaderlo. Io per lui dovevo essere _frangese_ e per di più anche

_milòrdo_, e fino a quando non glielo impedii, egli nel dirigermi la

parola, mi onorò sempre con questi due appellativi.

*

* *

Prima di lasciare la boscaglia di castagni, entrammo in una chiesetta,

vicina a poche casupole di contadini, e vi trovammo su due panche

coperte di fiori, fra due candele, una bambina morta. Ella era tutta

vestita di seta e intorno al collo aveva avvolti due vezzi di coralli

rossi. Due grandi orecchini d'oro a cerchio, le pendevano dai lobi

degli orecchi, rilucendo su le guance cinerognole: fra le manine

incrociate sul petto teneva un crocifisso d'argento.

Vicino alla coltrice improvvisata, una donna accovacciata in terra

agitava un ramoscello di rosmarino, scacciando le vespe e le mosche,

che come punti d'oro, vibranti ne l'aria, sciamavano attorno alla

morticina: me le avvicinai per darle qualche soldo ma la disgraziata

crollò le spalle, e si nascose il volto fra le mani. Quel rifiuto, mi

arrivò al core. Uscii dalla chiesetta e vi rientrai con un mazzo di

ciclamini. Mentre li stavo spargendo su la morticina, due contadini

si fermarono su la porta e guardarono dentro. Dopo un istante il più

vecchio alzando la voce e le spalle disse alla donna, che scoteva

sempre nell'aria il ramoscello di rosmarino: — _Fulomè!_... _nun ce

pensà', ca chillo c'à fatto chessa ne fa n'àuta!_

La poveretta nascose ancora una volta il viso tra le mani, e i

contadini si allontanarono e sparirono nel folto del bosco.

Appena ripigliammo il cammino Mingaccio incominciò a parlare e a darmi

notizie sulle usanze funebri di queste contrade. Qui, quando avviene

che alcuno muoia, quelli che hanno avuto la disgrazia di perderla

prima lo piangono sfogando il dolore con grida angosciose, e poi si

mettono a banchettare. Il banchetto per solito s'inizia con un piatto

di fave, a cui seguono i maccheroni e altra roba, se ce n'è. Il vino

si beve a boccali, e l'ultimo si tracanna alla salute di quello _che

se n'è ghiuto_! Non di rado accade che al levar delle mense molti dei

convitati non trovino la forza di alzarsi. E cotesto banchettare non

dura poco, poichè tutti i parenti e gli amici del morto sono obbligati

ad offrire alla famiglia di lui il loro pranzo, e naturalmente fra gli

offerenti è una gara a chi può dare il migliore.

Mingaccio seguitava ancora a parlare di cerimonie funebri,

raccontandomi cose che mi facevano ripensare alla _conclamatio_, al

_silicernium_, alla _coena novendialis_ ed ai _ludi novendiales_,

quando al di là di una siepe, sur un colle, apparve una torre antica,

intorno a cui si aggruppavano molte casette non meno antiche di lei,

come un branco di pecore sorpreso dal temporale si aggrupperebbe

intorno al pastore.

— È Santopadre? — domandai.

— _Gnorsì!_

Poco dopo al principio di una salita Mingaccio mi chiese licenza

di andare a salutare certi suoi parenti e mi lasciò. Io seguitai la

strada e arrivato alle prime case del paese dimandai ad alcune donne,

che erano intorno a una fontana, dove avrei potuto trovare un caffè,

e quelle donne mi risposero: — Dal tabaccaio. — Mi misi allora alla

ricerca del tabaccaio; ma la ricerca fu vana. Alfine, perduta la

pazienza, chiesi a un contadino: — Ma, dimmi un po', in questo paese

dove si compra il tabacco? — Egli mi guardò curiosamente due volte

dalla testa ai piedi e mi rispose: — Dal caffettiere.

— E dove sta il caffettiere?

— Il caffettiere sta in quella bottega _addove tu vedi quella frasca di

cerqua_.

— Ma quella è un'osteria.

— _Non ci pensare!_ — riprese il contadino — _Tu vai lì, e lei

troverete tutto quello che gli serve._

Vi andai, e, dopo di aver letto sur una targa che era sopra all'arco

della porta: GENERI DIVERSI, vi entrai.

Nella bottega non c'era nessuno. Picchiai. Dopo un po' un bambino

uscì fuori da un cumulo di «generi diversi» e mi disse che il padrone

era andato alla messa e che bisognava aspettare. Non sapendo quanto

tempo avrei dovuto rimanere là dentro, dopo di avere osservato quanto

mai fosse diversa la diversità dei «generi diversi» che ingombravano

gli scaffali della bottega, stavo per andarmene, quando entrò un uomo

alto, magro, vestito di panno bigio e con un cappellino a cencio che

gli copriva appena la metà della chioma folta, crespa e rossastra; si

avvicinò al banco e vi picchiò sopra ripetutamente col pugno, facendo

ondeggiare i piatti di una stadera e rovesciando un bicchierino senza

piede che si appoggiava a una bottiglia nera su la cui pancia rimaneva

ancora qualche lettera della parola «Champagne»; tornò a picchiare e

poi, scotendo il capo, esclamò: — _Quest'animale l'è a la messa!_

— Già! — ripetei io — l'animale l'è alla messa.

Allora egli si volse a guardarmi e aggrottando le ciglia, e storcendo

la bocca mugolò: — Che paese!

— Che paese! — ripetei ancora io; poi cercando di farlo parlare, gli

chiesi: — Ma voi siete di Santopadre?

— Io? _Mi son de Milan!_ — mi rispose subito, e toccandosi il

cappellino a cencio e inchinandosi soggiunse: — Fotografo, a servirla.

— Fotografo! E come mai siete quassù?

— _Mah!_ — rispose, sospirando — _Che cosa mai vuol che gli dica?

La vita porca!_ — Tacque per un momento, e poi vedendo quanto io mi

interessassi alle porcherie della sua vita, dopo di avermi assicurato

che la sua macchina fotografica con la quale aveva _eseguito_

centinaia di Consigli comunali era una macchina _strafinissima_, prese

a dirmi che lui vendeva anche un mastice vegetale di sua invenzione

per accomodare _in modo invisibile le rotture di vetri, bicchieri,

bottiglie ed altri simili generi di terraglie_, mastice a cui egli

aveva dato il nome di _attaccatutto_: che aveva un _deposito_ di

oleografie sacre e profane, _che parevano vere_: e che, qualora se

ne fosse presentato _il bisogno_ egli, non soltanto avrebbe saputo

_adattarsi all'arte meccanica, ritornando al suo stato primitivo

bastoni, ombrelli ed altre simili bigiotterie_, ma _in caso disperato_

avrebbe potuto anche cavare sangue, impiombare denti e guarire mille

altre malattie _tanto palesi quanto segrete_. E concluse col dirmi: —

_Eppure, signore, con tutte queste abilità se si campa la vita, bisogna

proprio dire che l'è un vero miracolo eccezionale!_

Intanto che il milanese parlava, la bottega si era venuta popolando di

tre contadini, di due cani e di un prete. Finalmente arrivò il padrone,

un vecchio tremolante il quale si mise a soddisfar le richieste dei

contadini con una tale lentezza che io sgomento uscii insieme col

fotografo, che non la finiva più di _portare a mia conoscenza_ le

sue tristissime condizioni e di tessermi l'elogio della sua macchina

_strafinissima_. Comprendendo dove voleva arrivare, per abbreviargli la

strada gli dissi: — Volete farmi il ritratto?

— Ma di certo. — mi rispose lui, con gli occhietti che gli brillavano

per la contentezza.

— Però bisogna farlo subito.

— Subitissimo.

— E dove avete la macchina?

— Nel mio laboratorio, qui vicino. — E incominciò a camminare. E io

dietro!

Quando arrivammo in una viuzza ch'era un rompicollo, egli si fermò

davanti a una porta sgangherata, l'aprì con un calcio, e, pregandomi

di aspettarlo, vi entrò. Vi entrai anch'io, e appoggiandomi a un muro

scalcinato e ammuffito, scesi due gradini di una scaletta, allungai il

collo e vidi, fra due file di botti, il mio fotografo che illuminato da

una debole luce rossa, frugava con le mani in una cassetta e ne cavava

fagotti e involti che qualche gatto andava ad annusare. Poco dopo tornò

su, e dicendomi che in un paese come quello in cui ci trovavamo non si

potevano avere pretese e bisognava adattarsi, mi condusse in un orto;

spolverò con la manica del suo abito la macchina _strafinissima_, la

mise con non piccola fatica al _punto focatico_ e mi fotografò. Poi si

pose sulle spalle la macchina, e seguito da una torma di bambini andò a

sviluppare la sua negativa: e io aspettando l'ora di sviluppare la mia

colazione, mi arrampicai in un sentiero coperto di rovi e me ne andai

a veder da vicino quella torre che avevo già visto da lontano.

Mentre la stavo osservando il fotografo venne ad annunciarmi come la

fotografia fosse riuscita _in modo superlativo_, ed io, commosso fino

alle lacrime, lo invitai a voler dividere con me un po' di pane, un

po' di vino, una fetta di formaggio di Scanno e poche frutta che avevo

fatto comperare da Mingaccio. Mangiammo su l'erba, all'ombra della

torre, e poi ci recammo sul colle Campea per vedere le rovine di una

chiesa antica, dedicata a S. Pietro, e alcuni ruderi romani i quali per

i santopadresi sono nientemeno che gli avanzi di una villa appartenuta

a Giunio Decimo Giovenale, il poeta satirico di Aquino.

Ma il mio fotografo, dopo di avere esaminati minuziosamente i ruderi

e di averli anche contati, mi disse che, secondo lui, la villa di

Giovenale _l'era una bala_.

— E perchè? — gli dimandai.

— _Perchè?_ — mi rispose subito con una sicurezza da non ammettere

replica — _Perchè l'è umanamente impossibile che un antico romano di

talento il quale avrebbe potuto farsi una villa nella sua capitale se

ne sia venuto a fabbricare una in un paese come Santopadre_.

Il suo ragionamento filava! E poco dopo filò anche lui, dovendo andare

a _preparare i preparati_ e a _caricare la macchina_ per eseguire il

Consiglio comunale. Prima che mi lasciasse gli chiesi ridendo: — Quanti

altri giorni rimarrete qui?

— _Mah!_ — mi rispose, alzando le braccia — _Subet che avrò eseguito il

Consiglio comunale scapperò via, fuggendo_. — E si allontanò in fretta.

*

* *

Io rimasi ancora lassù. Tornai a visitare le rovine della chiesa, e

dopo di aver ammirato un olivo gigantesco e una quercia enorme il cui

tronco misurava otto metri di circonferenza, mi sedetti su l'erba,

appoggiai le spalle ad un rudero, accesi la pipa e mi misi ad ascoltare

Mingaccio, il quale, cedendo alle mie dimande, prese a raccontarmi

alcune istorielle su don Folco, il prete arguto e beone, sacrilego e

buffone a cui il paese di Santopadre va debitore di quella fama che

esso gode nelle contrade di tutta la Ciociaria. Tali storielle non

mi arrivavano nuove poichè le avevo già udite a narrare qua e là nei

paeselli che avevo già visitati; ma le risentivo con piacere: prima

perchè le ascoltavo nel luogo istesso dove erano nate, e poi perchè

sulla bocca e nelle mani di Mingaccio acquistavano un sapore di

comicità irresistibile.

Quasi tutte quelle che egli mi ripeteva si riferivano alla lunga lotta

sostenuta dal prete di Santopadre contro il vescovo di Sora: lotta che

finì sempre con la vittoria di don Folco, il quale rifugiandosi, quando

lo credeva opportuno, fra le rupi delle sue montagne, ove nè la mano nè

il piede del suo superiore potevano raggiungerlo, era sempre padrone di

fare tutto quello che gli pareva e piaceva infischiandosene altamente

di tutti i rimproveri e di tutti i gastighi che gli venivano mandati da

Sora. Del resto nella lotta egli era spalleggiato dai suoi compaesani,

i quali tenevano l'insigne prelato in conto di un solennissimo

jettatore, poichè quando questi in un giro che fece per visitare le

parrocchie della sua diocesi si fermò in Santopadre, una forte scossa

di terremoto costrinse i santopadresi a fuggire all'aperto e a dormire

in terra, nei campi.

Il primo fatto, anzi il primo misfatto per il quale don Folco dovette

andare a Sora per farvi la conoscenza del vescovo, se Mingaccio non

mi ha male informato, fu il seguente. Poco lungi da Santopadre in una

capanna agonizzava un contadino, e don Folco andò a dargli l'estrema

unzione. Fece tutto quello che doveva fare e poi si rimise in cammino

per ritornarsene a casa. Disgraziatamente, il diavolo, il quale ha la

perversa abitudine di seminare di tentazioni le vie battute da coloro

che ei vuol perdere, volendo insidiare la virtù del povero prete, fra

la capanna da dove questi veniva e la casa verso cui andava ci seminò

una osteria con entrovi alcuni contadini che giuocavano il _tòcco_, un

giuoco che si giuoca annaffiandolo con molto vino.

I contadini appena videro passare don Folco lo salutarono cordialmente

e don Folco rispose cordialmente ai saluti; gli offrirono da bere e

don Folco bebbe; lo invitarono ad entrare nell'osteria e don Folco vi

entrò; gli chiesero di giuocare e don Folco giuocò. E giuoca e bevi e

bevi e giuoca, insomma il povero prete finì col doversi coricare sopra

una panca. Nel coricarsi sentì in una delle tasche qualche cosa che

gli dava noia; vi mise dentro la mano, ne cavò quella qualche cosa che

lo infastidiva, la posò sur una botte e chiuse gli occhi. Quando li

riaperse era notte. Due contadini lo ricondussero a casa. All'indomani

l'oste spazzando la sua bottega vide in terra un oggetto che luccicava.

Era il vasellino dell'olio santo.

Cinque minuti dopo tutto il paese risapeva l'orribile sacrilegio, e

qualche giorno appresso don Folco riceveva l'ordine di recarsi a Sora

per render conto del suo peccaminoso operare. Vi andò, e allor che il

vescovo prese a tempestarlo di rimproveri egli rimase umilmente a capo

chino, in silenzio, aspettando la fine della tempesta; ma quando vide

che la tempesta non finiva più si decise di finirla lui, e, rialzato il

capo rosso come un pomidoro maturo, si mise a gridare: — _Neh, 'gnore

vescove, ma che te cride ca co' l'uoglie ch'ajo lassato alla taverna ci

avo fatto l'ansalata? Pe' regula de Signoria, dinto a lu vasillo ce ne

steva accusi poco ca nun ce n'asciva manco pe' cundi' quatte peparuole.

Sì capito mo tu?_ — E senza aspettare che il vescovo gli rispondesse,

gli voltò le spalle e discese in istrada, ove per calmare i nervi

esasperati non potè fare a meno di entrare in un caffè e di chiedere

una qualche cosa _stommateca_. Il cameriere gli recò un bicchierino

di vino squisito. Don Folco lo bebbe; si leccò le labbra e ne chiese

un altro. Poi fece portare sul tavolino la bottiglia, e cercandone il

fondo, dimandò al garzone: — _Neh, chesto vino che nome tiene?_

— _Lacrima Christi._ — gli rispose il cameriere.

— _Veramènte?_ — ripigliò don Folco che cominciava a risentir gli

effetti di quella _lacrima_.

— Ma certo! Noi non vendiamo roba adulterata.

— _E allora_ — si mise a urlare il prete, battendo il pugno sul

tavolino — _e allora nun ce lo potevate fa' sta' sino a mo in croce

quanno che faceva 'ste lacrime_?

Pochi giorni dopo don Folco venne privato dell'esercizio del suo sacro

ministero. Quando egli seppe che non avrebbe più potuto celebrare

la messa, ritornò a Sora, si appostò in un luogo ove egli sapeva che

il vescovo avrebbe dovuto passare, e non appena lo vide da lungi gli

gridò: — _Neh, 'gnore Vescove, me si tuota la messa? E tu schiatta! Ca

te cride che pe' campà' àjo bisogno de magnà' Cristo tutti li juorni?

Io campo co gliu mia._ — E prima che riuscissero ad agguantarlo se ne

scappò su le montagne di Santopadre.

*

* *

Una volta il busto di san Folco, che è appunto il patrono di

Santopadre, era stato recato processionalmente fuori del paese in una

chiesina e colà era stato lasciato esposto per qualche giorno alla

venerazione dei fedeli. Finita l'esposizione il simulacro del santo

doveva essere riportato al suo domicilio reale, cioè su l'altare

maggiore della chiesa da dove era stato tolto, e don Folco si prese

l'incarico di trasportarvelo. Andò nella chiesina, si mise sulle spalle

il busto, e seguito da qualche contadino che biascicava paternostri,

si avviò verso il paese. A metà di una scorciatoia piena d'inciampi,

ov'egli s'era messo per abbreviare la via, sdrucciola, e il busto gli

esce dalle mani, e brillando al sole si mette a rotolare fra i sassi.

Egli prova a ripigliarlo; ma non ci riesce. Allora, rosso di collera si

rizza sulla punta dei piedi e allungando le mani verso il santo che se

ne andava precipitando a valle gli urla dietro: _Ca te pozzino accide',

voglio vedè' addò' te vai a fa' fotte'!_

Prose (1880-1890) · 第 15 / 38 题