III.

Il sole tramontava dietro l'_Ara degliu Volupitto_ mentre io e

l'arciprete di Fonlanaliri, seduti al fresco, sotto gli olmi della

_Fontana a balle_, parlavamo della festa che doveva essere celebrata

a Monte San Giovanni Campano per commemorare il cinquantenario della

Madonna Santissima del Suffragio; festa della quale si discorreva già

da tanto tempo in tutte le farmacie e in tutte le sacrestie di tutta

la diocesi di Veroli. L'arciprete dopo di aver speso molte parole,

qualcuna anche in lingua latina!, per invogliarmi ad andarci si alzò,

ed aprendo le braccia in atto di maraviglia, fini col dirmi che la

festa sarebbe stata una festa di _tre bande_.

— Di _tre bande_?

— Di _tre bande_! — ripetè l'arciprete, e pronunciando le tre parole

lentamente, in modo che fra l'una e l'altra ci fosse una breve pausa,

piegò la persona sul lato destro; sprofondò la mano grassa nella tasca

della sottana; ne trasse una scatolina di madreperla sul cui coperchio

era dipinta una immagine dell'Addolorata; l'aprì, vi ficcò dentro

il pollice e l'indice, e s'empì il naso di tabacco. Io gli lasciai

compiere la delicata operazione e poi gli chiesi quale sarebbe stato

a suo giudizio il mezzo migliore per andarci a cotesta festa, ed egli,

dopo di aver starnutato tre volte mi rispose: — L'asino. — E soggiunse

subito che sol che io l'avessi voluto egli si sarebbe volentieri

incaricato di provvedermi della bestia e della guida. Io lo ringraziai

della gentile offerta, e all'indomani quando mi recai, come s'era

convenuto, a San Rocco, dinanzi alla chiesina bianca, illuminata dai

primi raggi del sole, vi trovai un bell'asinello magnificamente bardato

e un bel ciociaretto vestito col suo più bell'abito da festa: corpetto

rosso, giacchetta turchina, calzoni gialli, camicia ricamata e cappello

a cencio ornato di nastri multicolori e di penne di pavone.

Il ciociaretto appena mi vide mi venne incontro sorridendo e, dopo

di avermi dati i saluti di don Michele, mi porse un foglio di carta

rossa ove era stampato il programma dello spettacolo; anzi di tutti

gli spettacoli che in quel giorno dovevano allietare i popoli di Monte

San Giovanni Campano. Incominciai subito a leggerlo, e così, mentre

l'asino trotterellava fiutando con la testa alta e le froge aperte la

fresca auretta mattutina, seppi come «nella Collegiata riccamente e a

studiato disegno parata» la musica dei vespri sarebbe stata diretta

dal maestro Melchiade Martufi e cantata da «distinte voci romane»;

appresi come nella «Collegiata» si sarebbe fatta discendere «dalla

propria nicchia la statua di Maria Santissima del Suffragio che dal

merito artistico pare divinamente scolpita», e in qual modo, finita

la festa, la statua suddetta si sarebbe fatta tornare «nella propria

nicchia»; imparai quanto i concerti di San Donato e di Sezze avrebbero

reso «vieppiù brillante il trattenimento», e infine come molte migliaia

di colpi di mortari avrebbero dato «continuo segno di gioia religiosa».

Non vi parlo dei globi areostatici da innalzarsi nell'aria, dei fuochi

artificiali preparati da valente pirotecnico e dell'estrazione di

una tombola con relativo incasso devoluto naturalmente a scopo di

beneficenza.

Dopo la lettura del programma, incominciai quella della mia guida, e

domandai al mio ciociaretto: — Come si chiama quest'asino?

Ed egli mi rispose subito: — _Vicienzino_.

— E tu come ti chiami?

— _Io? Come a isso. Vicienzino paro._

— E quest'asino è tuo? — ripresi io ridendo.

— _Gnorsì, è d'un amico degliu mia._

*

* *

La via si fa malinconica ed uggiosa; a destra e a sinistra, sempre gli

eterni pioppi.

Su le rocce di tanto in tanto appare qualche casetta abbandonata e fra

gli ulivi qualche chiesina, con curiose scene della vita dei santi,

dipinte su le mura screpolate. Al Fosso della Faina lasciamo la via

provinciale ed entriamo nelle scorciatoie, ora serpeggianti fra le

rocce nude, ora fra la terra nera su cui s'allungano filari di ortaglie

verdissime; e fra Capo Ciuffone, un monticello che porta tal nome

perchè vi stette conficcato sopra un palo il capo di un brigante, e la

Fonte Cupa incontriamo uno stuolo di contadini che va a seppellire un

morto.

Innanzi a tutti un chierico reca un Cristo dipinto su una croce nera:

lo segue un prete con la stola nera orlata di ghirigori gialli sul

petto e con un fazzoletto bianco sulla berretta; poi viene la bara

sorretta da quattro contadini e dietro la bara incedono alcune donne

con le mani incrociate sul seno. Il prete ad ogni cinque o sei passi

biascica paternostri e intanto, con un coltelluccio, va sfrondando

accuratamente un ramo di nocciuolo per farsene un frustino, e le

contadine, sempre con le mani incrociate sul seno, chiacchierano ad

alta voce.

Quando il piccolo corteo arriva _agliu Caputonno_, il prete si tira

sù la sottana sino alla cintola, il contadino si mette il Cristo su la

spalla, e tutti pigliano la via della montagna.

*

* *

All'Anatrella sur un ponte di ferro passiamo il Liri che scorre

spumante fra una quantità di scogli maculati di musco e traversiamo

i fabbricati della cartiera del conte Lucernari, tutti circondati da

ridenti giardini. Sotto ai boschetti dei lauri e degli oleandri fioriti

non solo godiamo un po' di frescura, ma riceviamo anche i rauchi omaggi

di un bellissimo pavone, il quale appena ci vede scende dalla scogliera

di una fontana quasi coperta dalle foglie larghe delle ninfee e dai

fiori gialli e purpurei dei nenufari, e ci viene incontro aprendo la

coda occhiuta e movendo graziosamente il collo smeraldino. Chi l'ha

detto che i pavoni sono superbi?

Dopo l'ultima aiuola dell'ultimo giardino la via a poco a poco si

restringe tanto da divenire un sentiero, e il sentiero a sua volta

si fa così ripido e sassoso da obbligarmi a mandare dietro a me i due

_Vicienzini_ pel timore che cadendo non mi vengano addosso.

A mezza costa io e i miei due _Vicienzini_ chiediamo tutti e tre

un po' d'ombra alle vecchie mura di una chiesuola, e intanto che ci

riposiamo ci passano davanti dei contadini vestiti a festa seguìti

dalle loro donne. Alcune di esse invece delle cioce hanno ai piedi

enormi scarponi chiodati che ogni tanto le fanno sdrucciolare e le

costringono a battere sulle pietre arse dal sollione quelle parti del

loro corpo delle quali si servono ordinariamente per mettersi a sedere.

Ne ricordo ancora una di coteste contadine con la veste di seta verde e

col petto coperto di collane d'oro, che dopo di esser caduta due volte

si accoccolò per qualche istante accanto a una siepe, e rialzatasi coi

piedi ignudi prese a salire, agile come una gatta, su per l'erta del

monte reggendo con la sinistra le calzette ricamate e con la destra i

due scarponi i cui chiodi brillavano al sole.

*

* *

Arrivati alle prime casupole del paese ordinai a _Vicienzino_ di

provvedere di un comodo alloggio l'altro _Vicienzino_, e incominciai a

salire i gradini di una infinità di vicolettacci neri inghirlandati di

lauro. Non finivano mai! Quando finirono mi trovai in una piazza ove

una quantità di gente ammirava a bocca aperta un lampadaro di carta

dipinta. E l'ammirai anch'io, tanto più che sentii dire da tutti come

il lampadaro una volta che fosse stato acceso avrebbe dovuto fare

«un'eccellente visuale».

Nella piazza ove erano sonnambule che predicevano il più

lontano avvenire, tavolini sui quali si giuocava ai dadi e

alle carte e molte baracche, ove si vendevano orologi d'oro

da un soldo, fiori artificiali, dolciumi di tutte le forme

e bibite di tutti i colori, v'era anche un grande panorama

«pittorico-artistico-scientifico-nazionale», davanti a cui un tipo

olivastro dalla barba a pizzo, mentre una ragazza dalle chiome

bionde, divorando una fetta di pane girava il manubrio di un organetto

sfiatato, gridava: — _Favorischino!_ _Favorischino, signori!_ — Ma,

ahimè, i signori non favorivano e andavano invece verso la «Collegiata»

per sentire le «distinte voci romane». Ci andai anche io; ma quando

vi arrivai e vidi che razza di lavoro s'aveva da fare per sentirle,

mi allontanai tanto da loro che arrivai in fondo al paese ove in un

prato, fra mucchi di peperoni e piramidi di pomidori, fra ceste di pere

vizze e bigonce di fichi era stato innalzato un arco trionfale nel cui

attico, sotto una immagine di Maria Santissima tremolante al vento, si

leggeva questa epigrafe:

VENITE A CELEBRARE CON GIOIA

LA FESTIVITÀ DI COLEI CHE FA

L'ALLEGREZZA DI TUTTO IL MONDO.

Mentre io stavo ammirando l'arco, accanto a me due eleganti del paese

parlavano del merito dell'iscrizione.

— La terzina è bella; però una terzina senza rime, io non la capisco.

— Ma io credo che «fosse» come dicono adesso una terzina «barbera».

— osservò l'altro frustandosi le gambe con un bastoncino di canna

d'India verniciato di rosso; e non aveva finito di osservarlo quando

un assordante squillar di campane e un fragoroso rimbombar di mortari

fecero tremare la terra ed il cielo.

— Che cosa succede? — chiesi a un contadino che mi passò accanto

correndo.

— _Jesce la pricissione!_ — mi rispose; e via come un daino. Io lo

seguii e a forza di gomiti e di ginocchia mi riuscì di penetrare in

un vicolo ove la _pricissione_ già incominciava a sfilare. Aprendosi a

stento una via tra la folla passarono lunghe file di contadini vestiti

con càmici bianchi, gialli, rossi e neri, e recanti, secondo il loro

grado, candele, croci, insegne e stendardi di cento forme e colori;

passarono preti allampanati con le persone ossute coperte dalle cotte

bianche pieghettate, e canonici obesi con su le spalle ricche mozzette

violacee, e finalmente, preceduta da un gruppo numeroso di cantori

e di chierici che agitavano preziosi turiboli d'argento e da alcuni

diaconi che circondavano ed assistevano un vecchio col capo canuto

onorato da una mitria di broccato bianco, e seguìta da un concerto e da

una moltitudine di donne, giù in fondo al vicolo, fra nuvole azzurre

d'incenso e sotto a una pioggia di fiori, apparve la _màchena_ tutta

d'oro, su cui, tra una gloria di angeli, vestita di un ricchissimo

abito di seta cilestrina ricamato di stelle d'argento e coronata da un

alto diadema scintillante di gemme di molto valore, sorgeva la statua

della Madonna del Suffragio.

La _màchena_ ondeggiava su la folla come una barca sur un mare in

burrasca e avanzava adagio adagio fra gli urli e le imprecazioni di

quelli che la trascinavano, i quali, poveretti!, gocciolanti sudore e

rossi dalla fatica insopportabile non sapevano come fare per tenere

indietro coloro che per devozione volevano ad ogni costo toccare

l'immagine miracolosa. Uno di cotesti poveretti, un contadino, mentre

allontanava con le braccia nerborute un gruppo di fanatici che voleva

per forza avvicinarsi alla _màchena_, lo udii gridare: — _Arrèto!

Arrèto, perdia! che la Madonna se va a fa' fotte'!_

La processione scese e salì una quantità di vicoli e di vie, traversò

diverse piazze e piazzette, passò sotto l'arco trionfale che io aveva

dianzi ammirato, uscì dal paese, serpeggiò su le rocce fra gli ulivi,

dai quali alcuni fanciulli agitando panni colorati gittavano fiori,

arrivò in cima a un poggio davanti a una chiesetta inghirlandata da

festoni di lauro e di mortella e si fermò. Dopo qualche istante tutti

s'inginocchiarono in silenzio, e il vecchio con la mitria, aiutato

dai diaconi, salì sulla _màchena_, alzò le braccia tremanti al cielo

e diede la benedizione. Allora un grido solo uscì da mille bocche,

le insegne e gli stendardi furono agitati festosamente, le trombe

squillarono e centinaia e centinaia di colpi di mortari recarono

l'annunzio della solenne cerimonia fino ai più rimoti paesi che di

lassù si scorgevano appena biancheggiare sugli ultimi monti lontani.

*

* *

Finita la processione le bettole e le taverne incominciarono a

riempirsi di gente. Girai per lungo e per largo il paese in cerca di

una trattoria, ma le mie più diligenti ricerche rimasero infruttuose.

Allora, trovatomi davanti a una osteria su la cui porti fra le foglie

secche di un ramo di quercia sventolava una bandieretta rossa, vi

entrai.

Nella prima camera simile in tutto a una bolgia dantesca v'era la

cucina.

In un camino profondo, scavato nella parete, entro caldaie nere,

bollivano i maccheroni. E tra il fumo, che stringeva la gola,

ondeggiavano effluvii di peperoni fritti e di pomidori cotti su la

bragia. Appena giunsi nella seconda stanza ove alcune famiglie di

contadini mangiavano, gridavano e bevevano, chiamai l'oste e gli dissi:

— Voglio mangiare. Hai altre stanze?

— _Gnorsì, gnorsì. Saglite in coppa, signoria, saglite!_ — egli mi

rispose subito cavandosi il berretto; ed io _saglii_ su una scaletta

di legno e accompagnato da lui entrai nelle camere superiori... non

davvero ad ogni elogio.

V'era anche lassù gente che mangiava, e insieme alla gente che mangiava

v'erano accostati alle pareti pagliericci e banchi di letti e mucchi di

lenzuola.

L'oste mi portò in una stanza ove un enorme letto s'appoggiava alla

parete più lunga e mi disse: — _Cà, signoria, lei state come 'nu papa._

Io cavai il fazzoletto e fingendo di soffiarmi il naso: — Non avresti

un luogo all'aria aperta? — gli dissi.

— _Vôi l'aria aperta, signoria?_ — riprese il bettoliere, e senza

aspettare la risposta corse ad aprire la finestra.

— Che cosa mi dai da mangiare? — gli domandai ridendo.

— _Ah! A chesso apò ce penso io. Nun te n'incaricà', signoria. Làssete

servì' da Loretuccio e saraie contento._ — mi rispose l'oste portandosi

le mani al petto, ed uscì.

Rimasto solo mi sedetti vicino alla finestra e mi misi a osservare la

stanza ove al dire di Loretuccio io avrei dovuto stare come _'nu papa_.

Incontro a me v'era il talamo, non saprei dire se inaccesso o no, e sul

talamo una quantità di giacche e di cappelli di contadini. Altri abiti

ed altri cappelli erano appesi alle pareti colorate di giallo sulle

quali spiccavano molte stampe dipinte raffiguranti la fuga di Mazzeppa

e moltissime immagini sacre di tutti i paesi. La camera era anche

adornata da parecchie grandi canestre ricolme di pomidori, di peperoni

e di granturco, e da alcuni mobili tanto mobili, che io avendone urtato

uno, poco mancò che tutte le Madonne e le crocette e lampadine che vi

erano sopra non precipitassero a terra.

Quando Dio volle venne un ragazzetto. Egli trascinò un tavolino in

mezzo alla stanza; lo ricoprì di un panno bianco e vi posò sopra

un boccale di vino nero, un piatto, che a prima vista, scambiai per

una concolina, e una enorme pagnotta di pane scuro. Poco dopo tornò

Loretuccio con una padella dove in un intingolo rosso, nuotavano,

friggendo, i pezzi d'un pollo.

— _Chesto pullo, signoria, te l'àio acciso, appostatamente per lei_

— mi disse versandomelo nel piatto, e poi soggiunse: — _Co' licenzia

parlanno, signoria, t'hai da leccà' le deta._

Io gli feci osservare che non avevo nè forchetta nè coltello; ma

Loretuccio, asciugandosi il sudore col dorso della mano, mi rispose:

— _Be', signoria, che vôi da me? Adàttete, si' benedetto! So'

circostanzie eccezionabbile!_

Ed io visto e considerato come le _circostanzie_ fossero veramente

_eccezionabbile_, mi adattai ed adattandomi mi avvidi che il povero

Loretuccio, per servirmi a dovere, aveva tirato il collo a un

gallinaceo il quale avrebbe fatto la fortuna di un gabinetto di

curiosità ornitologiche. Difatti, dai pezzi che mi vennero fra le mani

mi accorsi, come con quelli, si sarebbe potuto ricostruire un pollastro

che, in quanto a teste, avrebbe potuto gareggiare con l'idra di Lerna;

e io, novello Ercole, non facevo in tempo a distruggerle tutte. Una ne

distruggevo e un'altra me ne saltava dinanzi. Alla fine non possedendo

i polsi nè le mascelle dell'eroe, mi diedi per vinto e abbandonai il

campo, sicuro che altri, con più fortuna di me, avrebbe continuata la

lotta.

*

* *

Nell'uscire dall'osteria di Loretuccio assistetti per pochi istanti a

una scena orribile.

In mezzo a molti contadini, avvinazzati, che ridevano, gridavano

e sghignazzavano, due, ritti in piedi, si riempivano la strozza di

maccheroni. Era una sfida. Entro un bicchiere, sulla tavola ingombra

di bucce di cocomero, v'erano due monete da una lira, destinate al

vincitore, cioè a colui che avrebbe ingozzato più maccheroni. I piatti

di maccheroni si rinnovavano sempre fumanti e i due contadini già sazii

si spingevano giù nella gola manate di pasta, imbrattandosi di pomidoro

la camicia e il petto su cui scintillavano gli abitini della Vergine e

le medaglie benedette. Un orrore!

Tornai sulla piazza. Il sole bruciava. Qualche cane spelacchiato

si leccava le zampe al sole e il proprietario del gran panorama

«pittorico-artistico-scientifico-nazionale» dormiva su una stuoia

gialla col volto nascosto fra le mani. Erano le due. La tombola era

annunciata per le cinque. Non sapendo ove andarmi a nascondere, per

ripararmi dai raggi del sole ardente, dopo aver sorbito due caffè, mi

rifugiai in una bottega di barbiere, sul cui sporto riluceva un grande

bacile di ottone.

Il figaro stanco del lungo lavoro compiuto durante la mattina, dormiva;

ma quando udì il rumore dei miei passi s'alzò, e fregandosi la schiena

indolenzita mi accennò una sedia, l'unica che era là dentro; poi, si

armò di una lunga forbice e mi si avvicinò dicendomi: — _Vôi il caróso,

signoria?_

— No, no! — esclamai io, spaventato, incominciando a pentirmi di essere

entrato là dentro — Fammi la barba.

— _La barba?_ — riprese il contadino tastando la mia guancia con le sue

dita di legno — _Nun ci hai gniente, signoria, che te vôi fa'? Chello

che nun ci hai?_

Io restai mortificato. Egli allora appese le forbici a un chiodo

infisso nella parete, coperta da una infinità di giornali illustrati,

mi impiastricciò il volto di sapone, aprì un rasoio e incominciò a

radermi _chello che nun ci avevo_.

Mentre mi levava la lanugine dalle gote, egli mi assicurò che non aveva

appreso da nessuno a rader barbe: — _Credi, signoria_, — mi disse con

un certo senso di orgoglio — _credi ch'è stata tutta volontà de la

natura_.

Uscito dalle granfie del figaro fui preso dal desiderio di andarmi

a sdraiare su un po' d'erba. Traversai una strada fiancheggiata

da altissimi pioppi e dopo non molto arrivai sur un colle, ove

fra bellissimi ulivi che svariavano vagamente al dolce soffiar del

ponentino sorgeva una vecchia ed alta torre pronta a narrare a chi

volesse ascoltarla la storia di Monte San Giovanni Campano. Benchè

essa fosse più discreta di tanti illustri nostri autori, i quali,

quando vogliono raccontare la storia di una città nostra, nata qualche

secolo dopo l'êra volgare, ne iniziano la narrazione col racconto

della creazione del mondo e i più svelti con le biografie di Adamo e

d'Eva; benchè essa, la mia bella torre ai cui piedi io m'era coricato,

la storia del suo paese la cominciasse soltanto da Carlo VIII, fui

vinto dal sonno, chiusi gli occhi e non li riapersi se non quando

ricominciarono _li bòtti_.

Ma è incredibile il numero dei quintali di polvere che si sciupa in

queste contrade per manifestare la gioia religiosa! _Li bòtti_ mi

riportarono nel paese, ove sulla piazza della Cittadella un concerto,

circondato da una folla di contadini, alcuni dei quali ballavano con le

loro donne il salterello, suonava l'«Oh dolce voluttà!» di Marchetti.

I musicanti, con le uniformi rosse e con su la testa gli elmi lucenti

sormontati da lunghi pennacchi bianchi, quando ebbero finito di

suonare, guidati dal loro capobanda che si trascinava dietro uno

sciabolone in forma di scimitarra, traversarono il paese e si recarono,

seguiti dal popolo, in un prato in mezzo a cui sorgeva un palco per

l'estrazione della tombola. Colà il concerto rosso si unì ad altri due

concerti e tutti e tre, fra l'entusiasmo generale, suonarono insieme

una «sonata molteplice», così la sentii chiamare da un giovinotto che

mi era vicino, e si puliva il cappello ricoperto di polvere con la

manica del suo abito turchino.

Dopo la «sonata molteplice», s'incominciò l'estrazione dei numeri

della tombola, e io, non avendo cartelle da bucare, ma avendo invece

molto tempo da perdere, me ne andai a visitare la cattedrale, per

vedere come era stata «riccamente e a studiato disegno parata dal

signor Angelo Novembre», e la trovai tutta coperta da lunghe strisce di

lana rossa, verde e gialla, da larghe trine d'oro e da lunghi galloni

d'argento, che s'avvolgevano alle colonne rivestite di percallina

bianca lardellata da pezzetti di talco, di tutti i colori, e da stelle

di carta dorata, di tutte le grandezze.

Il signor Angelo Novembre del resto non aveva «parato» soltanto

l'interno della chiesa, ma anche l'esterno. Egli ne aveva ornata la

facciata con lunghi festoni di lauro e con due cartelloni, sui quali

erano dipinte due figure più grandi del vero, che volevano essere San

Pietro e San Paolo, ma non ci riuscivano.

Il sole era oramai prossimo al tramonto e le ombre s'allungavano.

Riflettendo come il primo tratto della via del ritorno l'avrei

dovuto percorrere in sentieri scoscesi e sassosi, decisi di

lasciare il paese prima che annottasse e mi misi alla ricerca di

Vicienzino. Dopo di averlo cercato invano fra la folla impaziente di

vedere appicciare _gliu sparo_, lo trovai davanti al gran panorama

«pittorico-artistico-scientifico-nazionale» che seguiva a bocca aperta

e con gli occhi spalancati i gesti del cerretano il quale descriveva le

meraviglie che si vedevano nell'«interno». Lo riscossi e gli dissi; —

Vicenzino! È ora di andarcene.

— _Come? Te ne vôi ji, signoria? E gliu sparo?_

— Lo vedremo strada facendo. — gli risposi.

Il povero Vicenzino abbassò il capo, come se una immensa sciagura lo

avesse colpito, e mi seguì lentamente, volgendo a ogni passo gli occhi

verso il panorama, che al chiarore giallo di due fiaccole di sego

accese allora allora sorgeva luminoso su la massa scura del contadiname

affollato.

Arrivati in un vicolo deserto che andava a morire in un oliveto il

mio ciociaretto entrò in una stalla per sellarvi l'asinello, ed io

per aspettarlo mi sedetti sur una pietra. Ero lì quando due donne,

tenendosi strette per la mano, mi passarono accanto senza vedermi.

Una aveva il capo quasi nascosto da un fazzoletto rosso dalle cui

pieghe uscivano ciuffi increspati di capelli neri, l'altra, una

giovane contadina, vestiva il costume del paese. Dopo pochi passi

si fermarono, e quella che aveva il fazzoletto rosso, girati intorno

gli occhi sospettosi, prese fra le sue mani una mano dell'altra; vi

avvicinò sopra la testa e incominciò a parlare a voce bassa: poi si

cavò dal seno un cordoncino bianco, lo baciò e lo annodò al polso

della contadina, che dopo di essere rimasta ancora per qualche istante

immobile con la testa bassa, corse a raggiungere una sua amica che

l'aspettava nascosta dietro al tronco di un vecchio ulivo.

Le due contadine rimasero un momento insieme a discorrere e si

allontanarono in fondo all'uliveto, e la donna col fazzoletto rosso,

dopo di aver mandato un grido gutturale e strano si avviò adagio adagio

verso il paese, ove incominciava a brillar qualche lume.

Senza volerlo avevo assistito ad un sortilegio.

*

* *

La luna era già sorta dal monte di Rocca d'Arce e le girandole _degliu

sparo_ scoppiettando sul cielo tingevano di vivaci colori le rocce e

gli alberi, quando io scendeva verso il Liri, le cui acque si sentivano

crosciar da lontano. Prima di arrivarvi, oltrepassato appena un

piccolo e misero borgo, mi trovai davanti alle rovine di una chiesa

antichissima, da dove, nel silenzio, veniva il miagolare di un gatto.

— Come si chiama quella chiesa? — domandai a Vicenzino, ed egli

insonnolito com'era, appoggiandosi al collo del suo omonimo mi rispose:

— _La chiesta sgarrupata._

Mentre l'asinello mi riportava a casa, non sapendo che altro fare di

meglio per ingannar l'uggia della via apersi il mio album e sciupai una

delle sue pagine bianche scrivendovi sopra col lapis queste quattordici

mezze righe rimate:

Batte la luna gialla su l'arcate

cadenti d'una chiesa bizantina

e, ne la calma tepida d'estate,

ne lumeggia la splendida rovina.

E giù, nel buio, stridono volate

di vipistrelli e cade la calcina

sopra le sepolture istoriate

da la solenne epigrafe latina.

Fra i rottami del tetto alto, s'intaglia

sul cielo un caprifico e da le rare

pitture, che ricopron la muraglia,

guardano le madonne e nel chiarore

giallastro, su la pietra d'un altare,

due gatti bianchi spasiman d'amore.

Prose (1880-1890) · 第 14 / 38 题