II.

Un po' prima dell'anno mille era signore di Sora un tal conte Pietro,

uomo di pessima vita. San Domenico lo andò a visitare, e il tiranno,

tócco dalla divina misericordia, gli si gettò ai piedi chiedendogli la

benedizione. Il Santo lo benedisse e lo abbracciò, e allora il conte

Pietro gli parlò così: — Tu mi hai ridonato la divina salute; dimmi ora

che cosa posso fare per ricompensarti.

E San Domenico, il quale non pensava ad altro che a fondare conventi

e già ne aveva fabbricati o fatti fabbricare non so quanti in

Umbria, nella Sabina e nell'Abruzzo, gli rispose subito: — Edifica un

monastero. — Egli annuì, e l'indomani il Santo ed il conte galoppavano

su due cavalli nei dintorni di Sora in cerca del sito più adatto alla

costruzione della badia; e galoppa galoppa, quando arrivarono colà

ove le limpide acque del Fibreno si gettano in quelle del Liri, San

Domenico fermò il cavallo e disse a Pietro: — Ecco il luogo.

— _Fiat!_ — rispose il conte, e mentre il Santo se ne partiva per monte

Montano a sorvegliare i lavori di un'altra abbazia, egli incominciò

subito la fabbricazione del sacro edifizio; ma quando l'ebbe compiuta

chiamò il suo maggiordomo e gli disse: — Badi bene che in questo

cenobio io non ci voglio uomini.

— _Servo a Signoria!_ — balbettò il maggiordomo intelligente ed

inchinandosi uscì.

E così il monastero, che doveva accogliere tra le sue mura i monaci, si

cambiò in monastero di monache dove il conte Pietro si recava spesso a

pregare.

Ma egli aveva fatto, come si suol dire, i conti senza l'oste. E l'oste

che venne a rivedere i conti al conte fu Domineddio in persona, il

quale mandò a San Domenico un angelo che, un pochino rosso in volto, lo

informò di come andavano le cose nel sacro albergo del conte. Il Santo

inorridì; e senza perder tempo ritornò subito a Sora, dove incontrato

appena il suo uomo gli disse: — Oh, signor Pietro, a che giuoco

giuochiamo?

Il peccatore si fece toccare per la seconda volta dalla divina

misericordia e si ritirò nuovamente nel suo castello, e il Santo

purificate le mura del monastero, vi chiamò i suoi monaci e ci rimase

fino alla morte. Ora il suo corpo sta sepolto sotto l'altare massimo

della chiesa, tutto intero, meno un dente che fu recato come reliquia

a Cucullo.

Il dente ha oggi una virtù prodigiosa, poichè guarisce, a guardarlo

solamente, morsi di cani rabbiosi e punture di vipere; e qui, quando

qualche contadino vien punto o morso da uno di codesti animali, prima

di correre _agliu medeco_ se ne fugge a Cucullo, dove sa che toccare

il prodigioso dente e risanare è tutta una cosa. E laggiù a Cucullo,

nel primo giovedì di maggio, si porta in giro pel paese la famosa

reliquia, e i contadini e le loro donne la seguono cantando le lodi di

San Domenico e attorcigliandosi intorno alle braccia, al collo e alle

gambe nude una quantità di serpentelli.

Queste e tante altre cose mi veniva raccontando un pretonzolo di Sora,

mio compagno di viaggio, mentre i cavalli della _messaggera_, scuotendo

le ricche sonagliere, trottavano su la via d'Isola del Liri, e io,

tutto orecchio nell'ascoltarle, le fissavo nella memoria per indi

trascriverle nel mio taccuino, rallegrandomi di aver trovato, mentre

mi recavo alla festa di _Santo Dominico_, un servo di Dio che mi avesse

narrato la storia del celebre santuario.

*

* *

Quando arrivammo all'Isola del Liri le nove ore della notte battevano

all'orologio della torre nera e quadrata dell'antico palazzo dei

Boncompagni, e lunghe file di _sciarabbà_ pieni di gente che gridava e

cantava salivano di carriera la via delle Forme.

Le Forme sono un'appendice dell'Isola del Liri; una città nuova,

che s'allunga fino al santuario. Sessant'anni addietro su la via che

dall'Isola mena a Sora, non vi erano che poche e misere casupole di

contadini; ma le industrie dei nostri tempi, servendosi a meraviglia

delle acque del Liri e del Fibreno, fecero sorgere su le sponde dei due

fiumi cartiere, lanifici, molini e ville splendide, che in pochi anni

han cambiato quei luoghi, prima squallidi e deserti, in una regione

ricca e popolata, piena di attività industriale e commerciale.

Sull'azzurro cupo del cielo s'allungano i pioppi e di tanto in tanto

gruppi colossali di platani allargano nell'aria scura i rami fronzuti.

Gli _sciarabbà_ passano di carriera, e i cocchieri, schioccando la

frusta, gridano a squarciagola: — _Santo Dominico! Santo Dominico!_

Giù in fondo alla via, sul cielo sereno, fra miriadi di lanternine,

rosse, gialle e azzurre, rischiarato dalle faci delle baracche, sorge

il santuario.

Più si va innanzi, più la folla aumenta, e si cammina a stento fra

lunghe file di _sciarabbà_, di vetture e di carretti, mentre dalle

_bancarelle_, che si seguono numerose, s'alzano canti, grida, squilli

di trombe, suoni di tamburelli e d'organetti e s'effondono odori acuti

e nauseabondi di _ciammaruche_ (lumache) fritte, di polli arrostiti, di

pannocchie di granturco abbrustolite su la bragia, di _cacicavallitti_

e di _muzzarelle_.

Di tanto in tanto fra i contadini che già presi dal vino saltano

furiosamente al suono degli organetti, delle zampogne e delle chitarre,

mentre le loro donne battendo le mani cantano con le voci stridule

volgari canzoni d'amore, passano file interminabili di pellegrini coi

bordoni ornati da sacri amuleti e dalle immagini di San Domenico e

della Madonna di Canneto: passano, e aprendosi a stento una via tra la

folla festante entrano nella chiesa, si gettano in terra e incominciano

_le penitenze_, trascinandosi con le mani sotto le ginocchia verso

l'altare maggiore, segnando con la lingua sul suolo lunghe croci e

lasciandosi dietro orribili strisce di bava e di sangue. Ma non tutti

hanno la forza di farle _le penitenze_; poichè molti stracchi, spossati

e sfiniti come sono dagli affanni e i disagi del duro viaggio, coi

piedi gonfi, rotti e sanguinanti per il lungo cammino, appena toccano

con le ginocchia il pavimento del santuario vi si stendono sopra e

s'addormentano.

Sui gradini degli altari, dentro e intorno ai confessionali, lungo

le balaustrate delle cappelle e accanto alle basi delle colonne, di

cotesti sciagurati ne vidi a centinaia distesi come se fossero morti,

uomini e donne, vecchi e fanciulli tutti confusi insieme sotto la luce

gialla e tremula delle candele che illuminava le loro membra coperte di

stracci. Talvolta dai gruppi dei dormienti udii venire qualche lamento.

Qualcuno, vinto dagli stimoli della fame, lo vidi destarsi e rompere

il digiuno succhiando bucce di meloni e di cocomeri, raccolte da terra.

Uno lo vidi correre a bere nella tazza dell'acqua santa.

In fondo alla chiesa, molto grande e tutta bianca, vi sono due scale

per salire all'altare maggiore, e fra le due scale v'è la porta per

scendere nel sotterraneo ove sta la sepoltura del santo. Vi discesi e

lo trovai pieno di pellegrini che si affollavano a baciare una testa

scolpita a bassorilievo sul davanti di un altare e a stropicciarvi

sopra i loro bordoni. I baci schioccavano sonoramente. Una ricca

lampada argentea mandava sprazzi di luce sui sordidi cenci dei

contadini, che prima di lasciare il luogo sacro, mormorando preci,

abbracciavano e baciavano le colonne tortili che sostengono le volte

basse della cripta.

Quando uscii dal sotterraneo una folla di pellegrini che andava verso

una cappella, ove sur un tavolino, tra quattro candele, sorgeva la

statua di un santo, mi costrinse a seguire una donna, che sorretta da

due uomini levava in alto un bambino che le si torceva fra le braccia

piangendo. La poveretta appena arrivò dinanzi al simulacro lo baciò;

poi, mentre i suoi vicini urlavano lamentevolmente: _Grazia! Grazia!

Grazia!_, si cavò dal petto una pezzuola e dopo di averla strofinata

sulla statua la passò più e più volte sugli occhi del suo bambino,

mentre quelli che la circondavano, tutti con le mani tese verso la

immagine sacra seguitavano sempre a urlare: _Grazia! Grazia! Grazia!_

Il povero bimbo era cieco, e la sua mamma per fargli riacquistare la

vista era venuta a piedi non so da qual paese lontano, per recarlo

davanti a quel pezzo di legno dipinto!

Esasperato dagli urli di quegli esaltati e commosso e turbato dalla

vista di tante sciagure mi liberai dalla folla che continuava sempre

a gridare: _Grazia! Grazia! Grazia!_, mi avvicinai alla porta della

chiesa, ove un vecchio ben pasciuto, vestito di un sacco nero,

scuotendo una scatola di latta piena di soldi gridava con voce

imperiosa: — _Fate l'elemosina a Santo Dominico!_ — uscii e, per avere

un po' di pace, me ne andai in riva al Fibreno le cui acque inargentate

dalla luna correvano sotto amene selvette di pioppi e di salici, fra il

delizioso ondeggiare degli effluvii dei mentastri fioriti e il tremolio

ininterrotto delle voci stridule dei grilli cantatori. M'ero appena

seduto in terra con le spalle appoggiate al tronco scabro di un salice

per ascoltare il canto soave di un rosignuolo, quando arrivarono due

pellegrini: s'inginocchiarono, e rivolti verso la chiesa con le mani

giunte incominciarono a pregare. Dopo un poco il più giovane si alzò,

mi venne vicino e mi stese la mano aperta, chiedendomi qualche soldo.

— Di dove siete? — gli domandai.

— Di Veroli. — mi rispose.

— E da dove venite?

— _Da la Madonna de Canneto._ — riprese il pellegrino, e soggiunse: —

_So' quattro giorni, signoria, che jamo cammenenno giorno e notte pe'

le montagne!_

Gli rivolsi altre domande, ed egli allora mi raccontò come laggiù a

Canneto vi sia un fiume con una corrente rapidissima e che passandolo a

nuoto nove volte, si lucrano un sacco d'indulgenze; mi disse che _addò'

ce sta la chiesia ce jesce 'no capo d'acqua gelata_, e che insieme

coll'acqua _ce jesceno melioni de stellucce d'oro_, e finì col dirmi

che la Madonna di Canneto era _sorella bona a Santo Dominico_.

Gli chiesi notizia di quei luoghi ove sta il santuario di Canneto, e il

contadino me li dipinse efficacemente con queste poche parole: — _La

chiesia, signoria, sta in fonno a 'na montagna pessima assaie, e loco

a terra, ohi mamma! nun vidi 'no pajese!_

Quando il giovinetto tornò al compagno, che seguitava sempre a pregare,

lo riscosse e gli diede i soldi che io gli aveva regalati, e lui come

li ebbe in mano li contò, baciò la terra e si allontanò per andarli

a mettere nel bussolotto del vecchio, che gridava sempre: — _Fate

l'elemosina a Santo Dominico!_

*

* *

All'alba tornai nel santuario. Le lampade e le candele erano quasi

tutte spente e una luce bianca e fresca entrava dalla porta spalancata;

qualcuno si batteva ancora il petto innanzi alla statua del santo, e un

sagrestano, fischiando, spazzava via dalla chiesa le bucce di melone

e di cocomero e le altre molte immondizie che vi avevano lasciato i

pellegrini.

Fuori della chiesa, davanti alle baracche, le venditrici insonnolite,

avvolte in panni listati di rosso, di giallo e di verde, gridavano

con voci rauche, sperando di invogliare i pochi rimasti a comperare

ancora qualche chilo di frutta, qualche ciambella, qualche padellata

di _ciammaruche_, e intorno a loro, qua e là sui mucchi di fieno, sotto

ai carretti, fra le canestre, gli orci e i barili vuoti molti contadini

briachi fradici dormivano profondamente.

Poco lungi, al di là di un prato umido di rugiada e cosparso di fiori,

su la via provinciale passavano di tanto in tanto le diligenze di Sora

e Roccasecca coi cavalli sonanti e risonanti di tintinnanti sonagli.

*

* *

Prima di partire mi venne il desiderio di comperarmi un ricordo della

festa e chiesi a un pellegrino se voleva vendermi un suo bellissimo

bordone, ornato di medaglie, di immagini sacre e di stelle lucenti di

carta di argento.

— _Gnornò._ — mi rispose seccamente il pellegrino guardandomi con

sospetto — _Chessa è robba de la Madonna: nun se venne_.

— Ti do una lira.

— _Gnornò, chessa è robba de la Madonna, nun se venne._

— Te ne do due.

— _Gnornò._

— Se me lo dai te ne do cinque. — ripresi io; ma niente! Il contadino

stringeva sempre più tenacemente fra le mani il bordone e ripeteva

sempre: _Gnornò, gnornò, chessa è robba de la Madonna: nun se venne!_

La sua cocciutaggine mi indispettì; cavai fuori dal portafogli una

carta da dieci lire, gliela mostrai e tentando un'ultima prova gli

dissi: — Se me lo dai ti do questa! — Egli mi guardò rimanendo per

qualche istante incerto se dovesse pigliarla o no, poi tremando allungò

la mano verso il biglietto; ma come l'ebbe toccato fece un salto

indietro; si strinse al petto il bordone, e facendosi il segno della

croce se ne fuggì.

Sarei davvero curioso di sapere quante volle quel povero contadino

avrà già raccontato ai suoi amici come qualmente mentre egli si trovava

dinanzi alla chiesa di San Domenico, _gliu diavolo, vestute da signore,

co' 'no cappillitto janco in testa e co' 'na pipparella 'mmocca, che

jettava fumo e foco, glie comparì innante e glie disse_...

Prose (1880-1890) · 第 13 / 38 题