Dormivo profondamente, quando alla stazione di Valmontone lo sportello
della vettura fu aperto ed una comitiva di uomini e donne entrò nel
vagone.
Svegliatomi di soprassalto mi rincantucciai in un angolo dello
scompartimento, e con gli occhi socchiusi, mi misi a guardare con
curiosità i miei nuovi compagni di viaggio e le valige, le cappelliere,
le sacche da notte ricamate di lana rossa e gialla, le borse di pelle e
di tela, i canestri ed i fagotti di tutte le misure, che avevan portato
con loro.
Un uomo sui sessant'anni, grasso e grosso, pareva essere il direttore
della compagnia, e appena entrato nella vettura, non curandosi dei
saluti dei _vignaroli_ e dei contadini ch'eran venuti ad accompagnarlo
fino agliu vapore e gli gridavano: — _Forte, sor Piè'! addio sor
Piè'! Stacce bene, sor Piè'!_ — egli si mise, seriamente, a disporre
in alto su la rete le valige più buone ed a spingere sotto ai sedili
i canestri ed i fagotti. Le ragazze, intanto, si litigavano i posti
vicini agli sportelli, e ridendo si indicavano a dito l'una con l'altra
i paesi arrampicati sulle montagne lontane, e chiamavano replicatamente
Peppino e Maddalena perchè accorressero anch'essi a vedere, _li ponti
su li fiumi, piccoli piccoli, e le montagne che toccaveno el celo_.
Ma Peppino e Maddalena non si muovevano: seduti strettamente vicini
si guardavano negli occhi, si sorridevano e, di tanto in tanto, si
scambiavano qualche parola.
Mentre il treno correva afferrai questo brano di dialogo: — _Dimme
un po', Peppino, è vero che in certi punti nun se ne vede la fine?_
— E lui, pesando le parole: — _Se capisce! Subito che el mare fenisce
addòve comincia el cielo!_
Quando sur un colle apparvero le case di Frosinone, il sor Pietro, dopo
di aver paragonata la lentezza insopportabile delle diligenze con la
rapidità fulminea delle ferrovie, si levò la giacca e diede el segnale
della colazione, durante la quale, i discorsi e i bicchieri di vino
rosso s'incrociarono con tanta abbondanza che io dopo appena cinque
minuti, già sapevo vita, morte e miracoli del sor Pietro, i nomi dei
componenti la comitiva, dove andavano, quanto tempo avevano deciso di
fermarsi in riva al Sebeto, e, perfino, che la _Guida di Napoli_ il sor
Pietro l'aveva avuta in prestito da un parente di papa Pecci.
Verso la fine del pasto interminabile Maddalena, stuzzicandosi i denti
con un ossicino di pollo, dimandava alquanto preoccupata a Peppino: —
_Ma come sarà che el mare è turchino?_
E Peppino con gli occhi lustri, vuotando ancora un bicchiere: — _Se
capisce! In tutto el mondo l'acqua turchina è tutta salata. Il mare è
tutto salato: dunque lui deve essere turchino per forza._
E s'addormentò.
Finita la colazione sopravvenne un po' di calma. Le donne si levarono
i cappelli e il sor Pietro masticando un sigaro forte, che non tirava,
e lagnandosi del caldo _troppo troppicale_, si tolse il panciotto.
Alla stazione di Pofi, metà della comitiva dormiva e il sor Pietro
sbuffando si toglieva solino, polsini e cravatta, mandando un accidente
a chi aveva inventato _tutte quelle porcherie da signori_.
Quando, a Ceprano, io lasciai il treno, egli s'era cavata anche una
scarpa, accusando _un forte dolore alla noce del piede_, e s'era
rimboccate le maniche della camicia, mostrando due braccia nere e
pelose, come le code di due gatti infuriati.
Dio mio! Che cos'altro si sarà tolto di dosso il sor Pietro, prima di
arrivare a Napoli?
*
* *
Sullo spiazzo, dietro la stazione di Ceprano, un legno a cui erano
attaccati tre cavalli scheletriti, flagellati da nugoli di tafani,
stava ad arroventarsi al sole; il vetturino, un tipo selvaggio, dalla
faccia annerita, dormiva sopra un mucchio di fieno, poco lungi,
e russava profondamente. Altri legni per andare a Fontanaliri non
v'erano. Mi avvicinai al vetturino e tentai di svegliarlo. Era di sonno
duro. Allora una contadina, che stava, poco lungi, seduta, si alzò,
e avvicinatasi al dormiente gli applicò due calci ove finiva la sua
schiena, gridandogli: — _Arrizzate, Ciccantò', ca s'è fatto juorno!_
Ciccantonio, si alzò stropicciandosi gli occhi e la schiena e facendo
brillare al sole, sul collo nero, una filza di medaglie; mi salutò
con un: _ben arrivato a signoria!_ e incominciò subito a decantarmi
la comodità della sua carrozza, la bontà de' suoi cavalli e la sua
_grannissima abbeletà_ nel condurli. Io, poco persuaso della verità di
tante lodi, accennai qualche dubbio, ma egli ribattè: — _Lei, signoria,
non indubiti: saglìte e sarete insoddisfatto._ — Ed io convintissimo di
quanto egli asseriva, comperai quattro arance da una bella ragazza, che
vendeva anche ciambelle, vino e frutta, e salii nel legno ponendomi la
valigia fra i piedi.
Ciccantonio saltò in cassetta, tempestò di frustate i cavalli, che non
volevano muovere il primo passo, sfilò una corona di bestemmie di tutte
le qualità e dimensioni, e allora le rozze si mossero finalmente, e giù
di trotto per la via bianca e polverosa di Ceprano.
Bel tipo il mio vetturino! Egli bestemmia come un turco, dico come un
turco perchè si dice così, ma io non credo che i turchi siano giunti
a tanta perfezione, e a ogni chiesuola che incontra, a ogni croce che
vede, si toglie il cappello, sul quale tiene legata una immagine sacra
e grida: — _Madonna aiutece!_
Lungo la via, ove, di tratto in tratto, dalle siepi, bianche di
polvere, sbucano branchi di gallinacci, condotti da qualche fanciulla
alla pastura, incontriamo contadini sui somari che vanno al molino,
mezzadri che portano ad abbeverare le vacche, e lunghe file di donne
che scendono verso Ceprano, recando in testa pesanti canestre ricolme
di ortaglie.
Mi tornano alla memoria _li pupazzi der presepio_.
Quando ci fermiamo davanti alle prime case di Ceprano, Ciccantonio
s'accosta allo sportello della vettura e col cappello in mano, mi dice:
— _Simmai lei nun s'incommoda, metto lu belancino._
— E quanto ci vorrà a mettere questo bilancino?
— _Quanto piace a signoria!_ — mi risponde Ciccantonio, come un
cortigiano antico.
— Alla mia signoria piace che tu tra un'ora ti trovi qui col bilancino.
— _Servo a signoria!_ — replica il vetturino inchinandosi; e dati a
reggere i cavalli a un ragazzetto, si allontana fischiando.
Io per non saper che altro fare, comincio a girandolare per le vie di
Ceprano, seguito da uno sciame di ragazzi gialli e verdi per la lebbre
malarica, credo, e qualcuno forse anche per la fame.
Su la piazza, fuori della Porta, vi trovai il mercato.
Le venditrici di ortaglie e di frutta, di grano, di pane, di ciambelle,
di stoviglie di creta e d'altri utensili famigliari erano disposte in
lunghe file. Io mi addentrai tra quelle file, e ammirai gruppi di donne
veramente stupendi. Finalmente, rimasto abbagliato dai colori vivaci
delle vesti, dei busti, e degli scialli smaglianti al sole, sul fondo
grigio de monti lontani, entrai in una modesta trattoria ove per pochi
soldi, mangiai una buona bistecca e molte frutta così belle, fresche
e saporite che le nipoti di Atlante me le avrebbero invidiate. Poi
seguendo una strada lunga e polverosa, dopo di aver salutato il nome
di Dante Alighieri che si leggeva scritto vistosamente su l'angolo di
un vicolo, ov'era men che notte e men che giorno, pervenni in fondo al
paese e sboccai in una piazza piena di sole e di mucchi di canapa ove
sorge le cattedrale dedicata a Sant'Arduino.
Più innanzi trovai un piccolo ponte di ferro che serve a traversare il
Liri, le cui acque allora scarseggiavano. Su la ghiaia lunghe file di
contadine cantando canzoni piene di malinconia battevano la canapa.
Il paesaggio lieto di sole, le donne che lavavano e maciullavano
la canapa, i canti pieni di malinconia mi risvegliarono gl'istinti
poetici, tanto che non potendo più frenarmi, scesi giù sulla sponda
lirica e mi accinsi a scrivere una medesima; ma avevo appena cavato
di tasca il taccuino, quando sentii gridare: — _Signoria! Signoria!_ —
Alzai la testa e vidi Ciccantonio che su dal ponte mi faceva cenno di
risalire. Guardai l'orologio. In luogo di un'ora, senz'accorgermene,
girando qua e là, ne avevo perdute due. Risalito sul ponte, egli mi
disse subito ch'era stato sin allora a cercarmi per tutta Ceprano; che
era tardi, che le salite da superare per andare a Fontanaliri erano
molte e che bisognava partire senza indugio. Il legno era pronto.
Innanzi ai tre cavalli era stato attaccato il bilancino, un misero
cavalluccio bianco, pieno di gobbe e di piaghe e con la testa ornata da
un pennacchio di penne di cappone.
Rientrai nella vettura, e, dopo le solite frustate e le solite
bestemmie, i cavalli partirono al trotto.
*
* *
Il caldo comincia a farsi sentire molesto e Ciccantonio, dicendomi: —
Lei, permettete? — si toglie la camicia, apre un cassetto sul davanti
della vettura, ne trae un giubbettino di tela e se lo infila. Durante
l'operazione, quando il mio vetturino rimase col torace nudo, mi
sembrò di avere dinanzi agli occhi il tatuato di Birma. Egli aveva nel
mezzo del petto una larga incisione colorita di blu rappresentante la
Santa Casa di Loreto, sotto la quale v'era una data: 29 giugno 1855,
contornata da una quantità di geroglifici; poi sul braccio destro e
sul sinistro portava incisi i segni della Passione, un Sacramento e una
immagine della Madonna di Loreto.
Quando io gli manifestai la maraviglia che provavo nel vedere i suoi
tatuaggi, egli mi disse che, dopo essersi fatto _stampà'_, era stato
lì lì per rimetterci la pelle. Ora però mostra con orgoglio le sue
_stampe_, e spiega con piacere il metodo che s'usa laggiù, alla Santa
Casa, _pe stampà' li cristiani_.
Ecco la spiegazione, che io trascrissi così come ei me la disse: —
_Apprima ce passeno lu rasore. Apò, strignenno la pelle, ce passeno via
via co' 'na penna d'acciare, su la stampa che ci avo fatto apprima. Apò
ce metteno lo gnuostro (_inchiostro_) e la fav'ascì'._
Quando egli ebbe finito di parlare, si baciò il braccio sinistro,
ov'era effigiata la Madonna di Loreto e riprese subito a frustare i
cavalli, e a bestemmiare.
*
* *
Di tempo in tempo incontriamo molti carri enormi che vengono innanzi
lentamente fra nugoli di polvere: trasportano a Roma i prodotti dei
lanificii e delle cartiere che sorgono su le ripe amene e pittoresche
del Fibreno e del Liri.
Alcuni di cotesti carri sono tirati fin da dieci e dodici cavalli,
d'ogni razza e paese, tutti infronzolati da arnesi di metallo lucente
che brillano al sole.
Le bestie sanno già la via che debbono percorrere, e, mentre i
carrettieri sono vinti dal sonno, procedono lungo la strada bianca al
suono monotono dei campanelli, scuotendo i ricchi pennacchi multicolori
e i grossi fiocchi di lana rossa, che sbattono loro sul muso. Giù, in
fondo, si levano sul cielo turchino le montagne di Sora, azzurre come
il mare.
A _Colle la noce_, ove anticamente era il ponte di confine, fra lo
Stato Pontificio e il Regno di Napoli, c'imbattiamo in una torma di
uomini e di donne recanti in braccio bambini, verdi e macilenti.
La torma viene avanti sotto l'arsura del solleone, cantando le
litanie. Dalle gole inaridite dalla polvere soffocante escono voci
rauche ed affannate. Un vecchio cencioso, reggendo una croce, cammina
faticosamente innanzi a tutti suonando un campanello, e di tanto in
tanto, volgendosi a guardare i compagni che lo seguono, si ferma e
intona le preci.
Domando a Ciccantonio dove vada tutta quella gente ed egli mi risponde
secco secco: — _A Santo Dominico_.
— È distante di qui?
— _Eh! sicuro!_
— E ci vanno a piedi?
— _'Nu poco a piede e 'nu poco cammenenno._
La torma s'era già allontanata d'un bel tratto, quando vidi avanzar
solitaria una figura scarna e gialla di donna: portava su la testa un
canestro coperto da un pezzo di panno rosso tutto sdruscito e le gambe
di un bimbo vi penzolavano fuori: camminava appoggiandosi a un bastone
su cui era legato con una corona un ramo d'ulivo; e, si sforzava di
raggiungere le compagne che si allontanavano cantando. Le gettai pochi
soldi. Essa si fermò, li radunò col bastone, si curvò a stento, li
raccolse e, dopo di avermi ringraziato con un cenno, seguitò la strada.
La vista di quella poveretta mi mise di malumore. Accesi la pipa e per
non più vedere mi rincantucciai nel fondo della vettura, e vi rimasi
fino a quando Ciccantonio non mi indicò, con la punta della frusta, un
paese su la cima di un monte.
— Che paese è? — gli domandai infastidito.
— _Chello è Verule._ — mi rispose. — _Là ci av'acciso Chiavone
bon'alema_ (buon'anima). E in tono patetico mormorò fra i denti: —
_Povero Chiavone!_
Gli chiesi se l'avesse conosciuto; ma egli invece di rispondermi, si
mise subito a dar la voce ai cavalli. Decisamente il mio vetturino deve
averlo conosciuto molto da vicino il famoso brigante.
Il paesaggio intanto comincia a cambiare. Su la destra le montagne
vicine mostrano già i fianchi grigi di selce. Su una di coteste
montagne s'aggrappa un paese non molto grande. Un antico castello
diroccato, che s'intaglia bruno nel cielo sul vertice del monte,
deve avergli dato il nome di Arce. Ora non si veggono più sui fianchi
dei monti i lunghi filari di olmi, sui quali si appoggiano i tralci
verdeggianti della vite, e su la terra smossa le pannocchie gialle del
granturco; ma sul fondo grigio e ferrigno delle rocce, si contorcono
freddi e monotoni soltanto gli ulivi.
Passato _Santo Lauterio_, un largo prato bagnato dal Liri, mi giunge
alle nari un acuto odore di zolfo. Ne chiedo spiegazione al mio
vetturino, ed egli accennando un filare di pioppi, mi dice che _arreto
a chelli chiuppi_ c'è un lago chiamato _Zulufraga_, ove vanno a
gettarsi cinque o sei rigagnoli di acqua minerale della quale si fa un
modesto commercio. Difatti nella notte se ne empiono piccoli fiaschi,
e a dorso d'asino o sui carretti, all'alba, i venditori la van gridando
per le vie d'Isola, d'Arpino e di Sora, a un soldo il fiaschetto, come
la nostra acqua acetosa. I contadini, le attribuiscono una quantità di
speciali virtù, e ne sono avidissimi.
*
* *
Sulla sinistra il paesaggio seguita a divenire sempre più selvaggio.
Ovunque massi enormi che sembrano dover rotolar giù al più lieve
soffio di vento. Non più alcuna vegetazione, nè meno gli ulivi: solo le
ginestre giallissime tra i sassi bianchi e grigiastri.
Ciccantonio mi addita un'enorme buca sul fianco dirupato di un monte.
— Che cos'è? — gli domando.
— _Chella, signoria lei, che siete 'struito lo sapete miejo de noi. È
tutta robba vulcaneca_ — Egli mi risponde e mi narra una lunga serie di
cose straordinarie, tutte, s'intende, a proposito della grotta che qui
chiamano _fossa agliu monte_; e finisce col dirmi che gettandovi dentro
un'arancia, questa dopo aver girato per lungo e per largo nel ventre
della montagna, finisce con lo sbucare nel lago di _Zulufraga_.
Io, lo confesso con vergogna, avevo ancora una arancia, l'ultima delle
quattro, comperate a Ceprano, ma in luogo di tentare l'esperienza
mentre la salita incominciava a farsi ripidissima e i cavalli, fra
gli urli e le bestemmie di Ciccantonio che si perdevano a valle,
arrancavano disperatamente, l'ho mangiata.
*
* *
Il sole cadeva dietro le case di Banco quando io con l'ossa rotte e
bianco di polvere, entrai in un paesuccolo nero, sul sommo sassoso
d'un monte vestito di ulivi, di querce e di frassini. Ero giunto a
Fontanaliri.