SIGNORE E SIGNORI,

Sapete? C'è stato un momento, un'ora fa, quando ho posto il piede in

queste sale, che spaventato da un esercito interminabile di sedie vuote

(Non potete immaginare quale effetto disastroso producano nell'animo di

un conferenziere le sedie vuote!) spaurito da tutto questo apparecchio

di tappeti verdi, e di bottiglie piene d'acqua inzuccherata ho avuto

improvvisamente l'idea di ripigliarmi lo scialletto e il cappello, e

d'andarmene.

Voi sorridete, Signora? Capisco ciò che significa il vostro

sorriso. Voi pensate che se io me ne fossi andato, a quest'ora a voi

sarebbe risparmiata la noia di ascoltarmi e a me lo scorno di stare

quassù impacciato davanti a questo tavolino. Ma ora, o Signora, il

rammaricarsi è vano; perchè io ci sono, voi, eh! voi ci siete; insomma

noi ci siamo; e conviene, bene o male, a me di parlare e a voi di

ascoltarmi.

Non potete immaginare quanto mi dispiaccia di non essere un valido

e forte conferenziere! Eh, se lo fossi a quest'ora avrei già

abbozzato una diecina di righe di preambolo, me ne sarei scivolato

giù nell'argomento, e una volta nell'argomento felicissima notte!

Poichè è proprio vero, che il difficile sta nel cominciare. Una volta

incominciato, in fondo ci si arriva. Le idee son come le ciliege; una

ne tira un'altra. Di ciliegia in ciliegia si arriva in fondo al piatto,

come, bene o male, di idea in idea si arriva in fondo alla conferenza.

Ma io, purtroppo! non sono un valido conferenziere. Io sono venuto

quassù impacciato con la testa fra le nuvole; tanto che se io avessi

bisogno di un bicchier d'acqua dovrei stare bene attento a non far

accadere una inondazione su questo tavolino.

E giacchè sono in vena di fare delle confessioni, ci metto anche

questa. Cinque minuti fa, quando sono sceso da quella stanza che mi

parve l'anticamera dei sospiri, per venir qui, attraversando la sala ho

gittato timidamente uno sguardo tra la folla ed ho visto tanti amici

che mi guardavano ridendo e tante belle signore che mi osservavano

curiosamente attraverso alle lenti degli occhialetti. I primi mi hanno

rammentato la folla pigiata sotto ai funamboli che salgono sul soffitto

del teatro per eseguire i loro difficili esperimenti, e mi è balzata

alla memoria la considerazione che fa il popolano al vedere la vita dei

poveri acrobati esposta al pericolo. Ricordate?

_Quer che te dà piacere, poi, è l'artezza_

_Indove stanno a lavorà' 'sti giochi:_

_Si quarcuno viè' giù nu' la rippezza!_

E a dirvi la verità, non vorrei davvero proprio io, stasera, _venir

giù_ dal soffitto di questa conferenza!

Le seconde, le signore, oh! le signore mi hanno ricordato la folla

elegante che si stringe attorno alla fiala di vetro, ove nuota nello

spirito un mostricino presentato dal Barnum in abito nero e cravatta

bianca, come un fenomeno _très intéressant_.

Forse, a cercarlo bene, il mostricino c'è; ma se c'è il mostricino,

manca lo spirito.

Difatti...

(_Il conferenziere ad un signore che, sbuffando, si dimena

fastidiosamente su la sedia_):

Come? Che cosa dice? Ah! Il manichino? Scusi tanto. Chiacchierando

lo avevo dimenticato. Ma, prego, non s'impazienti! Guardi, incomincio

subito.

(_Qui l'oratore fa un passo indietro, si inchina e con voce solenne

incomincia_):

Quand'è, o signori, che è comparso sulla scena del mondo il manichino?

Quand'è? Quand'è? Curiosa davvero! Sento di essermi dimenticato di

qualche cosa e non riesco a capire di che. Ah, per bacco! scusate

tanto, nientemeno che m'ero dimenticato di bere il bicchier d'acqua di

rito.

Io veramente non ho sete; ma siccome ho visto come tutti i

conferenzieri prima di entrare nell'argomento bevano un bicchier

d'acqua, io, ripeto, non ho sete, ma per non infrangere la

consuetudine, giacchè lo bevono tutti, lo bevo anch'io.

(_L'oratore vuota un bicchiere, poi manda un sospiro di contentezza e

sorride_).

Ah! ora capisco perchè si beve il bicchier d'acqua. Ma davvero che

questo bicchiere d'acqua mi ha dato una larghezza di vedute, una

lucidità di mente tale, che incomincio a credere sul serio di arrivare

fino in fondo senza fermarmi mai più. Dunque dicevamo? Ah! dicevamo:

quand'è, o signori, che è comparso sulla superficie della terra

il manichino? Per rispondere a questa dimanda sento il bisogno di

ricorrere ad una frase fatta. L'origine del manichino, o signori, si

perde, pur troppo, nella notte dei tempi. Ed ora, giacchè ci sono,

sèguito. Accendiamo dunque il lanternino della storia, o per dir

meglio, delle induzioni; e ricerchiamo questa origine.

Ci sono molti i quali affermano che il manichino c'era già prima che il

mondo esistesse; e costoro aggiungono che basta gittare lo sguardo su

tanti quadri, per vedere come su quelle pitture colui che si affanna

con le braccia spalancate a creare tutto questo po' po' di mondaccio

birbone, non sia altri che un manichino rivestito di stoffe aranciate

e azzurre, campeggiante in una bella aureola di giallo di Napoli:

ma questa può sembrare un pochino sballata, e così pare anche a me.

Non teniamone conto. Scartiamola, e procediamo diritti per la nostra

via. Però prima di addentrarci nella selva selvaggia delle induzioni,

stabiliamo bene una cosa. Si conoscono o non si conoscono manichini

preistorici? Qualcuno di voi potrebbe dirmi che i manichini preistorici

esistono, e sono posseduti dal signor Dovizielli[1]; ma questo sarebbe

uno scherzo e la gravità della mia conferenza ne andrebbe perduta. No,

i manichini preistorici fino ad ora non si conoscono. Forse fra qualche

mese, fra qualche anno, la scienza, che progredisce sempre nelle

scoperte utili, inventerà anche il manichino fossile; ed allora sarà il

caso di riparlarne: allora Temistocle Gradi ci farà sù un bel racconto.

Paolo Lioy ci scriverà sopra un articolo per il _Fanfulla della

domenica_ e un Pascarella dell'avvenire lo illustrerà con una nuova

conferenza. Auguro a quel Pascarella dell'avvenire la fortuna di avere

innanzi a lui un pubblico così colto, numeroso, e gentile come questo

che ora mi ascolta. Assodato, adunque, come i manichini preistorici non

esistano, io mi risparmio di sciorinarvi le teorie darwiniane, e vado

innanzi.

Assolutamente è chiaro, o signori, che il manichino ha dovuto comparire

sulla superficie della terra subito dopo che l'uomo nella sua qualità

di essere ragionevole, e di principe della natura, ha sentito il

desiderio di possedere qualche cosa di falso somigliante al vero, ma

che però cotesto vero non riuscisse a raggiungerlo mai. Mi spiego. Per

ricercare l'origine del manichino, o signori, è necessario, logicamente

parlando, di ricercare la origine dell'arte. Quando, o signori, è nata

l'arte nel mondo?

Belle dimande direte, voi. Ma che sul serio, dico, vogliamo credere

alla storiella dei due amanti di Sidone? All'amante maschio che

parte proiettando nettamente sul muro l'ombra della sua persona, e

all'amante femmina che resta, e che vedendo sul muro l'ombra del suo

innamorato corre a graffiarne il contorno con un chiodo o con una

lisca? Scioccherie. L'arte è nata con l'uomo, e l'uomo non appena è

comparso su la scena del mondo, ha inteso la necessità, il bisogno

ineluttabile dell'arte. E io me lo figuro, quest'uomo primitivo, che,

aperti gli occhi alla luce, appena ha cominciato a passeggiare per le

vie del mondo, invece di fabbricarsi un paio di brache per ripararsi

dal freddo, un ombrello, magari da pochi soldi, per difendersi dalle

piogge torrenziali, io me lo figuro, reggendosi con una mano la foglia

di fico — l'unico _tout de même_ allora di moda — segnare con l'altra,

su di una pietra non ancora ricoperta di muschi, con una silice dura

il ritratto del suo babbo, della sua mamma e della sua innamorata;

me lo figuro e lo compiango. Badate bene però, che non mi arrischio

di metterlo fuori qui questo compianto, perchè qui troppi pittori

mi ascoltano. Anzi io qui dirò come l'arte sia prepotente bisogno

nell'uomo e qualche volta anche nella donna, e sosterrò come l'uomo

perfetto sia colui che dipinge quadri. Solamente io spero che lor

signori vorranno essere tanto ragionevoli da lasciarmi aggiungere

all'uomo perfetto che dipinge quadri, l'uomo perfettissimo: quello che

li compra!

Accertata adunque l'esistenza del pittore nelle prime epoche mondiali,

è appunto a quelle epoche che risale l'origine del manichino. Difatti,

ammesso una volta il pittore, bisognerà logicamente ammettere la

differenza d'ingegno di codesti pittori. E, se ci sono pittori a corto

di moneta, ora che governi, comuni e Provincie Dio solo sa quanto

spendono e spandono per proteggere l'arte e gli artisti; se vi sono

pittori con le tasche vuote ora che si pagano migliaia e migliaia

di lire pochi palmi quadrati di tela dipinta; ma figuratevi quali

eserciti interminabili di pittori affamati han dovuto passeggiare

sulla superficie della terra quando non esistevano nè governi, nè

comuni, nè provincie; quando non c'erano Accademie entro le cui pareti

si raccogliessero le speranze migliori dell'arte; quando non c'erano

mecenati; quando ancora non eran nate quelle famose lotterie per

vendere i rimasugli delle Esposizioni; quando non c'erano negozianti

di belle arti; quando, o signori, non esistevano neanche gli americani,

poichè a quell'epoca l'America ancora non era stata inventata.

Concludiamo. Ammesso il pittore, abbiam dovuto logicamente ammettere il

pittore affamato. Ammesso il pittore affamato, il problema dell'origine

del manichino è risoluto.

A me par di vederlo cotesto sventurato inventore. Un giovinotto alto

e largo quattro volte me, con una folta capigliatura nera, spiovente

sulle sue spalle quadrate con una barbettina a pizzo sul mento. A

me par di vederlo, cotesto pittore allupato dell'antichità, con le

mani strette nervosamente su la pancia vuota, passeggiare a passi

concitati innanzi alla porta del suo studio. Figuratevi che studio! Una

capanna immensa costruita coi rami di quegli alberi che ora si vedono

verdeggiare soltanto negli scenari delle operette fantastiche. Mi par

di vederlo passeggiare e mi par di udirlo bestemmiare in sanscrito,

come un turco, perchè il modello da lui fissato non arriva ancora.

«Per gli Iddii immortali!...» è il pittore allupato che parla ed

io traduco liberamente; «per gli Iddii immortali! Quel birbante di

modello questa non me la doveva fare. È vero che gli son debitore di

parecchie lire sanscrite; ma non gli ho io forse promesso di pagarlo

ad usura quando il mio quadro otterrà il lauro della vittoria laggiù

nella foresta delle sigillarie ove si terrà la prima esposizione

mondiale? La stessa cosa ho promessa al padrone di studio, all'oste, al

negoziante di colori, al corniciaio, che mi porterà qui fra non molto

una bella cornice di felce dorata, e tutti costoro accondiscesero,

e come possono si danno moto perchè il mio quadro abbia successo; e

tu solo, vile ciociaro dell'Iran, birbante di un modello, tu solo,

mentre tutti si danno moto perchè il mio quadro abbia successo, tu

solo, mentre tutti si danno moto non vuoi star fermo? Va, sciagurato,

anche senza il concorso della tua persona il mio quadro sarà finito

ugualmente!». Questo mi par di sentir dire al pittore sanscrita e mi

par di vederlo rientrare nel suo studio; mi par di vedergli adattare

intorno a un bastone gli indumenti primitivi, che doveva indossare

il modello, stringerli con una fune, rannodarli, allargarli, dargli

approssimativamente la parvenza di una forma umana, e cominciare poi

tranquillamente il lavoro.

Non altrimenti, signori, è nato il manichino. Così.

Però codesto manichino come lo abbiam visto ora uscire dalla fantasia

del pittore famelico, non era se non un germe, non era che un embrione

del manichino da noi ora conosciuto. Che lungo viaggio ha dovuto egli

fare, prima di acquistare quella perfezione di forme, quella gravità di

movimenti che lo fa somigliare così bene all'uomo pensante! Quale lunga

evoluzione dal pittore affamato che lo intuì, fino a giungere a frate

Bartolomeo della Porta da cui egli ebbe l'ultimo tocco!

E, nella lunga evoluzione, nel lungo viaggio molte altre razze di

manichini nacquero e si sbandarono qua e là per il mondo, abbandonando

il grosso della turba che sempre, sotto ogni stella, seguì la fortuna

dell'artista. Alcuni non contenti di somigliare all'uomo per le forme,

vollero somigliare all'uomo anche per la parola. E abbandonarono i

facili trionfi dell'immobilità, per la difficile arte di Talia, e

corsero il mondo empiendo di cose strane con la loro voce ridicola,

che vollero dare ad intendere di avere acquistata, le anguste e

sudice scene dei teatrucoli di legno. Ma come scontarono amaramente

la fregola del parlare e l'ambizione della gloria! Di grandi e forti

che erano, divennero piccini, mingherlini, malaticci; abituati alla

luce viva dello studio furono costretti a star pigiati, al buio,

entro i cassoni dei loro padroni, l'uno sull'altro, come le sardelle;

avvezzi alle piene lodi e ai complimenti di quanti li riconoscevano nei

quadri dipinti dai professori più illustri, furono obbligati a subire

l'ignominia della folla, che gittò loro, ridendo, sul muso ammaccato

dai patimenti e dalle sofferenze il nome ingrato di burattini. Altri

vollero ricoprire le loro persone di abiti scintillanti d'oro e di

porpora; vollero ornare le loro teste di corone gemmate; ma a qual

prezzo dovettero acquistare tali ornamenti! Chiusi nelle vetrine

dei musei ove non hanno accanto se non mummie, uccelli impagliati,

mostri nuotanti nello spirito, oh! come debbono ripensare con dolore

all'allegra dimora che abbandonarono! Altri più superbi, chiesero,

oltre allo scintillìo delle vesti e al fulgore delle corone, anche

l'omaggio e la venerazione, e salirono su gli altari.

Eppure, fra i manichini sbandati, ve ne sono anche dei più disgraziati

di costoro. Ricordate, nelle fiere di provincia, quei poveri manichini

costretti a servire da bersaglio ai tiratori novellini? Che orrore! E

quelli altri che, senza averci nè colpa nè peccato, sono esposti nei

gabinetti storici sotto i nomi dei più terribili malfattori, non vi

hanno mai intenerito?

Avete mai visitato quei gabinetti?

Fuori, al chiarore rossiccio delle padelle di sego che fumigano,

insozzando i tabelloni su cui stanno dipinte storie orribili di sangue,

il povero saltimbanco passeggia gridando con la voce rauca dal sonno e

dal digiuno: «Non si lascino rincrescere! Dieci centesimi non sono la

rovina di una famiglia, nè la morte di un individuo. Favorischino in

del nostro gabinetto indovechè noi ci andiamo a mostrare venti e passa

assassini uno più interessante dell'altro. Osserveranno il terribile

brigante Stoppa, il terribile Falsacappa, il terribile Ninco-Nanco e

in ultimo passeranno a osservare il terribile Tropmann. Quest'ultimo lo

vedranno, o signori, vita natural vivente, come me, come lui, come voi.

Lo vedranno doppo di avere ucciso venti e passa individui fra maschi e

femmine nonchè altri delitti ferocissimi, lo vedranno quando la mano

della giustizia sta per colpirlo; ma il malfattore si butta in del

fiume per salvare col suo proprio noto la sua propria esistenza. Ma la

mano della giustizia lo colpisce, la mano della giustizia lo rattrappa,

la mano della giustizia lo piglia, lo lega come un Cristo e lo conduce

in questo nostro gabinetto, ove noi, o signori, abbiamo l'onore di

presentarvelo».

Qualche raro visitatore, gittando i due soldi nel bacile di stagno

ammaccato, entra nel gabinetto. I poveri manichini, al chiarore fioco

di pochi lumi, stanno allineati su di un tavolaccio sudicio: chi

stringe una lama, chi brandisce un'accetta, chi impugna una pistola,

chi si stringe al petto un fucilacelo arrugginito. Poveri manichini!

costretti là dentro a rappresentare la parte del malfattore e del

brigante mentre in fondo poi chi sa che bravi e che onesti manichini

saranno.

Vedete: certe volte, riflettendo alle orribili torture alle quali

vengono assoggettati, io non vi so dire quanto dolore provi nel pensare

come ancora non si sia fondata una società di protezione per i poveri

manichini. Ce ne son tante; ce ne potrebbe essere ben una anche per

loro.

Figuratevi! Voi bella e gentile signora quando andate dal vostro

guantaio non vi siete mai sentita agghiacciare il sangue nelle vene, al

vedere quella mano nera, quella mano rossa, che penzola su l'insegna,

pensando a quel povero manichino a cui l'hanno strappata?

E quando passate innanzi alle vetrine dei parrucchieri, non vi siete

mai sentita spezzare il cuore nel petto al vedere quelle povere

figurine di manichini così belle, così giovani, e già così tanto

infelici! costrette a girare eternamente, come un pollo infilzato allo

spiedo, fra i vasetti di pomate e di balsami miracolosi? Quelle povere

figurine hanno tutte, sul volto dipinto di cinabro, il sorriso; ma quel

sorriso che hanno sui labbri non lo hanno nel cuore.

Ma noi abbiamo già troppo a lungo discorso dei manichini che

abbandonarono lo studio. Lasciamoli ai loro rimorsi e fermiamoci a

parlare del manichino rimasto ognora fedele all'artista nella fausta

sorte e nella ria.

Proprio così; poichè, o gentili dame che mi ascoltate, non crediate

che nello studio si rida sempre. Nello studio, purtroppo, si succedono

talvolta giorni di dolore e di scoraggiamento.

Oh! in quei giorni come è triste quello stanzone che voi, dame gentili,

vi figurate sempre come la sede della spensieratezza e dell'allegria!

Allora, su l'ampio finestrone, batte assidua la pioggia; nell'aria

non s'odono più le vibrazioni sonore della chitarra, di cotesto

scacciapensieri dell'artista; sul tavolino i fiori, colti nel prato,

diventano un mucchio di erbaccia fradicia; sui quadri la polvere oscura

le tinte; sulla tavolozza i colori induriscono, e persino il vecchio

orologio si dimentica di battere l'ora del pranzo! Nello stanzone

s'ode l'eco d'un picchiettare assiduo, d'un martellare nervoso. È un

giovinotto che nelle stanze terrene tormenta, con la punta d'acciaio,

il seno bianco di una Venere di marmo. E l'acqua cade sempre sui

vetri, attraverso ai quali si disegnano languidamente i colli lontani

affondati nella nebbia grigia che ricopre gli orti e i pometi.

Allora, il pittore, solo nello studio, sdraiato sopra un divano

ricoperto di stoffe orientali, dai cui angoli escono bioccoli di borra,

fumando nella vecchia pipa, che gorgoglia rocamente, mentre il fumo

sale, come un nastro, in alto, verso la tela, tesa a celare lo sconcio

rincorrersi delle travi, sulla tela ove s'allungano le macchie nerastre

dell'acqua, va dietro con la fantasia alle visioni dell'avvenire. A lui

appaiono i meriggi assolati e le biade mature sotto l'azzurro purissimo

delle giornate di luglio; a lui appaiono le fantasime della gloria che

gli porgono con le braccia ignude corone di lauri; tutto quanto v'ha

di bello e di lusinghiero appare alla fantasia dell'artista: anche

l'esposizione mondiale di Roma! Poi, l'incantesimo cangia, all'azzurro

succede il nero e allo sguardo sbarrato del pittore appare un lungo

e squallido corridoio, ove si allinea una fila di lettucci; poi un

carro nero che va sulla via fangosa fra due filari di cipressi bruni

mentre nell'aria muore l'ultimo rintocco dell'_Angelus_. Allora egli si

scuote, gitta sul tavolino ingombro di libri, di versi, di tavolozze,

di penne e di pennelli, la pipa spenta e gira lo sguardo in un angolo

dello studio, ove il manichino sta impassibile ad osservare. Oh!

allora chi mi sa dire i muti colloqui che avvengono fra il manichino e

l'artista?

Chi mi sa dire tutto ciò che egli in quei momenti confida al suo fedele

compagno?

Ma il manichino non parla.

Guai se così non fosse.

E che direste voi se un manichino indiscreto e ciarliero, vi venisse

a raccontare gli amori di un professore bianco per antico pelo con

una gentile modella dalle trecce nere cadenti voluttuosamente sulla

stoffa di un cuscino giallastro, e se venisse a raccontarvi le pose, i

gesti, i corrugamenti di ciglia di un artista innanzi allo specchio,

per istudiare un discorso da improvvisarsi più tardi in un Circolo

artistico, in un Congresso artistico o innanzi a una bara bagnata di

lagrime e ricoperta di fiori? Ma il manichino è discreto, il manichino

non parla.

Ma sapete che scenette deliziose avverrebbero se il manichino parlasse!

Per esempio, incontrate per via un artista, e voi naturalmente

fermandolo gli domandate: — Come va?

— Benone! — vi risponde lui tirandosi i peli radi della barbetta

mefistofelica.

— Che fai?

— Lavoro.

— E il quadro?

— Quello piccolo? L'ho venduto.

— E quello grande?

— Ah, quello grande non ci penso neppure a venderlo.

— Come? Non pensi a venderlo?

— No; perchè quello grande l'ho fatto per me. Ho venduto il piccino

a un americano per ventimila lire. È poco, lo so; ma glie l'ho dato

perchè la galleria in cui sarà esposto è una galleria di primo ordine;

ci sono Meissonier, Gérome, Laurens, Makart. Via, si sta in buona

compagnia. D'altronde, anche ventimila lire per un quadrettino non sono

poche: capisco ciò che vuoi dirmi; ma, sai, i tempi sono cattivi...

— Davvero. Guarda, giusto ora sta per piovere, ciao!

Che direste se il manichino di quel pittore vi venisse a rivelare che

il quadro venduto all'americano per ventimila lire, invece di stare

esposto nella galleria di New York, sta sepolto in un armadio, nello

studio, preda dei topi e delle tignuole?

E che direste se, per esempio, vedendo passare un professore serio

serio, impettito nell'abito nero, superbo del suo cappello a cilindro

lucente tra la folla dei cappellini a cencio, coi nastri delle commende

all'occhiello; che direste se un manichino vi venisse a dire, come

lui quel professore lo abbia conosciuto quando, con la camicia che gli

usciva dalle maniche rotte della giacca, urlava contro le Accademie,

e quando, non potendo altrimenti dileggiare quelle istituzioni, di

cui ora è orgoglioso di far parte, chiamava il suo cane col titolo di

professore?

Ma il manichino, signori, è discreto, il manichino non parla. Ed è per

questo che, quando la porta dello studio non s'apre ai colpi reiterati

delle amiche e degli amici egli sta nello studio. Sta nello studio

perchè non dirà a nessuno se una macchina fotografica prese il posto

della tela sul cavalletto; nè farà sapere a nessuno se un quadro sarà

accarezzato da un pennello e firmato da un altro.

Però, o signori, non tutti i manichini sono manichini, e come tra gli

uomini così anche fra i loro ve ne sono di quelli che disonorano la

loro razza.

Costoro hanno vita dolorosissima: randagi d'indole, vanno vagando senza

posa da questo a quello studio; feroci e maneschi, sovente attaccano

briga con l'artista, e non giovano cure e castighi per farli uscire da

quella via di perdizione.

Io ne ho conosciuto uno di cotesti sciagurati. Che brutta figura!

Scommetto che se l'aveste incontrato per via, gli avreste dato

l'orologio e il portafogli, purchè vi avesse lasciata salva la vita.

Aveva sul muso i tratti caratteristici del delitto, così bene marcati

che io son certo che se il professore Lombroso lo avesse visto, non

dico tastato, lo avrebbe giudicato come il prototipo del manichino

delinquente. Di star fermo, non volea saperne. Vi lasciava incominciare

un lavoro; poi, quando vi vedeva a lavoro inoltrato, crac, faceva un

movimento brusco e addio pieghe, addio lavoro.

Lo mettevate ritto nella posa del guerriero che ritorna vincitore?

Dopo cinque minuti, il guerriero vincitore si metteva a sedere. Lo

atteggiavate seduto, nella posa del Tasso, che declama i suoi versi

alla sorella del duca di Ferrara? Dopo aver letto appena due ottave

Torquato Tasso si gettava in terra. Lo mettevate seduto in terra, nella

posa dell'onesto agricoltore, che si riposa dalla fatica lunga della

giornata o nella posa del gladiatore moribondo? Dopo pochi istanti,

l'onesto agricoltore si stendeva lungo sul pavimento a dormire e il

gladiatore moribondo era morto. Io ho visto, signori, dei pittori

perdere la pazienza, afferrare un bastone e suonar giù botte da orbi.

Come dire al muro!

A un pittore, che gli assestò un colpo di bastone sul cranio spelato,

egli rispose gittandosi vigliaccamente per terra e allungandogli con

la gamba legnosa un calcio sul volto che, se lo pigliava in pieno, lo

spediva al Creatore.

Pure, io non li odio cotesti poveri manichini degenerati, perchè penso

che il loro pervertimento è causato dall'organismo loro e dalla loro

costruzione, e ripeto con Seneca: _Fatis agimur cedite fatis!_

Del resto, se vi sono manichini delinquenti e perversi, oh! infinito

è il numero di quelli buoni, fedeli, incapaci di recare il più piccolo

danno ai loro padroni.

Una notte, i ladri salirono in uno studio per rubare. Al chiarore

freddo della luna, che battendo sui vetri del finestrone illuminava

languidamente la stanza, videro in fondo ad essa un antico romano che

vegliava, e fuggirono. Signori, quell'antico romano che vegliava, era

un manichino.

Potrei citare centinaia di fatti comprovanti la bontà d'animo, il

coraggio e le rare doti del manichino; ma non voglio dilungarmi troppo,

e ne citerò uno solo rimasto pietosamente scolpito nella memoria di

quanti ne furono testimoni. Nel dicembre del milleottocentosettanta,

quando il Tevere dilagando per le vie di Roma fu cagione di tante

sventure, uno scultore era restato chiuso dalle acque nel suo studio.

La via Flaminia era allagata; e il fiume trasportando alberi divelti

dalle lontane campagne, carogne di buoi e di pecore, e frantumi di

capanne urtava schiumando su gli stipiti marmorei della Porta del

Popolo.

Lo scultore, spintovi dall'incessante salire delle acque, era già

salito a sua volta sopra un armadio, e stava aspettando angosciosamente

la morte, quando udì venire dalla prima stanza del suo studio un rumore

come di qualche persona che si avvicinasse. Gridò. Nessuno rispose.

Ma quando una più forte ondata entrò nella camera, spalancando mezza

imposta dell'uscio, egli vide il suo manichino, nuotante placidamente,

avvicinarsi a lui con le braccia levate e con le labbra sorridenti.

Un urlo di gioia, come non si era mai più udito l'eguale, da quando i

naufraghi della _Medusa_ videro su l'infinito mare biancheggiare una

vela, risuonò nello studio, e poco dopo le turbe invocanti il soccorso

dai tetti delle case di via Flaminia, videro lo scultore e il manichino

abbracciati strettamente, galleggiare sicuri su la furiosa fiumana.

Povero manichino! per opera sua lo scultore fu conservato all'onore

dell'arte e alla speranza dei creditori; ma lui morì fradicio. E la sua

lunga agonia non fu neanche confortata da un cenciolino di medaglia al

valore civile!

Ed ora dirigo la mia parola agli artisti.

Vedete: se il manichino qualche volta non fa quanto gli domandate, non

è che ci metta della cattiva volontà; è proprio perchè non può. Dovete

anzi pensare che non v'ha cosa meglio maneggevole di lui; anzi, questa

volta proprio si può dire che potete girarvelo come meglio vi talenta

e accomodarvelo come meglio vi piace. Certo, però, che vi abbisogna un

pochino di pazienza e anche un pochino d'occhio; perchè, è uno sbaglio

il credere che tutti i manichini possano essere capaci delle stesse

azioni.

Ve ne sono alcuni di forte e solida costruzione, che sdegnano di ornare

la loro persona coi rasi e coi broccatelli del secolo scorso. Ve ne

sono altri a cui si richiede invano di chiudere il loro esile torace

nella corazza brunita del medio evo. Ve n'ha di quelli che amano la

posa eroica e di quelli che prediligono la posa umile. Ve ne sono

moltissimi che non possono posare se non seduti mollemente sui morbidi

cuscini dei ricchi e malinconici sedioni medioevali.

È vero, pur troppo, che esistono manichini senza carattere, sempre

disposti a posare indifferentemente e per Dio e pel Diavolo, per

san Michele Arcangelo e per quello che gli sta sotto. Ma se vi sono

manichini di questo stampo, non sono tutti così: se ne trovano anche

di quelli che hanno un carattere, una fede, una coscienza: e i secondi

sono di gran lunga più numerosi dei primi.

Alle volte non potete immaginare a quali torture si assoggettino

i poveri manichini, costretti dai loro padroni a raffigurare cose

e persone da essi odiate, da essi non sentite. Io ho conosciuto un

valente acquarellista che volle costringere il suo manichino a posargli

nientemeno che da tomba di Cecilia Metella e da acquedotto della

campagna romana, e il poveretto piegò la sua persona a raffigurare quei

bruni ruderi della civiltà latina; ma quali spasimi, quali dolori non

deve aver provato quel povero manichino?

Io non conosco pena maggiore di quella di veder soffrire un povero

manichino.

Egli è là, nella posa da lui non sentita, e non amata; è là muto, con

gli occhi sbarrati, con la faccia pallida, con le dita nervosamente

contratte, e soffre in silenzio senza mandare un lamento; solo di

tanto in tanto s'ode uno scricchiolìo. Il pittore si stizzisce ed

egli sgranchite le giunture ritorna immobile. Chi sa mai quali torture

affliggono quella testa di legno? Chi può dire quali tristi pensieri

passino, s'affollino in quella figura all'apparenza così calma e

paziente? Chi sa quanti poveri manichini, malati, cagionevoli di

salute... Già, poichè, non crediate, o signori, che il manichino non

abbia anch'egli le sue malattie. Ne ha due fierissime: la calvizie e la

debolezza.

La prima è incurabile, però non è mortale; la seconda è mortale, ma

per compenso la si può curare facilmente. Il rimedio a codesto male,

voglio dire alla debolezza, è il medesimo oggidì tanto in voga. Ma non

crediate che il manichino se ne serva ora solo che viene indicato su le

quarte pagine come la panacea universale. Quando il ferro, o signori,

non era ancora conosciuto come efficacissimo rimedio, egli lo aveva

già da lungo tempo nelle sue medicine. E bisogna vedere, quali effetti

miracolosi produca il ferro negli organismi malati dei manichini. Io, o

signori, ne ho visti alcuni infermi al punto da non reggersi sui piedi,

io li ho visti, subito dopo aver ingoiato un palo di ferro, risorgere

forti e robusti come per miracolo.

E bisogna vedere con quale stoicismo essi si assoggettano alle più

difficili operazioni!

A un povero manichino s'era infradiciato l'omero. Rimasto abbandonato

per parecchio tempo in una cantina, l'umidità gli aveva intaccato i

tessuti e minacciava di incancrenirgli il torace.

Fu deciso di segargli il braccio.

Cosa incredibile! Durante la difficile e dolorosissima operazione non

un lamento uscì dalla sua bocca, non uno sguardo doloroso contristò

la sua faccia serena. E notate che non si era adoperato neanche il

cloroformio!

Prose (1880-1890) · 第 8 / 38 题