CAPITOLO XCVII.

_Ferdinando II rientra nel regno di Napoli e ricupera la sua

capitale. — I Francesi vendono ai nemici del Fiorentini le

fortezze che occupavano in Toscana. — Vengono sforzati a

capitolare ad Atella, ed evacuano il regno di Napoli. — Morte di

Ferdinando II._

1495 = 1496.

I moderni tempi, in mezzo a continue guerre, offrirono un così piccolo

numero di conquistatori, contansi così pochi re che abbiano essi

medesimi condotte le loro armate, così pochi che non abbiano provate

grandi sventure dopo essersi posti alla loro testa, che Carlo VIII, per

la rapida conquista del regno di Napoli, occupa un luminoso posto nella

storia della Francia. Egli è dopo san Luigi il primo monarca, di cui gli

storici francesi abbiano a raccontare una brillante e lontana

spedizione; i suoi successori, sebbene più prudenti e più esperti

nell'arte della guerra, non furono di lunga mano fortunati al paro di

lui. Perciò i Francesi lo hanno per lo più rappresentato come un

glorioso conquistatore, e tra i loro storici cortigianeschi la maggior

parte si sdegna contro il Comines e contro gli scrittori italiani, per

avere detto, che aveva poco ingegno, non carattere, non abitudine

all'applicazione; tanto è vero che nelle conquiste e nella condotta di

un'armata trionfatrice avvi qualche cosa che abbaglia il volgare, e si

trae dietro la sua ammirazione.

Pure, per giudicare Carlo VIII, importa meno di esaminare se

effettivamente gli mancassero i talenti militari, e se non andasse

debitore che alla fortuna delle sue luminose conquiste, quanto il

cercare ciò ch'egli poteva ripromettersi dai suoi prosperi successi, e

quali felici risultamenti per la Francia, o per i paesi in cui portava

le armi, compenserebbero i mali inseparabili dalla guerra. Ora

l'impossibilità in cui erasi posto Carlo VIII di conservare il regno di

Napoli, sia che vi restasse, o sia che se ne allontanasse, abbastanza

dimostra con quanta leggerezza avesse concepiti i suoi progetti, e con

quanta indifferenza sagrificava la vita degli uomini alla sua vanità.

Al certo sarebbe un bene per l'umanità, se la storia fosse sempre severa

nel giudicare lo spirito di conquista, se lavorasse sempre a distruggere

quel funesto entusiasmo, quell'ubbriachezza delle vittorie, che seduce

le nazioni ed i loro capi, e che fa loro sagrificare la propria felicità

ad una sanguinosa gloria. Ma prima di tutto dev'essere giusta verso i

conquistatori, ed i rimproveri che fa a ciascheduno di loro non devono

essere i medesimi: ella ha il diritto di chiedere ad Alessandro, se non

volle acquistare a troppo caro prezzo il compimento dei suoi progetti,

allorchè, per fondare un nuovo impero, per riformare i costumi e le

leggi di un popolo schiavo e corrotto, per umiliare un potente nemico,

sconvolse la metà dell'Asia, e fece spargere più sangue e dissipò più

tesori di quel che di felicità futura il perfetto compimento de' suoi

disegni promettesse all'umanità: può domandare a Carlo Magno, a Federico

II, con quale diritto avventurarono la sorte dell'umanità dietro i loro

calcoli, e sagrificarono l'attuale generazione alla futura, ammettendo

ancora, che, dopo il compimento de' loro progetti, abbiano procurata ai

popoli conquistati una migliore condizione o una durevole prosperità.

Ma nella spedizione di Carlo VIII, la posterità non può trovare alcuna

cosa che gli serva di scusa, e che permetta di scordarci un istante il

male grandissimo che fece all'umanità. Non furono nè vasti progetti di

legislazione o di ordine sociale che gli posero le armi in mano, non il

desiderio di soccorrere oppressi sventurati, non quello di mettere fine

ad enormi abusi, ad un assassinio, ad una tirannide, ad una

persecuzione, che disonorano l'umanità: egli non aveva antiche nimicizie

nazionali da soddisfare, non offese fatte all'onore del suo popolo da

vendicare, non pericoli da prevenire: per ultimo non aveva nè meno

probabili speranze di conservare quello che conquistava. Perchè il padre

di Carlo VIII si era fatto cedere, in forza d'illegali contratti, i

supposti diritti degli eredi di un usurpatore, Carlo si affrettava di

portare la guerra in un paese, in cui non v'era possibilità che si

mantenesse, di rovesciare la costituzione di tutti gli stati che

attraversava il suo esercito, di esaurire con eccessivi sforzi il suo

proprio regno, e d'introdurre in quello, cui erasi annunciato come

liberatore, non solo i mali inseparabili dalle conquiste, ma tutti

quelli della guerra civile, di una lunga anarchia, e della tirannide di

soldati feroci.

Carlo VIII, prima di entrare nel regno di Napoli, era stato avvisato da

Fonseca dello scontento del re di Spagna, e da Comines delle

negoziazioni del duca di Milano e de' Veneziani: doveva dunque prevedere

come cosa indubitata la lega che si formò contro di lui nella parte

settentrionale dell'Italia, e tostochè si era dichiarata, non aveva

altro partito da prendere che quello di ritirarsi immediatamente. Il

solo articolo che poteva essere soggetto a disamina, era quello di

sapere se lascerebbe un'armata per difendere le sue conquiste, o se

evacuerebbe il regno così compiutamente come aveva fatto pochi mesi

prima il suo competitore della casa d'Arragona. Nel primo caso era

impossibile che la metà della sua armata difendesse ciò che intera non

era in istato di conservare; nel secondo caso sagrificava que'

Napolitani che si erano per lui compromessi verso i loro antichi

padroni, e pagava d'ingratitudine i servigj che gli avevano resi tutti i

partigiani della casa d'Angiò. In qualunque modo si contenesse non

poteva cagionare che patimenti e calamità senza numero.

Ferdinando II erasi ritirato a Messina dopo avere perduto il suo regno;

colà fu visitato da suo padre, Alfonso, che da Mazara venne a ritrovarlo

vestito da religioso; vi trovò pure Ferdinando Consalvo, della casa

d'Anguillara, nativo di Cordova, che i re di Spagna avevano mandato in

Sicilia con cinque mila fanti e sei cento cavalieri spagnuoli per

difendere quell'isola[386]. Gli Spagnuoli colla consueta loro jattanza

avevano nominato Gonsalvo di Cordova generalissimo, ossia _gran

capitano_ della piccolissima loro armata, ma la posterità applicò in

diverso significato questo epiteto al nome di Gonsalvo, rendendo

giustizia ai singolari suoi militari talenti, ed alla riputazione che di

già si era acquistata nelle guerre di Granata[387].

[386] _P. Jovii de vita Magni Consalvi Cordabensis, l. I, p. 176,

edit. Flor. in fol. 1551._

[387] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 112. — P. Jovii, l. III, p. 79. —

Summonte delle Ist. di Napoli, l. VI, c. II, p. 516._

Quantunque Carlo VIII non fosse ancora partito da Napoli, Ferdinando II

aveva avuto avviso della rivoluzione apertasi in suo favore negli animi

de' suoi sudditi, e sapeva di essere vivamente desiderato dai popoli che

lo avevano con tanta leggerezza abbandonato. I suoi partigiani lo

richiamavano, ed egli era disposto ad assecondare i loro inviti. Alfonso

gli aprì i tesori che aveva seco portati quando era fuggito. Ugone di

Cordova, cognato del marchese d'Avalos, il più affezionato servitore

della casa d'Arragona, assoldò per lui alcune compagnie d'infanteria in

Sicilia; il Gonsalvo promise di secondarlo con una parte degli Spagnuoli

che aveva seco condotti, e prima che terminasse il maggio del 1495,

Ferdinando si presentò sotto Reggio di Calabria, la di cui fortezza era

sempre stata in mano de' suoi soldati: la città si dichiarò subito a suo

favore, ed in pochi giorni il fugitivo monarca vi adunò un'armata di sei

mila uomini[388].

[388] _P. Jovii vita Magni Consalvi, l. I, p. 176. — Fr.

Guicciardini, l. II. p. 112. — P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p.

80. — Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 175._

Nello stesso tempo il partito arragonese andava riprendendo coraggio

nelle province del regno, ed ovunque cominciava a minacciare i Francesi.

Antonio Grimani si era fatto vedere sulle coste della Puglia con

ventiquattro galere veneziane; cui si erano subito uniti don Federico,

zio del re, don Cesare, suo fratello naturale, e Camillo Pandone con tre

galere. Attaccarono Monopoli, città difesa da grossa guarnigione

francese e secondata dagli stessi abitanti. Il Grimani, per eccitare il

coraggio e la cupidigia degli Stradioti, che aveva condotti da Corfù,

promise loro il sacco della città se la prendevano d'assalto. La città

fu presa e trattata barbaramente; e l'ammiraglio veneziano potè a stento

salvare la vita delle donne e de' fanciulli che si erano rifugiati nelle

chiese[389].

[389] _P. Jovii Hist., l. III, p. 80. — Fr. Guicciardini, l. II, p.

114. — P. Bembi Ist. Ven., l. III, p. 47._

Quest'atto di barbarie venne quasi subito imitato dal contrario partito.

La città di Gaeta, una delle più ricche e delle più forti del regno, era

stata data in feudo al siniscalco di Belcario: era custodita da pochi

soldati francesi, ed i borghesi, di già stanchi del loro governo,

diedero tumultuariamente mano alle armi, non dubitando di poterli

scacciare dalle loro mura. Gli attaccarono, incoraggiandosi col nome di

Ferdinando, che andavano ripetendo ad alta voce: ma i veterani francesi,

essendosi riuniti in un sol corpo, ricevettero il loro urto senza

scomporsi. In breve gl'insorgenti, avvedendosi di non potere sgominare

questo corpo immobile, si scoraggiarono; fuggirono disordinati, ed

imbarazzandosi nelle loro medesime armi, per le anguste strade della

città; più non poterono resistere ai Francesi che gl'inseguivano, e che,

diventati più furibondi e crudeli in ragione della grandezza del

pericolo, continuarono lungo tempo la carnificina anche dopo terminata

la pugna. Essi non davano quartiere a verun prigioniero, non curavansi

di far bottino, ma si andavano avanzando da una in altra strada,

uccidendo senza distinzione d'età o di sesso tutti coloro che cadevano

loro tra le mani. Ne' quartieri da loro corsi non si salvarono che que'

pochi che gettandosi in mare dalla sommità degli scogli, poterono

salvarsi a nuoto. Non sarebbe sopravvissuto verun abitante di Gaeta, se

la notte, che sopravvenne, non avesse posto fine a tale carnificina. Ed

in tal modo l'uccisione ed il sacco degli abitanti di due fiorenti

città, poste una sol golfo Adriatico, l'altra sul mar Tirreno,

eseguitosi in una dai soldati greci de' Veneziani, nell'altra dai

Francesi, furono come il preludio delle calamità che i barbari recavano

all'Italia col loro nuovo sistema di guerreggiare[390].

[390] _Ber. Oricellarii Com., p. 93. — P. Jovii Hist., l. III, p.

81. — P. Bembi Ist. Ven., l. III, p. 45. — Fr. Belcarii, l. VI, p.

176._

Intanto Ferdinando II riduceva alla sua ubbidienza le piccole città

della Calabria. Avendogli sant'Agata aperte le sue porte, egli

s'innoltrò verso Seminara, dove sorprese e fece prigioniere un piccolo

corpo di truppe francesi. Aubignì, che aveva il comando della Calabria,

sentì la necessità di comprimere all'istante questi movimenti

d'insurrezione. Aveva pochissime truppe sotto di lui, ma le ingrossò con

tutte le milizie provinciali che poterono somministrargli i baroni del

partito d'Angiò e col piccolo corpo francese che Precì, fratello d'Ivone

d'Allegro, comandava nella Basilicata. Questi seppe nascondere la sua

marcia a Ferdinando, il quale non ebbe contezza di tale unione. Ad ogni

modo Gonzalvo di Cordova consigliava il re a non venire a battaglia,

perchè di tutta la sua armata credeva di non potere far capitale che de'

suoi settecento cavalieri spagnuoli, e non pensava pure che questi

potessero stare a fronte degli uomini d'armi francesi[391]. Ma le

milizie calabresi, che si erano adunate intorno a Ferdinando, lo

andavano eccitando a condurle alla battaglia. I suoi gentiluomini gli

dicevano che superavano due o tre volte di numero la piccola armata

francese; che bisognava rilevare le prostrate speranze dei popoli con

una vittoria, e che non si giugnerebbe a riconquistare il regno,

mostrando sempre la stessa pusillanimità con cui si era perduto.

Ferdinando, desideroso egli medesimo di ricuperare la sua riputazione

militare, fece uscire le sue truppe da Seminara, e si presentò al

nemico[392].

[391] _P. Jovii de vita Gonzalvi, l. I, p. 177._

[392] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 84._

Il d'Aubignì aveva circa quattrocento corazze ed ottocento cavalleggeri;

gli aveva schierati nella pianura lungo il fiume che attraversa la

strada tre miglia al di là di Seminara verso Terranova. Stava dietro

alla cavalleria la fanteria svizzera; e le milizie del paese, piuttosto

destinate a far numero che a combattere, formavano la retroguardia.

Ferdinando aspettava di essere attaccato sull'altra riva del fiume

presso alle colline che si prolungano fino a Seminara. Il d'Aubignì non

tardò ad attraversare il letto del fiume ed a venire a caricare la

cavalleria spagnuola, la quale, sentendosi inferiore, fece, secondo

l'usanza dei Mori coi quali era avvezza a combattere, un'evoluzione in

addietro per tornare alla carica. A tutta la fanteria napolitana questo

movimento sembrò il segno della sua sconfitta. Fuggì subito

disordinatamente senza avere combattuto, ma, raggiunta dalla cavalleria,

fu maltrattata colle sciable prima d'avere sperimentato l'urto degli

Svizzeri[393]. Ferdinando dopo avere inutilmente tentato di riordinare i

suoi soldati, venne strascinato dai fuggiaschi. In un passaggio

sdrucciolevole il suo cavallo gli si rovesciò addosso, ed egli ritenuto

dalle staffe e dagli altri arcioni della sella, era vicino a cadere in

mano ai nemici, quando Giovanni d'Altavilla, fratello del duca di

Termini, lo rialzò, gli diede il proprio cavallo e lo fece partire; ma

d'Altavilla, rimasto a piedi in mezzo ai nemici, fu poco dopo

ucciso[394].

[393] _P. Jovii, l. III, p. 84. — Id. vita Cons., l. I, p. 178. —

Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 176._

[394] _Mém. de Grill. de Villeneuve, t. XIV, p. 64. — P. Jovii, l.

III, p. 85. — Idem, vita Consalvi, l. I, p. 179. — Fr. Guicciardini,

l. I, p. 112. — Ber. Oricellarii de Bello, Ital., p. 92. — Summonte

Stor. di Napoli, l. VI, c. II, p. 516._

Ferdinando fuggì a Valenza e Gonsalvo a Reggio; in appresso

s'imbarcarono ambidue, e si riunirono di bel nuovo in Sicilia. Ma lungi

dal lasciarsi scoraggiare da questo sinistro avvenimento, ne

approfittarono per rinnovare le corrispondenze nell'interno del regno,

di cui questa breve spedizione aveva fatto loro conoscere il

malcontento; e prima che la fama della loro sconfitta si fosse sparsa

nelle altre province, Ferdinando volle sbalordire i Francesi con una

nuova intrapresa. Adunò a Messina tutti i vascelli arragonesi, siciliani

e calabresi, che potevano far numero, sebbene quasi non avesse soldati

da mandare a bordo. In tal modo si trovò di avere sessanta navi con

ponte, e venti vascelli scoperti. Con questa flotta, comandata dal

capitano spagnuolo Requesens, entrò nel golfo di Salerno, press'a poco

nello stesso tempo in cui Carlo VIII giugneva colla sua armata a

Pontremoli. Salerno, Amalfi e la Cava spiegarono subito le insegne

d'Arragona[395].

[395] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 113. — P. Jovii vita Magn. Cons.,

l. I, p. 180. — Fr. Belcarii l. VI, p. 177._

Ferdinando condusse poscia la sua flotta in faccia a Napoli, ove

risvegliò il più vivo fermento. Graziano Guerra, che in allora si

trovava in quella capitale, conobbe che la flotta arragonese non aveva

che un'ingannatrice apparenza, senza forza reale, e pregò il vice-re,

Gilberto di Montpensier, ad attaccarla, prima che avesse strascinato il

popolo nell'insurrezione; ma il numero de' vascelli francesi parve

troppo sproporzionato a petto a quello dei nemici, e mentre che

Ferdinando per tre giorni consecutivi bordeggiava nel golfo di Napoli,

il Montpensier stette vigilante per prevenire una sollevazione, di cui

credevasi ad ogni istante minacciato. Infatti i partigiani d'Arragona

non ardivano mostrarsi, e Ferdinando, perdendo la speranza d'eccitare

una rivoluzione, aveva di già ordinato alla sua flotta di far vela verso

la Sicilia, quando coloro che avevano avuta con lui corrispondenza,

temendo di essere omai scoperti, e che i Francesi aspettassero soltanto

un più quieto istante per assicurarsi di loro, fecero invitare il re a

tentare uno sbarco, promettendogli dal canto loro di prendere le

armi[396].

[396] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 113. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. III, p. 86. — Bern. Oricellarii, p. 98._

Dietro tale invito il 7 di luglio, giorno susseguente a quello in cui

aveva avuto luogo la battaglia di Fornovo, Ferdinando venne a prender

terra alla foce del piccolo Sebeto in vicinanza della Maddalena, al

levante di Napoli. Il Montpensier sortì subito dalla città col fiore de'

suoi uomini d'armi per opporsi allo sbarco degli Arragonesi; e nello

stesso tempo ordinò di arrestare i capi dei malcontenti, tra i quali

trovavansi Andrea Gennaro, Alberico Caraffa, Giovanni Cinicelli, Cola

Brunaccio, i Sangri, i Pignatelli ed il poeta Sannazzaro, la di cui

fedeltà per la casa d'Arragona mai non erasi smentita. Ma appunto

quest'atto di rigore fece scoppiare la rivoluzione lungamente sospesa;

ognuno sentendosi colpevole si credette chiamato a difendere i più

esposti; la campana a stormo suonò tutt'ad un tratto in ogni quartiere

della città; il popolo si gittò furibondo addosso ai Francesi ch'erano

rimasti in città, e tutti gli uccise: si chiuse la porta per la quale

era sortito il Montpensiero, e Ferdinando, che, dopo averlo tratto fuori

di città, era passato sull'opposta riva innanzi all'isola di Nisida, fu

dai segnali richiamato in porto, e ricevuto da tutto il popolo con vivi

trasporti di allegrezza[397].

[397] _P. Jovii, l. III, p. 86. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 113. —

Summonte, Ist. di Napoli, l. VI, c. II, p. 519._

Per altro la sua situazione era ben lontana dall'essere sicura. Vero è

che il Montpensiero trovavasi fuori di città, e segregato dalle

fortezze, che sono tutte a ponente; ma la difficoltà del cammino per

fare al di fuori il giro delle mura non poteva trattenerlo che poche

ore: infatti egli ricondusse la cavalleria sulla piazza del castel Nuovo

prima che Ferdinando ed i due fratelli d'Avalos avessero potuto

barricare tutte le strade. Il Montpensiero, alla testa di una colonna di

uomini d'armi, cercava di avanzarsi fino alla piazza dell'Olmo, mentre

che Ivone d'Allegre con un'altra colonna seguiva la strada Catalana.

Dall'altro canto il popolo napolitano gli opponeva un'intrepida

resistenza: e mentre che coloro sotto le di cui finestre passavano i

Francesi gli opprimevano a colpi di pietre, nel rimanente della strada

ognuno portava fuori della propria casa botti, carri, concime, onde

formare mobili barricate: e di mano in mano che il popolo guadagnava

terreno sugli uomini d'armi, se ne guarentiva il possedimento con nuovi

trinceramenti. Ivone d'Allegre, che combatteva in una più angusta

strada, fu assai più maltrattato e costretto a ritirarsi prima del

Montpensiero, il quale si sostenne fino a notte; ma in allora dovette

ritirarsi sulla piazza del castello. Ferdinando approfittò di quella

notte con istraordinaria attività. I cittadini, i marinai della sua

flotta, i soldati lavoravano tutti intorno alle fortificazioni dirette

dai fratelli d'Avalos, chiudevano tutte le comunicazioni colla piazza

del castello con gabbioni riempiuti d'arena, botti piene di sassi e

carri di concime, disposti in guisa da lasciare delle feritoje per

l'artiglieria; si praticarono pure delle aperture nelle interne muraglie

delle case, affinchè i difensori potessero passare a seconda del bisogno

dalle une alle altre; e mentre che i Francesi andavano procurandosi una

sicura comunicazione fra le tre fortezze del castel Nuovo, Castel

dell'Uovo e forte sant'Elmo, e che piantavano le loro tende nello spazio

che le divide, non solo i Napolitani avevano tagliata ogni comunicazione

tra quelle fortezze e la città, ma avevano inoltre chiuse tutte le

uscite verso la campagna; di modo che all'indomani il Montpensiero

trovossi assediato nel ricinto in cui si era affrettato di entrare[398].

[398] _P. Jovii Hist., l. III, p. 88. — Fr. Guicciardini, l. II, p.

114. — Bern. Oricellarii Comm., p. 102._

Sei mila Francesi trovavansi chiusi ne' castelli di Napoli, i di cui

magazzini, sebbene abbondantemente provveduti, non potevano lungamente

supplire ai bisogni di tanta gente. Ai cavalli mancarono i foraggi, ed

in pochi giorni ne perirono molti. Vero è che una così forte e valorosa

guarnigione non si lasciò chiudere senza tentare parecchie sortite sui

nemici; ed alcune furono condotte con tanto coraggio, con tanto impeto,

che tennero sospesi i destini di Napoli e della monarchia; e non si

richiedeva meno del valore e dell'attività dei d'Avalos per renderle

tutte vane, e per iscacciare i Francesi da tutte le posizioni di dove

potevano recare maggiori molestie alla città. Ebbero appena questi due

fratelli conseguiti tali vantaggi, che il più giovane fu ferito in una

di queste zuffe, ed il maggiore, Alfonso d'Avalos, venne a tradimento

ucciso da un Moro che gli aveva promesso di dargli nelle mani il forte

di Monte santa Croce[399].

[399] _P. Jovii Hist., l. III, p. 91. — Fr. Guicciardini, l. II, p.

115. — Bern. Oricellarii Comm., p. 107. — Summonte, l. VI, c. II, p.

620._

La morte del marchese di Pescara riuscì oltremodo dolorosa a Ferdinando,

che amava quella famiglia, non solo per un giusto titolo di

riconoscenza, ma ancora pel suo amore verso Costanza, sorella del

marchese. Fu per qualche tempo incapace di occuparsi de' pubblici

affari; ma Prospero Colonna ne prese in vece sua la direzione. Questi,

ch'era dai Francesi risguardato come il capitano italiano di cui

potevano meglio fidarsi, per essersi associato prima degli altri alla

loro causa, ed essere stato premiato da loro coi più larghi doni, era di

fresco passato al partito arragonese ad insinuazione del papa e del

cardinale Ascanio Sforza. Bentosto suo cugino, Fabrizio Colonna, ne

aveva imitato l'esempio, e per dare un pegno del suo attaccamento al

nuovo partito che abbracciava, aveva maritata sua figlia Vittoria

Colonna, che in seguito fu così celebre poetessa, a Ferdinando d'Avalos,

figliuolo ancora giovinetto del marchese di Pescara poc'anzi ucciso. I

pretesti coi quali i Colonna cercarono di giustificare la loro condotta

non purgarono del tutto il loro onore: si mostrarono più intenti a

salvare le proprie ricchezze in una rivoluzione, che a difendere quegli

da cui le avevano ricevute[400].

[400] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 92. — F. Guicciardini,

l. II, p. 115._

Frattanto il partito d'Arragona andava ogni giorno acquistando nuove

forze. Capoa, Aversa, Mondragone, e le principali città della provincia

avevano seguito l'esempio di Napoli, ed Alfonso, rincorato dalla notizia

dell'ingresso di suo figlio nella capitale, gli fece chiedere la

restituzione del trono che gli aveva rinunciato soltanto per politica.

Ferdinando rispose con qualche amarezza, che più prudente consiglio

sarebbe il lasciargli prima il tempo di meglio consolidarlo, affinchè

Alfonso non si trovasse esposto ad abbandonarlo un'altra volta[401].

[401] _Ber. Oricellarii Comm., p. 107._

Il Montpensiero, chiuso ne' castelli di Napoli, cominciava a mancare di

vittovaglie. Riponeva ogni sua speranza nella flotta che Carlo VIII,

dopo il suo arrivo ad Asti, aveva fatta armare a Villafranca; ma questa

flotta, avendo scoperta presso l'isola di Ponza quella di Ferdinando,

assai superiore di numero, fuggì precipitosamente verso Livorno, dove

non ebbe appena preso terra, che tutti i suoi soldati disertarono.

Questo disastro scoraggiò affatto il Montpensiero, il quale fece

avvisare i generali francesi che tuttavia tenevano la campagna nel regno

di Napoli, che se non veniva subito soccorso era forzato a capitolare.

Infatti dopo tre mesi d'assedio, cominciò ne' primi giorni d'ottobre a

dare orecchio alle proposizioni di Ferdinando, precisamente nell'epoca

in cui Carlo VIII soscriveva il trattato di Vercelli[402].

[402] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 115. — P. Jovii, l. III, p. 111.

— Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VI, p. 178._

I generali, avendo interpellati i più zelanti partigiani della casa

d'Angiò, convennero di riunire tutti i loro soldati in due armate; con

una il d'Aubignì s'incaricò di andare contro Gonsalvo di Cordova, che

aveva ricevuti rinforzi dalla Sicilia, e che aveva ricominciata

l'invasione della Calabria: coll'altra Precì ed il principe di Bisignano

dovevano accostarsi a Napoli per liberare il Montpensiero. Infatti gli

ultimi s'innoltrarono dalla Basilicata, dov'erano acquartierati, fin

presso ad Eboli, diciotto miglia lontano da Salerno, e posto sullo

stesso golfo. Ferdinando incaricò Tommaso Caraffa, principe di Matalona

di trattenerlo, mentre negoziava col Montpensiero, cui non voleva che

giugnesse l'avviso dell'armata che si avanzava per soccorrerlo[403].

[403] _P. Jovii, l. III, p. 111. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 116._

L'armata del principe di Matalona era quattro volte più numerosa di

quella di Precì. Questi non aveva che mille cavalieri, tra uomini d'armi

o cavalleggeri, tanto italiani che francesi, mille Svizzeri ed ottocento

fanti calabresi, che seguivano l'armata per far numero. I Napolitani,

che mai non avevano combattuto, sprezzavano così piccola armata, e la

loro jattanza inspirò una falsa confidenza al principe di Matalona, che

lusingossi di avviluppare i Francesi e di distruggerli. Mentre che

questi prendevano la via di Salerno, dopo avere passato il Sele,

l'antico Silari, egli allargò le due ale per togliere loro la ritirata

verso il mare, o verso la vicina foresta. Nello stesso tempo molti de'

suoi uomini d'armi partirono dalla fronte dell'armata napolitana per

caricare i Francesi prima di averne avuto l'ordine. Egualmente la

fanteria arragonese slanciossi correndo contro gli Svizzeri: ma

l'immobilità de' nemici fece rimanere senza effetto questo intempestivo

attacco. La cavalleria napolitana respinta ripiegò addosso alla

fanteria, e la disordinò; gli Arragonesi, giunti a fronte degli

Svizzeri, si trovarono nell'impossibilità di ferirli a traverso al bosco

di lancie e di alabarde ond'erano coperti. Nello stesso istante,

succedendo il terrore ad una folle confidenza, l'armata napolitana fu

dispersa in mezz'ora. Ma non aveva sufficiente agilità per sottrarsi

alla cavalleria francese, ed all'impeto degli Svizzeri: l'infanteria,

raggiunta nella sua fuga, fu quasi tutta uccisa; ed in particolare non

salvossi quasi veruno di una coorte ch'era stata levata in Napoli tra

gli assassini di professione. Questi sciagurati formavano un corpo assai

numeroso nelle due Sicilie, ed il governo li risparmiava, sperando che

dopo essersi avvezzati al sangue, dovessero riuscire buoni soldati[404].

[404] _P. Jovii, l. III, p. 112._

Il principe di Matalona fuggì con tre cento cavalli alla volta di Eboli,

ed a stento potè persuadere quegli abitanti atterriti a riceverlo entro

le loro mura. Se Precì lo avesse inseguito, lo avrebbe probabilmente

fatto prigioniero col rimanente della cavalleria napolitana. Ma non

erasi quasi meno maravigliato egli della sua vittoria, che i suoi nemici

della loro sconfitta, e non ne vide subito l'estensione. Accordò qualche

istante di riposo ai suoi soldati ed al principe di Bisignano per farsi

medicare le ferite, onde non arrivò che nel susseguente giorno a Sarno,

lontano quindici miglia da Napoli, ove gli si apparecchiava una nuova

resistenza[405].

[405] _Ivi, p. 113. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 116. — Fr.

Belcarii Com. l. VI, p. 139._

Aveva Ferdinando mandati in questa città Tuttavilla e Prospero Colonna

per tentare di trattenere i Francesi, i quali trovarono rotto il ponte

del fiume di Sarno: Precì lo fece rimettere senza attaccare la città e

continuò il suo cammino alla volta di Napoli. Ferdinando vi si trovava

nella più grande perplessità. Il Montpensiero, mancante di viveri, e

perduta ogni speranza di soccorso, era entrato in negoziazioni per

capitolare, ma il più piccolo accidente, lo zelo di qualche Napolitano

del partito angiovino, la cattura di un solo prigioniero poteva

annunziargli l'avvicinamento di Precì e la sua vittoria d'Eboli. Inoltre

Ferdinando temeva ad ogni istante che il Montpensiero non udisse il

cannone de' Francesi, o non vedesse i loro stendardi sulle montagne.

Chiamò i suoi nemici ad una conferenza, loro intimando che se non

accettavano entro quel giorno le sue proposizioni, non darebbe loro

quartiere. Pure i capi, che in egual numero si erano adunati sopra un

vascello, invece di venire a qualche conclusione pareva che si

riscaldassero disputando. Ogni minuto era prezioso; ma Ferdinando

temeva, col mostrarsi impaziente, di risvegliare i sospetti del nemico.

Affettò dell'indifferenza, ordinando ai suoi commissarj di ritirarsi se

i Francesi non accettavano all'istante il suo _ultimatum_. Il

Montpensiero si lasciò intimorire e sottoscrisse. La convenzione portava

che ogni ostilità cesserebbe per lo spazio di trenta giorni, a meno che

non sopraggiugnesse un'armata francese che obbligasse Ferdinando ad

abbandonare la campagna. Durante lo stesso tempo il re di Napoli si

obbligava a mandare di giorno in giorno i viveri agli assediati. Se

prima del pattuito termine il Montpensiero non veniva soccorso, doveva

rimettere a Ferdinando tutte le fortezze di Napoli, ed essere ricondotto

in Francia con tutta la guarnigione e gli equipaggi. Ivone d'Allegre,

Roberto de la Mark, la Chapelle d'Angiò, Roccabertino e Genlis, furono

dati in ostaggio agli Arragonesi per l'osservanza di tali

convenzioni[406].

[406] _P. Jovii Hist., l. III, p. 114. — Fr. Guicciardini, l. II, p.

116._

Ma questa stessa capitolazione non faceva però Ferdinando al tutto

sicuro; la sua armata, scoraggiata dalle sconfitte, più non pareva in

istato di far testa ai Francesi, e molti de' suoi capitani lo

consigliavano a lasciar entrare nelle fortezze il Precì, non dubitando

che per quanto fosse grande il convoglio che seco condurrebbe, una nuova

armata avrebbe bentosto consumati i magazzini della guarnigione.

Ferdinando per lo contrario pensò che Precì, dopo avere vittovagliati i

castelli, si sarebbe affrettato di uscirne con Montpensiero e colla

maggior parte della guarnigione. Risolse adunque di fare un altro sforzo

per trattenerlo. Di già i Francesi avevano fatto il giro della città e

s'accostavano alle fortezze lungo la spiaggia occidentale; ma questa

spiaggia, chiusa tra il mare e gli scogli, offriva molti punti che

agevolmente potevano difendersi. Prospero Colonna attentamente afforzò

il passaggio intorno al promontorio di Eccia, presso Posilippo; ordinò

in battaglia l'armata napolitana dietro quei trinceramenti. I tamburi,

le trombe e le continue scariche dell'artiglieria, gli davano una

bellicosa apparenza, che probabilmente la prova avrebbbe smentita[407].

[407] _P. Jovii, l. III, p. 116. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 116._

Ma più ancora che dal guerriero contegno dell'armata napolitana, il

Precì fu sorpreso dal silenzio di Montpensiero e dell'artiglieria de'

castelli. A stento potè fargli giugnere col mezzo di alcuni pescatori la

notizia della vittoria di Eboli, e de' soccorsi che gli conduceva. Il

Montpensiero rispose tristamente, che si era legate le mani, che finchè

Ferdinando terrebbe la campagna, più non gli era permesso di combattere;

ma che se Ferdinando veniva respinto entra la città, ancor esso farebbe

una vigorosa sortita. Il Precì non aveva sufficienti forze per attaccare

ne' suoi trinceramenti una grossa armata che aveva inoltre a suo favore

il vantaggio del terreno. La flotta arragonese si era accostata alla

spiaggia, e cominciava a molestarlo col suo fuoco, onde si vide

costretto a ritirarsi. La cavalleria napolitana lo inseguì fino a Nola,

ma sempre tenendosi ad una certa distanza per non essere costretta a

venire a battaglia. Colà credette di sorprendere in una taverna alcuni

uomini d'armi francesi che vi si erano trattenuti; ma questi fecero

bentosto fuggire i loro assalitori, i quali fuggendo sparsero un timore

panico in tutta l'armata; e se nubi di polvere affatto impenetrabili non

avessero vietato ai Francesi di vedere il disordine dell'armata nemica,

questa avrebbe in quell'incontro sofferta una terza sconfitta più fatale

delle precedenti. Precì che non poteva pure sospettarlo continuò a

ritirarsi per la via di Sarno e di Sanseverino, e diede alle sue truppe

i quartieri d'inverno[408].

[408] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 118._

Il Montpensiero, vergognandosi di avere fatta mancare una spedizione

così ben diretta per la sua liberazione, vergognandosi di essere stato

ingannato dalla fermezza ostentata da Ferdinando nell'istante in cui

questo re era minacciato da così urgente pericolo, inoltre consigliato

dal principe di Salerno, il più accanito nemico della casa d'Arragona,

non si mostrò gran fatto sottile osservatore della capitolazione che

aveva sottoscritta. Prima che terminasse il mese approfittò della

lontananza della flotta napolitana per imbarcarsi di notte con due mila

cinquecento uomini, chiusi con lui nelle fortezze, e trasportarli a

Salerno. Egli non lasciò alla custodia de' castelli che tre cento

uomini, che ricusarono di consegnarli nel prefinito termine, e si

difesero finchè loro affatto non mancarono i viveri, sebbene Ferdinando

minacciasse più volte di far appiccare gli ostaggi che aveva in suo

potere. All'ultimo Castel Nuovo gli fu consegnato in sul finire

dell'anno, e castel dell'Uovo in principio del susseguente[409].

[409] Castel Nuovo l'8 di dicembre, e quello dell'Uovo il 17 di

febbrajo. _P. Jovii Hist. sui temp., l, III, p. 119. — Fr.

Guicciardini, l. II, p. 116. — Chron. Venet., t. XXIV, p. 31-34. —

Alleg. Allegretti, p. 834. — Mém. de Guille de Villeneuve, t. XIV.

p. 47._

Tutte le perdite che i Francesi avevano fatte nel regno di Napoli erano

per loro tanto più amare, quanto più conoscevansi lontani dalla loro

patria, ed affatto abbandonati dal loro sovrano. Mentre essi

combattevano, e successivamente perdevano la capitale e le migliori

città del regno, sapevano che Carlo VIII andava sempre più

allontanandosi, e che finalmente, giunto ne' suoi stati, aveva

abbandonato ogni pensiero di governo per ingolfarsi ne' piaceri de'

quali erasi mostrato così avido. Se deboli erano essi medesimi, non

erano fin allora stati attaccati che da un nemico egualmente debole; ma

essi volgevano con inquietudine lo sguardo su tutta l'Italia, e vedevano

i loro nemici acquistarsi una irresistibile preponderanza, mentre che

nuovi errori facevano perdere al loro re anche gli ultimi suoi

partigiani. La repubblica di Firenze era la sola alleata che restasse

alla Francia. Per mezzo degli stati di lei soltanto Carlo VIII poteva

mantenere ancora qualche comunicazione con Montpensiero; e co' di lei

sussidj poteva tuttavia far rimettere qualche danaro all'armata: pure

invece di restituire ai Fiorentini le fortezze che aveva da loro avute

contro promessa di restituirle, aveva lasciata parte delle sue truppe al

servigio de' loro nemici. Un corpo di soldati Guasconi era rimasto al

soldo dei Pisani; era stato adoperato tutta la state a danno de'

Fiorentini nel ricuperare le fortezze del territorio pisano, ed aveva in

Toscana introdotte tali abitudini di ferocia, di cui le antiche guerre

d'Italia non avevano esempio. I soldati italiani avevano imparato dai

Francesi ad inghiottire prima di venire a battaglia tutto l'oro che

avevano, per sottrarlo ai nemici quando fossero fatti prigionieri; in

appresso i Guasconi insegnarono agl'Italiani a sventrare i prigionieri

per cercare nelle loro viscere l'oro nascosto al vincitore. Tali

atrocità si rinnovarono da ogni banda, finchè furono spenti quasi tutti

i Guasconi dopo la conquista fatta dai Fiorentini de' castelli di

Ponsacco, Lario, Peccioli, Tojano e Palaja[410].

[410] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 216. — P. Delphini, l. IV, ep. 47

ap. Rayn. Ann. 1495, § 32, t. XIX. — P. Jovii, l. III, p. 100. — Fr.

Guicciardini, l. III, p. 135. — Jac. Nardi, l. II, p. 42._

Guid'Ubaldo, duca d'Urbino, e Rannuccio di Marciano avevano preso

servigio nella repubblica fiorentina, ed ottenuti molti vantaggi sui

Pisani nell'ultima parte della campagna. Non pertanto la signoria, più

che dalla forza, sperava dalle negoziazioni il riacquisto di Pisa. I

suoi ambasciatori avevano seguito il re in Asti, ed approfittando della

sua dimenticanza delle cose dei Pisani quando si trovò da loro lontano,

avevano ottenute con nuovi sagrificj di danaro quante promesse sapevano

desiderare. Pagarono i trenta mila ducati che tuttavia gli dovevano in

forza del primo trattato, dopo avere ricevute in pegno alcuni giojelli

della corona, che non dovevano restituire che quando venissero loro

consegnate le fortezze. Promisero inoltre di prestare settanta mila

ducati ai generali francesi nel regno di Napoli, e di ricevere in

pagamento una obbligazione di quattro ricevitori generali della

Francia[411].

[411] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 120._

Niccolò Alamanni, che aveva sottoscritto questo trattato per la sua

repubblica, tornò a Firenze il 7 di settembre, portando a tutti i

comandanti delle fortezze l'ordine di consegnarle immediatamente ai

Fiorentini, ed a tutti i soldati del re l'ordine di abbandonare il

servigio de' Pisani. Il comandante di Livorno si prestò a questi ordini

il 15 di settembre, e lo stesso fecero i fratelli Vitelli, che passarono

da Pisa al campo fiorentino con tutta la loro cavalleria[412]. Ma

d'Entragues, governatore della cittadella di Pisa, protestò d'avere

ricevuti segreti ordini dal suo padrone non ancora rivocati. Il Lignì,

che gli aveva procurata quella carica, erasi renduto risponsabile della

sua disubbidienza. I governatori di Pietra Santa, di Montrone, di

Sarzana e di Sarzanello non volevano ricevere ordini che da d'Entragues,

il quale, innamorato essendo della figlia di Luca del Lante, gentiluomo

pisano, abbracciò gl'interessi della città in cui comandava con uno zelo

non inferiore a quello de' suoi antichi cittadini[413].

[412] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 218. — Fr. Guicciardini, l. III,

p. 134._

[413] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 219. — Fr. Guicciardini, l. III,

p. 134. — P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 101. — Fr. Belcarii

Com. Rer. Gallic., l. VII, p. 190. — Chron. di Pisa di Jacopo

Arrosti in archiv. Pisano, f. 205, verso._

Per altro d'Entragues non dissimulava ai Pisani, che per proteggerli non

avrebbe sempre formalmente potuto disubbidire agli ordini del suo

sovrano. Perciò li consigliava a cercare altrove soccorsi, che Silvestro

Poggio, loro ambasciatore, effettivamente ottenne da Lodovico Sforza e

dai Veneziani[414]. Egli aveva loro permesso di chiudere la fortezza con

una circonvallazione, in modo che i Fiorentini non potessero giugnere

fino a lui, nel supposto che fosse costretto a promettere d'aprire le

porte. Ma questo nuovo trinceramento, che realmente venne dai Pisani

innalzato dalla porta del sobborgo fino all'Arno, fu perduto per effetto

del loro inconsiderato impeto. Essendosi l'armata fiorentina avvicinata

alle mura, essi l'attaccarono in aperta campagna malgrado la debolezza

delle loro forze; furono respinti e caldamente inseguiti fino a mezzo il

sobborgo; e fu preso il nuovo bastione, e lo sarebbe stata per poco

anche la città, se d'Entragues non avesse in quel frangente dirette

dalla fortezza alcune cannonate sui combattenti, e con ciò sforzate le

due parti a separarsi[415].

[414] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 133. — P. Jovii Hist. Fior. l.

III, p. 102._

[415] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 104. — Fr. Guicciardini,

l. III, p. 135. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 43._

Nel susseguente giorno Fracassa Sanseverino giunse da Genova con alcuni

soldati milanesi in ajuto de' Pisani; un commissario veneziano loro recò

pure una somma di danaro per levare soldati; e finalmente il d'Entragues

acconsentì a far con loro un trattato, col quale si obbligava a

consegnar loro la fortezza dopo cento giorni, se il re entro tale

termine non rientrava in Italia. Fino a tale epoca dovevano i Pisani

pagargli ogni mese due mila fiorini per il soldo della guarnigione, e

quattordici mila nell'atto che loro cederebbe la fortezza. Si

consegnarono ostaggi dalle due parti per guarenzia del contratto[416].

Poco dopo si ebbe in Toscana notizia del trattato di Vercelli; e perchè

nello stesso tempo Piero de' Medici era giunto a Siena, e teneva

pratiche in Cortona per sorprendere quella piazza, mentre che gli Orsini

si andavano avvicinando al territorio fiorentino in minaccioso aspetto,

la repubblica fiorentina fece il 10 di ottobre evacuare il sobborgo di

Pisa dalla sua armata, onde prendendo i quartieri d'inverno, divisa in

tre diversi corpi[417], venisse a coprire tutti i suoi confini.

[416] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 106._

[417] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 220. — P. Jovii, l. III, p. 107._

Il termine fissato da d'Entragues doveva scadere il primo di gennajo del

1496. Infatti in cotal giorno adunò l'assemblea del popolo; e nell'atto

di consegnarle la fortezza, domandò che giurassero fedeltà al re di

Francia. Voleva che questa formalità scusasse la sua disubbidienza, ed i

Pisani non vi si rifiutarono. Ma riusciva loro difficilissimo il trovare

il danaro necessario per pagarlo; perchè oltre i promessi quattordici

mila scudi, bisognava darne altri venti mila per l'artiglieria e per le

munizioni che d'Entragues loro cedeva. Le gabelle in tempo di guerra

fruttavano pochissimo, ed ogni cittadino aveva di già fatti per la

patria sagrificj superiori alle sue sostanze. Tutte le signore pisane

portarono alla signoria tutti i loro giojelli; una nave portoghese, che

la burrasca aveva fatto incagliare alle foci del Serchio, fa venduta a

profitto del pubblico tesoro; e finalmente i Genovesi ed i Lucchesi gli

prestarono pure qualche somma. D'Entragues fu pagato, e la ceduta

fortezza fu spianata in poco tempo coll'ostinato lavoro di tutta la

popolazione[418].

[418] _P. Jovii, l. III, p. 108. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 93._

La compassione, i nodi dell'ospitalità, i precedenti impegni del re e

dell'armata, potevano in parte scusare la condotta d'Entragues a Pisa;

ma per disporre di tutte le altre fortezze d'Entragues non si consigliò

che colla sua cupidigia. Il 26 di febbrajo vendette ai Genovesi Sarzana

e Sarzanello per ventiquattro mila fiorini; ed il 30 di marzo il

bastardo di Roussi, suo luogotenente, vendette Pietra Santa ai Lucchesi

per trenta mila fiorini[419]; di modo che le fortezze che Carlo VIII

aveva solennemente promesso di restituire ai Fiorentini, e che non per

tanto loro aveva fatte riacquistare a così alto prezzo, passarono tutte

nelle mani de' loro nemici.

[419] _Allegr. Allegretti Diar. San., t. XXIII, p. 853. — Bar.

Senaregæ de Reb. Gen., t. XXIV, p. 558. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. III, p. 108. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 224. — Fr.

Guicciardini., l. III, p. 141 e 147. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II,

p. 45. — Fr. Belcarii Comm., l. VII, p. 192._

Ai Fiorentini recava molta inquietudine la vicinanza di Pietro de'

Medici, e questo capo di partito mai non si avvicinava ai loro confini

senza che la repubblica tenesse aperti gli occhi su tutti i suoi

movimenti con estrema gelosia. Pure la di lui condotta faceva conoscere

che non aveva nè i talenti, nè il carattere, nè altri mezzi che

potessero porre in pericolo la loro libertà. Era fuggito da Venezia per

raggiugnere Carlo VIII, quando si avanzava per fare l'impresa di Napoli,

e sempre era rimasto alla sua corte dimenticato; il suo partito

s'indeboliva a Firenze per lo stabilimento d'un governo veramente

popolare. Mille ottocento cittadini all'incirca avevano provato che i

loro antenati partecipavano agli onori dello stato, ed erano stati

conseguentemente ammessi nel gran consiglio. Questo consiglio, meglio

composto che i precedenti, trovavasi in istato di riempire da sè

medesimo le proprie funzioni, invece di non essere altra cosa che una

macchina in mano del partito dominante. Si era particolarmente sentito

ch'era eminentemente proprio a fare delle buone elezioni; e dopo il

primo luglio del 1495, aveva solo nominati tutti i magistrati della

repubblica[420].

[420] _Jac. Nardi, l. II, p. 41._

Ma gli emigrati si figurano sempre che tutto il pubblico abbia le loro

opinioni ed i loro sentimenti, essi non corrispondono che colle genti

del loro partito, non fanno verun conto degli altri, e si persuadono che

la più debole resistenza straniera basterebbe per ristabilirli nella

loro patria. Pietro de' Medici suppose le circostanze favorevoli per

attaccare Firenze. Virginio Orsini, suo parente, che in tempo della

battaglia di Fornovo si era sottratto alla sua prigionia, e riparatosi

nel suo feudo di Bracciano, gli offriva l'ajuto de' suoi uomini d'armi,

purchè Pietro dal canto suo gli somministrasse abbastanza danaro per

adunarli ed armarli di nuovo. Pisa, Siena e Lucca erano in guerra coi

Fiorentini; Perugia gli offriva pure l'assistenza della sua popolazione

guerriera. Questa città dipendente dalla Chiesa, ma che appena

l'ubbidiva, era governata a nome del partito guelfo dalla famiglia dei

Baglioni, che non aveva meno autorità in questa repubblica di quella che

avessero i Medici in Firenze, o i Bentivoglio in Bologna. Questi capi di

partito facevansi un principio di politica di mantenere in tutte le

repubbliche l'autorità degli usurpatori; e perciò acconsentirono a

Pietro de' Medici d'adunare i suoi partigiani sul lago di Perugia, a non

molta distanza da Cortona, sulla quale aveva formati de' progetti; ed

assoldarono Virginio Orsini per dargli opportunità di far avanzare i

suoi uomini d'armi ai confini fiorentini[421].

[421] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 136. — Jac. Nardi, l. II, p. 46.

— P. Jovii Hist., l. IV, p. 121. — Allegr. Allegretti Diar. San., t.

XXIII, p. 854. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VII, p. 192._

Ma in questa stessa epoca i Baglioni furono in procinto d'essere dagli

Oddi, loro rivali, scacciati dalla patria. Gli Oddi erano i capi di

parte ghibellina, ed avevano per loro gli abitanti di Foligno e d'Assisi

ed una numerosa clientela. Il 3 di settembre del 1495 sorpresero una

delle porte di Perugia, entrarono in città alla testa della loro

cavalleria, posero in fuga i Baglioni, e di già si credevano sicuri del

successo, quando furono sorpresi da panico terrore, che strappò loro di

mano la vittoria. Giunti a breve distanza dal palazzo, erano occupati

nell'atterrare uno steccato, che loro impediva d'avanzarsi; le prime tre

file, strette dalla folla che le seguiva, non potevano liberamente

adoperare le loro braccia, nè alzare le scuri. Uno degli Oddi si volse a

coloro che lo spingevano gridando: _Indietro_, _ritiratevi_, questo

grido, ripetuto di fila in fila, sembrò ai più discosti il segno della

fuga; onde tutti si dispersero, e la truppa vittoriosa, senz'essere

inseguita da verun avversario, uscì di città più rapidamente che non vi

era entrata. I Baglioni rimasti padroni furono tanto più crudeli verso i

loro nemici, quanto più grande era stato il corso pericolo[422].

[422] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 137. — Machiavelli Disc. sopra

Tito Livio, l. III. — Allegr. Allegretti, p. 853._

Poi ch'ebbe ridotta a numero la sua compagnia, Virginio Orsini, sotto

pretesto di servire i Baglioni, prese le loro insegne, passò le paludi

delle Chiane con trecento uomini d'armi e tre mila fanti, ed andò a

stabilirsi ai confini del Sienese in faccia a Sansovino, dove ebbe

qualche scaramuccia con Rannuccio di Marciano, generale fiorentino, che

occupava Cortona. Nello stesso tempo Giuliano de' Medici faceva istanze

a Giovanni Bentivoglio d'attaccare i Fiorentini, ed il cardinale

Giovanni, suo fratello, era passato a Milano per far entrare nella sua

causa lo Sforza ed i Veneziani. I Medici emigrati avrebbero voluto

sollevare tutti i principi d'Europa contro la loro patria; e per grandi

che potessero essere le sciagure che attiravano sopra Firenze, sarebbero

rimasti contenti se a qualunque prezzo avessero potuto risalire sul

trono; ma non trovarono le altre potenze apparecchiate ad entrare nella

coalizione che loro proponevano. Il Bentivoglio fece dire al governo

fiorentino che non farebbe torto alla loro buona vicinanza: il duca di

Milano, rammentando che aveva ingannato Pietro de' Medici, non volle

porlo in istato di vendicarsi. I Veneziani erano tutti intenti al regno

di Napoli: e la repubblica fiorentina, avendo posta una taglia sulla

testa dei due Medici, Pietro ritirossi a Roma, e Giuliano andò a Milano

presso il cardinale suo fratello[423].

[423] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 138. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.

II, p. 46. — P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 121._

Due agenti di Carlo VIII, Camillo Vitelli e Jomella, avevano nello

stesso tempo aperta una negoziazione con Virginio Orsini per farlo

entrare ai servigj della Francia. La sua compagnia erasi nuovamente

adunata, ed armata col denaro dei Medici e dei Baglioni: più non poteva

sperare gran cose in Toscana; e poichè i Colonna, suoi rivali, avevano

preso servigio sotto il monarca arragonese, doveva avidamente cogliere

l'occasione di combatterli. Diede suo figlio in ostaggio ai Francesi per

guarentire la sua fedeltà, e si obbligò di condurre seicento cavalli nel

regno di Napoli, dopo essersi unito a Camillo ed a Paolo Vitelli, che

per parte loro dovevano condurne quattrocento[424].

[424] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 121._

Fu questo il solo rinforzo che Carlo VIII facesse passare a' suoi

cavallieri francesi, che in numero infinitamente minore difendevano

l'onore della sua corona nel regno di Napoli. Omai più non pensava che

alle feste della sua corte, ai tornei, ed in particolare a quella

galanteria che tanto più l'occupava, in quanto che la sua presenza e la

sua debole complessione lo rendevano a ciò meno proprio. Egli sempre

prometteva ajuti che mai non giugnevano, dava ordini che non venivano

eseguiti, e di cui non curavasi di chiederne conto; follemente dissipava

tutte le entrate della Francia, senza prendersi pensiero delle spese

necessarie, cui avrebbe dovuto provvedere; e mentre che ponevasi

nell'impossibilità di salvare il regno di Napoli, rifiutava

d'accomodarsi col principe che stava per toglierlo. Aveva mandato il

Comines a Venezia per persuadere quel senato a ratificare il trattato di

Vercelli: i senatori veneziani non vi acconsentirono, ma offrirono

d'obbligare Ferdinando a riconoscersi feudatario della corona di

Francia, ed a pagare pel regno di Napoli cinquanta mila ducati annui,

dando ai Francesi molte fortezze per pegno della sua fedeltà. Carlo VIII

per tutta risposta rifiutò perentoriamente d'abbandonare veruna parte

d'una conquista, che non si prendeva cura di difendere[425].

[425] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XIX, p. 373. — Fr.

Guicciardini, l. III, p. 141._

La guerra trattavasi contemporaneamente in molte parti del regno di

Napoli, ma ovunque debolmente. Il duca di Montpensiero occupava le

vicinanze di Sanseverino e di Salerno, ed aveva a fronte il re

Ferdinando. Il Montfaucon, Villeneuve e Sillì, si difendevano nella

Puglia contro don Federico e don Cesare, fratello naturale del re.

Graziano Guerra aveva il comando de' Francesi negli Abruzzi, ed aveva

contro di lui il conte di Popoli. Giovanni della Rovere, prefetto di

Sinigaglia, che aveva condotti dugento uomini d'armi al soldo di Carlo

VIII, occupava e guastava il vicinato di Monte Cassino. Aubignì

difendeva la Calabria ed il Principato ulteriore contro Gonsalvo di

Cordova; ma il clima aveva vinto colui che non potevano atterrare gli

sforzi de' nemici; egli soggiaceva ad una lunga malattia, e non poteva

proseguire i vantaggi che da principio aveva ottenuti. In tutte le

province da ambedue le parti trattavasi la guerra languidamente. Ai due

partiti mancavano egualmente i mezzi di proseguirla con vigore; le

distrutte città, le campagne ruinate, più non pagavano le imposte; e

Ferdinando, non meno povero de' Francesi, non poteva trionfare d'un

branco d'uomini rimasti soli nel suo regno per resistergli[426].

[426] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 140. — P. Jovii, l. IV, p. 123._

Ferdinando non era stato compreso nella lega d'Italia sottoscritta a

Venezia nel precedente anno. Pregava perciò i Veneziani ad ammettervelo,

ma questi, volendo approfittare delle difficoltà in cui si trovava, non

gli offrivano soccorsi che a condizione ch'egli pagar ebbeli loro con

immoderate usure. Essi avrebbero voluto conchiudere un trattato di

sussidj e non un'alleanza. Obbligaronsi infatti a mandargli il marchese

di Mantova, loro generale, con settecento uomini d'armi, altrettanti

Stradioti e tre mila fanti, promettendo inoltre di somministrargli

quindici mila ducati; ma Ferdinando dovette riconoscersi verso loro

debitore per dugento mila ducati, e dar loro per guarenzia di tale somma

le città d'Otranto, Brindisi, Trani, Monopoli e Pugliano. Il duca di

Milano, che per anco non voleva contravvenire apertamente al trattato di

Vercelli, fece nello stesso tempo segretamente passare alcuni soccorsi

al re di Napoli. Francesco Gonzaga partì da Mantova in sul cominciare di

febbrajo, ed entrò nel regno di Napoli per san Germano, Capoa e

Benevento[427].

[427] _P. Jovii Hist., l. IV, p. 122. — Fr. Guicciardini, l. III, p.

151. — P. Bembi Hist. Ven., l. III, p. 51. — And. Navagero Stor.

Venez., p. 1207. — Cron. Venez., t. XXIV, p. 31._

Nello stato di penuria in cui si trovavano le due armate, era per loro

un oggetto di grande importanza l'assicurarsi il pedaggio de' bestiami

della Puglia, che viene pagato per il passaggio delle gregge presso al

Monte Gargano, quando lasciano i pascoli dell'inverno delle campagne

della Puglia per quelli dell'estate nelle montagne degli Abruzzi e di

Sulmona. Dovevano passare nel corso d'un mese pel luogo del pedaggio non

meno di seicento mila montoni, e di dugento mila tra buoi e vacche,

pagando in tutto dagli ottanta ai cento mila ducati; lo che formava il

più depurato reddito della corona. I capi delle due armate sentirono

egualmente che se reciprocamente venivano ad impedire la percezione del

pedaggio, trattenendo le gregge, ruinerebbero la metà del regno; che le

bestie perirebbero di fame nel corso dell'estate nelle campagne della

Puglia, e che i pascoli delle montagne dell'Abruzzo sarebbero

infruttuosi, se non erano consumati dalle mandre. Convennero dunque che

quello di loro che terrebbe la campagna percepirebbe solo il pedaggio,

senza che l'altro potesse molestarlo, o ritenere le gregge. Dopo avere

sottoscritta questa convenzione i due partiti d'altro più non si presero

cura che di rendersi più forti nelle campagne della Puglia. Ferdinando,

che di quel tempo trovavasi nella contea di Molise venne ad accamparsi a

Foggia. Il Montpensiero, ricusando il consiglio di Virginio Orsini, che

gli rappresentava essere quello il favorevole istante d'attaccare Napoli

per la lontananza del re, prese ancor esso la strada della Puglia, ove

l'Orsini teneva di già il suo quartiere a Sansevero. Ambo i generali,

spiegando tutte le loro forze, speravano d'atterrire il nemico,

obbligarlo a ricusare la battaglia, a chiudersi nella città, ed a

confessare in tale maniera la sua inferiorità. A ciò mirando, per

accorrere più prontamente in soccorso degli Orsini, il Montpensiero

lasciò a Casarbore l'artiglieria pesante di cui non credeva di avere

bisogno; si unì all'Orsini innanzi a Selva Piana nel territorio di

Troja; e l'armata francese contò allora mille cento corazze, mille

quattrocento cavalleggeri, sei mila tra Svizzeri e Tedeschi, e dieci

mila Guasconi o regnicoli[428].

[428] _P. Jovii, l. IV, p. 124. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 150._

Prima della riunione del Montpensiero coll'Orsini, Ferdinando aveva

invano cercato di provocare l'Orsini, cui era superiore di forze, a

battaglia. Ma dopo l'arrivo del Montpensiero, l'armata francese, avendo

acquistata la superiorità, cercò a vicenda di provocare Ferdinando a

battaglia, avanti che giugnesse a rendergli la perduta superiorità il

marchese di Mantova. Frattanto Ferdinando chiudevasi in Foggia, mentre

una seconda divisione della sua armata, sotto gli ordini di Fabrizio

Colonna, difendeva Troja, ed una terza, comandata da Prospero Colonna,

occupava Luceria. I Francesi per recarsi a Manfredonia, dove si

percepiva il pedaggio dovevano passare sotto le mura di Luceria e di

Troja. Mentre si avanzavano per questa strada, si scontrarono in

settecento fanti tedeschi al soldo del re di Napoli, i quali erano

usciti da Troja per recarsi a Luceria, senz'essere protetti dalla

cavalleria. I Vitelli, che dirigevano la vanguardia dell'armata

francese, furono i primi ad attaccarli co' loro uomini d'armi, senza

poterli disordinare, e bentosto tutta l'armata gli avviluppò; pure nè

Heiderlin, che comandava questi valorosi soldati, nè altri della sua

truppa diede verun segno di timore. Camminavano disposti in battaglione

quadrato, senza rallentare il passo, e presentando da tutti i lati un

bosco di picche agli attacchi della cavalleria. I Vitelli, fuori di

speranza di rompere quell'ordinanza, li fecero soltanto circondare a

qualche distanza dai cavalleggeri, i quali colle frecce e colle carabine

atterravano molti Tedeschi senza esporsi alle loro picche. Heiderlin

giunse in tal modo fino alle rive del Chilone, per passare il qual fiume

fu costretto di rompere la linea de' suoi soldati, allora Camillo

Vitelli fece subito metter piede a terra a' suoi uomini d'armi, e

conducendoli nel letto del fiume, attaccò i Tedeschi corpo a corpo.

Questi, da che più non furono in ordine di battaglia, non poterono più

fare alcun uso delle loro lunghe picche, mentre che gli uomini d'armi a

piedi, coperti d'impenetrabile armatura, erano tanto più formidabili

quanto più si avvicinavano. Per questi Tedeschi era perduta ogni

speranza di salute; ma non si scoraggiarono perciò, che anzi si difesero

disperatamente, e furono tutti uccisi fino all'ultimo[429].

[429] _P. Jovii, l. IV, p. 125. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 151._

Dopo questa carnificina, volendo il Montpensiero approfittare dello

spavento che aveva cagionato ai Napolitani, andò ad offrire battaglia

sotto le mura di Foggia: Ferdinando non la ricusò, ma così destramente

dispose la sua armata sotto il cannone della città, che il generale

francese, che aveva imprudentemente lasciato addietro la sua grossa

artiglieria, non osò attaccare il re. Senza un cotal fallo avrebbe forse

potuto terminare la guerra in questo luogo con una grande vittoria.

Rinunciando a questa speranza proseguì il suo cammino verso Manfredonia,

mentre giugneva al campo di Ferdinando il duca di Mantova. Dopo la sua

venuta l'armata reale attaccò e guastò le città della contea di Molise,

che avevano spiegate le bandiere dei Francesi. Il Montpensiero era bensì

giunto al luogo in cui dovevasi percepire la gabella, ed i pastori della

Puglia giugnevano presso al suo campo colle loro mandre; ma Ferdinando

veniva ad inseguirli alla testa de' suoi cavalleggeri; e siccome l'uno e

l'altro capo teneva la campagna, riusciva cosa impossibile il decidere

in forza della precedente convenzione, a chi appartenesse la gabella. In

breve perdettero ambidue la speranza di percepirla; onde abbandonarono i

pastori in balìa de' loro soldati: i buoi ed i montoni della metà del

regno, che si trovarono nello stesso tempo nelle loro mani furono

uccisi; i campi si videro in breve coperti de' loro cadaveri, mentre che

i soldati non si caricavano che delle pelli che speravano di

vendere[430].

[430] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 127. — Fr. Guicciardini,

l. III, p. 151._

Sebbene venuto meno il principale oggetto che aveva tratte le due armate

nelle campagne della Puglia, le due parti facevano sempre avanzare le

rimanenti loro forze verso la stessa provincia; ottocento tedeschi del

ducato di Gueldria ed alcuni Guasconi e Svizzeri, di fresco sbarcati a

Gaeta, avevano colà raggiunto il Montpensiero; dall'altra parte

Ferdinando, dopo il marchese di Mantova, che in giugno lo aveva

raggiunto, aveva ricevuto consecutivamente i rinforzi di Giovanni

Gonzaga, di Giovanni Sforza, signore di Pesaro, e di don Cesare

d'Arragona. Le due armate si minacciavano da vicino, e pareva che non

potessero tardare lungamente a decidere la sorte della guerra con una

battaglia[431].

[431] _P. Jovii, l. III, p. 128. — Fr. Guicciardini, l. III, p.

151._

Prima che le cose giugnessero a tale estremo gli emigrati italiani, che

avevano seguito Carlo VIII, non avevano trascurato di eccitarlo,

affinchè, a seconda delle sue promesse, mandasse gagliardi ajuti al

Montpensiero, ed alle armate che difendevano il partito francese. Gli

ambasciatori de' Fiorentini, il cardinale Giuliano della Rovere, Giovan

Giacomo Trivulzio, Vitellozzo, Carlo Orsini ed il conte di Montorio, non

gli permettevano di dimenticare i commilitoni che aveva lasciati nel

pericolo. Quella stessa parte della nobiltà francese ch'erasi opposta

alla prima spedizione di Carlo VIII, omai conveniva che l'onore

nazionale era chiamato a difendere ciò che si era acquistato col di lei

sangue: ogni illustre famiglia aveva qualche suo membro nell'armata che

combatteva nel regno di Napoli, ed istantemente chiedeva che non vi

fosse abbandonato. Carlo VIII, risvegliato in qualche modo dal suo

letargo, annunziò che stava per tornare in Italia con un'armata più

potente di quella che lo aveva accompagnato nel precedente anno. Gian

Giacomo Trivulzio ebbe ordine di partire alla volta di Asti con

ottocento lance, due mila Svizzeri, ed altrettanti Guasconi; il duca

d'Orleans ed in appresso il medesimo re dovevano in breve seguirlo.

Tutti i cantoni svizzeri avevano promesse truppe, ad eccezione di quello

di Berna, che aveva assunti contrarj obblighi col duca di Milano. Trenta

vascelli dovevano spiegare le vele dai porti francesi sull'Oceano, ed

unirsi in Provenza con altrettante galere, per portare a Gaeta

vittovaglie, munizioni di guerra e danaro; e Rigault, maestro della casa

del re, fu spedito a Milano per domandare al duca di far in Genova

armare le galere promesse nel trattato di Vercelli, assicurandolo in

pari tempo, che, qualora sinceramente si attaccasse di nuovo alla

Francia, verrebbe posta in dimenticanza la sua passata condotta[432].

[432] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 152. — Fr. Belcarii Comm. rer.

Gall., l. VII, p. 195._

Ma quest'ardore guerriero non poteva lungamente sostenersi in un così

futile e così instabile carattere qual era quello di Carlo VIII. Il

cardinale di san Malo, sovrintendente delle finanze, temeva una guerra

che accrescerebbe gl'imbarazzi in cui lo avevano di già posto le

inconsiderate spese della corte. Senza opporsi al suo padrone, faceva

ogni giorno nascere ostacoli all'esecuzione de' suoi progetti, e Carlo

mai non aveva la pazienza di esaminarli, nè la perseveranza di

sventarli. Tutto ad un tratto il re, che soggiornava in Lione, dichiarò

in sul finire di maggio, che, prima di porsi in cammino, voleva ancora

fare un viaggio a Tours ed a Parigi, onde raccomandarsi a san Martino ed

a san Dionigi nelle loro principali chiese, e per impegnare in pari

tempo le sue buone città a fargli sovvenzioni di danaro. Il vero motivo

era quello di rivedere a Tours una delle dame d'onore della regina di

cui era in allora innamorato. Invano tutti coloro che prendevano parte

alla difesa del regno di Napoli gli rappresentavano, che, allontanandosi

dai confini dell'Italia nell'istante in cui i di lui nemici erano

atterriti, nell'istante in cui i suoi soldati tutte in lui riponevano le

loro speranze, rincorerebbe i primi, e farebbe cadere le armi di mano ai

secondi; Carlo VIII fu irremovibile: dopo avere ancora consumato un mese

in Lione, partì per le parti settentrionali della Francia; abbandonò il

progetto di mandare il duca d'Orleans in Italia; non diede al Trivulzio

che pochissimi soldati, ed altro non fece a favore del Montpensiero, che

ordinare ai Fiorentini di mandargli quaranta mila ducati[433].

[433] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 155. — Fr. Belcarii Rer. Gall.,

l. VII, p. 196. — Chron. Ven., p. 34._

Ma il Montpensiero più non era in istato di aspettare l'esito di così

lunghe deliberazioni. Egli stringeva d'assedio Circello, lontano dieci

miglia da Benevento, e Camillo Vitelli uno de' suoi migliori ufficiali

vi aveva perduta la vita nell'istante in cui si era posto a piedi alla

testa dei Guasconi per incoraggiarli a combattere. Ferdinando, volendo

fare una diversione, andò ad attaccare Frangetto di Monforte, quattro

miglia lontano dal campo francese. Il re aveva sotto i suoi ordini mille

dugento uomini d'armi, mille cento cavalleggeri e quattro mila fanti, e

credevasi in istato di avventurare una battaglia. I Francesi

abbandonarono Circello per soccorrere Frangetto, ma, giunti sulla

sommità di una collina in faccia a quella borgata, videro ch'era di già

presa. Ciò nondimeno il Montpensiero e Virginio Orsini volevano

avanzarsi ancora, con intenzione di attaccare i soldati di Ferdinando,

mentre che, occupati nel saccheggio non potrebbero opporre gagliarda

resistenza. Ferdinando, prevedendo questo pericolo, aveva schierata la

sua armata in battaglia avanti al castello di Frangetto, ed aveva posto

il fuoco alla borgata per iscacciarne i saccomanni; pure tanta era la

loro avidità di ammassare il bottino, o il loro terrore di venire a

fronte dell'armata francese, che la metà de' soldati errava ancora in

mezzo alle fiamme, e non poteva ridursi a entrare nelle linee. Ma nel

consiglio di guerra dell'armata francese, Precì, Bartolommeo d'Alviano,

e Paolo Orsini, s'accordarono a rappresentare, che per attaccare i

Napolitani dovevasi entrare in un'angusta valle e pericolosa assai,

signoreggiata dal castello di Frangetto; onde non potevasi sperare

salvezza che dalla follia di coloro contro cui si doveva combattere.

Mentre si stava ancora deliberando, gli Svizzeri ed i Tedeschi

dell'armata, i quali da che servivano nel regno non avevano avuto che il

soldo di due mesi, chiedevano di essere pagati prima di entrare in

battaglia. La loro indisciplina, e l'insolenza loro andavano crescendo

coll'incertezza de' loro capi, ed il Montpensiero, costretto a cedere,

perdette così l'ultima occasione in cui poteva sperare di rimettere gli

affari de' Francesi nel regno di Napoli[434].

[434] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 157. — P. Jovii, l. IV, p. 130.

— Ejusdem Vita M. Consalvi, l. I, p. 181. — Fr. Belcarii Comm., l.

VII, p. 197._

Dopo quel giorno gli Svizzeri ed i Tedeschi mai non cessarono di

minacciare i loro generali per ottenere un pagamento che questi non

potevano in verun modo eseguire. I principi di Salerno, di Bisignano e

di Conza, abbandonarono l'armata, e tornarono ne' loro feudi per

difendersi contro Consalvo di Cordova; i Napolitani al soldo de'

Francesi non perdevano veruna occasione di disertare: non solo non erano

meglio pagati degli altri, ma si trovavano inoltre esposti all'insolenza

de' loro commilitoni Francesi e Tedeschi, che sempre pretendevano di

avere e viveri ed alloggio prima dei regnicoli. Finalmente Precì e

Montpensiero mai non erano d'accordo, e le loro contese dividevano tutto

il consiglio di guerra[435].

[435] _P. Jovii, l. IV, p. 130._

L'armata, che ogni giorno s'indeboliva, dovette all'ultimo ritirarsi;

tentò di rientrare nella Puglia, e dalle bande di Ariano e di Benevento

portarsi alla volta di Venosa. Perchè Ferdinando non si accorgesse della

sua ritirata, partì in sul cominciare della notte, e fece venticinque

miglia senza riposarsi. Sperava inoltre che Ferdinando, inseguendola,

avrebbe dovuto trattenersi alquanto sotto il castello di Gesualdo, che

in altri tempi aveva sostenuto un assedio di quattordici mesi: e, fidati

a questa considerazione, avendo i Francesi incontrata resistenza ad

Atella, presero quella città e la svaligiarono, consumando più tempo che

non avrebbero dovuto. Ferdinando occupò Gesualdo senza difficoltà, e

raggiunse i Francesi, prima che fossero usciti da Atella; allora il

Montpensiero si trovò costretto di appigliarsi al partito, che più gli

conveniva, di difendersi in Atella, onde dar tempo al suo re di

soccorrerlo[436].

[436] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 158. — Fr. Belcarii Comm., l.

VII, p. 198._

Atella, dove stava chiusa l'armata francese, non è quella città che

diede il suo nome alle favole Atellane, e ch'era posta presso a poco nel

luogo oggi occupato dalla città di Aversa. Atella della Basilicata giace

in una fertile pianura, ma un miglio al di là delle sue mura cominciano

le montagne, che s'innalzano da tre bande formando un ricco anfiteatro

largo tre quarti di miglio. Il loro pendio non è scosceso, e ne' pensili

che forma si fa uso dell'aratro per lavorare i campi, e dove il terreno

è più inclinato si coltivano viti ed alberi fruttiferi d'ogni maniera.

Quest'anfiteatro si apre dalla banda di mezzogiorno, e lascia vedere a

sinistra la città di Melfi, a destra la strada di Conza coperta da folti

boschi. Un ruscello irriga la pianura, attraversandola al ponente estivo

dopo avere circondato con largo giro la borgata di Atella. Colà le

acque, trovandosi chiuse tra più alte rive, volgono alcuni mulini, poi

si gettano nell'Ofanto. Dalla banda di Levante la borgata di Ripa

Candida, posta sulla strada di Venosa, era occupata da una guarnigione

francese; e da quella banda l'armata francese sperava di ricevere

vittovaglie e soccorsi, tanto più che tutto il paese si era dichiarato

pel partito Angiovino; ma la cavalleria leggiera degli Stradioti non

tardò ad impratichirsi di tutti i sentieri, e chiuse tutte le

comunicazioni ai partigiani de' Francesi[437].

[437] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 132._

Ferdinando non voleva venire a battaglia con un'armata disperata, ed

invece pensò a chiuderle tutte le strade, a rendere difficile ogni mezzo

di vittovagliarla ed a distruggere i mulini di cui si serviva. I

Tedeschi, che si trovavano nell'armata Francese, e che da gran tempo

avevano minacciato di disertare se non erano pagati, arrivarono dopo

pochi giorni al campo di Ferdinando, il quale in appresso ebbe avviso

che Consalvo di Cordova aveva sorpresa presso al castello di Lario,

posto sul fiume Saprio, che divide la Calabria dal Principato, una

piccola armata colà raccolta dai partigiani della Francia; che aveva

fatti prigionieri undici baroni angiovini, e quasi tutta la fanteria.

Dopo questa vittoria, la prima che Consalvo di Cordova riportasse nel

regno di Napoli, venne con sei mila uomini ad unirsi sotto Atella al re

Ferdinando; e la sua venuta fece agli assediati perdere ogni

speranza[438].

[438] _P. Jovii, l. IV, p. 133. — Ejusd. vita M. Consalvi, l. I, p.

182. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 159._

Il Montpensiero, che cominciava ad avere penuria di vittovaglie, il 5 di

luglio fece partire alla volta di Venosa la terza parte della sua

cavalleria, onde scortare un convoglio; ma sebbene questa uscisse a

mezzodì, quando doveva supporsi che i nemici, per timore degli eccessivi

calori della Basilicata, si riposassero, fu scoperta dagli Stradioti,

sorpresa e sconfitta. In questo fatto i Francesi perdettero più di tre

cento cavalieri, e più che la perdita gli affliggeva la considerazione

che i loro uomini d'armi erano stati battuti da una cavalleria leggiera

da loro sprezzata. Dopo questa battaglia Ferdinando conquistò Ripa

Candida, e si accampò sulla strada di Venosa, sicchè veniva a chiudere

agli assediati qualunque uscita[439].

[439] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 133. — Vita M. Consalvi,

l. I, p. 183._

Lo stesso giorno in cui arrivò presso Atella, Gonzalvo di Cordova aveva

attaccati i mulini degli assediati, e gli aveva totalmente distrutti,

onde cominciavano a non avere più farine. Bentosto provarono un'altra

più crudele privazione, più non potendo attignere acqua dal ruscello che

bagnava le mura di Atella senza azzuffarsi coi nemici, e dovendo così

pagare col loro sangue ogni botte di acqua. Avevano formato nel fiume un

abbeveratojo, coperto di alcuni trinceramenti, che avevano dati in

guardia ai loro Svizzeri; ma questi essendo stati vigorosamente

attaccati, perdettero coi trinceramenti trecento uomini. Fu trovato tra

i morti un alfiere cui era stata troncata la mano destra e gravemente

ferita la sinistra, e che morto com'era strigneva tuttavia coi denti lo

stendardo che gli era stato confidato[440].

[440] _P. Jovii, l. IV, p. 135._

Erano già passati trentadue giorni da che i Francesi trovavansi chiusi

in Atella; vedevano ogni giorno andar crescendo il numero de' loro

nemici, e scemare quello de' proprj soldati; loro mancavano i foraggi, i

viveri e l'acqua, quando risolsero finalmente di venire a patti. Precì,

Bartolommeo d'Alviano ed un capitano svizzero furono spediti a

Ferdinando. Chiesero che Gilberto di Montpensiero potesse spedire un

corriere al suo re per avere soccorsi, e se non li riceveva entro trenta

giorni, doveva, spirato questo termine, consegnare a Ferdinando tutte le

piazze che da lui dipendevano, colla loro artiglieria. Fino a tal tempo

Montpensiero non doveva tentare d'uscire da Atella, ove il re gli

somministrerebbe i viveri giorno per giorno. Quando poi i Francesi

rassegnerebbero la piazza, dovevano essi avere la libertà di passare in

Francia, gl'Italiani fuori del regno, ed i Napolitani quindici giorni di

tempo per assoggettarsi al re, che loro prometteva intero perdono, e la

restituzione di ogni loro avere. Questa convenzione venne sottoscritta

il giorno 20 di luglio del 1496, e le tre città di Venosa, Gaeta e

Taranto, i di cui governatori erano stati immediatamente nominati dal

re, furono espressamente eccettuate[441].

[441] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 160. — P. Jovii, l. IV, p. 136.

— P. Bembi hist. Ven., l. III, p. 56. — Allegr. Allegretti, p. 857.

— Fr. Belcarii Comm., l. VII, p. 199._

Sembra che il Montpensiero non aspettasse i trenta giorni accordati

nella convenzione per cedere Atella; ma che, stretto da bisogno di

danaro, e dalla impazienza de' suoi soldati, consegnasse dopo tre dì

quella piazza a Ferdinando per dieci mila fiorini, che distribuì alle

sue truppe a conto del loro soldo[442].

[442] _P. Bembi Ist. Ven., l. III, p. 56._

Uscì da Atella con circa cinque mila uomini, che furono condotti a Baja

ed a Pozzuolo per aspettarvi un imbarco. Nello stesso tempo diede al re

tutte le fortezze del suo governo, ma Ferdinando chiedeva tutte quelle

del regno, molte delle quali ricusavano di riconoscere l'autorità del

luogotenente del re. Mentre si disaminava questa parte della

capitolazione, l'armata francese fu ritenuta nel cuore dell'estate sulla

spiaggia pestilenziale di Baja, e fu bentosto sorpresa da terribile

epidemia. Uno de' primi a morire fu Gilberto di Montpensiero; poi la

mortalità si estese ai cavalieri ed ai pedoni e non gli abbandonò nel

loro viaggio, quando fu loro permesso di partire; onde di cinque mila

uomini usciti da Atella appena ne arrivarono in Francia

cinquecento[443].

[443] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 161. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. IV, p. 137. — Eius. Vita M. Consalvi, l. I, p. 183. — Fr.

Belcarii, l. VIII, p. 200. — Arn. Ferroni, l. II, p. 24._

Alessandro VI, che destinava le spoglie degli Orsini ai suoi figliuoli,

e che voleva da prima sterminare quella famiglia, non solo sciolse

Ferdinando II dal giuramento dato per l'esecuzione della capitolazione

di Atella, ma minacciò di punirlo colle pene ecclesiastiche se vi dava

esecuzione. Per ubbidire al papa il re Ferdinando fece imprigionare

Virginio e Paolo Orsini in castel dell'Uovo. Le loro truppe italiane che

si ritiravano, attraversando l'Abruzzo sotto gli ordini di Giovan

Giordano Orsini e dell'Alviano, furono attaccate dal duca d'Urbino e

svaligiate. In pari tempo Graziano Guerra, più non potendo sostenersi

nell'Abruzzo, ritirossi a Gaeta con ottocento cavalli; il d'Aubignì,

dopo di avere difesa per qualche tempo la Calabria, fu forzato di

capitolare a Groppoli, ottenendo la libertà di ritirarsi in Francia.

I principi di Salerno e di Bisignano approfittarono dell'amnistia, e

rientrarono nella grazia di Ferdinando dopo avergli consegnate le loro

fortezze. Finalmente, ad eccezione di Taranto, ove comandava Giorgio di

Sillì, di Gaeta in cui si era chiuso il siniscalco di Belcario e di

monte sant'Angelo, ove valorosamente si difendeva Giuliano di Lorena, i

Francesi furono scacciati da tutte le loro conquiste, e tutto il regno

di Napoli ridotto all'ubbidienza di Ferdinando[444].

[444] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 161. — P. Jovii, Hist. sui

temp., l. IV, p. 137. — Mém. de Guill. de Villeneuve, t. XIV, Mém.

p. 82._

Ma nello stesso istante in cui questo giovane principe rientrava in

Napoli, di ritorno da una guerra che gli aveva fruttato un regno, e

nella quale aveva date luminose prove di coraggio, di costanza, di

perizia nell'arte della guerra, e di accortezza nel cattivarsi gli

animi, sorprese la Cristianità con un matrimonio, che mai non

dovrebb'essere autorizzato da veruna dispensa politica. Sposò la propria

sua zia, Giovanna, sorella di suo padre, che aveva press'a poco l'età

sua. Nè questa scelta gli era stata suggerita dalla politica, ma

dall'amore, e quest'amore gli riuscì funesto. Ferdinando tornava da

faticosissima campagna, in un paese malsano, dove tutti i capi delle due

armate erano caduti infermi. Egli non abbadò all'effetto che tante

fatiche avevano dovuto fare sulla sua fisica costituzione, suppose di

avere tutto il vigore della sua sanità, e si comportò come se

effettivamente lo avesse; ma appena fu egli andato colla sua sposa a

soggiornare in Somma, villa posta alle falde del Vesuvio, che morì

d'esanimamento il 7 di settembre del 1496, in età di ventisette anni un

mese ed undici giorni. Perchè non aveva figli, Federico, suo zio, salì

sul trono di Napoli, che nello spazio di tre anni era stato occupato da

cinque re: infatti Ferdinando I, Alfonso II, Carlo VIII, Ferdinando II e

Federico II, si erano succeduti con una sgraziata rapidità, che aveva

accresciute le miserie di un regno di già desolato da crudele

guerra[445].

[445] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 161. — P. Jovii Hist. sui temp.,

l. IV, p. 138. — P. Bembi, l. III, p. 57. — Summonte Storia di

Napoli, l. VI, c. II, p. 523. — Giannone Ist. civ. del regno di

Napoli, l. XXIX, c. II, p. 676. — Burchardi Diar., l. II apud

Raynaldum An. Eccl. 1496, § 13, p. 452. — Chron. Venet., t. XXIV, p.

39. — Fr. Belcarii Comm. ver. Gall., l. VII, p. 201._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16) · 第 8 / 13 题