_Guerra di Pisa; i Pisani soccorsi dal duca di Milano, dai
Veneziani e dall'imperatore Massimiliano. — Tregua in Italia. —
Il Savonarola va perdendo in Firenze l'opinione. — Prova del
fuoco che gli viene proposta da un monaco; sua condanna e sua
morte._
1496 = 1498.
La scossa data a tutta la politica dell'Italia dalla spedizione di Carlo
VIII pareva sospesa: questo monarca, tornato nell'ordinaria sua
residenza, d'altro omai non prendevasi cura che di tornei, di feste e di
una vana pompa cavalleresca, che gli faceva dimenticare quella stessa
guerra di cui era l'immagine. Sempre avviluppato in donneschi raggiri a
cagione de' suoi moltiplici incostanti amori, più non dava alle cose
d'Italia che qualche fuggitiva occhiata. Di quando in quando annunciava
ancora di voler liberare i suoi commilitoni, da lui esposti a tanti
pericoli, o che già languivano per cagion sua nelle prigioni e nella
miseria; parlava di vendicare gl'insulti fatti al suo nome, e di
ricuperare la gloria che aveva acquistata a così poco prezzo e così
rapidamente perduta; ma bentosto ricadeva nella mollezza e nella
dimenticanza d'ogni cosa; ed omai nè le sue minacce atterrivano, nè le
sue promesse fomentavano la speranza.
La morte di Ferdinando II e l'innalzamento di Federico I sul trono di
Napoli parevano contribuire coll'indolenza di Carlo VIII a dare maggiore
consistenza a quella monarchia. Federico era da gran tempo caro ai
Napolitani; egli era quello stesso principe che i baroni malcontenti
avevano voluto nel 1485 sostituire a suo padre, il vecchio Ferdinando,
ed a suo fratel maggiore, Alfonso; era quello che aveva preferito di
restare in prigione tra le mani de' faziosi, piuttosto che farsi strada
al trono con un delitto. Tutti i partiti conoscevano la sua moderazione
e la sua imparzialità, tutti avevano in lui la medesima confidenza. Il
suo predecessore, Ferdinando II, non aveva lo stesso vantaggio; erasi
veduto spiegare somma costanza e valore nell'ultima guerra, ma gli
Angiovini temevano sempre di veder ricomparire nel suo carattere il
vecchio lievito arragonese, la perfidia e la crudeltà, che sembravano
ereditarie in quella famiglia. Raccontavano pure, che, di già preso
dalla malattia che lo condusse al sepolcro, aveva ordinato di far perire
il vescovo di Teano, che teneva in prigione, e che, temendo che la sua
gente, credendo vicina la sua morte, non gli dicessero d'avere eseguiti
i suoi ordini senz'averli eseguiti, erasi fatta recare la di lui testa
sul suo letto di morte[446].
[446] _P. Bembi Hist. Ven., l. III, p. 57._
Federico, salendo sul trono in mezzo ad un popolo diviso in tante
fazioni, e ruinato da guerre civili e straniere, sentiva che doveva
presentarsi ai Napolitani piuttosto come conciliatore, che come
vincitore. Accolse tutti i partiti con eguale indulgenza, mostrando a
tutti un eguale rispetto pel valore e per la sventura; rimandò in
Francia gli avanzi dell'armata, che aveva capitolato ad Atella, ed
eransi sottratti al cattivo aere di Baja; si riconciliò del tutto col
principe di Bisignano e con quello di Conza, che durante il loro lungo
esilio in Francia avevano apparecchiata la guerra che riuscì tanto
funesta al regno, e promise la stessa indulgenza al principe di Salerno,
che invitò alla festa della sua incoronazione. Ma questo principe,
invecchiato nelle fazioni e più volte vittima de' reali tradimenti, non
potè prestar fede alle leali promesse del nuovo re; gli attribuì un
attentato d'assassinio contro suo fratello, che poi non era che una
privata vendetta[447]. Ricominciò adunque la guerra, ed inseguito di
castello in castello nella Lucania, fu finalmente costretto ad uscire
dal regno, ed a ritirarsi a Sinigaglia nel piccolo principato di
Giovanni della Rovere, prefetto di Roma, presso il quale morì esule dopo
non molto tempo[448].
[447] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 175._
[448] _P. Jovii Hist. sui temp., l, IV, p. 138._
Daubignì, che aveva gloriosamente comandato ai Francesi in Calabria, non
credette di dovere più a lungo protrarre una guerra che per la Francia
era senza speranza, e che riduceva i suoi antichi partigiani all'estrema
miseria e pericolo. E non solo ottenne per sè medesimo e pe' suoi
compagni d'armi onorevoli condizioni, ma inoltre persuase Oberto di
Rosset, che si era difeso in Gaeta con maravigliosa costanza e coraggio,
a conservare i suoi soldati per meno infelici tempi, ed a rilasciare
quella città a Federico. Verso lo stesso tempo Graziano Guerra abbandonò
gli Abruzzi; e vennero a patti le guarnigioni di Venosa e di Taranto; di
modo che i Francesi non conservarono nel regno di Napoli verun pegno
della rapida loro conquista[449].
[449] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 139. — Fr. Guicciardini,
l. III, p. 172._
Ma la guerra che Carlo VIII aveva suscitata nel suo passaggio per la
Toscana, rendendo la libertà a Pisa, non era ancora spenta, ed era una
scintilla capace di cagionare in Italia un nuovo incendio. La quale
guerra si trattava secondo la vecchia tattica delle guerre italiane, e
la lentezza delle sue operazioni stranamente contrastava coll'impeto che
poc'anzi avevano spiegato i Francesi. Assedj di piccoli castelli,
sorprese, scaramucce d'avamposti, esaurivano tutta l'arte de' capitani,
sebbene si vedessero alla testa delle due armate uomini riputatissimi
nell'arte della guerra; perciocchè comandavano le truppe fiorentine
Francesco Secco e Rannuccio di Marciano, e le pisane Lucio Malvezzi di
Bologna, casualmente secondato dai più esperti condottieri del duca di
Milano e de' Veneziani. Vero è che la guerra trattavasi tra di loro in
una più sanguinosa maniera di quel che si facesse nella precedente età,
perchè molti soldati forastieri, che servivano nell'una e nell'altra
armata, nè accordavano, nè chiedevano quartiere. Se i Fiorentini
avessero una sola volta levata un'armata abbastanza numerosa per farsi
strada fino a Pisa, piantare le loro artiglierie sotto le sue mura ed
aprirvi una breccia, avrebbero risparmiato ad un tempo molto sangue e
molto danaro. Ma essi speravano tuttavia d'avere Pisa col mezzo delle
negoziazioni che avevano intavolate con tutte le potenze: essi non erano
in guerra dichiarata con veruna, e furono consecutivamente chiamati a
combattere i Francesi, l'imperatore, i Milanesi, i Genovesi, i Lucchesi,
i Sienesi, i quali si presentarono uno dopo l'altro come ausiliarj de'
Pisani; essendo in allora ammesso come principio di diritto pubblico,
che uno potesse fare la guerra pel suo alleato, senza dichiararla egli
medesimo.
Nella stessa maniera per una bizzarra complicazione di maneggi politici,
i Fiorentini per ricuperare Pisa dovettero combattere contro i Francesi,
loro veri alleati, e contro tutti i nemici de' Francesi: i Pisani dal
canto loro raccomandarono nello stesso tempo la loro repubblica a Carlo
VIII ed a tutti i nemici di Carlo VIII. In un sol giorno furono mandati
dalla signoria di Pisa, Mariano Peccioli a Lodovico Sforza, Agostino
Donizzo a papa Alessandro VI, Bernardino Agnelli alla repubblica di
Venezia, e Pietro Griffo alla corte di Francia[450]. Erano questi
ambasciatori partiti prima che d'Entragues cedesse ai Pisani le loro
fortezze. Coloro che si recarono presso i nemici della Francia ebbero il
più felice esito; lo Sforza mandò ai Pisani Lodovico della Mirandola con
uno squadrone di cavalleria e trecento fanti tedeschi; ed i Veneziani
loro spedirono Paolo Manfroni con dugento cavalli ed una somma di danaro
per far leva di fanteria[451].
[450] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 108._
[451] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 102. — Fr. Guicciardini,
l. III, p. 146. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 227._
Lodovico Sforza, che si teneva sempre sicuro di potere colla finezza
della sua politica tutto dirigere e dominare a voglia sua, lasciava
frequentemente, per avarizia, di spendere quanto richiedevasi per
l'esecuzione de' suoi progetti; ed in allora sperava con un tratto della
sua accortezza di ridurre i suoi nemici a sostenere le spese ch'egli
avrebbe dovuto fare. Con questa mira aveva caldamente consigliati i
Veneziani a difendere Pisa, facendo loro sentire che, tendendo questa
guerra ad indebolire i Fiorentini, i soli alleati conservatisi fedeli ai
Francesi, tornava egualmente utile il farla agl'interessi di Venezia e
di Milano, e che perciò le spese dovevano farsi in comune. In allora non
poteva sospettare che i Veneziani pensassero giammai ad insignorirsi di
Pisa, città separata da tanti stati dal loro territorio; mentre che
facilmente poteva essere unita alla Liguria, di cui egli era
sovrano[452].
[452] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 142._
Ma i Pisani più non avevano per Lodovico Sforza quell'inclinazione che
avevano mostrata in principio della guerra. Scoraggiati dalla sua
avarizia, aombrati dalle sue negoziazioni coi Fiorentini, avevano
apertamente letti i suoi segreti disegni nelle proposizioni che loro
faceva di dare la signoria della città alle sue creature i fratelli
Sanseverini; onde omai riponevano ne' soli Veneziani ogni loro fiducia.
Avevano da tutte le potenze della lega avuto promessa di guarentire la
loro libertà. Massimiliano aveva riconosciuti i loro diritti con un
privilegio imperiale; il papa aveva loro diretto un breve per
incoraggiarli a difendersi, e gli ambasciatori spagnuoli avevano detto
che il loro padrone vedrebbe con piacere le porte della Toscana chiuse
ai Francesi dallo stabilimento d'una repubblica rivale di quella di
Firenze[453].
[453] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 142._
In sul cominciare di marzo del 1496, avevano i Fiorentini ottenuto
qualche vantaggio in quella parte del territorio pisano che giace tra il
lago di Bientina, le montagne e l'Arno. Avevano preso Buti, san Michele
di Verrucola e Calci; ma nello stesso tempo si pubblicarono in tutto il
territorio pisano con grandissime dimostrazioni di gioja le lettere che
la signoria aveva ricevuto dal doge Agostino Barberigo, colle quali
dichiarava che la repubblica di Venezia riceveva sotto la sua protezione
quella di Pisa[454].
[454] _Scip. Ammirato, l. XVII, p. 227. — Machiavelli Framm. Ist.,
t. III, p. 35._
Questa pubblica dichiarazione, che in qualche maniera obbligava l'onore
de' Veneziani a difendere Pisa, era stata lungamente discussa e
contrariata ne' medesimi consigli di Venezia dai più vecchi senatori, e
da quelli che avevano maggiore opinione di sperimentata prudenza. Pareva
loro che in quest'occasione la repubblica si esponesse al doppio
pericolo di risvegliare la gelosia di tutti gli altri stati colla
confessione d'un'insaziabile ambizione, e nello stesso tempo
d'intraprendere ciò che non potrebbe mantenere con onore[455].
[455] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 143._
Da quell'istante le cose de' Pisani cominciarono a prosperare. Francesco
Secco fu da loro sorpreso in principio di aprile; gli uccisero da
cinquanta uomini, gli presero dugento venti cavalli e lo sforzarono a
levare l'assedio della Verrucola. Pochi giorni dopo lo stesso Secco,
desideroso di vendicarsi, attirò presso Vico in un'imboscata i Pisani,
comandati da Paolo Manfroni; li ruppe infatti, ma nell'atto che
gl'inseguiva fu mortalmente ferito da una palla da archibugio. La di lui
perdita equivaleva pei Fiorentini ad una seconda sconfitta[456]. Il 30
di maggio Lucio Malvezzi, capitano de' Pisani, sorprese e saccheggiò
Ponsacco, dove fece prigioniero Lodovico da Marciano, fratello di
Rannuccio, che comandava l'armata fiorentina[457]. Finalmente ne' primi
giorni di giugno Giustiniani Morosini, gentiluomo veneziano, giunse a
Pisa con ottocento Stradioti. Questi barbari soldati, che si erano
renduti formidabili a tutta l'Italia, che avevano più volte fatto testa
agli uomini d'armi francesi, e che avevano fatto conoscere tutto quanto
poteva ripromettersi da una cavalleria leggiera, riempirono in breve
tutta la Toscana del terrore delle loro armi. Il 23 di giugno si
gettarono in Val di Nievole; passarono sotto Monte Carlo, ed avendo
trovata resistenza a Buggiano lo presero, lo saccheggiarono e lo
bruciarono unitamente a Steggiano, facendo provare ai Fiorentini, quanto
grande sventura fosse quella d'un popolo ridotto al più alto grado di
civiltà, che veniva invaso da soldati appena usciti dalla barbarie[458].
[456] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 227. — Fr. Guicciardini, l. III,
p. 165. — Machiavelli Framm. Istor., t. III, p. 37. — P. Bembi
Istor. Ven., l. III, p. 59._
[457] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 236. — P. Jovii Hist., l. IV, p.
143. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 165._
[458] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 230. — Machiavelli Framm., p.
39._
Gli avvenimenti del precedente anno avevano ingrandita la presunzione di
Lodovico Sforza; davasi vanto di avere chiamati i Francesi in Italia e
d'averli scacciati; d'avere gastigata la casa di Arragona, e d'averla in
appresso rimessa in trono, e d'avere disposto delle fortezze che i
Francesi ricevuto avevano dai Fiorentini, come se le avesse egli stesso
avute in custodia. Egli aveva adottato il soprannome di Moro, che gli
aveva fatto dare la sua bruna carnagione; ma voleva che vi si scorgesse
l'emblema della sua accortezza e della sua forza, le due qualità, che, a
suo credere, lo rendevano superiore agli altri uomini[459]. Aveva veduto
con piacere i Veneziani prendere parte nella guerra di Pisa, e
compiacevasi di dire che per lui solo versavanvi i loro tesori ed il
loro sangue.
[459] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 147._
Per altro quando cominciò ad accorgersi che i Pisani erano più inclinati
per i Veneziani che per lui, credette giunto il momento d'introdurre in
Italia un nuovo potentato che ripromettevasi di guidare a posta sua con
quella facilità con cui credeva dirigere tutti gli altri. A tale oggetto
spedì ambasciatori a Massimiliano, re de' Romani, invitandolo a venire a
prendere a Milano la corona di Lombardia, ed a Roma quella dell'impero,
onde ripristinare in tutta l'Italia l'autorità imperiale. Aveva
Massimiliano sposata una nipote di Lodovico Sforza, e fin da quell'epoca
si era mostrato propenso a seguire i suoi consiglj. Altronde quel
monarca, sempre senza danaro, e le di cui forze, sproporzionate co' suoi
titoli e colla estensione de' suoi stati, mai non bastavano a condurre a
fine le intraprese che aveva cominciate, era sempre tormentato da un
vago desiderio di gloria senza avere in sè medesimo nè costanza per
tenerle dietro, nè veri talenti per ottenerla. Gettavasi
appassionatamente in tutte le nuove avventure, perchè gli servivano di
pretesto per abbandonare le precedenti. Era sempre ansioso di dirigere
gli affari altrui, perchè gli servivano di pretesto per trascurare i
proprj; e perchè si vedeva sempre contrariato ne' suoi stati, cercava
ogni circostanza di uscirne. Era adunque allo Sforza meno difficile
l'attirarlo in Italia che persuadere i Veneziani ad unirsi a lui per
chiamarvelo. Per altro siccome Carlo VIII non lasciava di minacciare, e
credendosi che le sue armate fossero apparecchiate a valicare le Alpi,
perciocchè era noto che aveva di fresco tentato lo Sforza onde
rientrasse nella sua alleanza, i Veneziani ebbero timore che il duca di
Milano, il quale diffidava di loro, non si gettasse di nuovo nelle
braccia del re di Francia, ed acconsentirono di mandare dal canto loro
ambasciatori a Massimiliano per promettergli un sussidio[460].
[460] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 154. — P. Jovii Hist. sui temp.,
l. IV, p. 142._
Massimiliano si avanzò fino a Manshut ai confini del Tirolo e della
Valtellina; e colà recossi a trovarlo Lodovico il Moro cogli
ambasciatori di Venezia e del papa. Convenne con lui che gli alleati
d'Italia gli pagherebbero per tre mesi quaranta mila ducati al mese,
cioè i Veneziani 16,000, egli stesso 16,000, ed il papa 8,000, a
condizione che Massimiliano entrerebbe in Italia con un'armata degna
d'un imperatore, e che l'adopererebbe in quei tre mesi in servigio della
lega. Il giorno susseguente a quello in cui fu sottoscritto il
contratto, Massimiliano in abito da caccia passò ancor esso le Alpi, e
venne a Bormio a rendere visita a Lodovico il Moro, ed ebbe con lui
un'altra conferenza. Tornò poi subito in Germania per levarvi la
promessa armata[461].
[461] _Andr. Navagero Stor. Ven., t. XXIII, p. 1207. — P. Bembi Ist.
Ven., l. III, p. 61. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 163. — P. Jovii
Hist., l. IV, p. 143._
Per altro prima di porsi in viaggio alla volta dell'Italia spedì due
ambasciatori a Firenze, i quali si presentarono alla signoria il giorno
19 d'aprile. Le dichiararono che, volendo l'imperatore volgere le armi
della Cristianità contro gl'infedeli, aveva proposto di consolidare da
prima il riposo d'Italia, distruggendo tutti i semi di discordia sparsi
dai Francesi, e riunendola tutt'intera in una sola lega. I Fiorentini,
soggiunsero, sono i soli che mantengonsi fuori dell'alleanza comune;
quindi vengono da Massimiliano invitati a deporre le armi, che prese
hanno contro i Pisani, e ad assoggettare le loro pretese verso quella
città alle leggi dell'impero ed al suo arbitramento[462]. Risposero i
Fiorentini, che avevano di già nominati due de' loro più riputati
cittadini per recarsi presso l'imperatore, e portargli l'omaggio del
loro rispetto e della loro ubbidienza. Che i suoi ambasciatori gli
esporrebbero i diritti della loro repubblica sopra di Pisa, e che
invocherebbero a favore della medesima le leggi dell'impero, in forza
delle quali veruno stato era obbligato ad assoggettare ad un
arbitramento le sue pretese, se preventivamente non era rimesso in
possesso di tutto quanto gli era stato tolto colla violenza[463].
[462] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 232. — Fr. Guicciardini, l. III,
p. 167. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 48._
[463] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 233. — Machiavelli Framm., p.
46._
Bentosto i Pisani furono avvisati dai loro alleati che l'imperatore
eletto in breve giugnerebbe tra le loro mura; ma di già senza la di lui
assistenza trovavansi in aperta campagna superiori ai Fiorentini. Ogni
giorno ricevevano nuovi soccorsi dai Veneziani; due provveditori di san
Marco, Morosini e Domenico Delfino, erano venuti a soggiornare nella
loro città; il conte Braccio di Montone loro aveva condotto un corpo
d'uomini d'armi, ultimo avanzo dell'antica scuola del suo avo. Poco dopo
Annibale Bentivoglio, figliuolo di Giovanni Bentivoglio, signore di
Bologna, era pure giunto tra di loro. Vero è che i Veneziani avevano
spedito il Bentivoglio meno per soccorrere Pisa che per acquistare in
quella città una decisa preponderanza sopra il duca di Milano. Avevano
sospetto che Lucio Malvezzi, generale de' Pisani, fosse totalmente ligio
alla casa Sforza, e volevano ridurlo a rinunciare egli stesso al
servigio di quella repubblica. Ora il Malvezzi apparteneva a quella
famiglia che nel 1488 aveva in Bologna congiurato contro i Bentivoglio;
tutti i suoi parenti erano stati da loro uccisi, era stato dai medesimi
posta una taglia alla sua testa; non era probabile che si tenesse sicuro
in una città, dove il suo più accanito nemico riceveva un comando.
Effettivamente, quando Giulio Malvezzi vide entrare in Pisa il
Bentivoglio, chiese ed ottenne il suo congedo[464].
[464] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 234. — Fr. Guicciardini, l. III,
p. 167. — Machiavelli Framm. Istor., t. III, p. 52. — P. Bembi
Histor. Ven., l. III, p. 63._
I Pisani, sotto gli ordini di Gian Paolo Manfroni, attaccarono
successivamente tutte le terre murate che i Fiorentini possedevano nel
loro territorio, cercando particolarmente di togliere loro ogni
comunicazione con Livorno. Se ciò ottenere potevano, se in tal modo
riuscivano ad allontanare i Fiorentini dal mare, avrebbero loro tolta la
speranza di ricevere ajuti dalla Francia, avrebbero nello stesso tempo
interrotto tutto il loro commercio marittimo, ed avrebbero loro
cagionato una così grave perdita da consigliarli a chiedere la pace. In
principio di settembre il Manfroni prese i castelli di Sojana, Moranna,
Chianna, Terricciuola e Cigoli. Fu meno fortunato in una zuffa presso il
lago di Bientina, che si terminò colla ritirata delle due armate, dopo
avere ambedue perduta molta gente; ma bentosto, ricominciando i suoi
attacchi contro i castelli delle colline, prima del 20 di settembre
occupò san Regolo, san Luzio, Usigliano, Casa nuova ed alcune altre
terre murate. Pietro Capponi, commissario de' Fiorentini presso
l'armata, quello stesso che aveva stracciate le proposizioni di Carlo
VIII, ed uno de' più eloquenti e più coraggiosi cittadini di Firenze,
volle metter fine a tali conquiste e riprendere Sojana; ma mentre faceva
condurre l'armata fiorentina contro quel castello, ed egli si avanzava
per un luogo scoperto per piantare una batteria, fu colpito nel capo da
una palla di falconetto, che lo fece cader morto. Firenze pianse in
questo cittadino l'uomo coraggioso che l'aveva salvata colla sua
fermezza, ed il degno rappresentante d'una famiglia, che, anche ne'
tempi in cui maggiormente imperversavano le fazioni, si era sempre
distinta per le sue virtù pubbliche, senza abbandonarsi a verun
partito[465].
[465] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 233. — Fr. Guicciardini, l. III,
p. 166. — P. Jovii, l. IV, p. 144. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p.
97._ Il solo Machiavelli sembra fare poco conto del Capponi, che
accusa d'instabilità. _Framm. Istor., l. III, p. 44._
Intanto Massimiliano era sceso in Italia, ma invece dell'armata
imperiale promessa ai confederati aveva appena con sè trecento cavalli e
mille cinquecento pedoni. Perciò, sentendo egli stesso di corrispondere
troppo male all'aspettazione de' popoli, sottraevasi alla folla che
adunavasi per vederlo. Prese una strada rimota per non attraversare
Como, dove gli era stata apparecchiata una magnifica festa, e si
trattenne a Vigevano per non lasciarsi vedere a Milano[466]. Gli
chiedevano gli alleati di costringere il duca di Savoja ed il marchese
di Monferrato a staccarsi, nella loro qualità di membri dell'impero,
dall'alleanza francese; ma le sue forze non erano tali da far rispettare
i suoi decreti. Volle ancora far rinunciare il duca di Ferrara alla sua
neutralità, e gl'intimò come a suo feudatario pei ducati di Modena e di
Reggio di presentarsi alla sua corte; ma Ercole d'Este ricusò
d'ubbidire, dichiarando che ciò sarebbe un dipartirsi dalla mediazione
che egli aveva accettata nel trattato colla Francia, e mancare
all'obbligo contratto quando aveva accettato in deposito il Castelletto
di Genova. Non potendo Massimiliano fare verun altro uso della sua
imperiale potenza, prese la strada di Genova per recarsi a Pisa[467].
[466] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 145. — Fr. Guicciardini,
l. III, p. 163._
[467] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 163. — Bart. Senaregæ de Reb.
Gen., t. XXIV, p. 561._
Sebbene l'armata dell'imperatore fosse poco considerabile, la sua venuta
riusciva ai Fiorentini assai molesta: essi avevano contro di loro tutta
la lega che aveva scacciati i Francesi dall'Italia. I sovrani della
Spagna ed il papa, se non agivano vigorosamente contro di loro,
manifestavano se non altro la loro nimicizia, e sovvenivano danaro ai
loro nemici. Il duca di Milano ed i Veneziani gli opprimevano colle
grandi forze mandate in ajuto de' Pisani, e tutti i piccoli popoli della
Toscana, tutti i vicini di Firenze, che non avrebbero ardito di prendere
una parte attiva nella guerra contro un più grande potentato,
adoperavano tutte le forze loro contro una repubblica di cui erano
gelosi. Firenze, smunta da tre anni di guerra, e dai prodigiosi sussidj
pagati alla Francia, mentre aveva perdute le dogane di Pisa e del mare,
che formavano una ragguardevole parte delle sue entrate, non sembrava in
istato di portare questo nuovo peso. Aveva troppe riprove
dell'instabilità e della mala fede di Carlo VIII, e non era sperabile
che questo monarca soccorresse i suoi alleati, dopo che aveva
abbandonati nell'estrema miseria le proprie armate del regno di Napoli.
Se la repubblica non si fosse consigliata che colla politica mondana,
avrebbe senza verun dubbio già da gran tempo accettata l'offerta fattale
da Lodovico Sforza di farla ricevere nella lega italiana: ma il partito
de' _piagnoni_, che in allora dominava in Firenze, era composto d'uomini
che ogni giorno andavano ad imparare alle prediche di Girolamo
Savonarola in qual modo dovevano governare la repubblica; che in tutte
le perdite che provava lo stato vedevano il gastigo de' vizj de' privati
e non quello degli errori del governo; che non isperavano che nella
forza delle preghiere e nella prudenza delle ispirazioni. Ora il
Savonarola loro prediceva continuamente che i tempi delle prove erano
vicini a terminare, che la Chiesa di Dio sarebbe bentosto riformata
dalla potenza de' Francesi, e che, qualora i Fiorentini si mantenessero
fedeli al partito che avevano abbracciato, si troverebbero, dopo tutte
le loro tribolazioni, padroni non solo dell'antico territorio, ma di
tutta la Toscana. Queste predizioni inspirarono ai consiglj della
repubblica una costanza tale, che mai non fu posta a più dura
prova[468].
[468] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 164. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 235._
Il vescovo Pazzi e Francesco Pepi, legista, che la repubblica aveva
mandati come ambasciatori presso Massimiliano, arrivarono a Tortona il
giorno dopo la sua partenza alla volta di Genova. Lo seguirono in quella
città, ma dopo la loro udienza di presentazione, l'imperatore li mandò
per la risposta al cardinale di santa Croce, legato del papa, mentre che
il giorno 8 di ottobre egli andava a bordo per passare a Pisa. Il
cardinale li rimandò al duca di Milano, che in allora trovavasi a
Tortona. Avanti di presentarsi al duca scrissero alla repubblica per
informarla del modo con cui venivano rimandati dall'uno all'altro. Per
altro seguirono lo Sforza a Tortona ed a Milano, e colà ebbero ordine
dalla signoria di prendere da lui congedo senza esporgli la commissione.
Il borioso signore, sempre premuroso di far pompa agli occhi d'un
numeroso pubblico del suo potere e della sua eloquenza, aveva invitati
tutti gli ambasciatori della lega e tutti i senatori di Milano alla
pubblica udienza che aveva destinato di dare ai Fiorentini. Aveva
apparecchiato uno studiato discorso, nel quale veniva rammentando i
consiglj che loro aveva dati, e gli errori contro i quali gli aveva
avvisati di cautelarsi. Voleva loro dimostrare essere appunto quelli in
cui erano caduti, e di cui ne provavano le tristi conseguenze. Ma gli
ambasciatori introdotti innanzi a lui si ristrinsero a dirgli, che,
tornando a Firenze, non avevano temuto di allungare la via per avere
l'opportunità d'attestargli il loro rispetto, e la ferma intenzione
della loro patria di restare con lui in sul piede dell'antica loro
amicizia. Lo Sforza, sconcertato da questo complimento, chiese loro
quale risposta avevano avuta dall'imperatore. — Per le leggi della
nostra repubblica, gli risposero, non possiamo esporre le sue
commissioni che al principe presso al quale siamo stati mandati, e
perciò non rendiamo conto che alla nostra signoria delle sue risposte. —
Ma io so, soggiunse il duca, che l'imperatore vi ha rimandati a noi per
avere la risposta; non volete voi dunque averla? — Niuna legge ci
proibisce d'ascoltare, essi ripigliarono, e non abbiamo alcun diritto
d'impedire a vostra altezza di parlare. — Ma noi, replicò il duca, non
possiamo dare una risposta senza che ci esponiate la domanda che gli
avete fatta. — E noi, dissero gli ambasciatori, non possiamo eccedere la
commissione che ci fu data. Ma se l'imperatore ha incaricata l'altezza
vostra di rispondere, le avrà naturalmente comunicata la nostra
proposizione. Il Moro, non potendo avere da loro una più espressa
domanda, li licenziò all'ultimo con tutta l'assemblea, innanzi alla
quale aveva creduto di brillare coll'umiliarli, ed alla quale non seppe
pure nascondere il suo dispetto[469].
[469] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 168. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 234. — Machiavelii Framm. Istor., t. III, p. 50._
Massimiliano aveva a Genova trovate sei galere veneziane, che lo stavano
aspettando, e vi s'imbarcò gli 8 d'ottobre con mille fanti tedeschi:
mille altri fanti con cinquecento cavalli andarono per terra alla
Spezia; e le galere genovesi trasportarono sulle coste della Toscana una
numerosa artiglieria[470]. Avendo Massimiliano riuniti questi due corpi
di truppe, entrò in Pisa alla testa delle medesime. Fu ricevuto alla
porta della città dai dieci anziani e dai procuratori di san Marco, che
colà risiedevano a nome de' Veneziani, e fu accompagnato all'alloggio
che gli era stato apparecchiato nel palazzo che i Medici avevano
fabbricato in Pisa. Il di lui arrivo venne festeggiato con pubblici
divertimenti, e lo scudo di marmo carico di giglj d'oro, ch'era stato
innalzato sul ponte in onore di Carlo VIII, fu gettato nel fiume per far
luogo agli stemmi di Massimiliano. Nel susseguente giorno, l'imperatore,
che risguardava l'acquisto di Livorno siccome lo scopo principale della
sua spedizione, andò a bordo d'una galera veneziana per recarsi a
riconoscere quella piazza. I Fiorentini vi avevano mandata una buona
guarnigione ed una numerosa artiglieria: l'avevano di fresco renduta più
forte con nuove opere, e datone il comando a Bettino Ricasoli, quello di
tutti i cittadini di Firenze che aveva date prove di più grandi talenti
militari[471].
[470] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 169. — P. Jovii Hist., l. IV, p.
145._
[471] _P. Jovii Hist., l. IV, p. 145._
L'assedio di Livorno fu all'istante intrapreso dalla banda di terra e di
mare; ma se Massimiliano aveva desiderio d'illustrare la sua venuta in
Toscana con una conquista, nè i Veneziani, nè lo Sforza lo assecondavano
di buona fede. Non avevano ancora convenuto a chi di loro toccherebbe
Livorno: ed in pendenza della decisione di questo punto così importante
attaccarono colla loro artiglieria tre torri, poste sopra gli scogli
fuor del porto, il di cui possedimento non riusciva vantaggioso a
veruno. Massimiliano trattava la guerra da principe; credeva di dare
esempj di valore ai soldati con certa quale militare galanteria di cui
faceva professione, e credeva pure di dirigere i loro capitani
coll'assistere a tutti i loro consiglj; egli non si accorgeva che le
continue scariche della sua artiglieria non avevano alcun utile scopo, e
davano oggetto di ridere alle due armate[472].
[472] _Ivi, p. 146. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 170._
Frattanto due sortite fatte dalla guarnigione di Livorno avevano
dispersi gli assedianti, ed uccisa loro molta gente presso ponte di
Stagno. Dall'altro canto eransi innoltrati nelle Maremme al di là di
Cecina quattrocento cavalli ed altrettanti fanti tedeschi, ed avevano
occupato la grossa borgata di Bolgheri. La saccheggiarono, ed uccisero
gli abitanti colla più insigne crudeltà, svenando le donne ed i
fanciulli fino ai piedi degli altari. Castagneto, che come Bolgheri
apparteneva ai conti della Gherardesca, s'affrettò d'arrendersi per
sottrarsi a tanta sciagura, e stava per fare lo stesso anche Bibbona,
quando si vide in tempo di grossa burrasca giugnere in faccia al porto
di Livorno una flotta francese di sei vascelli e due galeoni, carica di
frumento e di soldati. La violenza del vento obbligava la flotta degli
alleati a porsi al coperto dietro la Meloria, di modo che i Francesi
trovarono libero l'ingresso del porto, e vi entrarono a piene vele[473].
Il Savonarola aveva da gran tempo annunciato un divino soccorso, ed i
Fiorentini, sempre animati dai discorsi del loro predicatore,
aspettavano infatti un miracolo, e credettero di vederlo nell'arrivo
inaspettato di quella flotta. Vero è che la signoria aveva comperati in
Francia, già da molto tempo, sei mila moggia di frumento, ed aveva preso
al loro soldo il signore d'Albigeon con mille soldati; ma nè tutto il
grano che avevano comperato, nè tutti i militari che avevano assoldati
giugnevano su questa flotta, ed il più grosso de' vascelli ch'erano
entrati in porto, ne ripartì subito, per continuare il suo viaggio alla
volta di Gaeta, ove doveva portare de' rinforzi. Pure questo piccolo
soccorso giugneva così a proposito, che gli assediati riprendevano
coraggio, ed i nemici tremavano come se in sui loro occhi si fosse
operato un prodigio[474].
[473] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 255. — Ist. di Gio. Cambi, t.
XXI, p. 98. — Machiavelli Framm. Istor., t. III, p. 54._
[474] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 170._
I venti, che di già avevano così bene serviti i Fiorentini, loro
rendettero nuovi servigi. Il 14 di novembre una burrasca assalì
all'improvviso la flotta che assediava Livorno. Il vascello genovese,
_la Grimalda_, a bordo del quale l'imperatore era stato molto tempo,
venne a rompere contro la fortezza; due galere veneziane furono gettate
sulla costa presso san Giacomo, e le altre navi vennero talmente
danneggiate, che si conobbe l'impossibilità di continuare l'assedio.
Massimiliano ricondusse a Pisa la sua armata, dichiarando di non potere
nello stesso tempo fare la guerra a Dio ed agli uomini[475]. Disse che
porterebbe altrove le sue armi, e fece gettare de' ponti sull'Arno e sul
Cilecchio presso Cascina e Vico Pisano. Il 19 di novembre si avanzò
infatti verso Monte Carlo; ma un contadino lucchese, preso dalla
vanguardia, gli appalesò che si trovavano in quel forte due mila fanti e
mille cavalli colà arrivati nel precedente giorno. O sia che quest'uomo
fosse stato appostatamente tenuto in sulla strada da Antonio Giacomini,
comandante di Monte Carlo, o dallo stesso imperatore, che cercava un
pretesto per ritirarsi, Massimiliano lo credette, o s'infinse di
crederlo. Egli prese subito la via di Sarzana, senza voler nemmeno
parlare al conte di Cajazzo, che lo accompagnava a nome di Lodovico il
Moro, e senza manifestare a verun'altra persona i motivi di questa sua
improvvisa risoluzione. Passò così in Lombardia per la strada di
Pontremoli, dopo essersi trattenuto meno d'un mese a Pisa[476].
[475] _P. Jovii Hist., l. IV, p. 146. — Scip. Ammirato, t. XXVII, p.
236._
[476] _Machiavelli Framm. Ist., t. III, p. 55. — Scip. Ammirato, l.
XXVII, p. 237. — P. Jovii Hist., l. IV, p. 146. — Fr. Guicciardini,
l. III, p. 171._
Giunto a Pavia Massimiliano dichiarò a' suoi alleati che urgenti ragioni
lo richiamavano in Germania. Pure si trattenne alcun tempo in quella
città per sapere quali proposizioni gli si farebbero per conto di un
nuovo sussidio. Offrì di soggiornare ancora tutto l'inverno in Italia,
ai servigj de' confederati, colla poca truppa che gli era rimasta,
purchè gli si pagassero ventidue mila fiorini del Reno al mese. Gli
alleati ne avevano di già offerti venti mila. Massimiliano, aspettando
un definitivo riscontro da Venezia, si fermò nella Lomellina, e tornò a
Cussago, invece d'andare a Milano, dov'era aspettato; poi bruscamente
partì alla volta di Como, sempre deludendo l'aspettazione de'
negoziatori che trattavano con lui, e facendo in pari tempo conoscere la
sua incostanza e la sua avidità. All'ultimo rientrò in Germania pel lago
di Como, e lasciò negl'Italiani una spregievole opinione di sè per la
sua instabilità; opinione che mai non potè cancellare poscia nella lunga
serie di quelle guerre colle quali egli desolò il loro paese[477].
[477] Massimiliano scrisse o fece scrivere una specie di romanzo
allegorico, _Der Alte Weisse Kunig_, nel quale sotto finti nomi
celebra le proprie imprese. Non isfugge il rimprovero d'inventare
quasi tutto ciò che racconta in sua lode, che coll'estrema
confusione della sua narrazione, che spesso impedisce di svelarne la
falsità. Per modo d'esempio, parlando della presente spedizione di
Livorno, dice che, sebbene la sua truppa ricevesse danno dalla
burrasca, assai più soffrirono i suoi nemici, che videro andare a
picco sei de' loro vascelli, ed i loro equipaggi sommersi o fatti
prigionieri; che la perdita loro ammontò a più di due mila uomini
quasi tutti Francesi. _Erster Tail, p. 201._ Ma di tutte queste
circostanze, narrate con un linguaggio enimmatico, non avvene una
sola di vera. _Vedasi Fr. Guicciardini, l. III, p. 171._
Il giornale di Siena di Allegretto Allegretti finisce all'arrivo
dell'imperatore a Pisa. Il suo autore è un uomo del volgo assai
ignorante, cattivo critico e peggiore politico: ma perchè scrive a
giorno per giorno ci offre con sufficiente esattezza le date degli
avvenimenti, e fa conoscere quale sensazione facevano sull'animo del
pubblico nello stesso istante. È stampato tra gli _Scriptores Rer.
Ital. del Muratori, t. XXIII, p. 765-860._
Lodovico il Moro, che non aveva calcolato di stabilirsi in Pisa che
coll'appoggio dell'imperatore, quando si vide da lui abbandonato
richiamò le truppe che tuttavia teneva in Toscana, e trovò qualche
conforto alle deluse sue speranze nelle spese che cagionò ai Veneziani,
suoi vicini, sui quali faceva ricadere tutto il peso della guerra. Dal
canto loro i Veneziani cominciarono a scoraggiarsi; ed i Fiorentini,
approfittando della mala intelligenza de' loro nemici, ricuperarono
nell'inverno la maggior parte de' castelli che avevano perduti nelle
colline[478].
[478] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 237. — Fr. Guicciardini, l. III,
p. 171. — Machiavelli Framm. Stor., t. III, p. 57. — P. Bembi Ist.
Ven., l. III, p. 64._
Ma nel mentre che il vicendevole spossamento de' combattenti riduceva la
guerra di Toscana a semplici scaramucce, l'ambizione d'Alessandro VI ne
risvegliava un'altra nello stato di Roma, che poteva, non meno che la
precedente, chiamarvi straniere armate. Ad altro non pensava il papa che
ad ingrandire i suoi figliuoli; credette giunta la propizia circostanza
d'arricchirli, senza eccitare i riclami della Chiesa, col sequestrare
tutti i feudi degli Orsini, mentre che tutti i capi di quella famiglia
erano tenuti in prigione a Napoli. Il primo di giugno del 1496 aveva
condannato Virginio Orsini come ribelle per essere passato al soldo de'
Francesi, ed avere per loro portate le armi nel regno di Napoli. Aveva
nello stesso tempo intimato a Ferdinando di ritenerlo prigioniero a
dispetto della capitolazione d'Atella[479]. Il ventisei ottobre
susseguente pronunciò in segreto concistoro la pena della confisca
contro Virginio Orsini e tutta la sua famiglia, incaricando suo figlio,
Francesco Borgia, duca di Gandia, e Bernardino Lunato, cardinale di
Pavia, di spogliarlo de' suoi feudi. Oltre di ciò volle essere sicuro
della cooperazione dei Colonna, sempre apparecchiati a combattere gli
Orsini, loro rivali e loro vicini, e malgrado la ripugnanza dei
Veneziani per questa nuova guerra, ottenne che il duca d'Urbino, il di
cui soldo pagavasi a metà da loro e dalla camera apostolica, sarebbe
mandato a Roma per secondarlo. Prima che terminasse l'anno l'armata
pontificia aveva occupati la maggior parte de' castelli degli
Orsini[480], e ne' primi giorni del susseguente attaccò Triboniano, indi
l'Isola, ed all'ultimo Bracciano. Ma durante l'assedio delle due ultime
piazze Bartolommeo d'Alviano sorprese Cesare Borgia, che conduceva
l'artiglieria del papa, sconfisse la sua cavalleria, e lo inseguì fino
alle porte di Roma. L'Alviano apparteneva ad un ramo cadetto, o forse
bastardo degli Orsini; era stato educato nella loro casa, e da loro
aveva imparata l'arte della guerra; ed in tempo della prigionia de' suoi
padroni, loro diede le prime prove della sua fedeltà, de' suoi talenti,
e di quell'intraprendente attività che lo rendette famoso tra tutti i
capitani italiani[481].
[479] _Ann. Eccl. Rayn. 1496, § 16, p. 452._
[480] _Burchardi Diar. ap. Rayn. 1496, § 18, p. 453._
[481] _P. Bembo, l. IV, p. 77. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 173._
Bracciano veniva risguardato come il capo luogo del principato degli
Orsini. Virginio vi avea lanciata sua sorella Bartolommea, il di cui
maschio ed intrepido coraggio non si lasciava sgomentare dai pericoli
della guerra. Questa fanciulla aveva raccolti tutti i soldati de' suoi
fratelli, che tornavano fuggiaschi dal regno di Napoli; aveva loro date
nuove armi e nuovi cavalli; aveva fatta riparare l'artiglieria
danneggiata, rialzare le fortificazioni di Bracciano, e guarnire i
parapetti di pietre e di combustibili da lanciarsi contro gli
assalitori; aveva fatti ammaestrare nell'esercizio delle armi i
contadini; e prendeva confidentemente sopra di sè sola il comando delle
fortezze, mentre che Bartolommeo d'Alviano, tenendo la campagna,
inquietava i saccomani del nemico, e cercava di adunare un'armata che
potesse liberarla[482].
[482] _Pauli Jovii, l. IV, p. 147._
Frattanto era stato preso Triboniano, e l'assedio di Bracciano
stringevasi caldamente. Malgrado i prosperi successi degli attacchi
dell'Alviano, e sebbene fosse riuscito in più riprese ad inchiodare i
cannoni ed a distruggere le opere degli assediane i, era stato costretto
all'ultimo di chiudersi nella piazza, la quale sarebbe stata presa entro
poco tempo, se gli alleati degli Orsini non riuscivano a formare
un'armata capace di far levare l'assedio. Carlo Orsini, figliuolo di
Virginio, e Vitellozzo Vitelli, erano arrivati dalla Francia a bordo
della piccola flotta, che aveva così opportunamente soccorso Livorno, ed
avevano portato del danaro che loro aveva dato Carlo VIII per rimontare
i loro uomini d'armi. Recaronsi a Città di Castello, ove erano sovrani i
Vitelli. I due fratelli di Vitellozzo, Paolo e Camillo, che contavansi a
ragione fra i migliori condottieri d'Italia, avevano cercato
d'introdurre nel loro piccolo principato la tattica militare che tanto
riusciva utile agli oltremontani. Avevano posti i loro cannoni sopra
carri alla francese, assai più facili a muoversi che quelli
degl'Italiani; avevano armati i loro fanti di picche, simili a quelle
degli Svizzeri, ma due piedi più lunghe, e gli avevano addestrati a
trattarle. Per tal modo i Vitelli avevano adottato tutto ciò che aveano
trovato di meglio nella pratica militare degli oltremontani, che pure
non avevano imparato a conoscere che da circa tre anni. Erano questi
signori intimamente legati cogli Orsini, ed apertamente vedevano che,
perduti questi, il papa volgerebbe le sue forze contro di loro.
Malgrado la sproporzione delle loro forze, si determinarono adunque ad
attaccare il pontefice. Persuasero le città di Perugia, di Todi, di
Narni a somministrar loro alcuni ajuti; e colla loro piccola ma valorosa
armata si avanzarono alla volta di Bracciano. Il duca d'Urbino, avvisato
del loro arrivo, levò l'assedio, e si fece loro incontro a mezza strada
in sulla via di Soriano. Lunga ed accanita fu la battaglia; ma un corpo
di ottocento Tedeschi, il fiore dell'armata pontificia, venne distrutto
dalla fanteria di Città di Castello, la quale li trapassava colle lunghe
sue picche senza poter essere da loro ferita. Tutto il restante
dell'armata del papa fu bentosto sgominato, e fu fatto prigioniero lo
stesso duca d'Urbino con molti gentiluomini. Il duca di Gandia, ferito
nel viso, si salvò a Ronciglione col legato e con Fabrizio Colonna; ma
tutti i loro equipaggi e tutta l'artiglieria cadde in potere de'
vincitori, i quali ne' susseguenti giorni ricuperarono tutti i castelli
tolti agli Orsini, tranne l'Anguillara e Triboniano[483].
[483] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 174. — P. Jovii, l. IV, p. 149._
Il papa lasciavasi facilmente scoraggiare dai primi disastri, perchè
paventava ogni occasione di spendere danaro. Perciò diede volentieri
orecchio alle proposizioni di pace che gli fece fare Vitellozzo dopo la
sua vittoria. Questi ben sentiva dal canto suo che, non avendo alleati
in Italia, sarebbe bentosto abbandonato dalla Francia; che il suo
piccolo tesoro, non meno che quello degli Orsini, sarebbe presto
esaurito, e che a lungo andare dovrebbe soggiacere. Le due parti,
egualmente desiderose della pace, convennero facilmente intorno alle
condizioni. Gli Orsini ed i Vitelli ottennero l'assenso del papa per
mantenersi al servigio della Francia fino alla fine del loro contratto,
a condizione per altro che mai non porterebbero le armi contro la
Chiesa. Gli Orsini promisero settanta mila fiorini per le spese della
guerra. Tutti i prigionieri si dovevano restituire senza taglia dall'una
e dall'altra parte ad eccezione del solo duca d'Urbino. Giovanni
Giordani e Paolo Orsini, prigionieri di Federico, re di Napoli, dovevano
essere posti in libertà nell'istante in cui sarebbero pagati i primi
ventimila fiorini; Virginio Orsini era morto in Castel dell'Uovo,
probabilmente avvelenato, otto giorni prima. Veniva accordato agli
Orsini un termine di otto mesi pel pagamento della restante somma; ma
per guarenzia del debito dovevano lasciare in mano ai cardinali Sforza e
Sanseverino i castelli dell'Anguillara e di Cervetri, ed il loro
prigioniere il duca di Urbino. Quest'ultimo fu perciò costretto a
redimersi dallo stesso papa, servendo al quale era stato fatto
prigioniere. Alessandro, il quale sapeva che gli Orsini non avevano
danaro, aveva eccepito il solo duca d'Urbino dalla vicendevole
restituzione de' prigionieri, e non si vergognò di ricevere a conto del
tributo loro imposto i quaranta mila ducati, che il suo proprio generale
pagò per la sua taglia[484].
[484] _Machiavelli Framm. Stor., p. 63. — Fr. Guicciardini, l. III,
p. 175. — P. Jovii Hist., l. IV, p. 150._ Qui finiscono i primi
quattro libri di Paolo Giovio: il manoscritto de' sei susseguenti si
perdette nel sacco di Roma, e più non fu trovato. La storia
ricomincia nell'undicesimo col pontificato di Leon X; ma questa
seconda parte cede di molto alla prima per l'imparzialità o sia
veracità.
Dall'altra banda Carlo VIII, che mai non era stabile nelle sue
risoluzioni sia per proteggere i suoi amici in Italia, sia per mandare
ad effetto i suoi progetti, più non poteva interamente rinunciare a
conquiste cui appoggiava tutta la gloria che credeva d'avere acquistato.
Alcune ostilità ai confini dell'Arragona, in occasione delle quali le
sue truppe avevano presa e bruciata la città di Salse, essendosi
terminate con un armistizio di due mesi, Carlo trovossi in libertà di
spedire maggiori forze verso l'Italia. Fece passare in Asti, sotto gli
ordini di Gian Giacomo Trivulzio, mille lance, tre mila Svizzeri ed
altrettanti Guasconi, onde sostenere Battistino Fregoso ed il cardinale
di san Pietro _ad vincula_, che volevano fare un tentativo sopra Genova.
Nello stesso tempo Ottaviano Fregoso andò ad eccitare i Fiorentini
perchè attaccassero i Genovesi nella Lunigiana, e Paolo Battista Fregoso
con sei galere minacciò la riviera di Ponente[485].
[485] _Franc. Guicciardini, l. III, p. 172. — Machiavelli Framm.
Stor., p. 58. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 42. — P. Bembi Ist. Ven.,
l. III, p. 65._
Gl'Italiani più non davano fede alle minaccie di Carlo VIII, di modo che
l'attacco di Gian Giacomo Trivulzio li sorprese come se non fosse stato
annunciato. Il Trivulzio sorprese Novi, di dove il conte di Cajazzo
dovette ritirarsi; indi prese Bosco nell'Alessandrino, e pareva volere
troncare ogni comunicazione tra Milano e Genova. Di già il Milanese,
dove Lodovico Sforza aveva moltissimi nemici, era in sul punto di
provare una rivoluzione; ma il Trivulzio, che aveva avuto ordine
d'attaccare i Genovesi e non la Lombardia, non ardì spingere più in là i
suoi vantaggi, e diede tempo al duca di Milano d'adunare le sue truppe,
e di ricevere potenti ajuti da Venezia. Il cardinale della Rovere erasi
avvicinato a Savona con dugento lance e tre mila fanti; ma, non avendo
potuto eccitarvi una sollevazione, si vide forzato a dare addietro
all'arrivo di Giovanni Adorno; nè fu del cardinale più fortunato sotto
Genova, cui erasi molto avvicinato, Battistino Fregoso. I Fiorentini
ricusarono di compromettersi, prima d'avere veduto che i Francesi
mandassero in Italia maggiori forze. La Rovere e Fregoso dovettero in
breve raggiugnere presso a Bosco il Trivulzio, il quale, vedendo che
l'armata veneziana, comandata da Niccolò Orsini, conte di Pitigliano,
riceveva ogni giorno ragguardevoli rinforzi, si ritirò verso Asti senza
avere ottenuto alcun vantaggio da questa spedizione[486].
[486] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 176. — Chron. Ven., t. XXIV, p.
43. — Arnoldi Ferroni Rer. Gallic., l. II, p. 30._
Al Trivulzio non poteva riuscire prosperamente l'attacco contro Genova,
se non nel caso che lo seguisse a breve distanza il duca d'Orleans con
una nuova armata, siccome lo aveva annunciato Carlo VIII; ma la sanità
di questo monarca cominciava di già a dare molestia a' suoi cortigiani e
speranze al suo successore. I suoi figliuoli erano morti prima di lui in
tenera età, ed il duca d'Orleans, che non aveva chi potesse
contrastargli il trono, non voleva allontanarsi dalla corte. Credevasi
dall'altro canto che Lodovico Sforza spedisse ragguardevoli somme al
duca di Borbone e al cardinale di san Malo, per guadagnarli, onde
facessero andare a nulla qualunque impresa diretta verso l'Italia. Sia
che il loro tradimento assecondasse o no l'incostanza di Carlo, tutti i
suoi progetti furono abbandonati appena concepiti, ed i suoi partigiani
sagrificati un'altra volta[487].
[487] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 178._
Era di già cominciata qualche negoziazione tra Carlo VIII da una parte e
Ferdinando ed Isabella dall'altra; il primo aveva sempre desiderato di
rendere sicuri i suoi confini colla Spagna, il secondo non aveva più
pretesti per continuare la guerra dopo che il loro cugino era risalito
sul trono di Napoli. Pareva adunque che dovesse riuscire cara alle due
parti una tregua; ma Carlo VIII voleva che questa lo mettesse in
situazione di continuare la guerra in Italia, ed i monarchi spagnuoli
non si facevano scrupolo d'abbandonare i loro alleati, tanto più che li
supponevano in istato di difendersi da sè medesimi; ma volevano per
altro risparmiarsi in parte la vergogna di quest'atto di mala fede, e
richiedevano che la tregua fosse in principio comune anche ai loro
alleati, perchè stipulandola apparisse che avessero pensato anche ai
loro interessi. Il cattivo esito della spedizione di Genova consigliò
Carlo VIII a moderare le sue pretese; e la tregua tra i monarchi
francesi e spagnuoli, i sudditi e gli alleati cui nominerebbero le due
parti, fu sottoscritta il 5 di marzo, per durare a tutto ottobre; tutti
gli stati italiani vi furono compresi, cominciando dal 25 di aprile, ed
in forza della medesima fu pure sospesa la guerra di Pisa con
grandissimo rincrescimento de' Fiorentini, i quali per cinque soli mesi
non potevano congedare la loro armata, e perciò trovavansi obbligati a
sostenere le stesse spese come se continuate fossero le ostilità[488].
[488] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 178. — And. Navagero Stor. Ven.,
t. XXIII, p. 1201. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 44. — P. Bembi, l. IV,
p. 69._
Fiorenza trovavasi più che in altri tempi sotto l'influenza di quei
virtuosi cittadini, ma rigoristi ed entusiasti, ai quali Girolamo
Savonarola aveva predicata la riforma. Il primo gonfaloniere di
quest'anno era stato Francesco Valori, che poteva considerarsi come il
capo di quel partito. La sua statura alta ed imponente, ed il suo nobile
aspetto, accrescevano agli occhi del volgo l'alta opinione che gli
davano i suoi talenti governativi e le sue pubbliche e private virtù.
Sempre attento a fortificare più che poteva il partito popolare, fece
ammettere nel maggiore consiglio tutti i giovani dai ventiquattro ai
trent'anni, richiedendo in pari tempo con una nuova legge, che per
prendere una decisione dovessero essere presenti in consiglio almeno
mille individui[489].
[489] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 238._
La proibizione fatta ai consiglj di deliberare, quando non sono a
numero, ha senza dubbio l'inconveniente di permettere alla minorità
d'impedire colla sua assenza le deliberazioni della maggiorità; ed
egualmente pericoloso riesce l'obbligo ingiunto ai consiglieri
d'intervenire e di votare, perchè frequentemente gli sforza ad emettere
un voto anche quando non hanno alcuna decisa opinione, e trasforma
questo voto in legge. Nè sono minori gl'inconvenienti dell'opposta
regola. Quando una parte de' membri d'un consiglio s'accostuma ad
assentarsi, la sovrana volontà si trova cambiata secondo che assistono o
no alle assemblee; la quale fluttuazione, dopo d'avere fatto prendere
allo stato contraddittorie deliberazioni, può precipitarlo in violente
rivoluzioni. Fiorenza di quei tempi sperimentava quest'inconveniente,
che rendevasi tanto più sensibile in quanto che la suprema magistratura
sedeva per un più breve tempo. Tosto che un partito aveva ottenuto
qualche vantaggio, o fatta un'elezione di suo soddisfacimento, diventava
meno vigilante, astenevasi dalle vicine successive deliberazioni, ed
intanto la parte avversaria, meglio combinando le segrete sue pratiche,
otteneva un'elezione in un affatto opposto senso. A Francesco Valori
successe Bernardo del Nero, che aveva avuta intima famigliarità con
Lorenzo de' Medici, che favoriva tutti i partigiani di quella casa, cui
lo stesso Pietro soleva chiamare suo padre[490].
[490] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 239. — Commentari di Ser Fil.
de' Nerli, l. IV, p. 70._
Durante la magistratura di Bernardo del Nero si pubblicò in Firenze la
tregua conchiusa tra la Francia e la Spagna, e si cominciarono le
negoziazioni per la pace generale. Lodovico Sforza, aombrato dai
Veneziani, proponeva, per impedir loro di stabilirsi in Pisa, di
restituire quella città ai Fiorentini, purchè a tal patto entrassero di
buona fede nella lega d'Italia. Alessandro VI adottò quest'opinione, e
spedì a Firenze il vescovo Pazzi per offrire la restituzione di Pisa, se
i Fiorentini depositavano in mano de' confederati o Livorno, o Volterra,
come pegno del loro attaccamento agl'interessi dell'indipendenza
italiana. Ma nè i Veneziani volevano acconsentire all'evacuazione di
Pisa, nè i Fiorentini a dare una fortezza in sua vece; di modo che per
gli opposti loro sforzi la negoziazione si ruppe. Per altro in tempo
delle negoziazioni, i Fiorentini, che avevano mostrata da principio
tanta avversione e tanto disprezzo per il papa, si credettero nuovamente
obbligati ad accarezzarlo[491].
[491] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 179. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 239._
Le negoziazioni con Roma diedero altresì opportunità a Pietro de' Medici
di ricominciarne di più segrete co' suoi partigiani di Firenze. Gli
alleati cominciavano a desiderare il suo ritorno in una città in cui il
partito repubblicano sembrava troppo affezionato alla Francia.
Incoraggiato da loro, credette di dover tentare un'altra volta la sua
fortuna, prima che l'amico suo, Bernardo del Nero, uscisse d'impiego. Il
23 d'aprile recossi a Siena, dove Pandolfo Petrucci e suo fratello, che
avevano acquistata sopra questa repubblica una quasi assoluta autorità,
gli erano del tutto ligi. Colà venne a raggiugnerlo Bartolommeo
d'Alviano con ottocento cavalli e tre mila fanti; dopo ciò avanzossi
rapidamente, di notte e per rimote strade, fino alle porte di Firenze,
ove si presentò la mattina del 29 aprile. Ma la porta Romana, che aveva
sperato di sorprendere, si trovò custodita e difesa da Paolo Vitelli,
giunto il precedente giorno da Mantova. Rannuccio da Marciano, che aveva
il comando dell'armata fiorentina ai confini del Pisano, era stato
richiamato all'istante in Firenze, onde Pietro de' Medici, dopo essersi
trattenuto quattro ore in faccia alla porta senza avere il coraggio
d'attaccarla, ritirossi quando vide che in città non facevasi, verun
movimento. Suo fratello Giuliano, che nello stesso tempo era penetrato
nella Romagna fiorentina, vide in pochi giorni disperdersi la sua
piccola armata[492].
[492] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 240. — Fr. Guicciardini, l. III,
p. 180. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 59. — Comm. di Fil.
Nerli, l. IV, p. 71. — Machiavelli Framm. Istor., t. III, p. 65._
Ma questo imprudente attacco diventò bentosto non meno fatale ai
partigiani de' Medici, che lo avevano provocato, che ai loro nemici, che
lo punirono. Lamberto dell'Antella, esiliato da Firenze, venne arrestato
sul territorio fiorentino, e sebbene deponesse ch'egli tornava in patria
per manifestare la cospirazione, di cui aveva avuta contezza, fu posto
alla tortura; perciocchè in allora non credevansi vere che quelle
deposizioni che venivano riconfermate col mezzo di terribili supplicj.
Costui incolpava i più riputati cittadini ed in particolare Bernardo del
Nero, che usciva in allora dall'ufficio di gonfaloniere. Gli otto
giudici del tribunal criminale non osarono prendere sopra di loro il
giudizio d'una causa di tanta importanza, e furono invitati cento
sessanta de' più ragguardevoli cittadini ad esaminare le risultanze del
processo.
Niccolò Ridolfi, il di cui figlio aveva sposata una sorella del Medici,
Lorenzo Tornabuoni, ancor esso suo parente, Giovanni Cambi e Giannozzo
Pucci, tutti e due da lui adoperati in affari di stato, furono accusati
d'aver chiamato Pietro de' Medici, colla promessa di dargli una porta
della città. Bernardo del Nero fu accusato d'avere avuto sentore della
loro trama, e di non averla manifestata, in tempo che le sue incumbenze
di gonfaloniere di giustizia l'obbligavano più che tutti gli altri
cittadini a prendersi cura della conservazione della repubblica e della
sua difesa.
Il delitto de' prevenuti non sembrò dubbioso ad alcuno di coloro cui era
affidata la disamina del processo; ma ciò ch'era delitto agli occhi de'
repubblicani, diventava un atto d'eroismo a quelli de' partigiani dei
Medici. Non era dunque nè sul fatto, nè sul diritto, che i giudici
dovevano sentenziare, ma sulla stessa base del governo. Se condannavano
gli accusati venivano a risguardare come criminoso ogni attacco contro
lo stato popolare; se per lo contrario gli assolvevano, condannavano con
ciò la rivoluzione del 1494, e mostravano di riconoscere nei Medici una
legittima autorità. Essendo così assoggettata ai giudici una quistione
di politica, parve alla signoria di dover loro dare una direzione. Adunò
adunque tutti i primi magistrati dello stato, i capitani di parte
guelfa, i conservatori delle leggi, gli ufficiali del monte di pietà, ed
il consiglio de' richiesti, ossia dei cento sessanta notabili che
avevano esaminata la processura. Quest'assemblea, consultata nelle forme
legali, ordinò al tribunale degli otto di giustizia di condannare alla
pena di morte i prevenuti, e di confiscare i loro beni. Infatti la
sentenza fu pronunziata il 17 d'agosto[493].
[493] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 242. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
II, p. 65. — Gio. Cambi Ist. Fior., t. XXI, p. 106. — Comm. di Fil.
de' Nerli, l. IV, p. 72. — Machiavelli Framm., p. 95._
In forza della legge che Girolamo Savonarola aveva fatta emanare quando
fu stabilito il governo popolare, ogni condannato a pena capitale poteva
appellare al gran consiglio. Infatti i condannati chiesero di essere
ammessi a godere del beneficio della legge; essi avevano non piccole
speranze d'essere assolti dall'assemblea generale de' loro concittadini.
L'età avanzata di due di loro, le onorifiche cariche ond'erano stati
rivestiti, il numero de' loro parenti, quello de' clienti, le potenti
raccomandazioni delle corti di Roma, di Milano e di Francia, avrebbero
dato maggior forza ai sentimenti di compassione così naturali in una
grande assemblea. Certa cosa è intanto che l'amministrazione della
giustizia non era mai stata nella repubblica di Firenze imparziale, ed
il governo si era sempre mostrato alla testa d'una fazione. Se questo
governo restava perdente in un tentativo, fatto per far punire i suoi
avversarj, sembrava condannato dal popolo, e questa sola sconfitta
poteva trarsi dietro la sua caduta. Gli errori de' Fiorentini e le
abitudini sovversive dell'ordine sociale, ch'essi avevano lasciate
introdurre nella loro repubblica, rendevano pericoloso l'esercizio de'
più sacri diritti de' cittadini. Il 21 d'agosto si adunò un nuovo
consiglio de' richiesti per decidere intorno all'appello al popolo. Il
partito della libertà fu appunto quello che fu veduto dichiararsi più
gagliardamente contro l'esecuzione d'una legge liberale, sanzionata da
lui medesimo. Francesco Valori, e tutti gli amici del Savonarola,
protestarono contro l'appello al popolo, e dichiararono che i
cospiratori non sarebbero appena assolti, che i Medici verrebbero
richiamati in Firenze.
Per altro la signoria non era d'unanime parere di rigettare l'appello al
popolo. Ora, secondo la forma delle sue deliberazioni, rendeva
necessario che uno de' priori presentasse in giro la proposizione
intorno alla quale dovevasi dare il voto. Colui che per un giorno era
incaricato di questa funzione di proporre, chiamavasi il _proposto_. In
quel giorno era Luca Martini, che, giudicando equitativa l'ammissione
dell'appello al popolo, dichiarò che non porrebbe alle voci una
proposizione contraria alle vigenti leggi. Due de' suoi colleghi
sostennero la di lui opinione. Decisiva era la loro opposizione, ma
tutti i gonfalonieri di compagnie, ed i dodici buoni uomini, che
sedevano presso la signoria, si alzarono con minacciose grida,
dichiarando che per salvare la patria non si lascerebbero trattenere
dall'opinione de' suoi nemici. Il gonfaloniere Domenico Bartoli,
prendendo sopra di sè la violazione del regolamento, fece egli stesso la
proposizione: portava questa che per evitare i pericoli dell'appello al
popolo, si eseguirebbe la sentenza in quella stessa notte. Allora il
_proposto_ dichiarò che per mantenere il regolamento egli
acconsentirebbe a fare la proposizione enunciata dal gonfaloniere, se
questa riuniva sei de' nove suffragj della signoria. Gl'insensati
clamori del più violento partito lo fecero tacere, e lo costrinsero a
dare il suo assenso senz'altra condizione. I regolamenti di
deliberazione della repubblica fiorentina rendevano assai difficile il
vincere un partito. Era necessario l'assenso del _proposto_, di due
terzi della signoria, di due terzi del collegio e del corpo de'
gonfalonieri. I suffragj raccoglievansi separatamente, poscia
cumulativamente ed in segreto, con fave bianche e nere deposte nelle
urne. Tutte queste formalità, secondo il vero spirito d'un regolamento
di deliberazione, erano le protettrici della minorità, vale a dire
dirette ad impedire che la sua determinazione non fosse violenta; furono
sempre scrupolosamente mantenute, ma soltanto in apparenza e non nel
loro spirito. Il partito vittorioso non passava oltre in onta
all'opposizione del partito più debole, ma sforzava questo a togliere
l'opposizione. Quando si procedette allo scrutinio segreto, quattro
suffragj, ossia quattro fave bianche nell'urna della signoria, furono
contrarie al proposto decreto. Un nuovo più violento tumulto che non era
stato il primo levossi allora nell'assemblea. Si alzarono tutti i
gonfalonieri di compagnia, minacciando di uccidere i quattro priori
sospetti d'opposizione, e siccome i membri del collegio si frapposero
per salvarli, i gonfalonieri dichiararono che uscirebbero colle loro
insegne, e farebbero dalle loro compagnie saccheggiare le case di coloro
che volevano in tal modo perdere la repubblica. A stento il gonfaloniere
di giustizia ottenne che l'assemblea sedesse di nuovo per un secondo
giro di scrutinio. Il terrore si era impadronito de' più coraggiosi, e
l'appello fu rigettato a pieni voti. La sentenza di morte si eseguì in
quella stessa notte del 21 d'agosto; ed i più furibondi non vollero
abbandonare la sala del consiglio, finchè non ebbero avviso che i loro
nemici più non vivevano[494].
[494] _Scip. Ammirato, l XXVII, p. 242. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
II, p. 66. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 111. — Comm. di Fil. de' Nerli,
l. IV, p. 73._
Da prima questa vendetta parve un trionfo del partito democratico, ma
questo trionfo era foriero d'una sconfitta. Il pubblico non perdonava a
coloro che si dicevano amici della libertà d'avere pei primi violata
senza necessità la legge protettrice della libertà, sanzionata da loro
medesimi. Confrontavano i vecchi discorsi del Savonarola intorno
all'amnistia colla condotta de' suoi partigiani, col di lui silenzio
nell'istante in cui, per la difesa de' suoi nemici illegalmente posti in
giudizio, avrebbe dovuto tuonare dal suo pulpito, da lui fatto tribuna
per arringare. Lo accusavano di darsi a conoscere non meno cattivo
cristiano, che malvagio profeta; gli domandavano dov'erano que'
miracolosi soccorsi che aveva promessi a' suoi concittadini,
strascinandoli soli in una lotta contro tutta l'Italia; ed ogni
argomento dell'instabilità e dell'imbecillità di Carlo VIII,
rappresentato dal Savonarola quale inviato del Signore, era contro di
lui prodotto con amarezza da coloro che volevano vendicare le ultime
vittime, o da coloro che la corte di Roma aveva guadagnati al suo
partito.
Il Savonarola non temeva di provocare tutta la collera d'Alessandro VI.
Non poteva riconoscere in un uomo tanto scellerato il rappresentante
degli Apostoli, e la riforma ch'egli predicava doveva cominciare dal
capo della Chiesa. Era scandalizzato di vedere un'amante del papa,
Giulia Farnese, chiamata _Giulia bella_, intervenire con ostentazione a
tutte le feste della Chiesa, e dare alla luce in aprile di quest'anno
medesimo un nuovo figlio del pontefice[495]. E così grave scandalo era
poca cosa a petto a quello che due mesi dopo diede la famiglia del papa.
Francesco Borgia, duca di Gandia, figlio primogenito di Alessandro VI,
fu assassinato il giorno 14 di giugno nelle strade di Roma, mentre
usciva da un banchetto. Si seppe bentosto che il suo uccisore era stato
il di lui fratello, Cesare Borgia, cardinale di Valenza; e per
accrescere l'orrore di questo delitto si sparse una sorda voce, che
avesse aguzzato il pugnale di Cesare contro il fratello la gelosia
concepita contro di lui per essere egli suo rivale in amore per Lucrezia
loro sorella[496]. Il papa, profondamente afflitto da questa perdita,
aveva colle lagrime e coi singhiozzi deplorati in pieno concistoro i
disordini della sua passata vita e la corruzione della sua corte, che
avevano provocato sopra di lui questo giusto gastigo del cielo. Si era
solennemente obbligato ad un'immediata riforma; ma bentosto un nuovo
allagamento di vizj e di delitti era succeduto a questi nuovi progetti
d'emendazione.
[495] _Chron. Venetum, t. XXIV, p. 44._
[496] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 182. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 241. — Jac. Nardi, l. II, p. 65. — Machiavelli Estratti di
Lettere e Diari di Balìa, t. III, p. 93. — Burchardi Diar. apud
Raynald. Ann. Eccl. 1497, § 4, p. 461._
Tornando al suo scellerato tenore di vita, il papa perdonare non sapeva
all'eloquente predicatore che lo denunciava a tutta la Cristianità.
L'opinione di cui il Savonarola godeva in Firenze metteva il suo trono
in pericolo; ed inoltre egli sapeva che questo monaco aveva mutati i
costumi della repubblica e ne aveva sbanditi i vizj, e di più temeva che
un tale esempio non si rivolgesse contro la corte di Roma. Egli aveva
accusato il Savonarola come eretico; gli aveva fatto vietare la
predicazione; ma lo sforzato silenzio di questo religioso, che facevasi
in allora rappresentare da fra Domenico Bonvicini di Pescia, suo
discepolo e suo amico, non bastava nè alla politica, nè alla vendetta
d'Alessandro VI[497]. Egli fece alleanza con tutti coloro che avevano
qualche motivo di inimicizia contro il Savonarola per attaccamento ai
Medici, o al partito dell'aristocrazia, o perchè non volevano
assoggettarsi ai rigori monacali che il riformatore voleva sostituire
all'antica scostumatezza. I nemici del monaco, sentendosi appoggiati da
Roma, osarono attaccarlo pubblicamente nella sua propria chiesa in una
maniera villana ed indecente. Mentre andava per predicare il giorno
dell'Ascensione, trovò il pulpito occupato da un asino imbottito di
paglia. I libertini, approfittando del disordine che questa pasquinata
aveva cagionato in chiesa, insultarono il predicatore con minacciose
grida, e proposero al suo uditorio o di scacciarlo, o d'ucciderlo[498].
Nello stesso tempo i monaci di sant'Agostino, mossi da gelosia di
corporazione contro l'ordine di san Domenico, si prestavano ai desiderj
di vendetta del papa, e denunciavano ne' loro sermoni il riformatore
domenicano come eretico e scomunicato. Appena scorsero venti anni da
tale epoca fino all'istante in cui i Domenicani si armarono a vicenda
contro Lutero, riformatore agostiniano[499].
[497] _Lettere di Pietro Delfino di Firenze a Pietro Barrozzi
vescovo di Padova. Ap. Raynald., Ann. Eccl. 1496, § 41, t. XIX, p.
460._
[498] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 241. — Jac. Nardi, l. II, p. 62.
— Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 105. — Vita del P. Savonarola, l.
IV, c. 7, p. 253._
[499] _Jac. Nardi, l. II, p. 62. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c.
12, p. 264._
La signoria fiorentina, dacchè si sentiva abbandonata dal re di Francia,
usava maggiori riguardi alla corte di Roma; aveva bisogno del papa per
le sue negoziazioni colla lega italiana, e non voleva spreggiare il di
lui risentimento. Gli scrisse gli otto di luglio per giustificare il
Savonarola[500], ma nello stesso tempo persuase il monaco a sospendere
le sue prediche. Era stato in maggio scomunicato come annunciatore di
dottrine eretiche, e la sentenza veniva estesa a tutti coloro che
converserebbero con lui. Da principio il Savonarola riconobbe l'autorità
della corte di Roma, e cercò di farvi giugnere le sue giustificazioni.
Ma non molto dopo, opponendo alla persecuzione i medesimi principj e
quella fermezza, che poi sostennero Lutero, quando il 10 di dicembre del
1520 fece bruciare a Wittemberga la bolla di scomunicazione di Leon
X[501], dichiarò coll'autorità di papa Pelagio, che un'ingiusta
scomunica era senza efficacia, e che colui che ne è l'oggetto non deve
neppure cercare di farsi assolvere[502]. Affermò che una divina
inspirazione l'obbligava a scuotere l'ubbidienza d'un tribunale
corrotto, ed il giorno di Natale celebrò pubblicamente la messa nella
sua chiesa di san Marco; comunicò co' suoi monaci, e con moltissimi
laici; condusse una solenne processione intorno alla chiesa; pubblicò la
sua apologia ed il libro del trionfo della croce, e tornò a predicare
nella chiesa cattedrale innanzi ad una numerosa udienza, che tale mai
non aveva avuta in addietro[503].
[500] _Ann. Eccl. 1497, § 16, p. 463. — Lettere del papa al convento
di san Marco, e risposte di Savonarola. Ivi, § 17-28, p. 465._
[501] _Lutheri Opera, v. II, p. 320._ — È palese l'intenzione
dell'autore di trovare conformità tra Savonarola e Lutero. Tutti
sanno cosa debba pensarsi dell'ultimo, ma le opinioni intorno al
Savonarola sono ancora incerte. _N. d. T._
[502] _Vita del Savonarola, l. IV, c. 10, p. 261, e c. 14, p. 266._
[503] _Jac. Nardi, l. II, p. 69. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c.
18, p. 278._
Leonardo de' Medici, vicario dell'arcivescovo di Firenze, pubblicò un
ordinanza per proibire ai fedeli di ascoltare le prediche del
Savonarola. Coloro che le ascoltassero non dovevano essere ammessi alla
confessione ed alla comunione, nè i loro corpi alla sepoltura; ma la
signoria, ch'era entrata in carica in principio del 1498, era tutta
favorevole al Savonarola, ed ordinò al vicario arcivescovile d'uscire
entro due ore dalla città[504].
[504] _Jac. Nardi, l. II, p. 57 e 71. — Vita del P. Savonarola, l.
IV, c. 5, p. 247._
L'ultimo giorno di carnovale, volendo il Savonarola trasmutare quella
festa mondana in un giorno di religiosa contrizione; persuase moltissimi
fanciulli a dividersi per bande, ed a scorrere la città, gridando di
casa in casa che loro si consegnassero tutti i libri disonesti, tutte le
pitture indecenti[505], tutte le carte e dadi da giuocare, tutte le
viole, arpe ed altri strumenti musicali, tutte le parrucche, il muschio,
le acque nanfe, belletti ec.; i ragazzi chiedevano tutte queste cose
sotto pena di scomunica; poi le portarono nella pubblica piazza, dove
formarono un'immensa catasta, e le bruciarono, cantando intorno al fuoco
salmi ed inni religiosi. Sotto la direzione del Savonarola avevano fatto
lo stesso nel precedente anno, ed avevano ridotti in cenere la maggior
parte degli esemplari del Boccaccio e del Morgante maggiore[506].
[505] È noto che in questa circostanza perirono tra le fiamme
diverse opere in prosa ed in verso, che più non si ebbero, e diverse
egregie pitture de' grandi maestri che allora fiorivano in Toscana e
fuori. _N. d. T._
[506] _Jac. Nardi, l. II, p. 57 e 71. — Vita del P. Savonarola, l.
IV, c. 5, p. 247._
Ma in ragione che il Savonarola andava acquistando credito, cresceva
ancora nel papa l'inquietudine e la collera, la quale veniva sempre
eccitata da fra' Mariano di Ghinazzano, generale degli Agostiniani, uomo
affezionato al Medici, e che in Firenze era stato mal accolto. Un
predicatore, chiamato frate Francesco della Puglia, minore osservante,
fu mandato per rivalizzare col Savonarola. Predicò nella chiesa di santa
Croce di Firenze, ed accusò violentemente l'eresiarca che seduceva la
repubblica; nello stesso tempo il papa con un nuovo breve ordinava alla
signoria di far tacere il Savonarola, se non voleva esporre tutte le
sostanze, che i mercanti fiorentini tenevano in esteri paesi, ad essere
confiscate, lo stesso territorio della repubblica ad essere posto sotto
l'interdetto, e forse invaso dalle truppe della Chiesa. I Fiorentini,
abbandonati dalla Francia, non avevano verun altro alleato; e perchè
inoltre tenevano bisogno del papa, ubbidirono, dando il 17 di marzo
ordine al Savonarola d'astenersi dal predicare. Infatti costui si
congedò da' suoi uditori con un eloquente ed ardito ragionamento[507].
[507] _Jac. Nardi, l. II, p. 72. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c.
6, p. 251. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 245. — Comm. del Nerli, l.
IV, p. 76._
In mezzo a questi movimenti il monaco Francesco della Puglia, che
predicava a santa Croce, dichiarò in pulpito, che aveva udito dire, che
il Savonarola parlava di provare le sue false dottrine con un miracolo;
che offriva di scendere nel sepolcro con un monaco francescano, se tutto
l'opposto partito si obbligava a riconoscere per vera la dottrina del
primo dei due che risusciterebbe un morto[508]. Frate Francesco
dichiarava di essere peccatore, e che non aveva la presunzione di
contare sopra un miracolo; ma che per lo contrario proponeva al suo
avversario d'entrare con lui in mezzo ad una catasta ardente. «Io sono
certo di perirvi, diceva il francescano, ma la carità cristiana
m'insegna a non risparmiare la mia vita, se a tale prezzo posso liberare
la Chiesa da un eresiarca, che di già ha strascinato e strascinerà tante
anime nell'eterna dannazione.»
[508] _Vita del P. Savonarola, l. IV, c. 23, p. 283._
Così strana proposizione fu subito riferita al Savonarola: essa non gli
andava a sangue, non perchè diffidasse del suo potere di operare
miracoli, ma perchè temeva che entro vi si nascondesse qualche laccio
de' suoi nemici; ma il suo più fidato discepolo, fra Domenico Bonvicini
da Pescia, più ardente e più entusiasta del maestro, dichiarò subito di
essere apparecchiato ad assoggettarsi alla prova del fuoco in conferma
delle verità enunciate ne' sermoni del suo maestro; egli punto non
dubitava che per la di lui intercessione non lo dovesse salvare un
miracolo di Dio. Nello stesso istante tutto il basso popolo accolse con
insolito ardore così terribile sfida, voglioso di provare in un pubblico
esperimento i ministri della nuova riforma. I divoti si rallegrarono di
ottenere un luminoso trionfo contro di Roma pel miracolo che di già
credevano di tenersi in pugno; i loro nemici non erano meno contenti di
vedere un eresiarca condannarsi da sè medesimo alle fiamme, di cui lo
credevano meritevole; tutta la gente desiderava uno spettacolo così
straordinario, ed i magistrati abbracciavano con piacere un'occasione di
liberarsi dalla critica situazione in cui si trovavano tra la Chiesa ed
il riformatore. Dal canto suo il papa scrisse l'undici d'aprile ai
Francescani di Firenze, ringraziandoli dello zelo con cui si
apparecchiavano a sagrificare la loro vita per difendere l'autorità
della santa sede; e dichiarando che la memoria di così gloriosa impresa
non perirebbe in eterno[509].
[509] _Vita del P. Savonarola, l. IV, c. 27, p. 288._
Ma frate Francesco della Puglia protestò che non entrerebbe nelle fiamme
che insieme a frate Savonarola medesimo, non volendosi esporre ad
indubitata morte, che per avere compagno del suo eccidio il grande
eresiarca. Frattanto si offrirono subito due altri monaci francescani
per fare la prova con frate Domenico da Pescia; uno di costoro, frate
Niccolò di Pilli, sentì subito venir meno il suo coraggio e si disdisse;
ma l'altro, frate Andrea Rondinelli, converso dello stesso convento,
stette fermo nella domanda della prova. Dall'altro canto i partigiani
del Savonarola si offrirono con sorprendente gara ad entrare per lui nel
fuoco. Frate Roberto Salviati fu quegli che fece pratiche per
quest'onore colle più vive istanze; ma bentosto tutti i Domenicani della
Toscana, molti preti e secolari, e perfino donne e fanciulli imploravano
dalla signoria di essere preferiti, o almeno di permettere loro di
entrare nello stesso tempo tra le fiamme, onde partecipare al favore di
Dio, di cui tenevansi sicuri. Pure la signoria limitò lo sperimento a
frate Domenico Bonvicini di Pescia, ed a frate Andrea Rondinelli. Nominò
dieci cittadini, cinque per cadaun partito, per regolare tutto quanto
abbisognava, e determinò che la prova si eseguirebbe il giorno 7 di
aprile dei 1498 nella piazza del palazzo[510].
[510] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 74._
Era stato innalzato in mezzo alla piazza un palco, alto cinque piedi,
largo dieci e lungo ottanta, coperto di terra e di mattoni crudi per
preservarlo dalla violenza del fuoco. Furono poste su questo palco due
cataste di grossi legni, tramischiati di fascine e di stoppie facili ad
infiammarsi. Un viale, largo due piedi aprivasi longitudinalmente tra le
due cataste di combustibili, che avevano ambidue quattro piedi di
larghezza; quest'apparato era spaventoso. Vi si entrava per la loggia
dei Lanzi, ch'era stata divisa in due parti con una tramezza per darne
la metà al Francescani e l'altra ai Domenicani. I due monaci dovevano
entrare insieme da questo portico ed attraversare in tutta la sua
lunghezza il rogo infiammato; o piuttosto uno dei due dichiarava che in
ogni caso era ben sicuro di perirvi, poichè quand'anche si dovesse
operare un miracolo, non poteva essere che a suo danno. I Francescani
arrivarono senza strepito nella parte della loggia loro assegnata,
mentre che Girolamo Savonarola recossi alla sua colle vesti sacerdotali,
colle quali aveva in allora celebrata la messa, e portando entro un
tabernacolo di cristallo il sacramento. Frate Domenico da Pescia portava
un crocifisso e tutti i loro monaci li seguivano salmodiando e portando
in mano alcune croci rosse; indi venivano molti cittadini con fiaccole
accese. Restavano ancora sei ore di giorno, e la piazza, le finestre, i
tetti delle case erano pieni di spettatori. Non solo tutta la città, ma
tutti gli abitanti del territorio fino ad una ragguardevole distanza,
erano accorsi per essere testimonj di così strano spettacolo. La maggior
parte delle aperture della piazza erano state chiuse, e gl'ingressi
delle due strade lasciate aperte venivano custoditi da due numerose
guardie. La parte della loggia occupata dai Domenicani era come un
cappella, e per lo spazio di quattro ore mai non cessarono di cantare
antifone.
Intanto il terribile sperimento veniva ritardato da sempre rinascenti
difficoltà promosse dai Francescani. Forse, dicevano essi, il padre
domenicano è un incantatore, e tiene sopra di sè qualche sortilegio;
perciò chiesero che venisse spogliato delle sue vesti, e ne prendesse
delle altre scelte da loro. Dopo lunghi contrasti frate Domenico si
assoggettò a questa umiliante visita, ed a questo cambiamento di tonaca.
Allora il Savonarola gli consegnò il tabernacolo che conteneva il
sagramento, da lui risguardato come la sua salvaguardia; ma i
Francescani gridarono essere un atto empio l'esporre l'ostia ad essere
bruciata, e che questo probabilissimo avvenimento farebbe vacillare la
fede de' più deboli fedeli. Ma su questo punto il Savonarola si mostrò
inflessibile; rispose che, da questo solo Dio che portava, il suo
compagno ed amico poteva sperare salvezza. La disputa si prolungò più
ore; frattanto il popolo, che, per meglio vedere questo spettacolo, era
venuto allo spuntare del giorno ad occupare i tetti delle case, e che
soffriva la fame e la sete, più non sapeva contenere la sua impazienza,
e sebbene i Francescani fossero veramente quelli che si opponevano
all'esperimento, gli stessi seguaci del Savonarola convenivano, che,
sicuro come egli era di un miracolo, avrebbe dovuto più facilmente
piegarsi a tutte le inchieste del suo avversario. La maggior parte del
popolo ignorava i motivi allegati dall'una e dall'altra parte; vedeva
soltanto quello spaventoso rogo, cui avrebbe voluto che subito si
appiccasse il fuoco, e ben sentiva che i due campioni ricusavano di
entrarvi; il loro terrore, che pur troppo era ben fondato sembravagli
ridicolo; la plebe si credeva delusa, e questo intero giorno di
aspettazione cambiò in disprezzo o in indignazione tutto il suo
entusiasmo. Finalmente avvicinandosi la notte, e le due fraterie non
essendo ancora d'accordo, una violenta inaspettata pioggia bagnò la pira
e gli spettatori, e consigliò la signoria a licenziare l'assemblea[511].
[511] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 71. — Ist. di Gio. Cambi, l.
XXI, p. 115. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 245. — Fr. Guicciardini,
l. III, p. 189. — Raynal. Ann. Eccl. 1498, § 12 e 13, p. 472. —
Comm. di Fil. de' Nerli, l. IV, p. 78. — Vita del P. Savonarola, l.
IV, c. 29-32, p. 290._
Girolamo Savonarola, rientrando nel suo convento di san Marco, salì
immediatamente sul pulpito, e raccontò alla folla che lo aveva seguito
tuttociò ch'era accaduto. Ma di già il basso popolo lo aveva insultato,
quando egli si recava al convento. All'indomani, domenica delle Palme,
predicò ancora con molta unzione, prendendo in certo qual modo congedo
dai suoi uditori, ed annunciando che si offriva in sagrificio a Dio.
Infatti i suoi nemici approfittavano della delusa aspettazione del
popolo per ammutinarlo contro di lui. La società dei libertini,
conosciuta sotto il nome di _compagnacci_, che l'aveva sempre trattato
da ipocrita, invitava il popolo a non lasciarsi più oltre guidare da un
falso profeta, che nell'istante del pericolo si era sottratto alla prova
della sua missione, offerta da lui medesimo. Ella si attruppò nella
cattedrale, ed in tempo del sermone dei vesperi fece risuonare la
chiesa: «alle armi! a san Marco!» E di subito una plebe sfrenata la
seguì al convento di san Marco e lo attaccò colle armi, colle scuri,
colle torchie accese. Trovavasi colà adunata molta gente per assistere
al divino servizio, la quale si difese per qualche tempo, sebbene fosse
senz'armi; ma quando furono bruciate le porte, e che mancò ogni mezzo di
trattenere gl'insorgenti, capitolò, e Girolamo Savonarola, Domenico
Bonvicini e Silvestro Maruffi, tutti e tre arrestati nel convento,
furono tratti in prigione in mezzo agli insulti della plebaglia[512].
[512] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 76. — Ist. di Gio. Cambi, l.
XXI, p. 119. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 246. — Vita del P.
Savonarola, l. IV, c. 34-40, p. 298._
Erano di già le sette ore della sera, quando cominciò l'assedio del
convento di san Marco, e doveva supporsi che la notte calmerebbe i
faziosi. Ma una fazione da gran tempo nemica, ed ora fieramente
esasperata dal supplicio dei suoi capi, non voleva perdere
quest'occasione di vendicarsi. Nella susseguente mattina la folla
recossi alla casa di Francesco Valori: egli fu preso, e mentre si
conduceva in prigione, Vincenzo Ridolfi, parente di quegli che pochi
mesi prima era stato mandato sul patibolo, gli si gettò addosso e lo
uccise: anche sua moglie venne uccisa nell'atto che affacciavasi alla
finestra per implorare grazia, e la loro casa fu saccheggiata e
bruciata, e la stessa sorte toccò alla casa del suo amico Andrea
Cambini. Tutti coloro che si erano mostrati affezionati al Savonarola
furono lasciati in balìa agl'insulti del popolaccio, il quale,
chiamandoli ipocriti e penitenti, loro non permetteva di mostrarsi in
pubblico. La signoria, ch'era entrata in carica in principio di marzo,
avrebbe forse potuto frenare gl'insorgenti, ma era segretamente del loro
partito; conciossiachè di nove membri ond'era formata, ve n'erano sei
nemici del Savonarola. Nel supremo consiglio tutti coloro che gli erano
affezionati non osarono recarsi al loro posto, di modo che il contrario
partito si tenne sicuro di una grande maggiorità. Egli ne approfittò
subito per nominare altri decemviri della guerra, altri giudici
criminali, ossia gli otto di balìa, deponendo coloro che in allora
occupavano quelle cariche, e ch'erano favorevoli al Savonarola. Per tal
modo l'autorità della repubblica passò in altre mani; tutti coloro che
l'avevano esercitata fin allora furono deposti o proscritti; ed i nuovi
capi del governo, volendo far conoscere l'odio loro per l'austerità del
riformatore, e per l'ipocrisia ond'era accusato, si fecero premura
d'incoraggiare i giuochi, i passatempi ed anche i vizj, ch'egli aveva
così severamente rampognati[513].
[513] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 121. — Jac. Nardi Ist. Fior.,
l. II, p. 77-82. — Comm. di Filippo de' Nerli, l. IV, p. 79. — Vita
del P. Savonarola, l. IV, c. 42, p. 310._
Lo stesso giorno dell'insurrezione, era stato spedito un corriere al
papa per partecipargli la prigionia del Savonarola. Pareva che
Alessandro VI sentisse che altro più non abbisognava al partito della
riforma che un capo coraggioso per rovesciare un edificio scosso da
tanto tempo: la sua sicurezza richiedeva la morte del Savonarola; egli
domandò caldamente che gli si consegnasse quest'eretico, e nello stesso
tempo, accordando varie indulgenze ai Fiorentini, ordinò che fossero
riconciliati alla chiesa tutti coloro che per avere assistito ai sermoni
del monaco avevano incorsa la scomunica[514]. Ma la signoria volle che
il processo del Savonarola si facesse in Firenze, e soltanto domandò al
papa di mandare dei giudici ecclesiastici per assistervi. Alessandro VI
nominò infatti frate Gioachino Turriano di Venezia, generale dell'ordine
dei Domenicani, e Francesco Romolini, dottore di legge Spagnuolo; e
nell'atto che li faceva partire, pronunciò anticipatamente la condanna
di frate Girolamo Savonarola, e lo dichiarò eretico, scismatico,
persecutore della santa sede e seduttore dei popoli[515]. Il processo,
formato nello stesso tempo avanti al nuovo tribunale degli otto nel
quale non eranvi che nemici del Savonarola e davanti ai deputati del
papa, cominciò colla tortura, che si diede in varie riprese al monaco.
Quest'uomo, di debole costituzione e di fibra irritabilissima, non potè
sostenere i dolori che gli si facevano soffrire. Confessò, perchè
cessassero di tormentarlo, che le sue profezie non erano che semplici
conghietture. Ma quando si vollero avere le sue deposizioni senza
tormenti, sostenne nuovamente la verità delle sue rivelazioni e di tutta
la sua predicazione. Quando gli si opposero le confessioni strappategli
di bocca colla tortura, rispose che riconosceva o la sua poca costanza o
la debolezza de' suoi organi per sostenere i tormenti; che qualunque
volta verrebbe posto alla corda, sentiva che smentirebbe sè stesso; ma
che la verità non si trovava che nelle parole ch'egli proferiva, quando
il dolore o il terrore non turbavano il suo spirito. Gli si fecero
realmente soffrire nuovi tormenti, che lo forzarono a nuove confessioni,
sempre in appresso smentite; ed i giudici, non volendo esporsi al
rischio di fargliele smentire un'altra volta, non gli fecero leggere la
sua confessione, secondo la pratica, perchè, la riconoscesse
pubblicamente[516].
[514] _Jac. Nardi Ist., l. II, p. 79. — Vita del P. Savonarola, l.
IV, c. 43, p. 311._
[515] _Jac. Nardi, l. II, p. 80. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p.
126._
[516] _Jac. Nardi, l. II, p. 81. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c.
44, p. 312._
In tempo della sua prigionia, che durò un mese, il Savonarola compose un
commentario del _miserere_, ossia del salmo 51, che aveva ommesso quando
scriveva l'esposizione degli altri salmi, avendo in allora dichiarato
che riservava questo lavoro pel tempo delle sue proprie calamità. Questa
esposizione è stampata colle altre sue opere. Intanto il 23 di maggio
una nuova pira venne innalzata su quella medesima piazza in cui il suo
amico avrebbe dovuto volontariamente entrare nel fuoco. I tre religiosi,
Girolamo Savonarola, Domenico Bonvicini e Silvestro Maruffi, dopo essere
stati degradati dai giudici ecclesiastici, furono in mezzo alla catasta
legati ad un palo. Quando il vescovo Paganotti loro dichiarò che li
separava dalla Chiesa, il Savonarola rispose soltanto, _dalla
militante_, volendo far sentire che stava per entrare nella Chiesa
trionfante. Altro non disse; e fu appiccato il fuoco alla catasta da uno
de' suoi nemici, che prevenne l'ufficio del carnefice. Così morì fra i
due suoi discepoli il padre Girolamo Savonarola in età di quarantacinque
anni ed otto mesi. Erano stati dati dalla signoria severissimi ordini
per raccogliere le ceneri dei tre religiosi e gettarle nell'Arno. Pure
ne vennero sottratte alcune reliquie da que' medesimi soldati che
custodivano la piazza, e queste conservaronsi fino al presente esposte
in Firenze all'adorazione dei devoti[517].
[517] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 82. — Ist. di Gio. Cambi, t.
XXI, p. 127. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 247. — F. Guicciardini,
l. III, p. 190. — P. Delphini, l. V, Epist. 73, ap. Raynald. 1498, §
18, p. 473. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c. 49. p. 326. — Comm.
del Nerli, l. IV, p. 81. — Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c.
XXVI, p. 433._