_Carlo VIII abbandona il regno di Napoli; attraversa Roma e la
Toscana; si apre un passaggio a Fornovo malgrado i confederati,
e giugne fino ad Asti. Tratta a Vercelli col duca di Milano,
libera il duca d'Orleans, assediato in Novara, e ripassa le
Alpi._
1495.
Per quanto fosse grande il disprezzo che Carlo VIII e la sua corte
avevano concepito per la nazione italiana dopo la facile loro vittoria,
avevano per altro sentito di avere bisogno di guadagnarsi l'affetto del
popolo, per mantenere ubbidiente il regno che avevano occupato. Carlo
VIII e la sua corte avevano infatti cercato di cattivarselo con un
decreto, che, riducendo le imposte a ciò che erano ai tempi dei re
angioini, scaricavano il regno di quasi dugento mila ducati di
contribuzione[307]; ma perchè aveva accordata questa grazia colla
leggerezza che lo caratterizzava, senza calcolare i bisogni dello stato,
nè il conguaglio tra le rendite e le spese, non ispirò veruna
confidenza, tanto più che si vedeva in tutto il restante della sua
amministrazione la rapacità de' suoi subordinati, il loro disordine, e
l'assoluto loro disprezzo per le leggi e per le costumanze della
nazione. Il regno di Napoli era il solo paese d'Italia in cui le
instituzioni feudali si fossero mantenute in pieno vigore. Alfonso I le
aveva confermate con nuove concessioni fatte ai gentiluomini. Le
province erano quasi assolutamente dipendenti dalla nobiltà; e per
essere sicura del regno, o conveniva cattivarsi l'affetto dei grandi,
conservando l'antica organizzazione, o rendere le comuni da loro
indipendenti, dichiarandole libere, e dando loro un'importanza che mai
avuta non avevano. Ma i Francesi non davano orecchio che ai loro
pregiudizj; erano piuttosto disposti ad accrescere la schiavitù del
terzo stato, e non pertanto avevano offesa tutta la nobiltà.
[307] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 89. — Mém. de Phil. de Comines,
l. II, c. XVII, p. 230._
Dopo avere pubblicato il suo editto intorno alla minorazione delle
imposte, il re ad altro più non pensò che a feste ed a tornei, ove
credeva di brillare; e tutti i suoi cortigiani non pensarono che ai
mezzi più pronti di arricchirsi. Chiedevano con importunità tutti
gl'impieghi, tutti i titoli, tutti i feudi disponibili dalla corona; e
Carlo VIII, che nulla sapeva ricusare, loro spesso accordava quello di
cui non poteva a buon diritto disporre; egli invadeva le private
proprietà, e feriva ne' loro interessi e negli affetti loro i popoli che
così leggermente offendeva. Quest'inconsiderazione gli fece perdere le
due città di Tropea e di Amantea, che piuttosto che assoggettarsi al
signore di Precì, cui le aveva regalate, rialzarono le insegne
arragonesi[308]. Da prima non pensò, finchè poteva farlo, a sottomettere
queste due città; e poco dopo gli Spagnuoli, sbarcati dalla Sicilia, vi
posero guarnigione; altri si stabilirono in Reggio di Calabria; e si
dispiegavano nuovamente le insegne d'Arragona nella Puglia, ove non si
vedevano giugnere truppe francesi, e dove era già nota la conclusione
della lega ed il prossimo arrivo d'Antonio Grimani colla flotta
veneziana; finalmente Otranto aprì le porte a don Federico, che aveva
stabilito a Brindisi il suo quartiere generale[309].
[308] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, c. XVI, p. 226._
[309] _Ivi, p. 262. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gallic., l. VI, p.
155._
Ma più di tutti, malcontenta di Carlo era l'alta nobiltà. Una parte di
questo potente corpo credeva di avere acquistati giusti diritti alla
riconoscenza de' Francesi col suo attaccamento alla casa d'Angiò;
l'altra vantava i suoi recenti servigj, e la facilità colla quale aveva
abbandonato il partito d'Arragona, cui era da prima affezionata. Avvezzi
gli uni e gli altri ad essere conosciuti e temuti dai loro sovrani,
contavano sopra potenti memorie in un paese ove tante affezioni e tanti
odj erano ereditarj. Erano ad un tempo avviliti ed offesi, vedendo che
nè il re, nè alcuno de' principali signori francesi, avevano contezza
dei loro nomi, degli antichi loro interessi, degli antichi loro servigj.
Costretti a ridire sempre chi erano, ciò che avevano diritto di
pretendere, e le ingiustizie che loro venivano fatte, non trovavano chi
porgesse loro orecchio, nè chi gl'intendesse o ajutasse a ricuperare i
ricevuti torti; e prima che si facesse loro ragione di una violazione
dei proprj diritti, un nuovo editto del re, una nuova concessione fatta
a qualche signore francese, loro arrecava una più fresca offesa. Quando
volevano presentarsi a Carlo, con grandissima difficoltà potevano
ottenere udienza; lasciavansi languire nelle anticamere; e quando
all'ultimo venivano ammessi, incontravano allora una maggiore
difficoltà, quella di ridurre questo giovane re, sempre distratto,
sempre nemico del lavoro ed incapace di attenzione, a fissare il suo
spirito ed a parlare di affari[310].
[310] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 89._
Erasi abborrita la tirannia, la doppiezza e l'avarizia arragonese; ma i
vantaggi inseparabili dall'amministrazione regolare, economica e ben
formata di quei re, vantaggi cui non erasi posto mente in tempo del loro
regno, si rendettero col presente contrapposto palesi. Ferdinando II,
cui non poteva farsi verun rimprovero, non avendo egli avuto parte ne'
delitti del padre e dell'avo, rendevasi ogni giorno più caro per la
grandezza della sua caduta, per la nobiltà con cui vedevasi sostenere la
presente sventura, e pel coraggio, la magnanimità, e la dolcezza che
aveva fatte conoscere nel breve tempo che era durato il suo regno. Dopo
avere sperato dal ritorno dell'antica stirpe francese un ben essere e
vantaggi che non è in mano di verun principe di potere costantemente
procurare ad un popolo, i Napolitani erano colpiti dell'incapacità del
re, della sua inapplicazione, della sua ignavia, dell'inaudito disordine
della sua casa, dell'impossibilità d'avere accesso presso di lui,
dell'orgoglio e dell'insolenza de' suoi cortigiani, i quali sprezzavano
una nazione che si assumevano di governare, ed alla quale mai non si
erano mostrati che tra le linee nemiche. Il disgusto del presente
inspirava il desiderio di un passato che si era creduto intollerabile.
Quello ch'era stato tanto tempo chiamato tiranno anche prima di salire
sul trono, nel suo esilio aveva cessato di essere odioso. Si andavano
rammentando le vittorie da lui riportate alla testa di armate nazionali
in Toscana, ad Otranto ed al ponte di Lamentana, e preferivasi l'antico
giogo, consolidato dalle conquiste, al nuovo giogo che non si era
stabilito che colle disfatte dell'armata e colla vergogna de' capitani.
Una nazione soffre più facilmente l'oppressione che il disprezzo, e meno
ancora del disprezzo soffre di vedersi rendere spregevole da coloro che
la governano. Il nome di Alfonso, fin allora così odioso, più non
inspirava spavento; chiamavasi giusta severità quella condotta che in
addietro aveva il nome di crudeltà; e credevasi vedere una prova di
sincerità nel suo altero, contegno, così spesso attribuito ad orgoglio e
ad alterigia[311].
[311] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 90._
Mentre che una generale fermentazione Veniva prodotta dal confronto tra
gli antichi ed i nuovi padroni, i Francesi, saziati dalle loro vittorie,
cominciavano a desiderare il ritorno in patria. Credevano di avere
abbastanza operato per la loro gloria, ed erano impazienti di andar a
ricevere le lusinghiere lodi dei loro compatriotti e principalmente
delle donne. Coloro ch'erano rimasti alla corte o all'armata, siccome
quelli ch'erano sparsi nelle province, sentivano tutti di non essere
colà che di passaggio. Non si curavano di piacere ai loro amministrati,
non a fissarsi stabilmente tra di loro, non a lasciarvi buona
riputazione. I loro occhi erano sempre volti verso la Francia, e tutti i
loro progetti, tutta la loro ambizione avevano per iscopo il ritorno in
patria. Tale disposizione era di già universale che a Napoli non
sapevasi ancora la lega delle potenze che si andavano afforzando nella
parte settentrionale d'Italia. Ma quando ne fu dato avviso al re, tutti
i suoi consiglieri sentirono la necessità di ricondurlo in Francia,
prima che ne fosse preclusa la strada da superiori forze[312].
[312] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 90. — Fr. Belcarii Comm., l. VI,
p. 156._
Carlo VIII, che da molto tempo andava negoziando con Alessandro VI per
ottenere dalla Chiesa l'investitura del regno di Napoli, quando si vide
costretto a partire, offrì di accontentarsi di una investitura da darsi
colla clausola: _senza pregiudizio del diritti d'ogni altro
pretendente_; e non potendola nè meno ottenere a tale condizione, pensò
di supplirvi con un'altra ceremonia. Il 12 di maggio fece il suo solenne
ingresso in Napoli, coperto con un manto imperiale, portando il globo
colla mano destra e lo scettro colla sinistra e accompagnato da tutta la
nobiltà francese e napolitana, indi si recò con tale corteggio alla
chiesa di san Gennaro, ove giurò ai Napolitani di _governarli e
mantenere i loro diritti, libertà e privilegj_. Creò cavalieri molti
giovani gentiluomini che gli avevano chiesto questo favore, e senza
essere altrimenti coronato, o avere ricevuta l'investitura della Chiesa,
si ritirò al suo palazzo[313].
[313] _André de la Vigne, Journal de Charles VIII, dans Denys
Godefroy, p. 147. — Fr. Belcarii Rer. Gallic., l. VI, p. 159._
Giovanni Gioviano Pontano, di quest'epoca il più celebre letterato di
Napoli, fu scelto da Carlo VIII per arringare il popolo nel giorno della
sua inaugurazione. Quest'uomo, che i re d'Arragona avevano colmato di
beneficj, non consultò che la sua vanità di retore, e non si curò che
della bellezza delle frasi, non già dei sentimenti onde avrebbero dovuto
essere animate. Parlò così enfaticamente del principe francese, e con
tanta amarezza degli Arragonesi, come se il primo avesse appagati tutti
i voti del popolo, e gli altri non avessero per verun titolo meritata la
sua riconoscenza. Tanta viltà era un vizio universale di tutti i
letterati di quel secolo, che nudriti, come gli antichi trovatori, co'
beneficj de' grandi signori, non avevano nè dignità, nè carattere, nè
indipendenza. Al pubblico spiacque altamente la condotta di Pontano; e
n'ebbe detrimento anche la sua gloria letteraria[314].
[314] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 93._
L'inaugurazione di Carlo VIII era in certo qual modo l'ultimo atto di
sovranità ch'egli aveva intenzione di esercitare in Napoli, avendo
determinato di partire dopo otto giorni. Nominò suo vicario Giberto di
Montpensier, della casa di Borbone, valoroso cavaliere, ma che non aveva
nè ingegno, nè cognizioni, ne attività: mai non erasi alzato da letto
prima di mezzogiorno, sebbene in quell'età la moda non avesse per anco
introdotta la costumanza delle ore tarde della presente età[315].
D'Aubignì, della casa Stuardi di Scozia, che Carlo VIII aveva creato
contestabile del regno, conte d'Acqui e marchese di Squillace, fu
nominato luogotenente del re in Calabria. Costui, secondo il Comines,
era un saggio cavaliere, buono ed onorato, e gl'Italiani gli danno il
primo posto tra i generali dell'armata francese. Stefano de Vese,
siniscalco di Belcario, gran ciambellano di Napoli, duca di Nola e
sovrintendente delle finanze del regno, venne incaricato del comando di
Gaeta. _Egli aveva_, dice il Comines, _una carica maggiore di quella che
potesse ed avesse saputo portare_. Un gentiluomo lorenese, chiamato don
Giuliano, fu lasciato a sant'Angelo, col titolo di duca; Gabriello di
Montefalcone a Manfredonia; Guglielmo di Villanuova a Trani; Giorgio di
Sylli a Taranto; il balivo di Vitrì all'Aquila, e Graziano Guerra a
Sulmona negli Abruzzi[316].
[315] _Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. I, p. 264._
[316] _P. Jovii Hist., l. II, p. 57. — Fr. Belcarii Comm. Rer.
Gall., l. VI, p. 160. — Arnoldi Ferroni, l. I, p. 13._
Carlo VIII divise la sua armata con questi diversi capi. Lasciò loro la
metà degli Svizzeri, una parte de' Guasconi, ottocento lance francesi, e
cinquecento uomini d'armi italiani all'incirca, comandati dal prefetto
di Roma, fratello del cardinale della Rovere, da Prospero e da Fabrizio
Colonna, e da Antonio Savelli. Questi grandi signori italiani, i più
riputati condottieri di quell'età, erano coloro che il re aveva
principalmente cercato di affezionarsi. Aveva in particolar modo
favoriti i Colonna, dando a Fabrizio le contee d'Albi e di Tagliacozzo,
ed a Prospero il ducato di Tragitto, la città di Fondi e molti castelli
tolti alle case de' Gaetani e de' Conti. Tra i nobili napolitani si
appoggiava principalmente al principe di Salerno ed a suo fratello, il
principe di Bisignano, che avevano passati molti anni alla corte di
Francia come emigrati, e che non potevano non essere attaccati ai suoi
interessi. Aveva al primo restituita la carica di grande ammiraglio, e
perchè lo risguardava come un cortigiano francese, lo aveva trattato
collo stesso favore[317]. Ma non erasi tanto gagliardamente stabilito in
Italia per sperare che gl'Italiani si difendessero da sè medesimi; e
dopo avere divisa la sua armata, non lasciava abbastanza di truppe per
custodire il regno, nè seco ne conduceva quante potevano bastare per
essere certo di aprirsi un passaggio.
[317] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 91. — Fr. Belcarii, l. VI, p.
160._
Il 20 di maggio dopo mezzogiorno Carlo VIII partì da Napoli per tornare
in Francia. Seco conduceva ottocento lance francesi, senza contare i
dugento gentiluomini della sua guardia, Gian Giacomo Trivulzio con
cent'uomini d'armi italiani, tre mila fanti svizzeri, mille francesi e
mille guasconi, ed in Toscana doveva essere raggiunto da Camillo Vitelli
e dai suoi fratelli con dugento cinquanta uomini d'armi[318]. La stessa
sera andò a dormire ad Aversa, prendendo la strada di Roma.
[318] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 91. — P. Jovii Hist. sui temp.,
l. II, p. 47. — Phil. de Comines, Mém., l. VIII, c. II, p. 266._
Si era fatto precedere dall'arcivescovo di Lione per pregare il papa di
aspettarlo in Roma, assicurandolo di essere un figlio ubbidiente della
Chiesa, desideroso di ravvicinarsi a lei, e che, siccome tutte le sue
intenzioni erano pacifiche, ogni difficoltà verrebbe tolta nella prima
conferenza[319]. Dall'altro canto il duca di Milano ed i Veneziani, per
tenere Alessandro fedele alla loro alleanza, gli avevano di già mandati
mille cavalleggeri, e due mila fanti. Stavano pure per aggiugnervi altri
mille uomini d'armi; ma conobbero non essere prudente consiglio il
mandare a tanta distanza i diversi loro corpi d'armata, ed in
particolare di darne uno tanto importante alla fede di un uomo che niun
giuramento poteva legare, e che anche in allora stava negoziando coi
loro nemici. Persuasero dunque il papa a ritirarsi, quando si
avvicinerebbe Carlo, ed infatti Alessandro VI, accompagnato dal collegio
de' cardinali, da dugento uomini d'armi, da mille cavalleggeri e da tre
mila fanti, uscì di Roma il 30 di maggio prendendo la strada di Orvieto,
mentre che il re vi entrò il primo di giugno[320].
[319] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 57._
[320] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 94. — André de la Vigne, Journal
de Charles VIII, p. 150. — Ber. Oricellarii de bello Ital., p. 73. —
An. Navagero Stor. Ven., t. XXIII, p. 1204. — P. Bembi, l. II, p.
33._
Carlo VIII non voleva parere in Roma nemico del papa, ed il papa dal
canto suo evitava qualunque ostilità. Castel sant'Angelo era difeso da
una numerosa guarnigione; ma in pari tempo aveva Alessandro lasciato in
Roma il cardinale di sant'Anastasio per ricevere con onore il monarca ed
offrirgli un alloggio nel Vaticano. Carlo non volle accettarlo, ed andò
a stare nel quartiere del Borgo[321].
[321] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 94._
Carlo VIII non si trattenne che tre giorni in Roma; e per quante ragioni
avesse di non essere contento del papa, invece di dare orecchio ai suoi
nemici, che proponevano di nuovo di farlo deporre, egli cercò di
addolcirlo, facendo consegnare ai di lui ufficiali le fortezze di Cività
Vecchia e di Terracina: conservò per altro quella di Ostia, che poi
consegnò al cardinale di san Pietro _ad Vincula_. L'armata era meno del
re disposta ad usare tanti riguardi; si diresse in tre colonne da Roma
alla volta della Toscana, e nel suo passaggio saccheggiò gran parte del
territorio della Chiesa, spogliò Toscanella, e ne uccise tutti gli
abitanti[322]. Di ciò spaventato, il papa ritirossi da Orvieto a
Perugia, con intenzione di fuggire ad Ancona, e di là per mare a
Venezia, se il re continuava qualche tempo ancora a tenergli dietro.
[322] _P. Jovii Hist., l. II, p. 37. — Fr. Guicciardini, l. II, p.
94. — André de la Vigne, Journal, p. 151. — P. Bembi Hist. Ven., l.
II, p. 34. — An. Eccl. Raynald, 1495, § 22 e 23, p. 444. — Arnoldi
Ferronii, l. I, p. 14._
Ma dopo di avere attraversato lo stato della Chiesa, Carlo VIII prendeva
la strada della Toscana. Il 13 di giugno entrò in Siena, dove aveva
ordinato a Filippo di Comines di andare a scontrarlo. Allorchè lo vide,
gli chiese ridendo se i Veneziani pensavano da vero a venire con lui a
battaglia; e sebbene il suo ambasciatore lo assicurasse che avevano in
armi quaranta mila uomini, non volle tenerne conto; «perchè tutta la sua
compagnia era formata di gioventù, e credevano che in fuori di loro niun
altro portasse le armi[323].» Infatti invece di avanzarsi rapidamente,
onde prevenire l'unione di tutti i suoi nemici, ed in particolar modo
de' Tedeschi, che più degli altri doveva temere, si trattenne sei giorni
in Siena, per occuparsi intorno alle turbolenze di quella città, dove il
monte del popolo e quello de' riformatori erano gelosi di quello dei
nove, e volevano forzarlo a licenziare una guardia di trecento uomini,
attaccata a lui solo[324]. Il signore di Lignì, della casa di
Lussemburgo, uno de' favoriti di Carlo VIII, s'immaginò di potere
approfittare di queste dissensioni per ottenere la sovranità di Siena.
In tale intrapresa l'incoraggiavano alcuni faziosi sienesi; ed il re,
che aveva più bisogno che mai di tutte le sue forze per sè medesimo,
lasciò non pertanto tre cento uomini a Siena, sotto il comando di
Gaucher de Tinteville, per custodia di questa pretesa sovranità di
Lignì. Fu questi effettivamente nominato capitano generale della
repubblica col soldo di venti mila fiorini all'anno, per compenso della
promessa del re di guarentire ai Sienesi tutto il loro territorio ad
eccezione di Montepulciano. Ma non era ancora venuta la fine di luglio,
che nuove sollevazioni avevano cacciati fuori di Siena il luogotenente
di Lignì, e tutti i Francesi[325].
[323] _Phil. de Comines Mémoires, l. VIII, c. II, p. 267._
[324] _Orl. Malavolti stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 101. —
Alleg. Allegretti Diari Sanesi, p. 847._
[325] _Or. Malavolti, p. III, l. VI, f. 101. — Fr. Guicciardini, l.
II, p, 95. — Mém de Phil, de Comines, l. VIII, c. II, p. 269. —
Alleg. Allegretti Diarii Sanesi, p. 849 e 853._
In pari tempo i Fiorentini avevano intavolate con Carlo VIII nuove
negoziazioni per ottenere, a norma delle fatte promesse, la restituzione
di Pisa. Perciò non gli offrirono solamente di pagare i trenta mila
fiorini che tuttavia gli dovevano in forza del precedente trattato, ma
inoltre di prestargliene settanta mila, e di farlo accompagnare fino ad
Asti da Francesco Secco, loro capitano, con tre cento uomini d'armi e
due mila fanti. Ove non avesse presa in considerazione che la politica,
Carlo VIII otteneva, accettando tali proposizioni, non leggeri vantaggi;
e perchè inoltre trattavasi di dare esecuzione agli obblighi di già
presi con giuramento, i suoi consiglieri non sapevano allegare verun
motivo in contrario. Pure i Pisani avevano inspirata tanta compassione a
tutti i capitani svizzeri e francesi, che si erano alcun tempo
trattenuti nella loro città, tanto sventurata era la sorte loro, e così
grande la fidanza loro nel re, che Carlo non sapeva risolversi a darli
nelle mani dei loro nemici: perciò, secondo aveva costume di fare quando
non sapeva risolvere, prese tempo a decidere. Ordinò agli ambasciatori
fiorentini di seguirlo a Lucca, promettendo che in quella città
terminerebbe la cosa con loro aggradimento[326].
[326] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 95. — Phil. de Comines Mém., l.
VIII, c. II, p. 268._
Carlo VIII non sapeva ancora quale strada prenderebbe per attraversare
la Toscana. I Fiorentini che non avevano troppe ragioni per essere di
lui contenti, non volevano averlo un'altra volta entro le proprie mura.
Erano in ispecial modo agitati dall'avviso che avevano avuto, che Pietro
de' Medici, fuggito da Venezia, aveva raggiunto Carlo VIII; che lo
accompagnava nella sua tornata, e che sperava di approfittare del suo
passaggio per Firenze onde farsi riporre nella perduta autorità. Una
lettera intercettata di Pietro de' Medici a Pietro Corsini più non
permetteva di porre in dubbio questo suo progetto; e l'esempio della
signoria domandata a Siena a favore del Lignì, accresceva questi timori.
I Fiorentini, che fino a quell'epoca avevano con istraordinaria pazienza
sopportate le ingiustizie, l'orgoglio e la negligenza del re de'
Francesi, mostrarono, per difendere la loro libertà, una inaspettata
fermezza. Essi sollecitamente si provvidero di armi e di soldati, che
fecero entrare nella loro città; barricarono tutte le strade, tranne una
sola; e, senza avere voluto entrare nella lega, chiamarono non pertanto
alcune truppe veneziane in loro ajuto[327]; all'ultimo fecero dichiarare
al re che, risoluti essendo di morire per la loro libertà, non solo mai
non permetterebbero a Pietro di rientrare in città, ma nemmeno di
attraversare il loro territorio. Carlo VIII cedette rispetto a questo
punto; ordinò a Pietro de' Medici di recarsi a Lucca, senza toccare il
territorio fiorentino, e Gherardo Corsini e Niccolò Pazzi lo
accompagnarono con un araldo d'armi, perchè quest'ordine fosse
eseguito[328].
[327] Lettere di Pietro Delfino ad Agostino Barbadigo doge di
Venezia, del 7, 17 e 21 giugno. _Rayn. An. Eccl., t. XIX, p. 444, §
24-26. — Bern. Oricellarii Comm., p. 75._
[328] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 213._
Intanto Carlo passò da Siena a Poggibonzi, ove trovò fra Girolamo
Savonarola, mandato dalla repubblica fiorentina come ambasciatore presso
di lui. Questo frate, facendo uso, come soleva, dell'autorità divina
invece de' motivi politici, rimproverò al re i disordini commessi dalla
sua armata, il suo disprezzo pei giuramenti dati sugli altari, la sua
negligenza nel riformare la Chiesa, al quale oggetto Iddio lo aveva
chiamato in Italia, e condotto quasi per mano. Lo avvisò che se non si
pentiva, se non mutava condotta, Dio non tarderebbe a punirlo
severamente: in appresso si credette di scorgere l'avveramento di queste
predizioni nella morte del Delfino. Carlo, turbato da queste profezie,
lasciò la strada di Firenze e prese quella di Pisa[329].
[329] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 98. — Vita del P. Savonarola, l.
II, § 15, p. 82. — Mém. de Comines, l. VIII, c. III, p. 270. — Scip.
Ammirato, l. XXVI, p. 214._
Appena giunto in questa città, si vide attorniato da un popolo
piagnente: gli uomini, le donne, i fanciulli si affollavano
inginocchiati intorno a lui, supplicandolo di salvarli; gli rammentavano
che andavano a lui debitori della loro libertà, che la fidanza loro
nella reale sua promessa gli aveva spinti a compromettersi interamente
coi Fiorentini; di modo che se intollerabile era il giogo che avevano
portato prima della rivoluzione, ancora più pesante diventerebbe in
avvenire, perchè i loro oppressori crederebbero di doversi vendicare.
Nello stesso tempo, trovandosi tutti gli ufficiali dell'armata
alloggiati presso i cittadini, ogni famiglia pisana si faceva intorno al
suo ospite, gli narrava i passati patimenti, a lui si raccomandava ed
implorava coi singhiozzi la sua misericordia. Omai tutti coloro che
successivamente erano stati dal re mandati a Pisa, avevano prese la
parte de' pisani, e si unirono agli abitanti della città per risvegliare
la compassione de' loro commilitoni. Non è possibile il figurarsi quanto
l'armata francese rimanesse commossa da tali preghiere, e con quanto
ardore quegli uomini, così duri e talvolta così feroci, abbracciarono la
causa de' Pisani. Il cardinale di san Malo, il maresciallo di Giè ed il
presidente, di Gannay, che sapevasi avere instato per la restituzione di
Pisa, furono minacciati dai soldati e dagli arcieri, ed accusati di
essersi lasciati vincere dal danaro de' Fiorentini. Cinquanta
gentiluomini della casa del re, portando le loro scuri al collo,
recaronsi a trovarlo nella camera, dove giuocava alle carte col signore
de Piennes; Sallezzard, uno di loro, si fece a parlare, stringendo il re
a favore de' Pisani, ed accusando di tradimento coloro che erano loro
contrarj: e piuttosto che lasciare per mancanza di danaro ridurre il re
ad un'azione che disonorerebbe il nome francese, offrì per parte di
tutta l'armata il condono de' soldi arretrati, ed inoltre le collane e
le catene d'argento di cui andavano ornati gli ufficiali. Se il re fosse
stato degno di così valorosa armata, avrebbe cercato di sbrigarsi
onorevolmente dalle contraddittorie promesse incautamente fatte, di
trattare ad eque condizioni un riconciliamento tra i Pisani ed i
Fiorentini, guarantendo la libertà dei primi, ed accordando qualche cosa
ai diritti degli altri, ed approfittando della circostanza che le
fortezze lo rendevano assoluto arbitro di Pisa, per non ordinare che
cose giuste e vantaggiose alle due parti. Invece di prendere una
risoluzione decisiva, il re mostrossi imbarazzato, ricusò ai Pisani
qualunque nuova promessa, e fece dire agli ambasciatori fiorentini, che
lo aspettavano a Lucca, di prendere la strada di Asti, ove lo
troverebbero[330].
[330] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 99. — Mém. de Phil. de Comines,
l. VIII, c. IV, p. 273. — P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 61. —
Arn. Ferronii de reb. ges. Gallor., l. I, p. 14. — Scip. Ammirato,
l. XXVI, p. 215. — Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 164. — André de la
Vigne, Journal de Charles VIII, p. 154._
Ma senza risolvere intorno all'avvenire, Carlo VIII soddisfece gli amici
de' Pisani colla scelta de' comandanti che diede alle fortezze della
città e del territorio, prendendoli tutti tra le persone affezionate a
Lignì, il grande avvocato de' Pisani. Diede il comando della fortezza,
di cui aveva mutata la guarnigione, a Rostecco di Balzacco, signore
d'Entragues, servitore del duca d'Orleans e del Lignì, che non era
riputato degno di tal carica. Lasciò sotto i suoi ordini le fortezze di
Librafratta, di Pietra Santa e di Mutrone. Confidò Sarzana al bastardo
de Roussi, servitore di Lignì, e Sarzanello ad un'altra creatura dello
stesso conte. Il re si riposò quattro giorni a Pisa, ove, siccome nelle
altre fortezze della Toscana, lasciò quei soldati, de' quali doveva in
breve sentire il bisogno per sè medesimo[331].
[331] _Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. IV, p. 274._
Intanto la posizione dell'armata francese facevasi ogni giorno più
difficile. In Lombardia avevano cominciato le ostilità, ed i Francesi
erano stati i primi. Avevano i Veneziani protestato che non avrebbero
attaccato il re nella sua tornata, e che soltanto si sarebbero tenuti
apparecchiati a difendere il duca di Milano contro chiunque avesse
intrapreso a nuocergli[332]. In questi frangenti il duca d'Orleans, che
soggiornava in Asti, sorprese Novara, e Carlo VIII n'ebbe avviso prima
che uscisse di Siena.
[332] _Ivi, c. II, p. 267._
Il re aveva ordinato al duca di Orleans di rispettare il territorio
milanese e di tenersi in Asti. Ma Lodovico Sforza, dopo la formazione
della lega, desiderava di strascinare i Veneziani nella guerra col
provocare il suo rivale. Fece partire da Milano settecento uomini d'armi
e tre mila pedoni, sotto il comando di Galeazzo Sanseverino, facendo
l'intima al duca d'Orleans di lasciare il titolo di duca di Milano,
titolo che il duca Carlo d'Orleans, padre dell'attuale, aveva pure
portato, siccome erede di Valentina Visconti; gl'intimò in pari tempo di
non permettere che scendessero altre truppe francesi in Italia, e di
affidare la custodia di Asti a Galeazzo Sanseverino, cui il re nel
precedente anno aveva accordato il suo ordine di Sammichele, indicandolo
con ciò, siccome persona di cui si fidava[333]. Il duca d'Orleans, lungi
dal lasciarsi sgomentare da tanta arroganza, e dal numero delle forze
che gli si diceva che la lega metteva in campagna contro di lui, fu il
primo ad entrare in guerra, attaccando la terra ed il castello di
Gualfinara nel marchesato di Saluzzo, e costringendo il Sanseverino a
ritirarsi a Non, castello del duca di Milano, non molto discosto da
Asti.
[333] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 96._
Frattanto lo Sforza, che si era obbligato a chiamare molte truppe
tedesche, non aveva spedito sufficiente danaro in quel paese per
assoldarle. L'armata del Sanseverino andava scemando a cagione delle
frequenti diserzioni, mentre che quella del duca d'Orleans ingrossava
ogni giorno pei rinforzi che riceveva dalla Francia: omai contava tre
cento lance, tre mila fanti svizzeri, ed altrettanti guasconi.
Trovandosi di già con un'armata assai più numerosa di quella dello
Sforza, diede orecchio alle suggestioni de' malcontenti novaresi, i di
cui capi, Opicino Caccia e Manfredo Tornielli, avevano a dolersi dello
Sforza a cagione di clamorose ingiustizie sostenute rispetto alle loro
proprietà. Questi due gentiluomini aprirono l'undici di giugno le porte
di Novara ai Francesi, e vi ricevettero il duca d'Orleans con tutta la
sua armata[334].
[334] _P. Jovii Hist. sui tem., l. II, p. 62. — Fr. Guicciardini, l.
II, p. 97. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gallic., l. VI., p. 162. —
Arnoldi Ferroni, l. II, p. 20._
La sorpresa di Novara empì di terrore tutto lo stato di Milano; e se il
duca d'Orleans si fosse subito avanzato colle sue truppe, avrebbe
probabilmente fatta nascere una rivoluzione in Lombardia. Il supposto
avvelenamento di Giovanni Galeazzo, aveva alienati tutti gli animi dal
Moro, e rendeva assai più amare le lagnanze eccitate dalla gravezza
delle imposte, e dalle ingiustizie del governo: ma il duca d'Orleans non
era ben informato della disposizione degli abitanti, nè delle forze del
suo avversario. Prima di compromettersi, credette necessaria
l'occupazione della fortezza di Novara, che non ebbe che sei giorni dopo
della città; tale ritardo fu la salvezza dello Sforza, avendo dato tempo
al Sanseverino di condurre la sua armata a Vigevano, di unirvi tutti i
rinforzi che potè raccogliere nel vicinato, ed all'ultimo di essere
raggiunto da un altro corpo d'armata che lo Sforza voleva spedire al
campo veneziano nel ducato di Parma, e da uno squadrone di Stradioti,
che gli cedette la signoria di Venezia. Mille cavalli e due mila pedoni
tedeschi raggiunsero pure il Sanseverino, ed il duca d'Orleans, non
avendo saputo approfittare del momento favorevole per attaccare, fu
ridotto a stare sulle difese, ed a chiudersi in Novara[335].
[335] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 97. — P. Jovii Hist., l. II, p.
63. — Phil. de Comines, l. VIII, c. IV, p. 276. — Fr. Belcarii
Comm., l. VI, p. 162._
La prima notizia della presa di Novara aveva fatto molto piacere al re
ed all'armata francese; ma quando si ebbe più circostanziata contezza
delle difficoltà in cui si trovava implicato il duca d'Orleans, i più
prudenti sentirono che la situazione del re diventava più difficile.
Pure Carlo VIII avanzavasi lentamente, volendo godere le feste che gli
si davano in tutte le città, e tutte gustare le adulatrici dimostrazioni
di ammirazione per le sue gesta. Il 23 di giugno era partito da Pisa
alla volta di Lucca, ed arrivò a Pontremoli soltanto il giorno 29[336].
Una delle ragioni che gli faceva così a rilento attraversare la Toscana
era l'impresa che meditava sopra Genova. I cardinali della Rovere e
Fregoso seguivano il campo di Carlo insieme con Ibletto dei Fieschi:
questi tre emigrati genovesi avevano nella forza del loro partito quella
confidenza, che inganna quasi sempre gli emigrati, onde promettevano,
quando si dasse loro un qualche corpo di truppe colle quali presentarsi
sotto Genova, di eccitarvi una rivoluzione. Lusingavansi di adunare
molti partigiani tra le montagne, sollevare le città e cacciare gli
Adorni. Invano i consiglieri del re gli rappresentavano quanto fosse
imprudente consiglio quello di dividere le sue forze, in tempo che ne
aveva appena quanto bastava per farsi strada a traverso alla Lombardia;
gli emigrati genovesi furono soli ascoltati, tanto più che Filippo,
conte di Bresse, pro zio del duca di Savoja, cui successe non molto
dopo, si valse dell'ascendente che aveva sullo spirito del re per
secondare quest'impresa, di cui volle egli stesso avere il comando. Il
re gli acconsentì di prendere cento venti lance francesi e cinquecento
fanti; i fratelli Vitelli di Città di Castello, che si erano posti al
soldo della Francia, ma che non avevano per anco raggiunta l'armata,
ebbero ordine di seguire Filippo di Bresse con dugento uomini d'armi e
con dugento cavalleggeri italiani. Giovanni di Polignacco, signore di
Belmonte, suocero di Comines, ed Ugo d'Amboise, barone d'Aubijoux,
furono posti sotto i suoi ordini: la flotta, comandata dal signore di
Miolans, ed in allora ridotta a sette galere, due galeoni e due fuste,
doveva secondarlo per mare, ed i due cardinali, avendo levata della
fanteria nello stato di Lucca, nella Garfagnana e nella Liguria,
condussero questa piccola armata fino alle porte di Genova. Ma ben lungi
dal potervi muovere qualche sollevazione, a stento poterono difendersi
contro Giovan Luigi dei Fieschi, che gl'inseguiva, e non giunsero in
Asti, che dopo avere perduta molta gente, salvandosi a traverso alle
montagne in mezzo ad infiniti pericoli: ed intanto la piccola flotta
francese fu disfatta in quello stesso golfo di Rapallo, ove pochi mesi
prima aveva ottenuta una vittoria[337].
[336] _André de la Vigne, Journal de Charles VIII, p. 154._
[337] _Agost. Giustiniani Ann. di Genova, l. I, p. 251. — Fr.
Guicciardini, l. II, p. 99 e 111. — P. Jovii Hist., l. II, p. 63, e
l. III, p. 76. — Phil. de Comines, l. VIII, c. V, p. 279. — Barthol.
Senaregae de reb. Gen., t. XXIV, p. 556. — Uberti Folietae, l. XII,
p. 670._
La vanguardia francese, condotta dal maresciallo di Giè e da Gian
Giacomo Trivulzio, aveva trovata la città di Pontremoli custodita da
quattrocento fanti del duca di Milano. Questa guarnigione avrebbe potuto
tenere lungamente, ed esporre l'armata nemica a dure privazioni, ma il
Trivulzio la persuase a capitolare ad onorevoli condizioni. Intanto
appena furono gli Svizzeri entrati in Pontremoli, che, sovvenendosi di
una contesa avuta con quegli abitanti in occasione del primo loro
passaggio, contesa nella quale erano periti quaranta de' loro
compatriotti, si fecero a dosso ai borghesi, uccidendo quanti ne
scontravano, ed appiccando il fuoco alle case. Con tale incendio
distrussero abbondanti magazzini di vittovaglie, nell'istante in cui
l'armata cominciava a sentirne il bisogno; ma la violazione della
capitolazione fu ancora più pregiudicevole che la distruzione de' granai
del nemico, perchè i contadini, più non fidandosi di uomini capaci di
così aperta violazione della data fede, lasciarono di recare viveri al
campo[338].
[338] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 99. — Phil. de Comines Mém., l.
VIII, c. V, p. 282. — Ar. Ferroni, l. I, p. 15._
Intanto il re si era posto in un piccolo villaggio al di là di
Pontremoli, mentre che il maresciallo di Giè aveva attraversate le
montagne coll'avanguardia, ed erasi accampato a Fornovo in faccia al
nemico: Contava di essere immediatamente seguito dal rimanente
dell'armata, ma Carlo VIII non volle internarsi nelle montagne, se prima
non era passata la sua artiglieria, e si trattenne cinque giorni in quel
villaggio presso Pontremoli, sebbene la sua armata soffrisse grandissima
penuria di viveri. Giovanni de la Grange direttore dell'artiglieria, ed
il signore de la Tremouille eransi incaricati di trasportare al di là
delle montagne tutto ii treno militare, e furono assai ben serviti dagli
Svizzeri, che, per far dimenticare gli eccessi commessi a Pontremoli,
lavorarono con molto zelo a tirare i carri de' cannoni a forza di
braccia. Eranvi quattordici pezzi di cannone di grosso calibro, molti
piccoli, ed un proporzionato numero di cassoni e di munizioni da guerra.
La montagna, sulla quale era stato negligentemente segnato un sentiere,
erto e scosceso, innalzavasi al di sopra di Pontremoli con assai ripido
declivio, che a stento praticavasi dai muli, indi colla stessa ripidità
scendeva in una valle per rimontare di nuovo. Gli Svizzeri si
attaccavano con lunghe corde a due a due fino in numero di dugento ad un
solo pezzo d'artiglieria, e dopo averlo strascinato fino alla sommità
della montagna, duravano ancora maggior fatica e si esponevano a più
grandi rischi nel ritenerlo scendendo. Molti operaj lavoravano su tutta
l'estensione della strada a rompere le rupi che chiudevano la strada, a
colmare i bassi fondi, a rialzare i cannoni rovesciati, o a ripararne
l'attiraglio. I soldati e gli uomini a cavallo si erano divise le
munizioni, e per quanto fosse aspra la montagna, per quanto
insopportabile il calore, veruno ponevasi in cammino senza essersi
caricato di palle, o di cartoccie, portando perfino cinquanta libbre.
Verun'armata non aveva per anco eseguita una così difficile spedizione,
nè sostenute tante fatiche. Finalmente cinque giorni dopo tutta
l'artiglieria trovavasi al di là del monte, e lo stesso re partì il
giorno tre di luglio per attraversarla passando per Berceto, Casi e san
Terenzo[339].
[339] _Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. VII, p. 287. — Journal
de Charles VIII, par André de la Vigne, p. 155._
La vanguardia del maresciallo di Giè, accampata a Fornovo, aveva
soltanto sei cento lance e mille cinque cento Svizzeri. L'armata dei
confederati, che si era adunata in vicinanza di Parma, ubbidiva a
Francesco Gonzaga, signore di Mantova, che, malgrado la sua giovinezza,
aveva opinione di essere uno de' migliori capitani; e gli erano stati
dati per consiglieri Luca Pisani e Marco Trevisani, provveditori
veneziani. Le truppe milanesi erano comandate dal conte di Cajazzo,
ajutato da Francesco Bernardino Visconti, commissario, ed uno de'
primarj capi ghibellini di Milano. Contavansi nella loro armata due mila
cinque cento uomini d'armi, e più di cinque mila cavalleggeri, la metà
de' quali erano Stradioti d'oltremare. Il preciso numero della
cavalleria riesce sempre difficile a calcolarsi in tutte le relazioni di
quest'epoca, perchè talvolta contavansi sei cavalli per lancia, talvolta
quattro e talvolta meno. Pietro Bembo, lo storico veneziano, tenta di
rappresentare l'armata della sua patria come più debole d'assai che non
lo era effettivamente, ed in tutto non dà al marchese Gonzaga che dodici
mila cavalli, ed altrettanti pedoni. Stando agli altri storici, eranvi
in tutto quasi quaranta mila uomini[340]. I confederati avrebbero
facilmente potuto occupare Fornovo; ma preferirono di porre il loro
campo alla Ghiaruola, tre miglia al di sotto di Fornovo, per attirare il
nemico in aperta campagna, e non isforzarlo a prendere il cammino di
Borgo di Val di Taro e del monte di Cento Croci, che, sebbene a traverso
di paesi aspri e difficili assai, pure l'avrebbe condotto fino in
vicinanza di Tortona[341].
[340] _P. Bembi Hist. Ven., l. II, p. 35. — Phil. de Comines, l.
VIII, c. V._
[341] _Fran. Guicciardini, l. II, p. 100. — Pauli Jovii Hist. sui
temporis, l. II, p. 64._
Il maresciallo di Giè, giunto a Fornovo, a così piccola distanza da
un'armata tanto superiore di forze alla sua, spedì al campo nemico un
trombetta, che chiese il libero passaggio per l'armata del suo re e
vittovaglie a moderati prezzi. In pari tempo Giè incaricò alcuni corpi
avanzati di riconoscere il paese nemico, ma vennero respinti dagli
Stradioti. In quel giorno i capitani italiani perdettero l'occasione più
opportuna di distruggere l'armata francese. Se attaccavano la
vanguardia, che in allora si trovava lontana più di trenta miglia dal
corpo di battaglia, l'avrebbero facilmente disfatta; ma essi non
conobbero la forza, o la distanza che separava i due corpi, e lasciarono
il tempo a Carlo VIII di arrivare coll'artiglieria e con tutte le sue
genti[342].
[342] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 100. — Phil. de Comines, l. VIII,
c. VII, p. 289. — Petri Bembi Hist. Ven., l. II, p. 36._
Anche dopo l'unione di tutta l'armata, la Francese era più debole assai
di quella degli alleati. Carlo VIII l'aveva sconsigliatamente
indebolita, staccandone varj corpi; il Comines non gli dà che nove cento
uomini d'armi, comprendendo anche la casa del re, due mila cinquecento
Svizzeri, ed in tutto sette mila uomini pagati. Ma potevano esservi di
più mille cinquecento uomini capaci di combattere, che seguivano il
treno della corte come servitori; onde il Comines soggiugne: «Il conte
di Pitigliano, che gli aveva contati meglio di me, diceva che in tutto
eranvi nove mila uomini, e me lo disse dopo la nostra battaglia di cui
si parlerà[343];» e non era che il quarto dell'armata italiana. Inoltre
la mancanza dei viveri nel passaggio della montagna e la sostenuta
fatica avevano spossati i Francesi; e per ultimo l'armatura e
l'inusitata maniera di combattere degli Stradioti loro inspiravano
qualche terrore.
[343] _Phil. de Comines, l. VIII, c. II, p. 267._
Il re giunto a Fornovo la domenica, 5 luglio, verso il mezzogiorno,
scoprì dall'altura ch'egli occupava il campo nemico come il suo. Stavano
ambidue sulla destra sponda del Taro, fiume che scende dalle montagne di
Genova per scaricarsi nel Po. Per proseguire il loro viaggio i Francesi
dovevano passare sulla sinistra del Taro; ma il marchese Gonzaga, invece
di occupare quella riva, aveva stabilito di accamparsi dalla stessa
banda che i Francesi, ed alquanto più basso, presso Oppiano, onde
conservare una facile comunicazione con Parma, ed impedire ai Francesi
di gettarsi in questa città. Le colline, disposte in forma d'anfiteatro,
lasciavano tra esse ed i due campi un largo piano coperto di ghiaja, e
che serviva talvolta di letto al torrente, ma di cui non occupava
ordinariamente che una piccola parte. Potevasi sempre guadare, quando
non veniva ingrossato con estrema rapidità dalle piogge delle montagne;
ma in allora volgeva grossi massi di pietra con grandissimo fracasso, e
rompeva ogni comunicazione tra le due sponde. Una piccola foresta
stendevasi sulla destra del Taro dal campo veneziano fino a breve
distanza dal campo francese, e cuopriva gli Stradioti, quando si
avvicinavano per scaramucciare[344].
[344] _P. Jovii, l. II, p. 65. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 101. —
Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. IX, p. 295. — Fr. Belcarii, l.
VI, p. 167. — Bern. Oricellarii de Bello Ital., p. 77._
I Francesi avevano in Fornovo trovate molte vittovaglie, di cui avevano
estremo bisogno; ma perchè inclinavano a credere gl'Italiani capaci di
ogni sorta di perfidia, temettero per qualche tempo che que' viveri
fossero avvelenati, e non osarono di valersene, finchè non gli ebbero
più oltre sperimentati coi loro cavalli. Le ricche campagne della
Lombardia stendevansi a vista d'occhio, ma prima di giugnervi d'uopo era
venire a battaglia: il marchese Gonzaga, accampandosi in tanta
vicinanza, faceva pienamente conoscere la sua intenzione di azzuffarsi;
perciocchè non potevasi a meno di non passare innanzi a lui, non avendo
la valle che quella sola uscita; e la grandezza del suo accampamento
atterriva anche i più audaci, tanto più che, secondo il costume
italiano, abbracciava un vasto spazio al di là delle tende affinchè
tutta l'armata potesse schierarvisi in ordine di battaglia.
Filippo di Comines era di fresco tornato da Venezia; conosceva tutti i
capi dell'armata nemica, e si era da loro allontanato amichevolmente. Il
re desiderò che ricominciasse con loro qualche negoziato, e gli ordinò
di scrivere ai due provveditori veneziani. Per altro non potè risolversi
a proporre verun soggetto d'accomodamento[345]. Il Gonzaga dal canto
suo, quando ricevette il trombetta del maresciallo di Giè, aveva
consultato se convenisse compromettere tutte le forze d'Italia per
trattenere e ridurre alla disperazione un nemico che fuggiva. I capi
della sua armata, incerti tra l'onore e la prudenza, non avevano potuto
accordarsi in una sola sentenza; avevano domandati nuovi ordini a Milano
ed a Venezia; ed i loro governi avevano convenuto di permettere al re di
ritirarsi senza venire alle mani: ma gli ambasciatori di Spagna e di
Germania, sperando che i loro padroni coglierebbero i frutti della
guerra senza esporsi a verun pericolo, avevano invano rappresentato che
sarebbe compromesso l'onore delle armi italiane, quando non osassero di
combattere un nemico così debole, e che i Francesi non Tarderebbero a
rivalicare le Alpi, quando avessero tale caparra che gl'Italiani mai non
ardissero tener loro testa[346].
[345] _Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. IX, p. 298._
[346] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 101._
I provveditori veneziani non vollero perciò assolutamente rigettare le
aperture loro fatte dal Comines: risposero che il duca d'Orleans
attaccando Novara aveva cominciate le ostilità, che dopo questo fatto le
disposizioni loro non erano più così pacifiche; pure che uno di loro
recherebbesi di buon grado nel susseguente giorno a metà strada delle
due armate per incontrare il negoziatore francese. Questo riscontro ebbe
il Comines la sera della domenica. I Francesi si tennero quella notte
nel loro campo pieni di sospetti, sia a motivo di due movimenti fatti
dagli Stradioti, contro i quali non eransi abbastanza cautamente posti
in su le guardie, o sia a cagione di una burrascosa pioggia, mista di
lampi e di tuoni, che di già cominciava a gonfiare il Taro: lo scoppio
del folgore eccheggiava tra le gole degli Appennini, mentre che il
torrente colle sue onde travolgeva con gran fracasso i sassi[347].
[347] _Mém. de Comines, l. VIII, c. IX, p. 299. — Fr. Guicciardini,
l. II, p. 102._
All'indomani, lunedì 6 luglio, il re, di già armato ed a cavallo, fece a
sette ore del mattino chiamare a sè il Comines, e lo incaricò di andare
col cardinale di san Malo a dichiarare ai Veneziani, che altro non
voleva che proseguire il suo viaggio, senza fare nè ricevere danno.
Nello stesso tempo attraversò il Taro in faccia a Fornovo, per
continuare a scendere lungo la riva sinistra, e passare avanti al campo
veneziano che lasciava sulla riva destra ad un quarto di lega di
distanza. Le truppe leggeri scaramucciavano su tutti i punti, ed il
cannone cominciò a tirare nell'istante in cui la lettera del Comines e
del cardinale di san Malo giunse in mano de' provveditori veneziani. Non
pertanto mostrarono tuttavia qualche desiderio di entrare in
negoziazione; ma il conte di Cajazzo gridò che non era più tempo di
parlamentare, e che i Francesi erano di già vinti a metà. Uno de'
provveditori, ed il marchese di Mantova furono dello stesso parere;
fecero tacere coloro che volevano ancora parlare, e cominciò la
battaglia[348].
[348] _Mém. de Comines, l. VIII, c. X, p. 305._
L'avanguardia francese era comandata dal maresciallo di Giè e da Gian
Giacomo Trivulzio: aveva alla testa tre cento cinquanta uomini d'armi, i
migliori dell'armata, dietro ai quali venivano tre mila Svizzeri,
comandati da Engelberto di Cleves, fratello del duca di Nevers, dal
balivo di Digione, e da Lornay, scudiero maggiore della regina,
finalmente erano sostenuti da tre cento arcieri della guardia, che per
ordine del re erano scesi da cavallo. Il re, che comandava la battaglia,
lasciò partire quest'avanguardia, mentre ch'egli attraversava il fiume,
di modo che era di già arrivata a fronte del campo italiano, quand'egli
trovavasene tuttavia molto lontano. Guinol di Lousieres, uno de' maestri
della casa del re, e Giovanni de la Grange, balivo d'Auxonne, avevano il
comando dell'artiglieria. Gilles Caronnel di Normandia portava lo
stendardo dei cento gentiluomini della guardia, ed Aymar di Prie quello
de' pensionarj. Erano diretti dal signor di Crussols dugento balestrieri
a cavallo, dugento arcieri francesi e gli Scozzesi. Claudio de la
Chastre comandava il corpo di battaglia sotto il re, e lo assisteva co'
suoi consiglj. Per ultimo la retroguardia era comandata dai signori de
la Guise e de la Tremouille. Tutti gli equipaggi, portati da circa sei
mila bestie da soma, furono spediti per la strada della montagna a
sinistra, sotto gli ordini del capitano Odet di Riberac, ma senza truppe
che li cuoprissero[349].
[349] _Andrè de la Vigne Journal de Charles VIII, p. 158. — Phil. de
Comines, l. VIII, c. XI, p. 307. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 103.
— P. Jovii, l. II, p. 68. — Arn. Ferronii, l. I, p. 16._
L'armata italiana aveva fin allora tenuto d'occhio i movimenti de'
Francesi, ed aveva lasciato che si stendessero sulla ghiaja; ma quando
furono in piena marcia, e che i loro tre corpi si furono tanto
allontanati gli uni dagli altri da non potere più sostenersi a vicenda,
Francesco Gonzaga ordinò l'attacco. Mentre che il re discendeva sulla
riva sinistra del Taro, il Gonzaga rimontava la riva destra; aveva
occupato Fornovo, di dove erano appena partiti i Francesi, e colà passò
il fiume dietro a loro in testa a seicento uomini d'armi, il fiore di
tutta l'armata, di un grosso squadrone di Stradioti e di cinque mila
fanti. Lasciò sulla sinistra Antonio di Montefeltro, figlio naturale del
precedente duca d'Urbino, con una gagliarda riserva per assecondarlo in
caso di bisogno: aveva ordinato che quando egli fosse venuto alle mani
colla retroguardia, passasse il fiume alquanto più basso un altro
squadrone di Stradioti e venisse a percuotere in sul fianco dell'armata
francese, e che un terzo, tenendo la sinistra dal canto delle montagne,
seguisse gli equipaggi, che il capitano Odet cercava di allontanare. Da
un altro canto il conte di Cajazzo con quattrocento gendarmi e due mila
fanti passò il Taro in faccia all'avanguardia francese per attaccarla di
fronte. Lasciò sull'altra riva Annibale Bentivoglio con un corpo di
riserva di dugento uomini d'armi; finalmente ai provveditori Veneziani
fu affidata la custodia del campo con due forti compagnie di uomini
d'armi e mille fanti. In tal modo apparecchiavansi i Veneziani ad
attaccare nello stesso tempo l'armata francese alla testa, alla coda
e di fianco; ma, accostumati alle battaglie d'Italia, nelle quali
uno squadrone si presentava dopo l'altro, ed aspettava sempre di
essere sostenuto da truppe fresche, trascurarono di adoperare
contemporaneamente tutte le loro forze; indebolirono la loro armata con
grosse riserve, che rimasero al di là del fiume, ed il loro più grande
mancamento fu quello di non regolare da principio la marcia delle
riserve, perchè giugnessero successivamente sul luogo della
battaglia[350].
[350] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 104. — P. Jovii, l. II, p. 69. —
Barth. Senaregae de reb. Gen., t. XXIV, p. 554. — P. Bembi, l. II,
p. 38. — An. Navagero Stor. Venez., p. 1205._
Intanto l'attacco del marchese di Mantova veniva diretto con somma
bravura; al primo urto de' suoi uomini d'armi con quelli della
retroguardia francese, tutte le lance si spezzarono, ed i due corpi si
mischiarono per battersi colle mazze d'armi e collo stocco. Il re, che
in quell'istante stava armando de' cavalieri nel corpo di battaglia,
avvisato dal rumore che udiva farsi in sul di dietro, fece dar volta al
suo campo d'armata, ed accorse in ajuto della sua retroguardia. Andava
in tal modo sempre più allontanandosi dalla sua vanguardia, che, durante
questa marcia retrograda, seguitava ad avanzarsi lungo le ghiaje del
fiume. Ognuno correndo più o meno velocemente in ragione del proprio
desiderio d'entrare in battaglia, il re si trovò quasi solo, mentre che
un altro corpo nemico, che aveva passato il fiume di fianco a lui, non
gli era omai distante più di cento passi. Il bastardo di Borbone, che
gli stava a canto, essendosi spinto contro questi nuovi nemici per
caricarli, fu trasportato dal proprio cavallo in mezzo a loro e fatto
prigioniere. Carlo VIII, per quanto fu detto, in questo frangente si
condusse con somma intrepidezza, gettandosi arditamente dove la mischia
era più calda, incoraggiando i suoi soldati, e mostrandosi persuaso
d'avere gli ajuti del cielo[351].
[351] _De Comines Mém., l. VIII, chap. XI, p. 308. — P. Jovii Hist.
sui tem., l. II. p. 68._
I Francesi, attaccati da forze infinitamente superiori, non avrebbero
probabilmente potuto resistere a lungo, se mille cinquecento Stradioti
avessero eseguiti gli ordini loro dati di mischiarsi agli uomini d'armi;
quando l'ordinanza di questi era rotta, gli Stradioti colle lunghe loro
sciable trovavansi avvantaggiati tra i cavalieri armati di lance, ed
avrebbono fatta un'orribile carnificina di cavalieri francesi. Ma in
mezzo alla battaglia, quelle truppe leggeri si avvidero che i loro
camerata, avendo svaligiato l'equipaggio de' nemici, stavano dividendo
una così ricca preda, mentre essi non si vedevano innanzi che pericoli.
Tutti gli Stradioti lasciarono subito la battaglia per farsi addosso al
convoglio caduto in potere de' soldati, e bentosto molti pedoni ed anche
uomini d'armi presero la stessa via. Francesco Gonzaga, abbandonato da
coloro ne' quali aveva riposta la sua maggiore fiducia, perdette in
breve tutto il vantaggio che aveva avuto in principio dell'azione. Suo
zio, Rodolfo Gonzaga, era stato ucciso ne' primi istanti della mischia,
onde non aveva potuto eseguire la commissione che gli era stata data di
far avanzare Antonio di Montefeltro, il quale, non ricevendo verun
avviso, si tenne immobile. All'ultimo Francesco Gonzaga venne respinto;
i suoi cavalieri, fuggendo, attraversarono il fiume, altri per
riguadagnare il proprio campo, ed altri per entrare in Fornovo; dietro
ai quali correndo la guardia francese a briglia sciolta, s'allontanò
tanto dal re, che questi per la seconda volta trovossi separato dalla
sua gente, ed esposto a grandissimi pericoli[352].
[352] _Mémoir. de Comin., l. VIII, chap. XI, p. 309. — Fr.
Guicciardini, l. II, p. 105. — P. Jovii, l. II, p. 71. — P. Bembi,
l. II, p. 38._
Nello stesso tempo il conte di Cajazzo aveva caricata la vanguardia
francese, ma non così caldamente. Giunto a fronte degli uomini d'armi
francesi, volse le spalle senza abbassare una lancia, e cominciò a
fuggire, forse sperando di farsi inseguire, onde così sempre più
allontanare la vanguardia dal luogo in cui combatteva il re; almeno così
sospettò il maresciallo di Giè, il quale, sebbene con molto stento,
contenne i suoi uomini d'armi, che volevano dare addosso ai fuggiaschi.
Il re, rimasto alcuni istanti solo fra le due truppe, si trovò
circondato ed attaccato da alcuni cavalieri, che mentre si ritiravano
lungo le ghiaje del fiume si avvidero del suo isolamento. Pure Carlo
VIII fu opportunamente soccorso da una banda di gentiluomini che
venivano a raggiugnerlo. Bentosto la retroguardia, che aveva inseguito
il nemico fino a Fornovo, diede addietro per accostarsi al re; ed allora
continuarono tutti assieme a discendere sulla sinistra del Taro, per
unirsi al corpo del maresciallo di Giè[353].
[353] _Mémoir. de Comines, l. VIII, chap. XII, p. 313._
Questi si vedeva a fronte, sull'opposta sponda del fiume, il conte di
Cajazzo, che aveva raggiunta la sua riserva, e che poco dopo venne pure
ingrossato dal marchese Gonzaga con tutti coloro che si erano ritirati
alla volta di Fornovo. L'armata italiana era tuttavia più numerosa assai
che non la francese; pure nel consiglio di questa si consultò se dovesse
attaccare il nemico. Gian Giacomo Trivulzio, Camillo Vitelli e Francesco
Secco, condottieri italiani al servigio del re, volevano che si
approfittasse degli ottenuti vantaggi per avere intera vittoria, che si
ripassasse il Taro, che si attaccasse il campo italiano sull'opposta
riva, e che si approfittasse del terrore, di cui apparivano manifesti
segni nelle schiere nemiche. Facevano questi generali osservare che la
strada di Parma era tutta coperta di gente, lo che dava a conoscere che
molti fuggiaschi avevano di già abbandonato il campo, e cercavano di
salvarsi da quella banda. Ma i capitani francesi, che mal conoscevano le
strade, che difficilmente s'inducevano a credere compreso da terrore un
così grande esercito, e che vedevano i proprj cavalli e soldati
affaticati, non vollero esporsi a perdere i conseguiti vantaggi. Dopo
qualche disamina il re andò ad alloggiare in un villaggio presso al
Taro, alquanto al di sotto del luogo in cui erasi data la battaglia,
ponendosi in una piccola casa al coperto della pioggia, che aveva
continuato tutto il giorno[354].
[354] _Phil. de Comines Mém., l. VIII, ch. XII, p. 318. — Fr.
Guicciardini, l. II, p. 107. — Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II,
p. 72. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VI, p. 169. — An.
Ferroni, l. I, p. 17._
L'urto tra gli uomini d'armi del marchese di Mantova e la retroguardia
francese non era durato più d'un quarto d'ora, e più di tre quarti i
secondi inseguirono i nemici: tanto l'impeto francese e la violenza
delle cariche degli uomini d'armi aveva confusa la tattica italiana. I
vincitori non perdettero più di dugento uomini, i vinti circa tre mila
cinquecento. Moltissimi cavalieri, atterrati nel primo urto, furono
uccisi in terra a colpi di scuri dai servitori dell'armata, ed i pedoni,
separati dalla loro cavalleria, furono tagliati a pezzi: fra gl'Italiani
uccisi in quest'azione si contarono Rodolfo di Gonzaga, zio del
marchese; Rannuccio Farnese, Giovanni Piccinino, nipote del famoso
Niccolò; Galeazzo di Coreggio, Roberto Strozzi ed Alessandro Beroaldi.
Bernardino di Montone, nipote del gran Braccio, erasi pure lasciato tra
gli estinti, ma guarì dalle sue ferite[355]. I Francesi non fecero un
solo prigioniere per la stessa ragione che li dissuadeva dal difendere i
proprj equipaggi e dallo spogliare i nemici. Erano essi in troppo piccol
numero, e troppo lontani dal loro paese, per far cosa che potesse in
qualunque modo ritardare il loro cammino. Più volte in tempo della
battaglia si udirono gridare: _Risovvengavi di Guinegales_!
Effettivamente in questo luogo avevano perduta una vittoria di già
conseguita, per essersi sbandati a saccheggiare[356].
[355] _Rosmini Ist. di Gio. Giacomo Trivulzio, l. VI, p. 250. —
Frane. Guicciardini, l. II, p. 107. — P. Jovii, l. II, p. 73. —
André de la Vigne, Jour. de Charles VIII, p. 166. — P. Bembi Ist.
Ven., l. II, p. 38. — Bern. Oricellarius, p. 75-83._ Ma questi, per
tenere uno stile più classico, sopprime tutte le circostanze che
aggiugnerebbero verità al suo racconto.
[356] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 107. — Phil. de Comines, l. VIII,
ch. XII, p. 315._
Il terrore nel campo degl'Italiani era più grande assai che non potevano
supporlo i Francesi. La prodigiosa perdita fatta dai primi in così breve
tempo aveva colpito la loro immaginazione, e durante la notte si ottenne
a stento di trattenere i soldati, che volevano tutti fuggire a Parma. Il
conte di Pitigliano, fatto prigioniere a Nola, e che veniva condotto dal
re dietro l'armata col conte Virginio Orsini, suo cugino, essendo
fuggito in tempo della battaglia, e salvatosi nel campo veneziano,
contribuì potentemente a calmarli. Egli tenne dietro al fuggiaschi quasi
due ore per richiamarli alla battaglia, gridando _Pitigliano_, Se gli
fosse riuscito di riunirli, teneva per fermo che un nuovo attacco
avrebbe ruinato i Francesi senza riparo. Egli aveva infatti veduto il
disordine del loro campo, ed aveva conosciuto che la loro ordinanza di
battaglia era stata più che altro opera dell'accidente, e che un solo
urto di cavalleria, dagl'Italiani mal sostenuto, aveva decisa la sorte
della battaglia. Egli sapeva che i Francesi non erano affatto sicuri
della loro ritirata, e che sarebbe facile il far loro provare quello
stesso terrore che avevano incusso ne' loro nemici. Ma tutti i suoi
sforzi altro non ottennero che d'impedire la dispersione dell'armata;
non già di ridurli ad un nuovo attacco, che egli avrebbe voluto tentare
durante la notte. Altronde la continua pioggia aveva finalmente gonfiato
il Taro, e di già questo torrente rendeva difficile l'avvicinamento
d'un'armata all'altra[357].
[357] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 109. — Mém. de Comines, l. VIII,
c. XII, p. 318. — P. Jovii, l. II, p. 72 e 74. — P. Bembi Ist. Ven.,
l. II, p. 38._
Nel giorno 7 il re si accampò a Medesana, un miglio al di sotto al luogo
in cui aveva passata la notte. Nello stesso tempo incaricò il Comines di
ricominciare, s'era possibile, le negoziazioni, perciocchè desiderava di
ritirarsi tranquillamente; lo che non poteva fare con piena sicurezza in
vicinanza d'una armata più numerosa assai della sua. Per trattare di
conserva col Comines nominava il cardinale di san Malo, il maresciallo
di Giè e Lodovico di Allewin, signore di Piennes. I commissarj italiani
furono il marchese di Mantova, il conte di Cajazzo ed i due provveditori
veneziani. Erano da ambo le parti i più ragguardevoli personaggi delle
due armate; ma la difficoltà consisteva nel riunirli. Avanzaronsi gli
uni e gli altri dal canto loro sulle ghiaje del torrente; ma niuno osava
di passare il fiume, soverchiamente ingrossato dalle pioggie, e che
volgeva le onde con tanto fracasso, che non era altrimenti possibile
l'intendersi dall'una all'altra riva. All'ultimo il Comines con
Robertet, segretario del re, si recò presso i Veneziani, ma era
incaricato soltanto di proporre una conferenza. In quest'abboccamento si
parlò della precedente battaglia, e credendo il marchese di Mantova che
suo zio fosse ancora vivo, lo raccomandò al Comines insieme a tutti gli
altri prigionieri: ma il Comines si guardò dal rispondere che i Francesi
non avevano dato quartiere a veruna persona. Si convenne di avere
un'altra conferenza verso sera, ma i Veneziani fecero in appresso
avvisare il Comines di protrarla fino all'indomani, per non arrischiare
di scontrarsi negli Stradioti, che non eransi potuti assoggettare a
veruna disciplina. Il re non aveva intenzione d'aspettare il giorno
susseguente. Un'ora prima dell'alba i trombettieri suonarono col grido
consueto: _faites bon guè_[358]. Era questo il segno convenuto, perchè
tutti montassero a cavallo, e si avviassero alla volta di Borgo san
Donnino[359].
[358] Fate buona guardia.
[359] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XIII, p. 322. — André de la
Vigne, Journ. de Charles VIII, p. 166 — P. Jovii, l. II, p. 75._
Questa notturna partenza, volgendo le spalle al nemico, era propriamente
fatta per seminare il terrore nell'armata. Trattavasi d'attraversare un
paese alpestre prima di raggiugnere in sul piano la strada maestra; e
siccome, a cagione della negligenza del grande scudiere, l'armata
partiva senza guide, si smarrì. Ma i fuochi lasciati dai Francesi nel
campo ingannarono i Veneziani, i quali non s'avvidero che a mezzogiorno
della loro partenza. Le pioggie, che sempre continuavano, avevano
talmente gonfiato le acque del torrente, che fino alle quattro ore niuno
s'arrischiò di varcarlo. All'ultimo lo attraversò il conte di Cajazzo
con dugento cavalli italiani, perdendo uno o due uomini. Questo felice
accidente diede tempo al Francesi di fare sei miglia all'incirca in un
paese disuguale, nel quale potevano essere assai molestati, e di
giugnere in una vasta pianura, ove la loro vanguardia, l'artiglieria e
gli equipaggi, partiti alcune ore prima di loro, gli aspettavano[360].
[360] _Mém. de Comines, l. VIII, p. 328._
Un'armata, che si ritira in faccia al nemico, non tarda a scoraggiarsi
anche dopo avere ottenuti prosperi successi. La retroguardia, giugnendo
in sul piano, fu atterrita vedendo il corpo d'armata che la stava
aspettando, in mezzo al quale lo stendardo del Trivulzio le sembrò
quello del marchese di Mantova. Nè la vanguardia provò minore spavento
nel vedere avvicinarsi la retroguardia, finchè gli esploratori delle due
parti non si furono riconosciuti. I Francesi erano appena giunti a san
Donnino, quando un falso allarme li costrinse ad uscirne; lo che
preservò questa terra dal saccheggio, che gli Svizzeri avevano di già
cominciato[361].
[361] _Journ. d'André de la Vigne, p. 167._
La prima notte il re dormì a Firenzuola, e la seconda presso alla
Trebbia, al di là di Piacenza; ed era colà giunto senza essere molestato
dalla cavalleria leggiera del nemico. Suppose di non essere più esposto
a verun pericolo, e ben fece passare la Trebbia che ad una parte della
sua armata, lasciando sull'altra sponda quasi tutta l'artiglieria con
dugento lance e cogli Svizzeri per custodirla. Per dividere così i
soldati non aveva avuto altro motivo che quello di trovare per tutti più
comodi alloggiamenti. Ma i fiumi d'Italia sono soggetti a così subite
escrescenze d'acque, che non si può mai far capitale dei guadi già
riconosciuti. Alle dieci ore della sera il fiume sollevossi rapidamente
a tanta altezza, a motivo delle pioggie cadute negli Appennini, che non
sarebbe stato possibile d'attraversarlo nè a piedi nè a cavallo. Più non
era in arbitrio d'una metà dell'armata il dare soccorso all'altra; e non
pertanto il nemico trovavasi vicino assai, perciocchè il conte di
Cajazzo era entrato in Piacenza, di cui aveva accresciuta la
guarnigione. I Francesi sull'una e sull'altra riva cercarono tutta la
notte con estrema inquietudine alcun mezzo di comunicazione, senza
poterne scoprire alcuno; finalmente verso le cinque ore del mattino le
acque cominciarono da sè medesime a abbassarsi; allora i soldati si
affrettarono di stendere delle corde dall'una all'altra sponda, onde
sostenere le persone a piedi, che guadarono il fiume, entrando
nell'acqua fin sopra allo stomaco; ed in tal modo poterono riunirsi i
due corpi d'armata, che il re già si pentiva d'avere separati[362].
[362] _Phil. de Comines, l. VIII, chap. XIII, p. 330. — Fr.
Guicciardini, l. II, p. 110. — André de la Vigne, Journal, p. 168._
Il conte di Cajazzo aveva trovati in Piacenza cinquecento fanti
tedeschi, gli unì ai cavalleggeri che seco aveva condotti, ed avendo
raggiunta alla Trebbia l'armata francese, più non lasciò di molestarla
nella sua ritirata, mentre dirigevasi per Castel san Giovanni, Voghera,
Tortona e Nizza di Monferrato. I provveditori veneziani non vollero
permettere che la loro armata si accostasse mai tanto a quella di Carlo
da dare un'altra battaglia. Pure quanto più i Francesi s'andavano
avvicinando al paese in cui speravano finalmente di trovare piena
sicurezza, meno vogliosi si mostravano di combattere[363]. La loro
ritirata venne soltanto coperta da trecento Svizzeri armati di
colombrine e d'archibugi a cavalletto. Costoro aspettavano gli Stradioti
fino a mezzo tiro delle loro armi con una flemma dalla quale mai non si
dipartirono, e li facevano dare addietro con un fuoco ben mantenuto. I
Francesi mostravano minor sangue freddo nell'affrontare il pericolo, ma
soffrivano pazientemente i disagi di una penosissima ritirata. Gli
alloggiamenti più non venivano distribuiti dai forieri; ognuno
collocavasi meglio che poteva, senza cagionare disturbi nè contese; non
si ottenevano i viveri che con estrema difficoltà; e senza l'opinione
grandissima che aveva Gian Giacomo Trivulzio presso il partito guelfo di
Lombardia, l'armata avrebbe sofferta una crudel fame. Ciò che più
tormentava i soldati era la mancanza d'acqua. Camminavano nel cuore
della state, e, per ispegnere la sete che li divorava, entravano fino
alla cintura nelle fosse fangose delle piccole città e de' villaggi. I
primi che vi giugnevano trovavano pure dell'acqua ancora limpida, ma la
folla de' soldati, de' servi e de' cavalli che li seguiva, esauriva in
breve quei fossi, o ne corrompeva le acque con un fango infetto[364].
[363] _Mém. de Comines, l. VIII, chap. XIII, p. 332._
[364] _Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. XIV, p. 334. — Bern.
Oricellarii de bello Italico, p. 86._
Il re partiva sempre prima che facesse giorno, e camminava fino a
mezzodì; allora tutti si cercavano alla meglio qualche ricovero, e tanto
i signori che i servi erano forzati a cercarsi i viveri ed i foraggi pei
proprj cavalli. Il Comines, che dice essere uno di coloro che soffrirono
meno degli altri, e che era oramai vecchio, fu due volte costretto a
cercare egli stesso il foraggio pel suo cavallo e ad accontentarsi d'un
tozzo di cattivo pane. Ma il Comines, che aveva accompagnato il duca di
Borgogna in difficilissime guerre, ove per altro le truppe mai non
avevano sofferto altrettanto, non poteva abbastanza ammirare la pazienza
ed il lieto umore di quei soldati francesi che mai non si lagnavano.
L'armata era forzata a camminare lentamente a cagione della grossa
artiglieria; ad ogni istante o i carri si rompevano, o mancavano i
cavalli; ma non eravi un solo cavaliere che rifiutasse di mettere mano
al lavoro, o di prestare il suo cavallo per tirare un cannone da un
cattivo passo; di modo che in così penoso viaggio non si perdette un
solo pezzo d'artiglieria, nè una libbra di polvere. Finalmente il
mercoledì, 15 di luglio, otto giorni dopo la loro partenza da Medesana,
i Francesi, che il giorno 14 eransi trattenuti presso le mura
d'Alessandria, giunsero in Asti, ove si videro nello stesso tempo in
luogo di sicurezza e di riposo, ed in una città abbondantemente
provveduta di vittovaglie[365].
[365] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XIV, p. 337. — André de
la Vigne Journal des Charles VIII, p. 170. — Fr. Guicciardini, l.
II, p. 111. — P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 76._
Il duca d'Orleans non aveva potuto tornare ad Asti per ricevere Carlo
VIII; egli erasi chiuso in Novara, ed aveva colà riunite tutte le truppe
che di mano in mano erano giunte dalla Francia. La di lui armata
trovavasi in ottimo stato e bene disciplinata; e tra Svizzeri e Francesi
ammontava a settemila cinquecento uomini che ricevevano paga. Ma il
duca, fidando nella ricchezza e fertilità della provincia, invece di
formare altri magazzini in Novara, aveva lasciati dilapidare quelli che
vi trovò quando la sorprese. L'armata del duca di Milano era venuta ad
assediarlo, prima che avesse potuto riparare così grave mancamento, e
quella de' Veneziani, che si era battuta coi Francesi a Fornovo, invece
d'inseguire Carlo VIII, aveva raggiunti gli assedianti. Perciò quando il
duca d'Orleans seppe che il re era arrivato in Asti, lo mandò a pregare
d'affrettarsi a liberarlo[366].
[366] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XIV, p. 338. — Fr.
Guicciardini, l. II, p. 111. — P. Bembi, l. II, p. 41. — P. Jovii,
l. III, p. 93. — Bern. Oricellarii Comm., p. 87._
Ma nè Carlo VIII, nè i suoi soldati avevan troppa voglia di combattere:
il re dopo pochi giorni passò da Asti a Torino per cercar di trattare
coi confederati, valendosi della mediazione della duchessa reggente di
Savoja. I confederati desideravano pure d'ottenere una buona pace, ed
avrebbero veduto con piacere incaricato delle negoziazioni il Comines;
ma gl'intrighi di corte e la gelosia del cardinale di san Malo non lo
permisero; e perchè le due parti temevano egualmente di fare le prime
proposizioni, il re mandò il balivo di Digione agli Svizzeri per far
leva nel loro paese e condurre a Novara cinque mila soldati[367].
[367] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XV, p. 339._ — Partì il giorno
15 di agosto. _André de la Vigne, p. 172._
Intanto il tempo passava, e Carlo VIII, dimenticando le cose della
guerra, omai ad altro più non pensava che a sollazzarsi. Egli aveva
alloggiato in Chieri nella casa d'uno de' principali della provincia,
Giovanni di Soleri, la di cui figlia era stata dalla città incaricata di
arringarlo. Lo aveva fatto con molto garbo[368], e dopo quel giorno il
re credette di non avere altro affare che quello di sedurre Anna di
Soleri. Andava continuamente da Torino a Chieri, senza curarsi delle
ristrettezze in cui era ridotto il conte d'Orleans, il quale nello
stesso tempo trovavasi indebolito dalla febbre quartana, e vedeva andare
ogni giorno crescendo i nemici che lo assediavano. Non contavansi nella
loro armata meno di undici mila landsknecht, capitanati dal duca di
Brunswick e da Giorgio di Pietra Piana (Ebenstein) riputatissimo
condottiere tedesco. Massimiliano non aveva somministrato che il minor
numero di questi soldati, gli altri erano stati levati in Germania col
denaro de' confederati[369].
[368] «Senza scomporsi, tossire, nè sputare, nè variare in verun
modo, dice Andrea della Vigna,» _Journal de Charles VIII, p. 171. —
Fr. Guicciardini, l. II, p. 118. — P. Jovii, l. III, p. 93._
[369] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 118. — P. Jovii, l. III, p. 95. —
Fr. Belcarii Comm. l. VII. p. 181. — Ber. Oricellarii, p. 88._
Gli amici del duca d'Orleans lo avevano invitato a ritirarsi in Vercelli
o in Asti con una porzione delle sue truppe, prima che gli venissero
tolte tutte le uscite di Novara; avrebbe in tal modo diminuita la
guarnigione, tutta a carico de' quasi esauriti magazzini della città, ed
avrebbe in pari tempo avuta maggiore influenza ne' consiglj del re; ma
Giorgio d'Amboise, suo favorito, in allora arcivescovo di Rouen, poscia
cardinale, era stato da lui spedito in Asti, dove aveva contratta
domestichezza col cardinale di san Malo, favorito di Carlo VIII, e
questi due ecclesiastici, giudicando delle cose della guerra a seconda
de' loro pregiudizi, senza voler ascoltare i consiglj de' militari,
andavano assicurando il duca d'Orleans, che il re non tarderebbe a
portarsi sopra Novara per liberarlo con una battaglia; mentre che il
meno attento osservatore avrebbe potuto conoscere che l'armata non
rientrerebbe in battaglia, senza esservi condotta dal re, che non aveva
voglia di condurvela[370].
[370] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XVI, p. 345. — Arn. Ferroni, l.
II, p. 21._
Queste false informazioni persuasero il duca d'Orleans a rimanere
ostinatamente in Novara, sebbene i bisogni dell'armata andassero ogni
giorno crescendo e declinassero all'ultimo in una terribile carestia. I
generali di Carlo VIII tentarono, a dire il vero, più volte di far
giugnere vittovaglie agli assediati; ma i loro convogli caddero quasi
tutti in mano del nemico con grave perdita dell'armata francese; mentre
che in Novara andava crescendo la miseria, e che ogni dì morivano di
fame e borghesi e soldati. Tutte le savie persone dell'armata, ma in
ispecie i militari desideravano di terminare la campagna con onorevoli
patti. Rappresentavano che l'inverno era imminente, che al re mancava il
danaro; che non restavano che pochissimi Francesi all'armata; che molti
di loro erano caduti infermi; che gli altri così caldamente desideravano
di tornare in Francia, che ne partivano parecchi ogni giorno, alcuni con
regolare congedo del re, altri senz'aspettarlo. Il principe d'Orange, di
fresco giunto dalla Francia, il quale conosceva tutti i mezzi che poteva
somministrare il paese, insisteva sulla necessità di venire ad un
accomodamento, ed altronde sapevasi che Lodovico il Moro non chiedeva
altro che la restituzione di Novara. Ma in allora il consiglio del re
era tutto in mano degli ecclesiastici, ed il cardinale di san Malo
approfittava della lontananza o degli amori del re, che più non pensava
agli altri affari, per impedire ogni negoziazione[371].
[371] _Phil. de Comines, Mém., l. VIII, c. XVI, p. 346. — P. Jovii,
l. III, p. 97. — Fr. Belcarii Comm., l. VII, p. 183._
L'armata italiana non si limitava a bloccare Novara; aveva
successivamente attaccati e presi i posti avanzati che i Francesi
avevano fortificati intorno a quella città; si era accampata a san
Francesco, a san Nazaro ed a Bolgari, in maniera di privare gli
assediati d'ogni comunicazione colla campagna, e nello stesso tempo di
rendere pressocchè inespugnabili le sue posizioni[372]. Sebbene da ambo
le parti si avesse il medesimo desiderio d'entrare in trattative, queste
mai non si aprivano, perchè l'una e l'altra parte credeva disonorevole
il farne la proposizione. Intanto morì la marchesana di Monferrato,
quella savia e bella principessa che sempre si mantenne fedele
all'alleanza del re; periva nella fresca età di ventinove anni,
lasciando i suoi figli in tenera età, de' quali si contrastavano la
tutela il marchese di Saluzzo e Costantino Arianite, uno de' signori di
Bazan nell'Epiro, zio e principale consigliere della morta principessa.
Carlo VIII, per un atto di riconoscenza verso la di lei memoria, spedì
il Comines a Casale per regolare quella tutela che fu conferita al
signore Costantino[373]. Ma mentre il Comines trattenevasi a quella
corte, si abbattè in un inviato del marchese di Mantova, che questi
aveva incaricato di complimentare, il giovane marchese di Monferrato suo
parente. Quest'incontro diede luogo ad un'apertura di negoziazioni, che
bentosto si rendettero più diretti per avere il Comines scritto ai due
procuratori veneziani[374].
[372] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 118. — P. Jovii Hist., l. III,
p. 96._
[373] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XVI, p. 350. — Fr.
Guicciardini, l. II, p. 122. — Fr. Belcarii Rer. Gall., l. VII, p.
184._
[374] _P. Jovii, l. III, p. 97._
Le due parti, avendo lo stesso desiderio di trattare, e gli stessi
timori rispetto alle vicende della guerra, convennero d'aprire un
congresso a metà strada tra Novara e Vercelli, tra Bolgari e Camariano.
Il principe d'Orange, il maresciallo di Giè, di Piennes e Comines
trattavano per la Francia; il marchese di Mantova e Bernardo Contarini
per gli alleati. Il re più non isperava di salvare Novara, e ad altro
non pensava che a cavarne con onore il cugino. Proponeva che questa
città, risguardata come dipendente dall'impero, si consegnasse agli
ufficiali di Massimiliano che trovavansi insieme ai confederati[375]. Ma
non avendo potuto ottenere questa condizione, e la fame stringendo
sempre più gli assediati, si convenne soltanto che il duca d'Orleans
uscirebbe da Novara con tutte le sue truppe, ad eccezione di trenta
uomini che lascierebbe nel castello, e che fino all'ultimazione delle
negoziazioni la città verrebbe data in custodia ai soli borghesi, ai
quali il duca di Milano permetterebbe di ricevere di giorno in giorno i
viveri necessari[376].
[375] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 123. — Phil. de Comines, Mém., l.
VIII, c. XVI, p. 357._
[376] _Phil de Comines Mém., l. VIII, c. XVII, p. 360._
La città era di già evacuata, e le conferenze, che tenevansi ogni
giorno, sembravano promettere un vicino felice risultato. Vi assisteva
Lodovico il Moro con sua moglie la duchessa di Milano, nella quale
riponeva tutta la sua confidenza, quando il balivo di Digione, ch'era
stato spedito nella Svizzera per farvi leva di cinque mila uomini,
giunse a portata del campo francese colle prime colonne di questo nuovo
corpo di truppe. La spedizione nel regno di Napoli, dove Carlo VIII
aveva per la prima volta condotti soldati svizzeri, aveva inspirato in
que' montanari un nuovo ardore e riempitili di larghe speranze;
credevano che le ricche pianure della Lombardia fossero abbandonate in
loro balìa. Non avevano cominciato che da poco tempo a mettersi al soldo
delle straniere nazioni, e questa strada d'acquistare ricchezza e gloria
offriva loro tutto l'allettamento della novità. Sebbene il balivo di
Digione non avesse voluto levarne che cinque mila, se n'erano
spontaneamente posti in cammino alla volta dell'Italia venti mila, onde
si dovettero dare ordini tali ai confini del Piemonte che impedissero il
passaggio a maggior numero di gente, altrimenti perfino le donne ed i
fanciulli parevano volenterosi di scendere in Italia[377].
[377] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XVII, p. 363. — Fr.
Guicciardini, l. II, p. 123. — P. Jovii, l. III, p. 97. — Fr.
Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VII, p. 186._
L'arrivo di questa inaspettata moltitudine, che tanto cambiava la
proporzione delle forze delle due armate, avrebbe al certo impedita
l'evacuazione di Novara, quando non avesse avuto luogo due o tre giorni
prima. Poteva inoltre dare motivo a nuove deliberazioni, se tornasse
meglio di rompere le negoziazioni, o se il re con una così grossa e
bellicosa armata, e diretta da così valorosi ufficiali, non doveva
cogliere l'opportunità di tentare la conquista della Lombardia. Non
potevasi dubitare che l'evacuazione di Novara e la ritirata di Carlo
VIII al di là delle Alpi non dovesse scoraggiare totalmente l'armata che
tuttavia difendeva il regno di Napoli, sconcertare tutti i partigiani
della Francia, e rialzare invece le abbattute speranze, e l'orgoglio del
partito nemico. Vero è che il campo veneziano era in così forte
posizione e fiancheggiato da così ragguardevoli opere, che temeraria
cosa sarebbe stata quella di volerlo forzare, ma se invece d'attaccarlo,
i Francesi si fossero incamminati alla volta di Milano o di Pavia,
avrebbero costretto il marchese di Mantova a seguirli, non lasciandogli
che la scelta tra una battaglia e la perdita del paese ch'egli doveva
difendere. Ai Francesi non si era giammai offerta più bella occasione di
acquistare il dominio dell'Italia, ed il duca d'Orleans colla sua
eloquenza e col suo credito cercava pure di persuaderlo[378].
[378] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 123. — Phil. de Comines, l. VIII,
c. XVII, p. 364._
Ma il duca d'Orleans non aveva alla corte grandissima influenza; anzi
era gagliardamente sospetto ai favoriti del re: era tuttavia fresca la
memoria delle guerre civili cui aveva presa parte, ed invece di
favoreggiare il suo ingrandimento, la corte inclinava ad impedirgli
l'acquisto del Milanese: Gian Giacomo Trivulzio proponeva ai Veneziani
un parziale trattato con Carlo VIII, in virtù del quale Lodovico il Moro
sarebbe stato costretto a rassegnare a Massimiliano Sforza, figlio di
suo nipote Giovan Galeazzo, il ducato di Milano, mentre che Cremona col
suo territorio sarebbesi ceduta ai Veneziani in pagamento delle spese
della guerra[379]. Questo trattato, che non ebbe effetto, contribuì per
altro a indebolire la vicendevole confidenza delle potenze italiane.
[379] _Ber. Oricellarii Comm. de Bello Ital., p. 89._
Ma la disposizione della nobiltà francese era quella che più d'ogni
altra cosa si opponeva al rinnovamento delle ostilità. Era la nobiltà
stanca di questa spedizione; più non voleva combattere, ed ardentemente
desiderava di ripatriare: perciò pretendeva che più non avesse l'armata
abbastanza uomini d'armi per mantenere una certa proporzione con una
così grossa massa di fanteria forastiera; e questa stessa considerazione
fece luogo a strani sospetti contro quelle milizie svizzere ch'erano
accorse con tanta avidità. Dichiaravano i cortigiani essere estrema
imprudenza l'esporre il re e tutta la nobiltà del regno all'arbitrio di
una moltitudine indomita, orgogliosa e conscia della propria possanza.
Si opposero perciò all'unione di dieci mila uomini, ch'erano rimasti al
di là di Vercelli, cogli altri dieci mila di già arrivati al campo; e
diedero tanta importanza a tali assurdi timori, che le truppe, che
dovevano inspirare la maggiore confidenza, erano invece diventate
l'oggetto della maggiore paura.
In tale situazione Carlo VIII si fece conoscere apparecchiato ad
abbandonare ogni vantaggio, se si potesse a tale prezzo ridurre il duca
di Milano a staccarsi dalla lega ed a fare con lui un parziale trattato.
Lo avevano a ciò disposto le precedenti negoziazioni coi Veneziani, e
gli stessi Veneziani non vi frapposero ostacolo, persuasi che la sola
cosa necessaria alla tranquillità dell'Italia era la ritirata di Carlo
VIII al di là delle Alpi. Infatti il giorno 10 d'ottobre nel campo di
Vercelli fu conchiuso un trattato di pace e d'amicizia tra Carlo e
Lodovico il Moro, duca di Milano. Si convenne che Novara sarebbe ceduta
a quest'ultimo, che conserverebbe anche Genova, ma come feudo della
Francia, e che il re potrebbe in questa città fare come in addietro gli
apparecchj necessarj alla difesa di Napoli. Inoltre il duca prometteva
di perdonare a tutti i suoi sudditi che avevano seguito il partito
francese, di rendere a Gian Giacomo Trivulzio il godimento de' suoi
beni, di rinunciare all'alleanza di don Ferdinando, re di Napoli, e
d'unirsi al re contro la repubblica di Venezia, se nello spazio di due
mesi questa non accedeva allo stesso trattato. Ma per sicurezza di tutte
queste promesse, alle quali niuna persona dava fede, nè meno coloro
dell'armata francese che chiedevano la pace, il re non doveva avere
altra guarenzia che la fortezza del Castelletto di Genova, e questa
ancora non doveva essere posta nelle sue mani, ma consegnata al duca di
Ferrara, suocero del duca di Milano, il quale prometteva di darla al re
di Francia, ogni qual volta suo genero mancasse a' suoi obblighi verso
il re[380].
[380] Lo stesso Trattato in 46 articoli viene riportato da _Dionigi
Godefroy, Observations sur l'Hist. de Charles VIII, p. 722, 727. —
Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. XVIII, p. 366. — Fr.
Guicciardini, l. II, p. 124. — André de la Vigne, Journal, p. 186. —
Chron, Ven., t. XXIV, p. 28. — P. Jovii Hist., l. III, p. 98. — Ber.
Oricellarii Somm., p. 91. — Ant. Ferroni, l. II, p. 22._
Ebbe appena Carlo sottoscritta e giurata questa pace, che, cedendo a
quella impazienza di ritornare in Francia che formava il voto di tutta
la sua nobiltà, non che il suo, apparecchiossi a partire all'indomani
alla volta di Trino nel Monferrato. Vero è che gli Svizzeri, i quali
erano venuti in Italia con tante speranze, e che trattavasi di rimandare
alle case loro senza nemmeno corrisponder loro il convenuto soldo,
cominciavano a tumultuare; e si aveva allora qualche ragione di temere
quello che in addietro si era finto gratuitamente di credere, cioè che
volessero ritenere il re come ostaggio di ciò che loro era dovuto. Si
offriva loro soltanto un mese di paga, lo che bastava appena ad
indennizzarli delle spese sostenute per uscire dal loro paese, e di
quelle che far dovevano per ritornarvi. Essi domandavano il soldo di tre
mesi, come Lodovico XI si era obbligato di fare nelle capitolazioni
convenute coi loro cantoni, qualunque volta li chiamasse; ed all'ultimo
convenne soddisfarli non col danaro, che ciò non era possibile, ma dando
loro ostaggi e cambiali[381]: ed allora si ritirarono tra le loro
montagne. Il re lasciò in Asti Gian Giacomo Trivulzio con cinquecento
lance francesi per agevolarsi in avvenire l'ingresso in Italia: ma
questi cavalieri, non potendo resistere all'ardente desiderio di
rivedere la loro patria, non ubbidirono; e nello spazio di pochi giorni
quasi tutti ripassarono le Alpi senza congedo[382]. Il re con tutto il
rimanente dell'armata partì da Torino il 22 ottobre alla volta di Susa,
indi, prendendo la strada di Brianzone e di Embrun, valicò le Alpi con
tanta celerità, come se avesse alle reni un'armata vittoriosa. Il 25
d'ottobre arrivò a Gap nel Delfinato, ed il 27 a Grenoble[383].
[381] _Phil. de Comines Mém., l. VIII, c. XVIII, p. 369._
[382] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 129._
[383] _André de la Vigne, Journal de Charles VIII, p. 187._ — Questo
scrittore chiude il suo giornale coll'ingresso del re in Lione il 7
novembre del 1495, _p. 189_. Costui era segretario di Anna di
Bretagna, ed era _per espressa volontà e comando del re ch'egli
scriveva_ questa narrazione. È ingenua e talvolta dilettevole, ma
spesse volte adula il re o la vanità de' suoi compatriotti, senza
punto curarsi della verità.
Questa breve spedizione del re di Francia, che così precipitosamente
abbandonava conquiste fatte colla stessa rapidità, lasciava da una
all'altra estremità dell'Italia i semi di nuove guerre, di rivoluzioni e
di calamità; ed in quel modo che un segreto lievito di odj e di miserie
erasi sviluppato a cagione del suo passaggio in tutti i principati ed in
tutte le repubbliche, così un nuovo veleno, il marciume d'una malattia
fin allora ignota, si sparse dalla stessa armata francese in seno alle
famiglie nel suo ritorno da Napoli. Questa crudele malattia, che
Francesi chiamarono lungo tempo il male di Napoli, e gl'Italiani il mal
francese, era senza dubbio stata portata a Napoli da qualche Spagnuolo,
cui era stata comunicata da' primi compagni che Cristoforo Colombo aveva
ricondotti dalla sua spedizione dell'America. Forse, trovandosi in
allora circoscritta in un piccol numero d'individui, avrebbe potuto
essere soffocata ne' suoi principj, se una guerra così universale, così
lunghe marcie d'eserciti e la militare licenza, non l'avessero diffusa
con una sorprendente rapidità, e comunicata in brevissimo tempo alla
massa del popolo in Francia ed in Italia. Cristoforo Colombo non era
rientrato nel porto di Palos, di ritorno dal suo primo viaggio, che il
15 marzo del 1493; e nel corso di quella primavera la malattia cominciò
a diffondersi nel Portogallo, nell'Andalusia e nella Biscaglia[384].
Dopo due anni la stessa malattia, che non si comunica come le altre
contagioni ordinarie, e che non infettava mai un nuovo individuo senza
che questi non dovesse il suo male ad una colpa, aveva di già
disseminato il suo veleno tra gli Spagnuoli, gl'Italiani, i Francesi,
gli Svizzeri, i Tedeschi, e per dirlo in una parola in più della metà
dell'Europa[385].
[384] _Bart. Senaregæ de Reb. Genuens., l. XXIV, p. 558._
[385] _Guicciardini, l. II, p. 130. — Fr. Belcarii, l. VII, p. 189._
— L'imperatore Massimiliano, persuadendosi che questa malattia fosse
una conseguenza delle bestemmie che spesse volte pronunciavano le
persone dissolute ne' postriboli, in tale occasione pubblicò in
Worms, il 7 agosto del 1495, un editto severissimo contro i
bestemmiatori. _Extat ap. Raynal., t. XIX, p. 446, § 39, 40 e 41. —
Agost. Giustiniano Ann. di Genova, f. 253._ Sembra che allora niuno
sapesse ancora la maniera con cui questa malattia si comunica.