CAPITOLO XCV.

_Risoluzioni cagionate in Toscana dal passaggio di Carlo VIII. —

Sforzi dei Fiorentini per riconstituire la loro repubblica,

sottomettere Pisa e sottrarsi all'odio de' Sienesi, de'

Lucchesi, de' Genovesi. — Inquietudini de' Veneziani pei

successi di Carlo VIII; lega dell'Italia per conservarne

l'indipendenza._

1494 = 1495.

Carlo VIII erasi trattenuto poco più di un mese in Toscana, dal suo

ingresso in Sarzana fino all'uscita dallo stato di Siena; ma in così

breve spazio di tempo aveva interamente sovvertiti gli ordini tutti di

quella provincia. Da oltre un secolo i Fiorentini vi avevano acquistata

una tale preponderanza, che soli conservavano una decisa influenza sulla

politica del resto dell'Italia e su quella dell'Europa. Le varie città

del loro territorio erano così pienamente soggette, che più non

parlavasi delle antiche loro fazioni, e che se qualche abuso di

autorità, o le pratiche di qualche ambizioso vi facevano nascere una

sollevazione era quasi subito compressa. Soltanto Siena e Lucca

conservavano la loro indipendenza, ma non potendo lottare con uno stato

così potente come quello di Firenze, cercavano di farsi dimenticare, non

prendendo parte nella politica generale d'Italia, e, malgrado la segreta

loro gelosia, mantenendosi sempre in pace coi Fiorentini. Tutt'ad un

tratto l'armata francese, che attraversava la Toscana, rende a Pisa

quella libertà che aveva perduta già da ottantasette anni, rovescia il

governo stabilito in Firenze da circa sessant'anni, diffonde in tutto lo

stato fiorentino semi d'insubordinazione e progetti d'indipendenza cui

tenne dietro bentosto la ribellione di Montepulciano, dà incoraggiamento

ai Genovesi per ricuperare colle armi Sarzana e Pietra Santa che avevano

perdute in una precedente guerra, ridona ai Lucchesi ed ai Sienesi

l'audacia da più anni deposta di provocare il risentimento de'

Fiorentini e di allearsi coi loro nemici, per ultimo distrugge con

questa universale opposizione d'interessi e di passioni le forze di una

delle più potenti contrade d'Italia, di una contrada, che più d'ogni

altra sarebbesi presa cura di difendere l'indipendenza nazionale, e che

ne avrebbe trovata la forza, se non nello spirito bellicoso dei suoi

abitanti, almeno nella ricchezza delle sue città e nella saviezza de'

suoi governi.

Firenze aveva perduto la maggior parte delle sue abitudini repubblicane

ne' sessant'anni ne' quali aveva ubbidito ad una famiglia che, per

nascondere il suo despotismo, si circondava con una stretta oligarchia.

Ricuperando la massa de' suoi diritti, questa repubblica ignorava quale

ne fosse l'estensione. Quasi tutti gl'Italiani desideravano la libertà,

ma questa libertà non era in verun modo definita, e niuno rendevasi

conto dello scopo cui voleva giugnere. Alcuni notabili abusi nel governo

di un solo ferivano tutti coloro che lo avevano sperimentato, e lo

stesso nome di monarchia pareva che escludesse qualunque idea di

libertà. Per opposizione chiamavasi repubblica il governo, in cui

l'autorità di molti teneva luogo di quella di un solo, e risguardavasi

come la meglio costituita repubblica quella che aveva cimentata la

propria esistenza con maggiori mezzi, e che aveva lungo tempo potuto

respingere il potere monarchico. Ma non si esaminava giammai se in tale

o tale altra repubblica eravi più o meno libertà, se la medesima

instituzione che ne guarentiva la durata non aveva poi distrutta del

tutto la sicurezza del cittadino; e mai non si assoggettava il governo

alla sola prova che possa far conoscere la sua bontà o i suoi difetti,

non esaminando se rendeva felice il maggior numero possibile de'

cittadini che gli erano subordinati, e se li rendeva in pari tempo più

perfetti, sviluppandone le facoltà.

La provvidenza ha impresso nel cuore dell'uomo il desiderio della

felicità, ed è questo il principio delle sue azioni; ma pare avergli

nello stesso tempo indicato un più alto scopo, mercè le facoltà che gli

diede, il piacere che ha attaccato allo sviluppo delle medesime, il

costante desiderio di un più perfetto stato, che dà forza allo spirito

dell'uomo. Per ogni condizione, per ogni grado di lumi avvi un

corrispondente grado di felicità, che soddisfa coloro che non ne

conoscono un più sublime. I popoli più abbrutiti risguardano come

felicità il riposo, l'ubbriachezza e gli eccessi di gioja dipendenti da

cagioni tutte fisiche. Ci si dice che lo schiavo negro è felice, perchè

ne' brevi riposi che gli si accordano ne' giorni festivi, le grida di

gioja animano le sue danze, e perchè si abbandona ai piaceri

dell'ubbriachezza e dell'amore. Ma di mano in mano che si levano gli

ostacoli che si oppongono allo svolgimento delle facoltà dell'uomo, la

sua felicità viene formata da più nobili piaceri: il pensiero, il

sentimento, la coscienza di sè medesimo contribuiscono principalmente ai

suoi piaceri. La di lui anima diventa la parte più grande del suo

essere; è l'anima che chiede di essere soddisfatta, che può essere tocca

in mille modi, e che sdegnasi contro gli ostacoli onde si cerca di

caricarla. In questo stato perfezionato, i patimenti sono forse più

vivi, ma più nobili sono i piaceri, più conformi all'umana natura ed

allo scopo della provvidenza; perciocchè non ci ha questa dato il

desiderio e la forza di elevarci, affinchè cercassimo il piacere

nell'abbrutimento; ma per lo contrario vuole che germoglino tutte le

facoltà di cui pose in noi le sementi. Non si può rispondere

all'inchiesta: se l'uomo pensante, l'uomo morale, l'uomo libero, sia più

felice che l'uomo abbrutito, perchè non si può confrontare la felicità

del bruto con quella di una celeste intelligenza. Ma ben si può

rispondere, che l'uomo pensante, l'uomo morale, l'uomo libero si è

uniformato alla propria natura, e che l'uomo, che ha perduta la

riflessione, la libertà, e quella fierezza che sta nel sentimento

dell'onore e del dovere, ha depravata la sua natura.

Un governo deve dunque essere riputato buono, non solo quando rende gli

uomini felici, ma quando li rende felici come uomini; e deve riputarsi

malvagio, quando loro non accorda che la felicità dei bruti. Il primo è

tanto migliore in quanto rende proporzionatamente un maggiore numero di

membri dello stato suscettibili della felicità morale; tanto più

malvagio è il secondo, quanto ne riduce un più gran numero a non

desiderare che i soli piaceri fisici.

Coloro che una volta assaporarono la libertà politica, sanno che il più

sicuro mezzo di elevare l'anima, di farla uscire dallo stretto cerchio

degl'interessi egoisti, di abituarla a più nobili pensieri, ad idee più

generali, di convincerla della sua propria dignità, di farle desiderare

le cognizioni, e preferire i piaceri che derivano dal pensiere o dal

cuore, è quello d'innalzare l'uomo al grado di cittadino, di dargli un

interesse nella cosa pubblica, ed una qualche parte nella sovranità.

Sanno ancora che il più sicuro mezzo di abbassare l'anima è quello di

tenerla costantemente sotto tutela, di nudrirla di vani timori, di

privarla di ogni confidenza nel suo buon diritto, di ogni indipendenza

nelle sue scelte, in fine di assoggettarla ad un'autorità arbitraria,

che in tutte le circostanze della vita sostituisce alla volontà

dell'individuo il comando del superiore. Così il grande scopo di un buon

governo, dovendo essere quello di elevare gli uomini, vi riesce tanto

più facilmente, quanto più grande è il numero de' cittadini che mette a

parte dell'autorità suprema, e quanto meglio protegge il libero arbitrio

di ogni suddito, la sua sicurezza ed i suoi diritti contro tutti gli

abusi del potere.

Sotto il nome di libertà si confondono sempre una facoltà ed una

guarenzia che non hanno strettissima relazione: la libertà politica

degli stati consiste nella partecipazione del maggior numero possibile

di cittadini alla sovranità: l'individuale libertà de' cittadini

consiste nella garanzia di tutti que' loro diritti di cui non fu

necessario lo spogliarli perchè il governo potesse mantenersi; questa

adunque consiste nella loro sicurezza personale, nella conservazione

della loro proprietà, nella imparzialità dei tribunali, nella certezza

della giustizia, nell'impossibilità di arbitrarie vessazioni. Queste due

libertà non erano definite nelle repubbliche dei secoli di mezzo, ed

erano affatto disugualmente guarentite. Forse in verun paese la gran

massa dei sudditi dello stato era più esclusa che a Venezia dal governo.

Mentre due in tre mila gentiluomini formavano soli tutta la repubblica,

contavansi nella sola Venezia cento cinquanta mila abitanti, e le

province di terra ferma, in Italia, in Dalmazia e nella Grecia,

contenevano alcuni milioni di sudditi. Tutti erano esclusi dalla più

sospettosa gelosia dalla conoscenza di ciò che chiamavasi i segreti

dello stato. Qualunque tentativo avessero fatto per essere partecipi del

governo sarebbesi considerato come una cospirazione, e punito come un

delitto. In verun altro stato, nè meno nel più dispotico, l'autorità del

governo era così fondata sul terrore; in niun luogo i tribunali non si

cuoprivano di un più profondo segreto e di più spaventose forme; in niun

luogo non disponevano più arbitrariamente della libertà e della vita dei

cittadini come de' sudditi, in niuna parte i colpi di stato, avvolti

nello stesso tempo in più misteriosa oscurità, punivano con più

terribili gastighi, coloro che avevano eccitati i sospetti di una gelosa

oligarchia.

Non pertanto di que' tempi la repubblica di Venezia aveva già sussistito

più di mille anni; appena era stata agitata da alcune guerre civili, e

già da più secoli aveva compresse tutte le fazioni, prevenute le

congiure prima che scoppiassero, e tutte evitate le rivoluzioni. Al di

fuori la sua politica costantemente felice le aveva assoggettati nuovi

stati, dilatato da tutte le bande il suo dominio intorno alle lagune,

entro le quali stava originariamente chiusa, accresciute le ricchezze,

il commercio, l'industria, e ridotti tutti i suoi vicini a rispettarla

ed a temerla. Tutti i quali vantaggi non erano veramente dovuti a

libertà, perciocchè questa non era a Venezia conosciuta, ma alla forma

repubblicana del suo governo, alla prudenza del senato, superiore di

lunga mano a quella di un principe, alla sua inalterabile costanza, alla

sua parsimonia, che andava continuamente accumulando que' tesori che la

prodigalità di una nascente corte avrebbe dissipati, per ultimo

all'intero sagrificio per la cosa pubblica della classe meno numerosa ma

ricca e provveduta di molte dottrine, cui apparteneva lo stato.

Ma la durata e la potenza sono le due prerogative che più colpiscono gli

occhi degli uomini; e Venezia inspirava a tutta l'Italia l'ammirazione

ed il rispetto che una repubblica non suole acquistare che per mezzo di

una libera e giusta costituzione. Quando si trattò di ricostituire il

governo di Firenze, quest'ammirazione per Venezia venne egualmente

professata da tutti i partiti: fu l'esemplare che gli uomini di stato

presero reciprocamente ad imitare, e sul quale cercarono tutti di

giustificare il proprio sistema. In quella guisa che a' dì nostri si è

veduto l'esempio dell'Inghilterra proposto a vicenda da tutti i partiti,

ed in tutti i paesi che aspiravano ad essere liberi; così si vide a

Firenze, dopo la caduta del governo de' Medici, tutti i politici cercare

in Venezia un modello per la nuova repubblica. Paolo Antonio Soderini,

universalmente riputato, desiderando di allargare la periferia

dell'aristocrazia, e di rendere partecipi della sovranità un maggior

numero di Fiorentini, propose per modello ai suoi concittadini Venezia;

mostrò che il numero de' suoi gentiluomini pareggiava quello degli

uomini ch'egli chiamava ad essere riconosciuti a Firenze in qualità di

cittadini attivi; si dolse che inveterate abitudini, pregiudizj radicati

nel popolo, non permettessero di rendere più perfetta la rassomiglianza

delle due repubbliche, e finalmente protestò, che a' suoi occhi la più

felice sorte di Firenze sarebbe quella di giugnere allo stesso grado di

stabilità e di saviezza che i Veneziani avevano saputo dare al loro

governo[237]. In appresso fu veduto Guido Antonio Vespucci, famoso

legista, ed in particolar modo rinomato per la sua accortezza e per la

forza del suo argomentare, proclamare i vantaggi dell'aristocrazia,

inveire contro l'imprudenza e la versatilità del popolo, opporre la

saggezza di un senato all'instabilità della moltitudine, e, ritorcendo

l'esempio della repubblica di Venezia contro il suo avversario, far

vedere che in questa repubblica, oggetto dell'universale ammirazione,

non era altrimenti il corpo dei gentiluomini, ma un'oligarchia di

pochissimi membri de' supremi consiglj, che effettivamente esercitava la

sovranità[238]. Il padre Savonarola, mescolando la divina autorità agli

affari dello stato, spalleggiandosi colle proprie rivelazioni, e col

diritto che aveva G. Cristo di essere solo il re di Firenze, fu visto

consultare non pertanto l'esempio de' Veneziani rispetto alla

costituzione che dar voleva alla repubblica[239]. Per ultimo tutti gli

speculativi politici dell'Italia, Guicciardini, Giovio, Varchi e

particolarmente il Machiavelli, andavano d'accordo nel particolare della

loro ammirazione per Venezia. Filippo di Comines, il più filosofo degli

storici francesi di quel secolo, e che più d'ogni altro aveva meditata

la costituzione de' governi, professava i medesimi sentimenti[240]. Il

Machiavelli non ravvisava nella storia del mondo che tre repubbliche, le

quali meritassero di essere studiate ed imitate, cioè Roma, Sparta e

Venezia. Le ultime due gli sembravano appartenere alla stessa classe, e

dalla lunga durata della loro costituzione conchiudeva che la sua forma

era la migliore; ma non la riputava propria che allo stato stazionario,

in quanto che una città sfugge il pericolo di essere attaccata, e che

resiste alla tentazione delle conquiste. Perciò egli risguardava la

costituzione della repubblica romana, siccome la più degna di essere

imitata, e come più accomodata alle circostanze nelle quali suole

strascinare la fatalità o la forza delle umane passioni, non come la

migliore. Il difetto di quella di Venezia non era già ai di lui occhi

quello di non conoscere la libertà, ma quello di essere esposta a

corrompersi, allorchè le conquiste ingrandirebbero il territorio della

repubblica[241].

[237] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 77._

[238] _Ivi, p. 80._

[239] _Vita di Girolamo Savonarola, l. II, c. 17, e seg. p. 85. —

Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 29._

[240] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, c. XVIII. p. 243._

[241] _Machiavelli disc. sopra T. Livio, l. I c. 5 e 6._

Conoscevansi allora in Firenze tre partiti, tra i quali disaminavasi la

nuova costituzione da darsi alla repubblica, ed ognuno cercava di

guadagnare per sè solo il potere. Il primo ed il più considerabile, sia

pel rango e per l'anzianità delle case che vi erano addette, sia pel

numero de' più oscuri cittadini, che seguivano le loro insegne, sia per

le disinteressate sue mire e per la moralità che professava, era sotto

l'immediata influenza di frate Girolamo Savonarola. Era composto di

cittadini che, proponendosi ad un solo tempo la riforma dello stato e

della Chiesa, risguardavano la libertà e la religione come inseparabili,

accusavano la tirannia dei Medici di avere corrotti i costumi e scossa

la fede, e non isperavano il ristabilimento dell'antica purità che in

quanto fosse guarentita dalla libertà. Costoro desideravano un governo

popolare, cui fosse interessata la gran massa dei cittadini; ma perchè

non separavano mai i loro voti per una più libera costituzione dalle

esortazioni alla riforma ed alla penitenza, ebbero il soprannome di

_Frateschi_ e di _Piagnoni_. Francesco Valori e Paolo Antonio Soderini,

erano, dopo il Savonarola, i più distinti capi di questo partito[242].

[242] Comment. di Filippo Nerli, l. IV, p. 68.

La fazione direttamente opposta a questa era principalmente formata da

coloro, che, avendo avuto parte nel governo dei Medici, ed in appresso

disgustatisi coi capi di quella famiglia, avrebbero voluto conservare

per se medesimi l'autorità tolta ai Medici, e sottentrare nelle quasi

monarchiche prerogative di Pietro, mercè di una stretta oligarchia.

Erano costoro secondati dalla maggior parte della gioventù appartenente

alle famiglie nobili, le quali non sapevano assoggettarsi alla riforma

de' costumi ed alla monacale austerità ordinata dal Savonarola. Aveano

sospetti di frode e d'ipocrisia coloro che andavano sempre

intrattenendoli con ragionamenti di profezie, di miracoli, di digiuni, e

non volevano accomodarsi ad una cotale libertà, che priverebbe la loro

vita di ogni piacere. Avevano questi giovani patrizj formata una

società, di cui era capo Dolfo Spini, uomo appartenente ad illustre e

ricca famiglia, ma cui mancavano i talenti ed il carattere necessario ad

un capo di partito. Sebbene fosse questa società principalmente dedita

al piacere, non lasciava di guadagnare colla sua unione una

ragguardevole influenza politica. Diede costei il suo nome al partito

degli _arrabbiati_ o de' _compagnacci_; mentre che i più saggi

oligarchi, che prevalevansi di lei senza associarvisi, si attenevano

principalmente ai consiglj di Guido Antonio Vespucci[243].

[243] _Fil. de' Nerli. Comm., l. IV, p. 68._

Per ultimo eravi nella repubblica un terzo partito, quello de' Medici,

che trovandosi egualmente in lotta cogli altri due, non ardiva

apertamente professare le sue mire. Si teneva in silenzio ne' consiglj,

e sembrava non prendere parte alle deliberazioni; ma quando giugneva

l'istante di votare, si rendeva manifesta l'influenza de' suoi suffragi.

Davasi ai membri di questo partito il nome di _bigi_, volendo quasi

indicare l'oscurità in cui s'avvolgevano. L'oligarchia aveva voluto

proscriverli, per istabilirsi più solidamente, mentre che il Savonarola

predicava al suo partito il perdono e la riconciliazione; tanto bastò,

perchè i bigi assecondassero i voti della fazione popolare, che anche

senza di loro aveva di già il vantaggio del numero[244].

[244] _Filippo de' Nerli Comment., l. IV, p. 49._

Carlo VIII era partito da Firenze il 26 di novembre, ed il 2 di dicembre

la signoria adunò il popolo a parlamento sulla pubblica piazza.

Quantunque il parlamento sanzionasse sempre tutte le rivoluzioni, non

pertanto la sua convocazione era un omaggio che rendevasi alla sovranità

del popolo, risguardandolo siccome il solo che potesse dispensare dalla

costituzione, e stabilire un'autorità superiore alle leggi. Era questa

l'autorità che la signoria ed il collegio volevano chiedere sotto il

nome di _Balìa_, onde procedere alla ricostituzione della repubblica.

Per altro siccome i priori volevano guadagnarsi i suffragi di quel

popolo che mostravano di consultare, appostarono a tutti i capi strada

della piazza alcuni giovani delle principali famiglie con alcuni fanti

armati, _onde impedire_, secondo essi dicevano, _che la piazza non si

empisse di plebei, o di nemici del nuovo governo_, quando il suono della

campana chiamerebbe tutti i cittadini a ragunarsi disarmati per

compagnia sotto i rispettivi gonfaloni[245]. Essendosi il popolo adunato

senza tumulto, la signoria scese di palazzo sul balcone che dominava la

piazza. Fece leggere le condizioni della balìa ch'essa chiedeva; poi

invitò il popolo a dichiarare se trovavansi in piazza adunati i due

terzi de' cittadini fiorentini: e fu risposto per acclamazione

affermativamente; domandò ancora se il popolo voleva che la signoria ed

il collegio fossero temporariamente rivestiti di tutta l'autorità della

nazione fiorentina, e fu nuovamente risposto di sì per acclamazione:

allora la signoria tornò in palazzo ed il popolo si ritirò[246].

[245] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 206. — Gio. Cambi, t. XXI, p.

82._

[246] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 206. — Gio. Cambi, t. XXI, p.

82._

I partiti non avevano per altro fatto bastante esperimento delle loro

forze, ed in questa così subita rivoluzione appena si conosceva verso

quale scopo tendesse ogni cittadino. Perciò incerte furono le prime

operazioni della balìa, e non lasciarono travedere se il governo

piegherebbe verso l'aristocrazia o verso la democrazia: limitossi a

nominare venti commissarj, i quali, sotto il nome di _accoppiatori_,

dovevano entro lo spazio di un anno, procedere essi soli alle elezioni

della signoria, o, secondo il linguaggio adoperato in Firenze, _tenere

le borse_. Uno solo degli accoppiatori poteva avere meno di

quarant'anni, e quest'eccezione fu fatta a favore di Lorenzo, figlio di

Pier Francesco de' Medici, che il partito oligarchico meditava di

sollevare al posto che in addietro occupava suo cugino. In pari tempo la

signoria rinnovò l'ufficio dittatoriale de' dieci della guerra, che

costumavasi di nominare in tutte le difficili circostanze; soltanto per

dar loro un nome di migliore augurio, furono questa volta chiamati i

dieci della guerra e della pace[247].

[247] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 83._

Ma i venti accoppiatori, ai quali era stata imprudentemente

dall'autorità essenzialmente popolare conferita la facoltà di tutte le

elezioni della repubblica, trovaronsi fino nella prima adunanza così

poco d'accordo nelle loro mire, ed in tante parti divisi, che riusciva

difficilissima l'esecuzione dell'ufficio loro affidato. Non potendo tra

di loro ottenere un'assoluta maggiorità per veruna elezione, e non

avendo ancora trovato lo spediente di ballottare in un secondo scrutinio

quelli che avevano nel primo riuniti più voti, furono costretti ad

accontentarsi d'una maggiorità relativa; e con ciò si videro

gonfalonieri e priori eletti soltanto da tre o quattro suffragj[248]. La

mancanza di accordo e di unità fece bentosto loro perdere ogni

considerazione nella repubblica; ed intanto il Savonarola nelle sue

prediche, ed i capi del partito popolare ne' loro discorsi, attaccavano

arditamente l'opera del parlamento e della balìa[249]: dicevano che

ambedue altro fatto non avevano che mutare di posto la tirannide, invece

di distruggerla. Chiedevano che il potere delle elezioni si restituisse

al popolo, il quale è più atto a conoscere i soggetti degni di

confidenza, che non a deliberare egli stesso; che tutti i cittadini, i

di cui antenati avevano partecipato agli onori dello stato, venissero

ammessi nel sovrano consiglio, e che questo consiglio dasse la sanzione

a tutte le leggi, mentre che un altro assai meno numeroso consiglio, e

da lui deputato, concorrerebbe colla signoria alla pubblica

amministrazione. Savonarola invitò la signoria ed il popolo a recarsi

alla sua chiesa, da cui questa volta escluse le femmine, ed in un

eloquente sermone, fatto sul pulpito, ricapitolò queste proposizioni,

conchiudendo con una calda preghiera di pubblicare un'amnistia per tutti

i delitti, che si erano potuti commettere sotto il precedente governo

fino alla rivoluzione[250].

[248] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 207._

[249] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 82._

[250] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 29._

Queste proposizioni non si accordavano colle segrete mire della balìa e

degli accoppiatori: ed in ispecial modo l'amnistia veniva ricusata dal

loro desiderio di vendetta, e dalla speranza di arricchirsi a spese di

coloro che sarebbero proscritti. Però cominciavano a conoscere il potere

della pubblica opinione, e vedevansi successivamente forzati a cedere su

tutti i punti. Di tutti il più importante era la formazione del

consiglio generale: il 23 di dicembre la signoria fece ai due consiglj

dei cento e dei settanta la proposizione di formare un consiglio sovrano

di tutti i cittadini di Firenze, e questa proposizione fu adottata.

Tutti coloro i quali poterono provare che il loro padre, l'avo, o il

bisavo, avevano partecipato ai diritti della cittadinanza, furono

dichiarati membri del gran consiglio, e questo consiglio, che contò fino

mille ottocento cittadini, doveva consultarsi intorno a tutte le

imposte, ed a tutte le leggi, dopo che la signoria ne avrebbe fatta la

proposizione ad un consiglio di ottanta membri, che venne scelto per

intermediario tra il governo ed il popolo. Poco dopo si proclamò come

legge dello stato l'amnistia proposta dal Savonarola[251], e dopo non

molti mesi, il 1.º luglio del 1495, la facoltà di eleggere la signoria,

che per lo spazio di un anno era stata delegata ai venti accoppiatori,

venne tolta loro per esser data al consiglio generale. Fu questa la

prima volta che in Firenze si sostituisse un'elezione veramente popolare

ai due egualmente pericolosi metodi di un'estrazione a sorte, e di una

scelta oligarchica[252].

[251] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 83. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.

II, p. 34._

[252] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 90._

Mentre i Fiorentini riformavano una repubblica corrotta da sessant'anni

di abitudini monarchiche, i Pisani ricostituivano la loro dopo oltre

ottant'anni d'intera oppressione. Il corso della prosperità non si era

interrotto per rispetto ai primi, di modo che, camminando col loro

secolo, avevano sempre più coltivato il loro spirito, e giammai la loro

repubblica aveva posseduto un maggior numero di reputati scrittori. Per

lo contrario i Pisani, ributtati da tutte le strade che potevano tenere

per arricchirsi, o per ottenere il premio de' loro sforzi, avevano

parimenti abbandonate le lettere ed il commercio, di modo che non è

rimasto un solo storico del loro paese, e neppure un'informe cronaca per

raccontare i lunghi e generosi sagrificj, coi quali ostinatamente

difesero l'indipendenza ricuperata nel 1494. Soltanto appoggiati alla

fede di storici esteri, ed il più delle volte loro nemici, ci è forza di

riferire tutta questa serie di avvenimenti.

Per altro se in allora Pisa non aveva nè storici, nè legislatori, se

poco discusse la costituzione che doveva darsi, e non conservò la

memoria delle imprese colle quali seppe difenderla, non perciò fu questa

città meno animata da un vero spirito repubblicano, da un caldo amore di

patria, che tutti gli ordini dello stato sentivano a gara, da una

generale risoluzione di tutto sagrificare, di sostenere le calamità

estreme per conservare la ricuperata libertà. Con tal unione d'opinioni

ogni governo par buono, perchè diventa sempre l'organo della pubblica

volontà.

I Fiorentini non avevano la costumanza d'abolire le magistrature

municipali delle città suddite. Avevano in Pisa lasciato che sussistesse

una signoria composta d'anziani, il primo de' quali aveva il titolo di

priore, cui in appresso, in sull'esempio de' Fiorentini, fu dato quello

di gonfaloniere di giustizia. Questa signoria veniva rinnovata ogni due

mesi, ed era coadjuvata da altri corpi detti il collegio, i sei buoni

uomini ed il segreto consiglio de' dodici[253]. Scuotendo il giogo de'

Fiorentini, pare che i Pisani istituissero ancora un consiglio del

popolo, che tale era l'antica forma della loro costituzione, e non

ebbero bisogno di veruna innovazione, perchè i loro affari fossero bene

amministrati.

[253] Può vedersi l'enumerazione di tutte le varie magistrature di

Pisa nel 1316, in un trattato di pace della repubblica con Roberto

re di Napoli. _Racc. di Diplomi Pisani di Flam. del Borgo, n.º 27,

p. 237_, e confrontarla con quelle che tuttavia esistevano il 6

dicembre del 1535. _Ivi, 432._

I Pisani avevano cominciato a scacciare tutti i gabellieri, e tutti i

pubblici funzionarj fiorentini; avevano poscia ordinato con un editto a

tutti i Fiorentini, domiciliati nella loro città, di uscirne prima che

una candela accesa sotto la porta fosse del tutto consumata. Finalmente

avevano mandata in tutti i villaggi anticamente dipendenti dalla loro

repubblica la croce pisana, siccome insegna della loro libertà; ovunque

questa risvegliò le stesse antiche ricordanze, ed eccitò lo stesso

entusiasmo, e tutto il territorio pisano in pochi giorni tornò sotto il

loro dominio. Intanto i Fiorentini, che da principio non avevano pensato

che alle cose loro, ora travagliati dal timore del re di Francia, ora

dal bisogno di riunire le loro fazioni, e che inoltre, credendosi sicuri

della restituzione di Pisa in forza del loro trattato con Carlo VIII,

non volevano affrettarsi di ricorrere all'esperimento delle armi, per

timore di non offendere il re[254], videro all'ultimo la necessità

d'opporsi colla forza alla ribellione delle loro province. Per tale

oggetto presero al loro servigio Ercole Bentivoglio, Francesco Secco e

Rannuccio di Marciano con molte compagnie d'uomini d'armi; nominarono

Pietro Capponi commissario della repubblica presso quest'armata, e la

spedirono nel territorio pisano in sul cominciare di gennajo del 1495. I

Pisani non avevano ancora per difendersi che contadini male armati; onde

il Capponi potè facilmente ricuperare Bientina e Pontedera, e prima che

terminasse il gennajo aveva ripreso tutto il territorio di Pisa, tranne

Vico Pisano, Cascina e Buti[255].

[254] _Scipione Ammirato, l. XXVI, p. 207._

[255] _P. Jovii Hist., l. II, p. 58. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II,

p. 33. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 73. — Scip. Ammirato, l. XXVI,

p. 208._

Dal canto suo la signoria di Pisa non aveva trascurato di procurarsi

esterni soccorsi; ella cercava di legare Carlo VIII colla stessa

riconoscenza ch'ella gli professava, attestandogli tanto amore e tanta

gratitudine, che questo giovine monarca, combattuto dagl'incoraggiamenti

che aveva dati ai Pisani e dagli obblighi contratti coi Fiorentini, nè

sapeva come ritogliere ai primi la grazia loro accordata, nè come

liberarsi dalla promessa fatta ai secondi. Altronde quasi tutti i

signori della sua corte, commossi dalle lagrime de' Pisani, o

dall'accoglimento loro fatto in Pisa, proteggevano con calore il partito

di questo popolo oppresso[256]. Il siniscalco di Belcario, sia per

gelosia del cardinale di san Malo, che era il solo che insistesse per

l'esecuzione del trattato di Firenze, ossia che fosse stato comperato

dal denaro de' Pisani, rappresentava al re convenirgli tenere la Toscana

divisa, e che la guerra di Pisa non permetterebbe ai Fiorentini di

prendere parte nelle pratiche dell'Italia settentrionale[257].

[256] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 62._

[257] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 74._

Quattro oratori, scelti nelle più illustri famiglie di Pisa, erano stati

incaricati di seguire il re nell'istante in cui usciva di Toscana, e di

difendere innanzi a lui gl'interessi della loro repubblica[258]. Il re

volle che questi ambasciatori esponessero le loro lagnanze alla presenza

di quelli de' Fiorentini, riservandosi così in alcun modo il diritto di

sentenziare fra di loro. Infatti i Pisani fecero la pittura

dell'oppressione sofferta, e, gittandosi inginocchio, supplicarono il

re, versando copiose lagrime, di non ritirare la grazia loro accordata.

Francesco Soderini, vescovo di Volterra ed ambasciatore de' Fiorentini,

cercò dal canto suo di scolpare la sua repubblica: si appoggiò ai

legittimi diritti trasmessile da Gabriele Maria Visconti con un

contratto di vendita, e sostenne che i Pisani, governati come tutti gli

altri popoli soggetti a Firenze, non potevano lagnarsi di quella sorte

di cui gli altri erano contenti, che a cagione che l'orgoglio loro era

affatto sproporzionato alla loro potenza ed al loro merito[259].

[258] _Diar. Sanese d'Allegr. Allegretti, p. 835._

[259] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 75._

Il re, durante questa disputa, inclinava evidentemente a favorire i

Pisani. Pure si offrì mediatore tra i due popoli, loro proponendo una

sospensione d'ostilità fino al suo ritorno dall'impresa di Napoli,

promettendo in allora di sentenziare conformemente a ciò che volevano la

giustizia ed i trattati. Ma i Fiorentini, che diffidavano di queste

ambigue parole, lo stringevano all'esecuzione di una solenne giurata

convenzione. E perchè ancora non avevano pagato la maggior parte del

sussidio che avevano promesso, il re, che aveva bisogno di danaro, disse

che spedirebbe Briçonnet, cardinale di san Malo, a Firenze per ricevere

quella somma e far eseguire il trattato.

Briçonnet presentossi il 5 di febbrajo alla signoria di Firenze, e seppe

così destramente persuaderla della sua buona fede e delle sue premure a

consegnar loro una delle fortezze di Pisa, sempre occupata dai Francesi,

che da lei ottenne in compenso che gli si pagherebbero i quaranta mila

ducati non ancora maturati[260]. Quand'ebbe ricevuto il danaro partì il

17 febbrajo alla volta di Pisa; ma ritornò il 24, dichiarando che i

Pisani non avevano voluto ubbidire, e che non aveva potuto adoperare

contro di loro la forza, perchè, come ecclesiastico, sarebbe colpevole

in faccia a Dio se facesse spargere sangue. La notizia della conquista

di Napoli giunse opportunamente per dargli un pretesto di partire, onde

raggiugnere il suo padrone, cavandolo così da un'equivoca

situazione[261].

[260] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 208._

[261] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 77. — Jac. Nardi, l. II, p. 33. —

Scipione Ammirato, l. XXVI, p. 209._

I Pisani avevano pure spediti ambasciatori a Siena ed a Lucca per

domandare ajuti a queste due repubbliche, colle quali avevano avute

antiche alleanze, e ch'erano rimaste rivali dei Fiorentini. L'una e

l'altra parevano nuovamente apparecchiate ad assisterli, ma temevano

ambedue di compromettersi troppo apertamente. Non pertanto i Lucchesi

loro mandarono del danaro ed alcune centinaja di moggia di

frumento[262]; ed i Sienesi spedirono loro immediatamente alcuni uomini

d'armi che stavano al loro soldo[263]. I Pisani credevano di poter

ottenere una più efficace assistenza dal duca di Milano, Lodovico il

Moro, il quale era stato uno de' primi ad incoraggiarli a prendere le

armi, e gli aveva protetti con zelo alla corte di Francia, mostrandosi

vivamente interessato, perchè non ricadessero di nuovo sotto il giogo.

Infatti, se questa guerra si prolungava, lusingavasi che Pisa, troppo

debole per difendersi colle sole sue forze, finirebbe col darsi a lui,

come in addietro si era data a Giovan Galeazzo Visconti, uno de' suoi

predecessori. Pure siccome era legato ai Fiorentini con un trattato

d'alleanza, non volle apertamente violarlo, e si limitò a rinviare gli

ambasciatori pisani ai Genovesi, che gli avevano data la signoria della

loro città, ma che in pari tempo si erano, in forza della loro

capitolazione, riservato il diritto di fare a posta loro la pace o la

guerra[264].

[262] _Dissert. sopra la stor. Lucchese. Diss. VIII, t. II, p. 218._

[263] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 73._

[264] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 73._

Due secoli prima i Genovesi, dopo le antiche loro vittorie sui Pisani,

eransi lusingati d'estendere il loro dominio a tutta la costa toscana.

Di già vi avevano alcuni castelli, e fecero inoltre l'acquisto del porto

di Livorno, che il loro doge, Tommaso Fregoso, vendette poi ai

Fiorentini. Dopo una tale epoca vennero respinti sempre più lontani dai

confini della Toscana. Perdettero successivamente Pietra Santa e

Sarzana, ed il fiume Magra venne finalmente stabilito per confine tra il

loro territorio e quello di Firenze. Dopo ciò i Genovesi, rimasti gelosi

de' Fiorentini, accolsero favorevolmente i deputati di Pisa. Uno storico

genovese contemporaneo riferisce il seguente discorso, pronunciato dai

deputati pisani innanzi al senato di Genova:

«Scusateci, padri coscritti (essi dissero), se non sappiamo parlare in

modo conveniente alla dignità di questo senato e alle nostre sventure;

datene soltanto colpa a quella così lunga, così miserabile, così crudele

servitù in cui ci tennero i Fiorentini. Un lungo intervallo ci fece

dimenticare in qual modo si parli ad uomini del vostro grado. Noi più

non avevamo opportunità che di favellare coi nostri terrieri, intorno ai

tributi che dovevamo pagare, o intorno alla coltura de' nostri campi che

appena ci si lasciavano ancora. Altra cura non ci si accordava che

quella di trovar modo a soddisfare a quelle esazioni sempre rinnovate,

onde sottrarci al duro carcere di cui eravamo minacciati. La ricordanza

di quest'abbietta servitù ci riempie tuttavia di spavento. Perdonateci,

illustri senatori, perchè per noi parlano i nostri bisogni, e

suppliscono alla nostra incapacità. L'anima nostra respira volgendosi

verso di voi. Poc'anzi eravamo ancora tra le catene, ora ci vediamo

liberi; eravamo come morti, ora viviamo riponendo in voi tutta la nostra

speranza. Dio nella sua misericordia si è di noi ricordato, e ci ha

mandata dal cielo la libertà. La ci fu data dal re Carlo; ma imponendoci

l'obbligo di difenderci da noi stessi. Soli non siamo in istato di

farlo; ci riconosciamo troppo deboli, appena restandoci un soffio di

vita: onde tutta la nostra speranza è in voi riposta, e da voi

aspettiamo la vita o la morte. Abbiate adunque pietà di noi. Se ci

assistete, la nostra città sarà cosa vostra, perciocchè a voi

attribuiremo il beneficio di quella libertà che ci fu data da un re

clemente. Saremo vostri soldati, e combatteremo con zelo contro tutti

coloro che ci additerete come vostri nemici. Ma se da voi non ci è dato

di ottenere così segnalato favore, abbiamo determinato d'imitare

l'esempio de' Sagontini, e di anticipare la crudeltà de' nostri nemici.

Colle nostre proprie mani sveneremo i nostri figli, le nostre spose,

brucieremo le case nostre ed i nostri templi; poi ci precipiteremo su

questi roghi per non lasciare ai nostri nemici il modo di esercitare le

loro vendette[265].»

[265] _Barth. Senaregae de rebus Gen., t. XXIV, p. 548. — Agost.

Giustiniani Comm. di Genova, l. V, f. 250._

I Genovesi, mossi da così calde preghiere e dalle copiose lagrime con

cui i Pisani avevano posto fine al loro ragionamento, loro diedero armi

d'ogni genere di cui avevano urgentissimo bisogno, e che i Pisani ebbero

l'accortezza d'esporre sulla pubblica piazza, perchè a tutti fosse nota

l'assistenza che il loro stato aveva ricevuto e si facessero a sperar

bene. In pari tempo Alessandro Negroni fu mandato a Pisa con autorità di

chiamare in ajuto de' Pisani, qualunque volta lo credesse necessario,

tutti i limitrofi abitanti della Liguria. Finalmente furono prese le

convenienti misure per mantenere in servigio dei Pisani, ma a spese

delle tre repubbliche di Genova, di Siena e di Lucca dugento uomini

d'armi, dugento cavalleggeri ed ottocento pedoni, de' quali fu dato il

comando a Giacomo d'Appiano, signore di Piombino, ed a Giovanni

Savelli[266].

[266] _Bart. Senaregæ de reb. Gen., p. 549. — P. Jovii Hist. sui

temp., l. II, p. 58. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 77._

Gli stessi Pisani avevano preso al loro soldo Lucio Malvezzi, emigrato

bolognese, che, dai Bentivoglio acerbamente perseguitato, aveva trovato

protezione presso il duca di Milano[267]. Il Malvezzi era buon capitano,

ed aveva seco condotti circa trecento soldati veterani. Questi attaccò i

Fiorentini, che assediavano Buti, sforzandoli a chiudersi in Bientina.

Vero è che poco dopo i Fiorentini avevano in ricambio costretti i Pisani

a ritirarsi dall'assedio di Librafratta poi ch'ebbero sotterrati i

cannoni che vi avevano condotti. Allora i Fiorentini si erano sparsi per

la valle del Serchio, ed avendo occupati i bagni di Pisa minacciavano

perfino i sobborghi della città. Lucio Malvezzi che vi si era ritirato,

fece suonare a stormo; e, rinforzata la sua armata con tutto il corpo

della milizia pisana, venne ad attaccare i Fiorentini lungo il canale

derivato dal Serchio, gli sgominò, cacciandoli fino a Librafratta, dove

ricuperò i suoi cannoni, e tornò trionfante a Pisa, con molti

prigionieri e cavalli[268].

[267] _Hieron. de Bursellis Ann. Bonon., t. XXIII, p. 912._

[268] _P. Jovii Hist., l. II, p. 58. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.

211._

I Fiorentini eransi ritirati attraverso allo stato di Lucca: Lucio

Malvezzi gl'inseguì, ed avendo, prima che vi giugnessero i nemici, fatto

occupare da un distaccamento il ponte del Serchio, li pose tra due

fuochi. La cavalleria, condotta da Ercole Bentivoglio avea potuto per

altro fuggire passando il fiume a nuoto, e dopo essersi posta in sicuro

a Monte Carlo, era poi tornata ad occupare il suo accampamento a

Pontadera; ma i fanti furono quasi tutti uccisi o fatti

prigionieri[269].

[269] _P. Jovii, l. II, p. 59._

Mentre che i Fiorentini continuavano la guerra contro i Pisani con sì

mala riuscita, una nuova ribellione de' loro sudditi accrebbe la loro

inquietudine. Il 26 marzo del 1495 la potente borgata di Montepulciano

scosse il giogo della signoria[270]. I Fiorentini avevano in ogni grossa

terra del loro territorio una fortezza che sempre aveva una porta

esterna per ricevere i soccorsi. In ciascuna fortezza non tenevano che

quattro o cinque soldati, che cautamente vi si chiudevano e facevano

rigorosa guardia; questi quattro uomini bastavano per difendere la

piazza quarantotto ore in caso di ribellione della borgata, o

d'impreveduto attacco, e la signoria di Firenze non aveva bisogno che

facessero più lunga resistenza per avere il tempo di soccorrerli. Ma le

quattro guardie della fortezza di Montepulciano non si erano prese il

pensiero di rifare i loro approvvigionamenti; inoltre, male osservando

la loro consegna, tre di loro talvolta uscivano insieme, ed un solo

restava in castello per chiudere ed aprire la porta. Gli abitanti di

Montepulciano, malcontenti del governo fiorentino, della gravezza delle

imposte e dell'alterazione delle monete, risolsero di porsi in libertà

sotto la protezione de' Sienesi. Si accordarono adunque coi magistrati

di quella repubblica, colla quale confinavano; indi cogliendo l'istante

in cui tre de' soldati del castello erano usciti, vi chiusero il quarto,

spingendolo nella principal torre, lo atterrirono e lo ridussero ad

arrendersi entro un'ora[271]. Allora si diedero ad atterrare la

fortezza, che non poteva servire che a tenerli dipendenti, ed intanto

spedirono deputati ai Sienesi per porsi sotto la loro protezione. I

Sienesi, sebbene legati coi Fiorentini da precedenti trattati, non si

mostrarono difficili ad accoglierli. Si obbligarono a ricevere

Montepulciano sotto la loro perpetua protezione, ed a trattare gli

abitanti come confederati, non come sudditi; e tosto mandarono alcune

truppe in loro ajuto[272].

[270] _Jac. Nardi delle Istor. Fior. l. II, p. 34._

[271] _Machiavelli Framm. Ist._

[272] _Allegr. Allegretti Diari Sanesi, p. 842. — Orl. Malavolti

Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 100. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.

210._

I Fiorentini, che si erano sinceramente attaccati all'alleanza della

Francia, e che, dietro le esortazioni di Savonarola, continuavano a

mantenersele fedeli, malgrado i motivi di malcontento che loro dava il

re, mandarono deputati a Napoli, a Carlo VIII, per chiedergli la

guarenzia de' loro dominj, in conformità degli obblighi che si era

assunti nel trattato, e perchè obbligasse i Sienesi, suoi alleati, a

rendere loro una borgata ed il suo territorio, che avevano ingiustamente

occupati. Ma Carlo rispose loro con un amaro sarcasmo: «Che posso io

fare in vostro favore, se così voi maltrattate i vostri sudditi che

tutti si ribellano[273]?»

[273] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 89._

Non meno che le parole, le azioni di Carlo mostravano quanto facesse

poco conto del suo trattato coi Fiorentini, e dell'appoggio loro, mentre

contro di lui si andava condensando un turbine nella parte

settentrionale dell'Italia. Gli ambasciatori pisani, ch'erano a Napoli,

da lui ottennero seicento soldati tra Svizzeri e Guasconi, che giunsero

a Pisa sopra una nave di trasporto, e che in aprile ricominciarono

l'assedio di Librafratta, di cui s'impadronirono. Lucio Malvezzi riprese

press'a poco tutti i castelli de' Pisani che aveva dovuto prima

abbandonare[274]. Aveva occupato la fortezza della Verrucola, la quale,

essendo posta sopra la più orientale sommità della montagna che divide

dal Pisano il territorio Lucchese, signoreggia la Val d'Arno, e scuopre

tutto il piano pel quale i Fiorentini potevano avvicinarsi a Pisa.

Questa posizione dava al Malvezzi il vantaggio di conoscere tutti gli

andamenti del nemico e di prevenirne i progetti. Francesco Secco,

generale fiorentino, si apparecchiava ad attaccare Verrucola, ma il

Malvezzi lo sorprese a Buti, sgominandogli l'armata e facendogli molti

prigionieri. Occupò poscia san Romano e Montopoli; ed i Fiorentini,

vedendo le bandiere francesi tra le truppe nemiche, non vollero battersi

contro di loro, ed abbandonarono Pontadera e tutto il territorio

pisano[275].

[274] _P. Jovii Hist., l. II, p. 60. — Jacopo Nardi Hist. Fior., l.

II, p. 35. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 212._

[275] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 61._

L'antico attaccamento de' Fiorentini per la corona di Francia veniva

indebolito da tante ingiurie e da così costante mancamento di fede.

Nello stesso tempo tutta l'Italia si muoveva contro i Francesi, ed i

deputati di Venezia e di Milano pressavano i Fiorentini ad unirsi alla

causa dell'indipendenza d'Italia[276]; vi sarebbero senza dubbio

riusciti, se Girolamo Savonarola non avesse colle sue profetiche

ammonizioni accresciuto il timore che aveva la signoria per trovarsi la

prima in sul passaggio dell'armata francese al suo ritorno. Già da più

anni il Savonarola aveva annunciato che una straniera invasione

cagionerebbe la ruina d'Italia. Allorchè apparve Carlo VIII aveva

dichiarato essere costui il monarca scelto da Dio per gastigare i

malvagi e per riformare la Chiesa[277]. Proseguiva a dire che sebbene

Carlo VIII non avesse soddisfatto all'incarico impostogli dalla

divinità, era però sempre il suo inviato; che Dio continuerebbe a

condurlo quasi per mano, liberandolo da tutte le difficoltà in cui si

era posto[278]. Cotali profezie, ripetute con tanta asseveranza dal

pulpito, venivano pienamente credute dal popolo e dai capi della

repubblica. Firenze più non era omai diretta da una politica umana, ma a

seconda delle rivelazioni che credeva di ricevere dal cielo; ed il

riformatore italiano esercitava sulla repubblica fiorentina

quell'influenza che cinquant'anni dopo ebbe il riformatore francese

sulla repubblica di Ginevra. Savonarola e Calvino avevano press'a poco

gli stessi principj, ed univano egualmente la religione alla politica;

ma il Savonarola coll'immaginazione del mezzodì e coll'ardore del suo

carattere credeva di ricevere immediatamente dalla divinità quelle

ispirazioni che gli venivano dalle sue riflessioni e dalle sue

cognizioni. Questa stessa immaginazione signoreggiava troppo la sua

ragione, perchè gli venisse in pensiero di assoggettare a disamina il

corpo della religione. Limitava la sua riforma all'organizzazione della

Chiesa, alla purificazione de' costumi, senza avere mai voluto

introdurre veruna variazione nella sua fede.

[276] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 210._

[277] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 34._

[278] _Vita del P. Savonarola, l. II, § 14, p. 81. — Mém. de Phil.

de Comines, l. VIII, c. III, p. 270. — Jac. Nardi, l. II, p. 36._

Gli altri stati d'Italia, la di cui politica non era diretta dalle

profezie e dalle prediche di un uomo che credevasi inviato da Dio, non

avevano potuto vedere senz'estrema inquietudine l'inaudita prosperità

de' Francesi, la conquista di Napoli, fatta senza venire a battaglia, e

il subito rovesciamento di quella casa di Arragona che per tanto tempo

aveva inspirato terrore a tutti gli stati italiani, ed era scomparsa al

primo soffio di contraria fortuna. L'arroganza de' Francesi accresceva

quest'inquietudine; siccome la loro mal dissimulata ambizione stendevasi

a tutta l'Italia, essa rendeva precaria l'esistenza di tutti i sovrani.

Il duca d'Orleans, rimasto in Asti, apertamente manifestava le sue

pretese sullo stato di Milano, e minacciava Lodovico il Moro, mentre

Carlo VIII a Napoli pareva che a bella posta cercasse d'accrescere la

diffidenza di questo suo primo alleato. Erasi Carlo affezionato Gian

Giacopo Trivulzio, personale nemico dello Sforza, e proscritto come

ribelle dallo stato di Milano, e lo avea preso al suo soldo con cento

lance. Erasi pure affezionato con larghe promesse il cardinale Fregoso

ed Ibletto de' Fieschi, i due capi degli emigrati genovesi, nemici dello

Sforza; per ultimo aveva ricusato a Lodovico il Moro il principato di

Taranto, già solennemente promesso, dichiarando di non essere tenuto a

dargliene il possesso che dopo che tutto il regno di Napoli sarebbe a

lui subordinato[279].

[279] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 86. — P. Bembi Ist. Ven., l. II,

p. 31. — P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 56._

I Francesi tenevano sempre le loro guarnigioni nelle fortezze di Sarzana

e di Pietra Santa, che avevano promesso di restituire ai Genovesi; erano

rimasti padroni delle principali fortezze degli stati di Lucca, di Pisa,

di Firenze e di Siena, e con ciò davano legge a tutta la Toscana;

avevano inoltre forzati gli Orsini ed i Colonna a dar loro in mano i più

forti castelli, come pegni del loro attaccamento, e finalmente ridotto

il papa a consegnare le sue migliori fortezze. Il progetto di

signoreggiare tutta l'Italia pareva essersi adottato dall'ambiziosa

corte di Carlo VIII, e sostituito al primo della spedizione della

Grecia, che omai più non si risguardava che come uno stratagemma

inventato per disarmare i popoli cristiani. I sovrani forastieri non

erano nè meno scontenti, nè meno inquieti. In Ispagna Ferdinando ed

Isabella deploravano l'infortunio del loro cugino, e la perdita d'un

regno che aggiungeva splendore e potere alla casa d'Arragona. Altronde

essi temevano per conto della Sicilia, la quale, avendo appartenuto agli

Angiovini, poteva essere, come Napoli, richiamata dai Francesi, e che

potrebbe difficilmente difendersi contro di loro, qualora riuscisse loro

di stabilirsi dall'altra banda del Faro. Massimiliano, re de' Romani,

conservava un amaro rancore contro Carlo VIII, che in occasione del suo

matrimonio, gli aveva fatti i più sanguinosi affronti che possano farsi

ad un padre e ad uno sposo. Vero è che avevano fatta la pace, ma Carlo

VIII, attraversando l'Italia, non aveva mostrato verun rispetto per i

diritti imperiali, era entrato da conquistatore nelle terre dell'impero,

ed aveva parlato come padrone; di modo che aveva dati all'imperatore

eletto infiniti motivi di lagnarsi e di ricominciare la guerra[280].

[280] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 56. — Guicciardini, l.

II, p. 87. — P. Bembi Ist. Ven., l. II, p. 31._

Filippo di Comines, signore d'Argenton, il sottile politico, e lo

storico che descrive con tanto interessamento il regno di Lodovico XI e

la spedizione di Carlo VIII, era in allora ambasciatore di Francia a

Venezia, ove soggiornò otto mesi. Era stato colà mandato per persuadere

quella potente repubblica a collegarsi alla Francia, o per lo meno a

mantenere la promessa neutralità: gli offriva nel primo caso la

ricompensa di Brindisi e d'Otranto, a condizione che i Veneziani

restituirebbero quelle città, quando il re, acquistando la Grecia,

potrebbe assegnar loro un più vasto dominio in quel paese. Ma i

Veneziani, che invece di prevedere i rapidi avanzamenti del re, non

supponevano nè meno che perseverasse ne' suoi progetti, avevano con

onesti pretesti rifiutate così magnifiche condizioni che non avevano

apparenza di potersi eseguire, e protestarono di mantenersi

neutrali[281]. Nella stessa maniera avevano rinviati gli ambasciatori

del re Alfonso e quello del sultano Bajazette, che tutti volevano

persuaderli a difendere il re di Napoli; mentre l'ambasciatore milanese,

che pure si trovava in Venezia, li riteneva nella sicurezza che il suo

padrone ben saprebbe a quale partito appigliarsi per far tornare, quando

fosse tempo, il re di Francia al di là delle Alpi[282].

[281] _Phil de Comines Mém., l. VII, c. XIX, p. 244._

[282] _Ivi, p. 245._

Il trattato di Pietro de' Medici con Carlo VIII risvegliò finalmente

l'inquietudine della signoria, ed i rapidissimi avanzamenti dell'armata

francese rendettero egualmente inquieti il duca di Milano, il re de'

Romani, che temeva che Carlo VIII non ricevesse dal papa la corona

imperiale, ed il re di Spagna. Questi principi intavolarono dunque in

Venezia un'alleanza per la comune sicurezza. Vi si videro giugnere

successivamente il vescovo di Como e Francesco Bernardino Visconti,

ambasciatori del duca di Milano, Ulrico di Frondsberg, vescovo di

Trento, con altri tre ambasciatori di Massimiliano, ed all'ultimo

Lorenzo Suares de Mendoza y Figueroa, ambasciatore di Spagna[283]. Da

principio questi diplomatici non si adunavano che di notte, sia tra di

loro che coi segretarj della signoria. Lusingavansi con ciò di non

essere osservati dal Comines; ma avendo costui scoperte per tempo le

loro pratiche, strinse francamente gli ambasciatori milanesi a fargli

parte delle loro doglianze per provvedervi amicamente, piuttosto che

alienarsi dalla Francia, la di cui alleanza era stata e poteva anche in

avvenire riuscire utile al loro signore[284].

[283] _P. Bembi 1st. Ven., l. II, p. 32. — Cron. Venez._ attribuita

a _Marin Sanuto, t. XXIV, p. 16._

[284] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XIX, p. 248._

Il Comines tentò pure di sconsigliare la repubblica da questi ostili

progetti, ma egli cedeva in accortezza agl'Italiani: gli ambasciatori

milanesi gli avevano protestato con solenni giuramenti, che fallaci

erano i suoi sospetti; la signoria lo aveva assicurato che la lega da

lei progettata non solo non era diretta contro il re, ma doveva essere

sottoscritta di accordo con lui, poichè si trattava di fare di concerto

la guerra ai Turchi, di sforzare tutti gli alleati a concorrere alle

spese, e di procurare a Carlo VIII l'alto dominio del regno di Napoli

con tre delle sue principali piazze per guarenzia, conservando per altro

la corona al principe arragonese, che sarebbe feudatario della Francia.

Il Comines chiese tempo per partecipare queste proposizioni al re, e

fece istanza perchè i Veneziani non venissero ad alcuna definitiva

convenzione prima d'averne avuto riscontro. Ma Carlo, i di cui prosperi

successi superavano le sue speranze, non volle porgere orecchio a veruno

accomodamento[285]. Gli ambasciatori, avendo allora conosciuto che i

loro abboccamenti erano noti, più non cercarono di celarsi, e si

adunarono tutti i giorni. Pensavano a determinare il numero delle truppe

che i Veneziani manderebbero a Roma, mentre Ferdinando difendeva

Viterbo; ma quando seppero che questa città era stata abbandonata senza

essersi tirato un colpo di fucile, e che poco dopo era stata evacuata

Roma, i loro timori andarono crescendo colle difficoltà della loro

posizione[286].

[285] _Phil. De Comines Mém., l. VII, c. XIX, p. 250. — Rayn. Ann.

Eccl. 1495, § 13, p. 441._

[286] _Phil. de Comines, l. VII, c. XIX, p. 251. — P. Bembi 1st.

Ven., l. II, p. 33._

«Vedendo i Veneziani (dice il Comines) tutto ciò abbandonato, ed

avvisati che il re si trovava in Napoli, mi mandarono a cercare, e mi

dissero queste notizie, mostrandosene lieti; tuttavolta dicevano che il

detto castello era gagliardamente munito[287]; e ben vedevano esservi da

sperare assai che non si arrendesse, e consentirono che l'ambasciatore

levasse gente d'armi a Venezia per ispedirle a Brindisi, ed erano vicini

a conchiudere la lega, allorchè i loro ambasciatori scrissero che il

castello avea capitolato. Allora una mattina mi fecero nuovamente

chiamare, e li trovai in grosso numero di circa cinquanta o sessanta

nella camera del principe, ch'era infermo di colica; e mi si

raccontarono tali nuove con ridente cera, ma niuno più del principe

sapeva meglio fingere. Alcuni erano seduti su certi marciapiedi delle

panche, e tenevano il capo tra le mani, altri in altro lato, ma tutti

non potevano a meno di lasciar travedere la somma loro tristezza; ed io

credo che quando si ebbe in Roma l'avviso della sconfitta di Canne, i

senatori che erano rimasti non erano più sparuti, nè più spaventati di

loro: perciocchè non vi fu che il solo doge che mi guardasse o mi

volgesse la parola. Ed io gli andava guardando maravigliato. Mi chiese

il doge se il re manterebbe quello che loro aveva sempre fatto sapere, e

che gli aveva detto ancor io. Risposi asseverantemente di sì, e tutto

offersi per rimanere in pace, promettendo che la promessa sarebbe

mantenuta, sperando con ciò di togliere ogni sospetto; indi mi

congedai[288].»

[287] Convien dire che il Comines parli del castello di Napoli. _N.

d. T._

[288] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XX, p. 252._

Malgrado l'abbattimento de' signori Veneziani, ben sentì il Comines che

la posizione del re in fondo all'Italia poteva riuscire pericolosissima,

se questi dichiaravansi contro di lui; e mentre il duca di Milano faceva

ancora difficoltà per sottoscrivere con loro il trattato di alleanza,

sollecitò Carlo VIII, o a far venire di Francia nuovi rinforzi, se

voleva egli medesimo mantenersi nel regno, o ad uscirne immediatamente

colla sua armata, prima che gli si precludesse la strada, lasciando

soltanto buone guarnigioni nelle piazze. In pari tempo egli scrisse al

duca di Borbone rimasto in Francia come luogotenente del regno, ed al

marchese di Monferrato, per persuaderli a mandare subito rinforzi al

duca d'Orleans, ch'erasi trattenuto in Asti soltanto colla sua casa:

perciocchè questa città era in certo modo la porta aperta al re per

tornare in Francia, e se questa veniva occupata da' nemici, estremo

diventare poteva il suo pericolo[289].

[289] _Mém. de Phil. de Comines l. VII, c. XX, p. 254._ — Non

trovansi meno di sei lettere scritte dal 14 al 20 aprile dal duca

d'Orleans al duca di Borbone per chiedergli soccorsi. Sono riportate

da _Dionigi Godefroy Hist. de Charles VIII, p. 70._

«La lega si conchiuse (dice il Comines) una sera, ad era tarda assai il

31 marzo del 1495[290]. La susseguente mattina mi chiese la signoria

assai più per tempo che all'ordinario. Tosto che fui arrivato e seduto,

mi disse il doge che in onore della santa Trinità, aveva conchiusa una

lega col nostro santo padre il papa, col re de' Romani e di Castiglia, e

col duca di Milano, a tre fini: il primo per difendere la Cristianità

contro il Turco; il secondo per la difesa dell'Italia; il terzo per la

preservazione de' loro stati; e che dovessi darne notizia al re. Eravi

grossa adunanza di circa cento o più, e tenevano il capo alto, facevano

buon viso, ed avevano un contegno affatto diverso da quello di quel

giorno in cui mi avevano data notizia della presa del castello di

Napoli. Mi fu altresì detto d'avere scritto ai loro ambasciatori, che

trovavansi presso il re, che partissero e prendessero congedo. Uno di

costoro chiamavasi messere Domenico Loredano e l'altro messere Domenico

Trevisano. Io aveva il cuore chiuso, ed assai temevo per la persona del

re e di tutta la sua compagnia; e li credevo più apparecchiati che non

erano; e dubitavo che tenessero pronti de' Tedeschi; che se ciò fosse

stato, il re più non sarebbe uscito d'Italia. Risolsi di non far molte

parole in quell'impeto di collera; pure essi mi fecero molte dimande.

Loro risposi che la sera precedente aveva tutto scritto al re, e più

volte, e ch'egli pure mi aveva scritto, e che gli era nota ogni cosa da

Roma e da Milano. Tutti mi fecero mal viso per avere detto che aveva

scritto la precedente sera al re, perchè non vi sono persone al mondo

così sospettose, nè che tengano più segreti i loro consiglj; e soltanto

per sospetto esiliano le genti; e perciò aveva loro così parlato. Oltre

di questo loro dissi ancora d'avere scritto a monsignore d'Orleans ed a

monsignore di Borbone, affinchè provvedessero Asti; e lo dicevo sperando

che ciò li ritarderebbe dall'andare sotto Asti; perchè se fossero stati

così apparecchiati come se ne davano il vanto, e credevano, l'avrebbero

preso senza rimedio; perciocchè era, e rimase ancora lungo tempo mal

provveduto[291].»

[290] _ P. Bembi Ist. Ven., l. II, p. 32. — Scip. Ammirato, l. XXVI,

p. 210. — Cron. Ven., t. XXIV, p. 17._

[291] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XX, p, 256._ Nel

trasportare questo ed il precedente testo di questo antico storico,

ho cercato di non perdere quel carattere d'ingenuità e di buonomia

che ha l'originale. — _Arnoldi Ferroni de Gestis Franc., l. I, p.

12._

Ma mentre che Filippo di Comines vuole darsi vanto, mostrando com'era

ben informato, Pietro Bembo, lo storico veneziano, si compiace di

dipingere la sua sorpresa ed il suo spavento. «Sebbene vi fossero tanti

ambasciatori (egli scrive), e tanti cittadini chiamati alle conferenze,

e che il senato si fosse così frequentemente adunato, tanta era stata la

vigilanza del consiglio de' dieci, per sopprimere ogni diceria su questo

argomento, che Filippo di Comines, inviato di Carlo, sebbene ogni dì

frequentasse il palazzo, e che trattasse con tutti gli ambasciatori, mai

non ebbe il più piccolo sospetto. Perciò, allorchè il giorno dopo la

segnatura, fu chiamato a palazzo, ed il principe gli partecipò la

conchiusione del trattato ed i nomi de' confederati, fu per impazzire.

Per altro il doge gli aveva detto che tutto quanto erasi fatto non

mirava a muovere guerra a chicchefosse, ma soltanto a difendersi ove

alcuno della lega fosse attaccato. Poichè fu alquanto rinvenuto: E che

dunque, esclamò non potrà il mio re tornare in Francia? Lo potrà,

rispose il doge, se vuole ritirarsi da amico, e noi l'ajuteremo con

tutte le nostre forze. Dopo questa risposta il Comines si ritirò; e

mentre usciva di palazzo, dopo sceso lo scalone, nell'attraversare la

piazza, si volse al segretario del senato, che lo accompagnava,

pregandolo a ridirgli ciò che il doge gli aveva detto, avendo egli il

tutto dimenticato[292].»

[292] _P. Bembi Ist. Ven., l. II, p. 30._

Il popolo di Venezia festeggiò questa lega il giorno dopo la

sottoscrizione, e le feste ricominciarono il giorno dodici aprile,

domenica delle Palme, in cui si pubblicò in tutti i paesi de'

confederali[293]. In forza de' convenuti articoli l'alleanza doveva

durare venticinque anni, ed avere per oggetto la difesa della maestà del

romano pontefice, della dignità, della libertà, de' diritti di tutti i

confederati, e di ciò che tutti possedevano. Le potenze alleate dovevano

fra tutte mettere in piedi trentaquattro mila cavalli e venti mila

fanti; cioè il papa quattro mila cavalli; Massimiliano sei; il re di

Spagna, la repubblica di Venezia ed il duca di Milano, cadauno otto.

Ogni confederato doveva somministrare quattro mila pedoni. Coloro che

non avrebbero dato tutto il contingente, supplirebbero col danaro. Come

pure quando fosse stato necessario l'impiego d'una flotta, dovevano

somministrarla le potenze marittime, e le spese essere a carico di tutti

gli alleati in giusta proporzione[294].

[293] _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 299. — Rayn. Ann. Eccl. 1495, §

14, t. XIX, p. 441._

[294] _Fr. Guicciardini l. II, p. 88. — P. Jovii, l. II, p. 56. — P.

Bembi Ist. Ven., l. II, p. 32. — And. Navagero Stor. Ven., t. XXIII,

p. 1204. — Fr. Belcarii Comm. rer. Gallic., l. VI, p. 157._

Ma a questi articoli, che furono pubblicati, i confederati aggiunsero

altre segrete condizioni, che affatto mutavano la natura dell'alleanza,

e la disponevano ad una guerra offensiva. Di già Ferdinando ed Isabella

avevano mandato in Sicilia una flotta di sessanta galere, che aveva a

bordo seicento cavalieri e cinque mila fanti, ed avevano dato il comando

di queste truppe a Gonzalvo di Cordova, che si era renduto glorioso

nella guerra di Granata[295]. Convennero gli alleati che questa armata

asseconderebbe Ferdinando di Napoli, per riporlo in trono, dove i suoi

sudditi, rinvenuti dalla loro confidenza in Carlo VIII, di già lo

richiamavano. Gli è vero che i re di Spagna si erano obbligati col

trattato di Perpignano a non impedire al re di Francia l'acquisto del

regno di Napoli[296], ma vi avevano aggiunta la clausola, che niuna

condizione sarebbe obbligatoria se trovavasi pregiudicievole alla

Chiesa; ed essi pretendevano, che, essendo il regno di Napoli un feudo

ecclesiastico, essi non potevano restare dal difenderlo, quando il papa

gl'invitasse a farlo[297]. I confederati convennero pure fra di loro

segretamente, che i Veneziani attaccherebbero le terre occupate dai

Francesi lungo le coste del regno di Napoli colla loro flotta, che

avevano portata a quaranta galere, sotto il comando d'Antonio

Grimani[298]; che il duca di Milano si opporrebbe all'avanzamento de'

soccorsi che potessero arrivare dalla Francia; che attaccherebbe Asti,

scacciandone il duca d'Orleans; che il re de' Romani ed i re di Spagna

invaderebbero nello stesso tempo i confini della Francia con potenti

armate, e riceverebbero per questa guerra sussidj dagli altri

alleati[299].

[295] _P. Jovii Hist., l. II, p. 56._

[296] È nell'articolo III del trattato di Perpignano che trovasi

quest'obbligazione, ma per altro senza nominare il re di Napoli. I

re di Spagna si obbligano soltanto a preferire l'alleanza della

Francia: _Aliis quibuscumque ligis et confederationibus factis, vel

faciendis, cum quocumque principe, vel principibus, Vicario Christi

excepto. Den. Godefroy Hist. de Charles VIII, p. 664._

[297] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 87._

[298] _P. Jovii, l. II, p. 56. — And. Navagero, t. XXIII, p. 1202._

[299] _Fr. Guicciardini, l. II. p. 88._

Massimiliano faceva agli stati d'Italia splendide promesse, ma non si

tardò a conoscere che non recava all'alleanza che un gran nome. Egli non

sapeva porre alcun ordine nè alcuna economia nell'amministrazione de'

suoi stati ereditarj, e non poteva avere dall'impero nè uomini, nè

danari, sebbene pretendesse d'entrare in guerra colla Francia soltanto

per l'interesse de' feudi imperiali. La dieta di Vormazia gli promise

nel 1495 soltanto centocinquanta mila fiorini, assegnati sul danaro

comune che doveva levarsi in tutto l'impero, e che non si pagò in verun

luogo. Di modo che, in cambio di sei mila cavalli da lui promessi,

appena potè assoldare tre mila uomini[300].

[300] _Schmidt Hist. des Allemands, l. VII, c. XXVII, t. V, p. 369._

Non eravi forse verun duca d'Italia, che non fosse effettivamente più

potente dell'imperatore, o la di cui cooperazione non fosse almeno più

efficace. Perciò le potenze alleate avrebbero ardentemente desiderato

che tutta l'Italia fosse entrata nella stessa confederazione, ed

insistettero presso il duca di Ferrara e presso i Fiorentini, perchè

prendessero parte nella lega. Il duca di Ferrara lo ricusò[301], ma per

tenersi amici tutti i partiti fu contento che suo figlio primogenito,

don Alfonso, passasse ai servigj del duca di Milano col titolo di

luogotenente generale delle sue truppe, e col comando di cento cinquanta

lance[302]. I Fiorentini, ai quali Lodovico Sforza offriva un'armata,

per difenderli contro Carlo VIII nel di lui ritorno, e per ajutarli in

appresso a ricuperar Pisa e tutte le loro fortezze, costantemente

ricusarono di staccarsi da un principe, che per altro loro dava così

giusti titoli di lagnanze. Preferirono di aspettare da lui la

restituzione delle loro province, piuttosto che ritorgliele colla forza,

ajutati dagli alleati, de' quali diffidavano più che del re[303].

[301] _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 298._

[302] _Diar. Ferrar., p. 302._

[303] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 89. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.

210._

Frattanto tutti i confederati si apparecchiavano sollecitamente alla

guerra: i Veneziani chiamavano molti Stradioti, o cavalleggeri

dall'Epiro, dalla Macedonia e dal Peloponneso: Lodovico Sforza aveva

mandato molti danari in Svevia per assoldarvi truppe mercenarie;

Massimiliano prometteva di scendere in Italia con quelle formidabili

schiere tedesche, delle quali i Francesi nel 1492 avevano sperimentato

il valore nelle pianure dell'Artois. Bajazette II offriva ai Veneziani

d'ajutarli con tutte le sue forze di terra e di mare contro i

Francesi[304]. Il sultano non era compreso nell'alleanza, la quale anzi,

stando al trattato pubblico, sembrava fatta contro di lui; pure il suo

ambasciatore era stato ammesso nelle adunanze della confederazione, e

terminata la sua missione era rimasto in Venezia per assistere alle

feste colle quali si celebrò la pubblicazione della lega[305]. In ogni

parte l'Europa vestiva un aspetto ostile contro i Francesi; e Filippo di

Comines, che da gran tempo avvisava il suo padrone del turbine che si

andava contro di lui condensando, essendosi ancora trattenuto un mese in

Venezia dopo la sottoscrizione della lega, si pose in cammino per

recarsi al campo di Carlo, attraversando gli stati del duca di Ferrara,

di Giovanni Bentivoglio e dei Fiorentini. Fu da loro accolto come

l'ambasciatore d'un monarca alleato, mentre che la sua partenza da

Venezia fu in certo qual modo il segnale della rottura d'ogni

negoziazione[306].

[304] _P. Jovii, l. II, p. 56._

[305] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, c. XX, p. 259._

[306] _Ivi, p. 260._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16) · 第 6 / 13 题