_Terrore ed irrisoluzione del papa all'avvicinarsi di Carlo
VIII; questo monarca entra in Roma. — Abdicazione e fuga di
Alfonso II; dispersione dell'armata di Ferdinando II. — Il regno
di Napoli si sottomette a Carlo VIII._
1494 = 1495.
Papa Alessandro VI aveva ottenuto quell'opinione di prudenza e di
destrezza che il mondo suole spesse volte accordare senza riflessione a
coloro, i quali, posto da banda ogni rispetto di morale e di onore, non
si propongono altro scopo della loro politica che il proprio vantaggio.
L'uomo volgare li vede correre verso la meta de' loro disegni con un
ardire che lo abbaglia, e si persuade, che non senza matura
considerazione abbiano osato atterrare quegli steccati ch'egli stesso è
accostumato a rispettare. Quando vede rivocarsi in dubbio quei principj,
cui la gran massa degli uomini si mantiene subordinata, e pesare sopra
nuove bilance i divini ed umani diritti, egli si abbandona ad una cieca
ammirazione verso colui la di cui testa è così forte da innalzarsi al di
sopra di tutti i pregiudizj. Pure questi morali principj, che il volgare
adottò come pregiudizj, sono per il filosofo la più pura essenza
dell'umana ragione, il più perfetto frutto delle sue meditazioni. Come
la virtù è per ogni individuo l'unico mezzo di conseguire lo scopo della
sua esistenza, di conseguire quella pace dell'anima, costante frutto
dello sviluppamento delle nostre facoltà, e del perfezionamento del
nostro essere; così la morale è per ogni società politica, e per
qualunque governo, la sola, la vera strada della pubblica prosperità e
della conservazione dello stato. La perfetta coincidenza della morale
colla vera ben intesa utilità è stata più volte osservata; pure quando
non trattasi che d'individui, quest'utilità può essere in tante maniere
modificata dalle circostanze, dalle passioni e dalle contrarie vicende,
che non possiamo a lei attenerci come a sicura guida; ma la sua
applicazione alla condotta delle nazioni è assai più avverata, perchè
quanto più grande è il numero degl'individui che presero per norma i
principj della morale, tanto più il calcolo, dietro il quale furono
stabiliti questi principj, va acquistando forza; le accidentali
circostanze si compensano, rendonsi neutre le passioni, i contrarj
accidenti si distruggono a vicenda, e dal generale risultamento resta
sempre dimostrato che la più ben intesa politica è la più conforme alla
probità.
La storia somministra infinite applicazioni di questo principio; poche
volte mette in vista alcuno degli uomini più famosi per la loro
immoralità, senza mostrare come l'abbiano traviato i suoi calcoli
personali, e come i suoi delitti siano poi tornati a suo danno. Questi
politici creduti tanto accorti, i quali sostituirono il proprio
interesse ai grandi principj della società umana, qualunque volta sono
in conflitto coll'imminente pericolo, perdono ogni punto d'appoggio,
ogni sicura direzione, ogni base per le loro combinazioni. Lo scandaloso
Alessandro VI diventò l'uomo il più vile ed irrisoluto; il crudele e
perfido Alfonso II, atterrito dalla propria coscienza, si lascia cadere
dal trono senza aspettare un urto straniero.
Pare che Alessandro VI colla versatile sua politica avesse presa qualche
parte nella chiamata di Carlo VIII in Italia. Voleva in allora ottenere
più vantaggiose condizioni dalla casa di Arragona, ed intimidire
Virginio Orsini[168]. Ma quand'ebbe ottenuto uno splendido stato ai suoi
bastardi nel regno di Napoli, cambiò partito; dichiarò, che, avendo i
suoi predecessori accordate tre investiture alla casa d'Arragona,
credevasi obbligato a non negarle la quarta: protestò, che, essendo il
regno di Napoli un feudo della Chiesa, Carlo VIII non poteva attaccarlo
colle armi senza attaccare la Chiesa medesima, ed entrò con ardore nella
lega destinata a difenderlo. In tal tempo Alessandro era troppo lontano
dal supporre tanto rapidi gli avanzamenti de' Francesi, e non erasi così
scopertamente compromesso, che per essersi creduto al coperto da ogni
pericolo. Le negoziazioni di Pietro de' Medici a Sarzana e lo
sconvolgimento della Toscana portarono un subito terrore nella sua
anima, che crebbe a dismisura quando, avendo spedito a Carlo, che
soggiornava in Firenze, il cardinale Francesco Piccolomini, suo legato,
Carlo rifiutò di riceverlo non meno per odio di suo zio Pio II, che
aveva combattuto contro la casa d'Angiò, quanto per l'avversione che
nutriva contro il pontefice che lo aveva mandato[169].
[168] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 63._
[169] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 39._
Il papa aveva ricevuto il duca di Calabria e la sua armata nelle terre
della Chiesa, e gli aveva dati tutti i soldati di cui poteva disporre;
aveva fatto leva tra i popoli di compagnie di fanteria, ed invitati con
bolle i Romani a prendere le armi per difendere la loro patria.
Ingrandendosi però la sua paura di mano in mano che i Francesi
avanzavano, non aveva tardato a far conoscere il suo desiderio d'aprire
nuove conferenze. Il cardinale Ascanio Sforza era in allora il capo del
partito francese nel sacro collegio. Alessandro lo invitò a recarsi a
Roma; e perchè lo Sforza non credevasi sicuro, gli mandò come ostaggio
il suo proprio figlio, il cardinale di Valenza, che fu trattenuto a
Marino sotto la custodia dei Colonna. Questa prima conferenza non ebbe
verun risultamento. Ascanio tornò al campo francese ed il cardinale di
Valenza presso suo padre, senza che nulla si fosse convenuto; ma dietro
questa prima apertura Alessandro mandò presso Carlo i vescovi di
Concordia e di Terni e maestro Graziano, suo confessore, per trattare
contemporaneamente a nome suo ed a nome del re di Napoli. Carlo VIII,
fermamente determinato a non ascoltare proposizioni per parte di Alfonso
II, non ricusò di trattare col papa solo, e perchè l'estrema sua
diffidenza erasi alquanto calmata, mandò a Roma la Tremouille, il
presidente di Gannay, il cardinale Ascanio e Prospero Colonna, senza
domandare ostaggi per la sicurezza delle loro persone. In quell'istante
l'armata napolitana, comandata da Ferdinando rientrò in Roma, ed il
papa, riconfortandosi in vista di tanti soldati, non volle lasciarsi
cadere di mano l'occasione di sorprendere i suoi nemici: il 9 dicembre
fece arrestare il cardinale Ascanio e Prospero Colonna, e li fece
condurre nelle prigioni di Castel sant'Angelo, dichiarando che loro non
renderebbe la libertà se prima non gli era data Ostia. Erano stati
arrestati anche i due ambasciatori francesi, ma il papa li fece subito
liberare[170].
[170] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 62. — Pauli Iovii Hist. sui temp.,
l. II, p. 40. — Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XII, p. 203. —
Burchardi Diar. ap. Raynaldum, 1494, § 23, p. 434. — Alleg.
Allegretti Diari Sanesi, p. 836._
Intanto Carlo VIII andava avvicinandosi a Roma; era entrato in Siena il
2 di dicembre collo stesso militare apparecchio che aveva spiegato a
Firenze; aveva fatta uscire di città la guardia della signoria, e
domandato che gli si consegnassero alcune fortezze della Maremma
Sienese; e quando all'indomani uscì di Siena, vi lasciò un corpo di
truppe per tenere a freno un popolo, che gli era sospetto[171].
Ferdinando, duca di Calabria, successivamente abbandonato dai soldati
della repubblica fiorentina, da Annibale Bentivoglio e dalla sua truppa,
da Giovanni Sforza, signore di Pesaro, e da Guido di Montefeltro, duca
d'Urbino, che tutti ritiravansi ne' proprj stati per non compromettersi
coi Francesi, aveva inoltre perduta quasi tutta la sua fanteria, che,
colpita da terrore, disertava a compagnie. Egli aveva preso a traverso
all'Ombria la strada di Roma[172]; da prima era intenzionato di far
testa a Viterbo, perchè questa città era posta in mezzo ai feudi degli
Orsini ch'egli risguardava come i suoi più fedeli alleati, perchè teneva
Roma alle spalle, e perchè, in caso di disfatta, aveva sempre aperta la
ritirata verso Napoli[173]; ma le negoziazioni d'Alessandro VI, e le
continue sue irrisoluzioni non permettevano a Ferdinando di prendere
veruno vigoroso partito. Carlo VIII entrò in Viterbo senza incontrare
ostacolo, mentre che Ferdinando ripiegava sopra Roma, e questi faceva
lavorare a chiudere le breccie delle antiche mura di questa capitale,
onde porle in istato di difesa, nell'istante in cui il papa faceva
arrestare il cardinale Ascanio e Prospero Colonna[174].
[171] _Ivi, t. XXIII, p. 835. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 61. —
Arnaldi Ferronii, l. I, p. 8._
[172] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 39._
[173] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XI, p. 197._
[174] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 62._
Per altro questa stessa violazione del diritto delle genti non aveva
affatto rotte le negoziazioni; il 19 di dicembre il papa aveva cavato di
prigione il cardinale Federigo di Sanseverino, arrestato insieme ad
Ascanio, e lo aveva spedito a Nepri presso Carlo VIII, facendogli dire
di essere disposto a separare i suoi interessi da quelli del re di
Napoli[175]. Ma nella perturbazione della sua anima, non sapeva
stabilmente attenersi a veruna risoluzione; ora pretendeva di difendere
Roma e s'intratteneva con Ferdinando intorno ai mezzi di ripararne le
fortificazioni; ora lo atterrivano le difficoltà di poter tenere contro
al nemico in così vasto e debole recinto, il doversi procurare le
vittovaglie dalla banda del mare, mentre Ostia era in mano dei nemici,
il sordo malcontento del popolo, e le varie fazioni che scoppiavano in
Roma. Ora apparecchiavasi a fuggire, e chiedeva ad ogni cardinale per
iscritto la promessa di seguirlo in qualunque luogo; poi gli mancava di
nuovo il coraggio, e tornava ai suoi progetti di accomodamento.
[175] _Rayn. An. Eccl., 1494; § 26, t. XIX, p. 434._
L'incertezza del capo dello stato riduceva tutti i suoi membri a
provvedere separatamente alla propria salvezza. I Francesi avevano
passato il Tevere, e scorrevano per ogni verso il patrimonio di san
Pietro e la campagna di Roma, onde tutti i feudatarj della Chiesa
cercavano di fare con loro separate paci. Lo stesso Virginio Orsini, che
per tanti titoli doveva essere affezionatissimo alla casa d'Arragona,
ch'era capitano generale dell'armata reale e grande contestabile del
regno, che aveva fatta sposare a suo figlio una figlia naturale
d'Alfonso II, e che aveva dal re ricevuti i più ricchi feudi del regno,
acconsentì, senza lasciare il suo soldo, che i suoi figli trattassero
col re francese, che gli accordassero libero passaggio e viveri in tutte
le loro terre, dandogli alcune fortezze in pegno della loro
fedeltà[176].
[176] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 62. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,
l. II, p. 40. — Bern. Oricellarii Comm., p. 61._
Il conte di Pitigliano, e gli altri membri della famiglia Orsini fecero
pure il loro particolare trattato: Ivone d'Allegro, e Luigi di Lignì
entrarono in Ostia con cinquecento lance, e due mila Svizzeri; Carlo era
stato dagli Orsini ricevuto nella loro principale fortezza di Bracciano;
Cività Vecchia e Corneto gli avevano aperte le porte; i posti francesi
comunicavano con quelli dei Colonna, che dall'altra banda del Tevere
sollevavano tutta la campagna di Roma; ed i prelati ed il basso popolo
chiedevano con eguale ardore una pace che li liberasse da tanti timori.
Pure quanta più s'avvicinava il pericolo, Alessandro, agitato per sè
medesimo, s'andava imbarazzando nelle sue negoziazioni. Vedeva nel campo
nemico il cardinale di san Pietro _ad vincula_, Giuliano della Rovere,
suo personale nemico; conosceva l'influenza di questo cardinale presso
la corte di Francia, il suo impetuoso carattere, la sua inclinazione per
le misure estreme, ed il vivo suo desiderio di precipitarlo dal trono
papale; ricordavasi per quali vergognose vie vi fosse salito, con quali
scandalosi vizj, con quale sfrontata immoralità l'avesse lordato, ed
oltremodo temeva un concilio ed un giudizio della Chiesa[177].
[177] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 63. — P. Jovii Hist. sui temp., l.
II, p. 40._
Ma Carlo VIII, malgrado le calde istanze de' cardinali nemici di
Alessandro, temeva d'entrare in una lunga e spinosa lotta contro il
papa. Era impaziente di giugnere a Napoli, e parevagli pericolosa ogni
diversione. Altronde in mezzo a' suoi prosperi successi doveva ogni
giorno superare difficoltà, proprie di loro natura a far sbandare
l'armata. Siccome questa non aveva magazzini, dopo essere entrata nello
stato di Roma, aveva bentosto provati gli effetti dell'estrema povertà
del paese. I contadini erano stati ruinati dalle continue guerre tra i
Colonna e gli Orsini; i più deboli castelli erano stati saccheggiati o
derubati, tutto il raccolto era chiuso ne' più forti, ed i soldati
francesi non trovavano nelle campagne una sola casa da manomettere. La
piazza di Bracciano somministrava abbondanti vittovaglie all'esercito
reale, ma questo ne' precedenti giorni aveva sofferti estremi
bisogni[178]. Di quei giorni Perron dei Baschi, maestro di casa del re,
era giunto da Piombino con venti mila ducati che gli mandava il duca di
Milano; ma la flotta che gli aveva portati, comandata dal principe di
Salerno, era poi stata battuta da' venti, spinta sulle coste della
Corsica e dispersa, di modo che più non poteva servire l'armata, nè
trasportare i suoi convogli[179]. Finalmente Carlo VIII trovavasi
circondato da consiglieri, che tutti aspiravano ad ottenere dalla Chiesa
qualche dignità o beneficio. Il sopraintendente delle Finanze,
Briçonnet, di già vescovo di San Malo, desiderava il cappello di
cardinale, e sentiva che più facilmente l'otterrebbe da un papa, che si
credeva alla vigilia di essere deposto, che da una Chiesa riformata.
Consigliò dunque il re a riprendere le negoziazioni.
[178] _Phil. de Comines, Mém. l. VII, ch. IX, p. 198._
[179] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 71. — Phil. de Comines, Mém., l.
VII, c. XII, p. 201._
Dietro tali considerazioni il maresciallo di Giez, il siniscalco di
Belcario, e Giovanni di Gannay, primo presidente del parlamento di
Parigi, furono un'altra volta mandati al pontefice. Chiesero che il re
fosse ricevuto senza resistenza in Roma, promisero che Carlo
rispetterebbe l'autorità papale e le immunità della Chiesa, e
protestavano che nella sua prima conferenza col papa, svanirebbero tutte
le difficoltà che si opponevano alla loro riconciliazione. Pareva ad
Alessandro dura cosa il dover mettere la propria capitale in mano ai
suoi nemici, ed il dovere rimandare i suoi ausiliarj prima d'avere
niente convenuto. Ma l'armata di Carlo si andava ogni giorno avanzando;
il re non trattenevasi giammai più di due giorni in una città; i Colonna
avevano adunata un'armata a Genazzano; il cardinale della Rovere ne
aveva un'altra ad Ostia; ogni resistenza sembrava impossibile, ed
Alessandro acconsentì all'ultimo a far ritirare da Roma il duca di
Calabria colla sua armata[180]. Chiese per lui un salvacondotto,
affinchè il principe napolitano uscisse dallo stato ecclesiastico
senz'essere molestato; ma Ferdinando non volle accettarlo. Lo accompagnò
soltanto il cardinale Ascanio Sforza, per contenere il popolo, fino alla
porta di san Sebastiano, per la quale uscì da Roma, mentre che nella
stessa ora, nel giorno 31 dicembre del 1494, il re di Francia entrava in
Roma, alla testa del suo esercito, per la porta di santa Maria del
Popolo[181].
[180] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XII, p. 202._
[181] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 63. — P. Jovii Hist. sui temp., l.
II, p. 40. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gallic., l. V, p. 143. — Rayn.
Ann., 1494, § 30, p. 435. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 9._
La comparsa di quest'armata, che per la prima volta faceva conoscere ai
Romani la forza e la nuova organizzazione militare degli Oltremontani,
inspirò sorpresa mista a terrore. L'avanguardia era composta di Svizzeri
e di Tedeschi, che camminavano a suono di tamburo, divisi in battaglioni
e sotto i loro stendardi. Corti erano i loro abiti e di svariati colori,
e tagliati secondo la stessa forma del corpo. I loro capi portavano per
distintivo alte piume sui loro caschetti. I soldati avevano corte spade
e lance di legno di frassino lunghe dieci piedi, il di cui ferro era
stretto e acuto. Una quarta parte di loro portava alabarde invece di
lance il di cui ferro rassomigliava alla banda tagliente di una scure,
da cui sorgeva una punta quadrangolare. Essi le maneggiavano con ambidue
le mani, ferendo egualmente di taglio e di punta. Ogni migliajo di
soldati aveva una compagnia di cento fucilieri. Il primo rango d'ogni
battaglione aveva caschetti e corazze che coprivano il petto; questa era
pure l'armatura de' capitani, ma gli altri non avevano armi difensive.
Tenevano dietro agli Svizzeri cinque mila Guasconi, quasi tutti
balestrieri; notabile era la prontezza con cui tendevano e scoccavano le
loro balestre di ferro; del resto la piccola loro statura, ed i loro
abiti, privi di ogni ornamento, facevano una svantaggiosa comparsa al
confronto degli Svizzeri. Veniva poi la cavalleria, la quale era formata
dal fiore della nobiltà francese, e faceva vaghissima mostra co' suoi
mantelli di seta, coi caschetti e collane dorate. Vi si contavano due
mila cinquecento corazzieri e cinque mila cavalleggeri. I primi
portavano, come gli uomini d'armi italiani, una gran lancia scannellata,
armata di solida punta, ed una mazza d'armi di ferro. Grandi e forti
erano i loro cavalli, ma, secondo l'usanza francese, senza coda e senza
orecchie. Essi per la maggior parte non erano coperti da una specie di
corazza di cuojo bollito che li difendessero dai colpi. Ogni corazziere
era seguito da tre cavalli, il primo montato da un paggio armato come il
padrone, e gli altri due dagli scudieri che chiamavansi gli ausiliarj
laterali.
I cavalleggeri portavano grandi archi di legno all'uso inglese, fatti
per lanciare lunghe frecce; non avevano altre armi difensive, fuorchè il
caschetto e la corazza; alcuni portavano una breve picca per trapassare
in terra coloro ch'erano stati rovesciati dalla cavalleria pesante. I
loro mantelli erano ornati di cimieretti e di laminette d'argento, che
rappresentavano lo stemma de' rispettivi loro capi. Quattrocento
arcieri, tra i quali cento Scozzesi, camminavano ai fianchi del re,
dugento cavalieri francesi, scelti tra il fiore della nobiltà, lo
accompagnavano a piedi. Portavano sulle loro spalle mazze d'armi di
ferro, a guisa di pesanti scuri. Quando costoro montavano a cavallo,
sembravano altrettanti uomini d'arme, e non si distinguevano che per la
bellezza de' loro cavalli, e per l'oro e la porpora ond'erano coperti. I
cardinali Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere stavano ai fianchi del
re, lo seguivano immediatamente i cardinali Colonna e Savelli. Prospero
e Fabricio Colonna e tutti i generali Italiani marciavano frammischiati
coi principali signori della Francia.
Conducevansi dietro all'armata trentasei cannoni di bronzo, lunghi circa
otto piedi, pesanti circa sei migliaja di libbre, e del calibro press'a
poco della testa d'un uomo: venivano in seguito le colombrine lunghe
circa dodici piedi, poi i falconetti, de' quali i più piccoli gettavano
palle della grossezza d'un pomo granato; i carri erano formati come gli
odierni di due pesanti pezzi di legno uniti da traversi e sostenuti da
due sole ruote; ma per farli camminare vi si aggiugnevano due altre
ruote con un treno che si adattava dinanzi e si staccava quando il
cannone si collocava in batteria. L'avanguardia cominciò a passare per
la porta del popolo a tre ore dopo mezzogiorno, e continuò ad entrare la
truppa fino alle nove della sera a lume di torcie e di fiaccole, che
aggiugnevano all'armata un certo che di più patetico ed imponente[182].
Frattanto il papa erasi ritirato in castel sant'Angelo con soli sei
cardinali, essendo stati quasi tutti gli altri vinti dalle istanze di
Giuliano della Rovere e di Ascanio Sforza, che consigliavano il re a
purgare la Chiesa da un papa che la copriva di vergogna, e la di cui
condotta era altrettanto scandalosa, quanto più simoniaca era stata
l'elezione. Il vocabolo di concilio, ripetuto in ogni banda da tutte le
fazioni che riconoscevano per loro capo il cardinale Ascanio, riempiva
di terrore il pontefice[183]. Perciò quanto più tremava per la propria
sicurezza, più si ostinava a non volere dare in mano del re castel
sant'Angelo, domandato come arra della buona fede di Alessandro, ma che
questi risguardava per lo contrario come il suo più sicuro asilo. Due
volte l'artiglieria francese, che stava al palazzo di san Marco, ov'era
alloggiato il re, vennero appuntati contro castel sant'Angelo, e due
volte i cortigiani francesi, che aspiravano alle dignità della Chiesa,
riuscirono ad impedire le prime ostilità[184].
[182] Tutta questa descrizione si è tolta da Paolo Giovio, che senza
dubbio trovavasi presente, _l. II, p. 41_. Si osservino ancora le
_Mémoires de Louis de la Trémouille, v. XIV, p. 148_. — _André de la
Vigne_ presso Godefroi, _p. 122_.
[183] _P. Jovii Hist. sui temp. l. II, p. 40._
[184] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 64. — Mém. de Phil. de Comines, l.
VII, c. XV, p. 219._
Finalmente il giorno 11 di gennajo furono stabilite le condizioni della
pace. Prometteva il re di avere in pace ed in guerra il papa come suo
amico ed alleato, e di rispettare in ogni parte la sua autorità
pontificia; ma nello stesso tempo domandava, che gli si consegnassero,
per tenerle fino alla fine della guerra, le fortezze di Cività Vecchia,
di Terracina e di Spoleti; che Cesare Borgia, figlio d'Alessandro,
seguisse per quattro mesi come ostaggio l'armata francese, sebbene per
salvare le apparenze dovesse prendere il titolo di cardinale legato; che
Gem[185], fratello di Bajazette, fosse consegnato ai Francesi, per
secondarli ne' loro attacchi contro la Turchia; per ultimo, che
Briçonnet vescovo di San Malo, venisse ammesso nel sacro collegio. Il
papa, determinato a non osservare che i trattati che gli sarebbero
vantaggiosi, e risguardandosi come sciolto dai giuramenti per via della
violenza che fatta allora gli veniva, non promosse veruna difficoltà
intorno alle proposte condizioni. Si recò al palazzo del Vaticano, ove
ammise al bacio dei piedi il re e tutta la sua corte; diede di propria
mano il cappello di cardinale a Briçonnet ed a Filippo, vescovo di Mans,
della casa di Lussemburgo, e consegnò al re il sultano Gem, dopo avere
fatto stendere un atto notarile di tale consegna[186].
[185] Detto ancora Zizim. _N. d. T._
[186] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 43. — Phil. de Comines,
l. VII, c. XV, p. 221. — Rayn. ex Burchardi Diario, 1495, § 2, p.
438._
Lo sventurato figlio di Maometto II, avvicinandosi a Carlo VIII, gli
baciò la mano, indi la spalla, poi voltosi al papa lo pregò con modesta
nobiltà di raccomandarlo alla protezione del gran re, cui egli lo
affidava, e che si apparecchiava a conquistare l'Oriente. Soggiunse, che
si lusingava che nè il papa avrebbe luogo di pentirsi d'avergli data la
libertà, nè Carlo, se seguirebbe i suoi consigli, poichè fosse passato
in Grecia, d'averlo a compagno del suo viaggio. Gem aveva una nobile e
dignitosa presenza; era versato bastantemente nella letteratura araba;
mostrava nel suo dire una lusinghiera pulitezza ed acutezza nella sua
espressione. La grandezza della sua anima e la nobiltà del suo aspetto
non ismentivano l'impressione che anticipatamente faceva la sua
sventura[187].
[187] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 43._
Ma mentre Gem si abbandonava alla dolce speranza di uscire in breve
dalla sua cattività, e di rivedere la patria, colui, che lo cedeva così
ad un nuovo custode, aveva di già fissato il termine della sua vita. La
sua prigionia aveva fruttato al papa una considerabile entrata;
Bajazette gli pagava quaranta mila ducati a titolo di pensione del
fratello, o piuttosto come premio perchè lo teneva lontano da' suoi
stati. Quando il genovese, Giorgio Bucciardi, fu dal papa mandato al
sultano, per persuaderlo a concorrere alla difesa del regno di Napoli,
Bajazette, sempre agitato dall'esistenza di suo fratello, volle
approfittare di quest'ambasciata per liberarsi da così molesto pensiero.
Rimandò Bucciardi al papa, facendolo accompagnare da Dauth, suo proprio
ambasciatore. Questi portava una lettera del sultano scritta in greco ad
Alessandro VI. Dopo alcune ipocrite frasi, convenienti al carattere di
chi scriveva e di colui al quale la lettera veniva addirizzata, diceva
Bajazette di sentire una profonda commiserazione per la sorte di suo
fratello; ch'era omai tempo di dar fine alla sua cattività ed alla sua
dipendenza presso i non credenti; che la morte per un sultano era mille
volte preferibile alla presente sua condizione; e, poichè non era un
delitto agli occhi d'un cristiano il dare la morte ad un musulmano, egli
invitava Alessandro a liberarlo col veleno da questo domestico nemico,
promettendogli il premio di dugento mila ducati[188], la preziosa
reliquia della tunica di Gesù Cristo, e la promessa di non portare in
vita sua le armi contro i Cristiani[189].
[188] _Lettere de' principi, t. I. f. 4._ Nella lettera riportata
dal Burcardo leggesi 300,000.
[189] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 44. — Burchardus in
Diar., l. II, ap. Rayn., 1494, § 28, p. 435._
I due ambasciatori, sbarcando sulla costa presso Ancona, furono
arrestati da Giovanni della Rovere, prefetto di Sinigaglia, che aveva
abbracciato il partito di suo fratello, il cardinale di san Pietro _ad
vincula_, e che aveva cominciate le ostilità verso il papa; questi tolse
loro il danaro che portavano per pagare per due anni la pensione di Gem.
Dauth riuscì per altro a fuggire, e riparossi presso Francesco Gonzaga,
marchese di Mantova, che aveva contratta alleanza col gran signore, e
che lo rimandò a Costantinopoli[190].
[190] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 44. — Fr. Guicciardini,
l. I, p. 65._
Non è ben noto se Alessandro accettasse le condizioni offerte dal
sultano, o se la morte di Gem devesi soltanto alla gelosia che concepita
aveva contro Carlo VIII; ben si assicura che, prima di consegnargli
l'illustre fuoruscito, aveva fatto mescolare collo zucchero, di cui
questi faceva grandissimo uso, una polvere bianca, aggradevole al
palato, il di cui effetto non era pronto, ma che lentamente opprimeva
gli spiriti vitali, e cagionava senza convulsioni una certa morte. Fu lo
stesso veleno che Alessandro VI adoperò in appresso per disfarsi di
molti cardinali, e di cui fu egli stesso vittima. Gem, appena giunto a
Capoa insieme all'armata francese, cadde pericolosamente infermo, e morì
in questa città o in Napoli il 26 di febbrajo. Carlo VIII lo fece
seppellire a Gaeta, ma nel 1497 il re don Federico mandò il suo cadavere
a Bajazette II[191].
[191] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 47. — Ber. Oricellarii
Com., p. 64. — P. Bembi Hist. Ven, l. II, p. 30. — Cron. di Venez.,
Anon., t. XXIV, Rer. Ital, p. 16. — Fr. Guicciardini, l, II, p. 85.
— Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. II, p. 511._
Carlo si trattenne quasi un mese in Roma, nel qual tempo continuò a far
avanzare le sue truppe verso i confini del regno di Napoli. Aveva diviso
l'esercito in due corpi, uno de' quali doveva entrare nel paese nemico
dalla banda degli Abruzzi, l'altro per terra di Lavoro. Diede il comando
del primo a Fabrizio Colonna, ad Antonello Savelli ed a Roberto di
Lenoncourt, balivo di Vitrì. Aggiunse alle compagnie dei primi due
alcune brigate di uomini d'arme francesi, ed alcuni battaglioni
d'infanteria svizzera e guascona. Questa divisione si avanzò pel contado
di Tagliacozzo negli Abruzzi. Quelle provincie ed in particolare
l'Aquila, loro capitale, erano tutte piene della memoria degli Angiovini
e tutte apparecchiate a ribellarsi, di modo che in breve tempo
spiegarono ovunque le bandiere di Francia. Bartolommeo d'Alviano era
stato mandato da Ferdinando presso al lago di Celano per difendere le
gole delle montagne e l'ingresso dell'Abruzzo; ma si era trovato troppo
debole, ed era stato costretto ad evacuare tutta la provincia senza
venire ad un fatto d'armi[192].
[192] _P. Jovii Hist., l. II, p. 45. — Phil. de Comines Mém., l.
VII, c. XVI, p. 226._
Dall'altra banda Carlo VIII, alla testa del grosso dell'armata, posesi
in cammino il 23 di gennajo[193], attraversando il Lazio, ed avanzandosi
alla volta di Napoli per la strada di Ceperano, Aquino e san Germano,
che è alquanto più discosta dal mare da quella oggi praticata per andare
da Roma a Napoli. Non era appena uscito da Roma che il romano pontefice
sentendosi umiliato dalla pace che aveva giurata, prese le opportune
misure per iscuotere il giogo. Don Antonio di Fonseca, ambasciatore dei
re di Spagna, accompagnava Carlo in questa spedizione; egli non poteva
senza pena vedere spogliata la linea bastarda arragonese di un regno
originariamente conquistato colle armi della Spagna. Egli conosceva
l'inquietudine del papa e l'agitazione di tutti gli stati d'Italia,
spaventati dalle rapide conquiste de' Francesi; convenne con Alessandro
VI di tentare quale effetto produrrebbe una pubblica protesta,
lusingandosi che, se non fermava Carlo, per lo meno ravviverebbe il
coraggio de' principi di Napoli. All'arrivo del re a Velletri, Fonseca
domandò udienza; allora gli rappresentò, che, quando Ferdinando ed
Isabella si erano obbligati, mercè la restituzione di Perpignano, a non
passare i Pirenei ed a non attaccare la Francia, avevano creduto alle
parole del re, che diceva di avere sopratutto in vista di muovere guerra
ai Turchi; avevano creduto che prima di attaccare colle armi il regno di
Napoli, il re acconsentirebbe di assogettare la di lui causa ad un
giusto arbitramento, che rispetterebbe la libertà di tutto il restante
dell'Italia, ed in particolar modo quella della Chiesa. Ma Fonseca non
aveva potuto vedere senza estrema maraviglia, ed i suoi padroni non
saprebbero senza rincrescimento, che Carlo VIII aveva declinato la
giurisdizione del papa, cui Alfonso II era disposto a sottomettersi,
mentre che il regno di Napoli, fra di loro conteso, essendo un feudo
della Chiesa, non poteva essere legittimamente posseduto dall'uno o
dall'altro pretendente, senza una decisione della corte di Roma; che
Carlo VIII, lungi dal rispettare l'indipendenza degli altri stati
d'Italia, tutti gli aveva obbligati a somministrargli prodigiosi
sussidj, ch'egli aveva sconvolte le loro costituzioni, e posto
guarnigione nelle loro fortezze. Lucca aveva dovuto salvarsi dal
saccheggio col danaro, i Medici erano stati scacciati da Firenze, Pisa
era stata incoraggiata alla ribellione, Siena costretta a ricevere
guarnigione, e tutte le fortezze di questi diversi stati si trovavano in
mano ai Francesi. Finalmente il papa, oggetto della venerazione di tutti
i principi cristiani, era stato costretto dal terrore a soscrivere una
pace umiliante; aveva ricevute guarnigioni francesi nelle sue fortezze,
dato in ostaggio il cardinale di Valenza, abbandonato il sultano Gem a
Carlo VIII, e con tante concessioni aveva potuto a stento salvare Roma
dall'incendio e dal saccheggio. Poichè il re di Francia non credevasi
obbligato ad osservare verun trattato, nè veruna guarenzia del diritto
delle genti, l'ambasciatore di Ferdinando e d'Isabella era chiamato a
dichiarargli, che i suoi padroni non permetterebbero ch'egli privasse
principi arragonesi di un regno, che il possesso di cinquant'anni, e le
decisioni di molti papi avevano renduto ereditario nella loro
famiglia[194].
[193] _Allegr. Allegretii Diari Sanesi, p. 858._
[194] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 46. — Fr. Guicciardini
Ist., l. II, p. 87. — Barth. Senaregae de rebus Genuens., t. XXIV,
Rer. Ital., p. 545. — Fr. Belcarii Rer. Gal. l. VI, p. 149._
I gentiluomini francesi che circondavano il re appena permisero al
Fonseca di terminare il suo discorso: risposero impetuosamente e con
orgoglio, accresciuto da inaspettati successi, che loro mai non erano
venute meno le armi in sostegno dei loro diritti; che se Ferdinando si
scordava de' suoi trattati e dei suoi obblighi, pagati colla
restituzione di Perpignano, i cavalieri francesi erano buoni di
ricordarglieli, e ch'essi farebbergli tosto conoscere qual distanza
passi da loro agli arcieri mori, ch'egli andava così altero d'aver vinti
nell'Andalusia. Crebbero dell'una e dall'altra parte le ingiurie a segno
che il Fonseca, che pure era uomo grave e moderato, si lasciò talmente
trasportare dalla collera, che stracciò in faccia al re il trattato
soscritto tra la Francia e la Spagna, ordinando a due spagnuoli, che
servivano nell'armata francese, di lasciarla entro tre giorni, se non
volevano rendersi colpevoli di alto tradimento[195].
[195] _P. Jovii, l. II, p. 46._
Il re di Francia aveva appena ricevuta questa denuncia d'una imminente
guerra, quando seppe che il cardinale di Valenza era fuggito da Velletri
travestito, e tornato a Roma; che il papa ricusava di consegnare Spoleti
ai suoi luogotenenti, secondo aveva promesso, e che finalmente lo
sventurato Gem sembrava affetto da un veleno che gli rodeva i visceri.
Ma Carlo non si lasciò trattenere da queste prove della cattiva fede di
Alessandro VI. La flotta incaricata da Alfonso della difesa delle coste
della Campania e dell'occupazione di Nettuno era stata travagliata dalla
tempesta, e costretta a rientrare nel porto di Napoli. Nè più fortunata
era stata la flotta francese, la quale, dopo essere stata gettata dallo
stesso vento sulle coste della Corsica, veniva trattenuta a Porto
Ercole, dove quasi tutti i suoi soldati l'avevano abbandonata[196]. Dopo
averli riuniti alla sua armata, Carlo attaccò Monte Fortino, castello
della campagna di Roma, che apparteneva a Giacomo de' Conti, barone
romano. Questi, dopo essere stato alcun tempo ai servigj di Carlo, era
passato nel campo degli Arragonesi, per non servire sotto le stesse
insegne coi Colonna. In breve l'artiglieria francese aprì una breccia
nelle mura di questa rocca che risguardavasi come fortissima. Fu presa,
ed uccisi tutti gli abitanti. In appresso i Francesi attaccarono, ai
confini del regno, monte san Giovanni, di ragione del marchese di
Pescara, Alfonso d'Avalos. Questa fortezza aveva una guarnigione di tre
cento uomini e di cinquecento contadini tutti ben armati; ella pure fu
presa in poche ore, sotto gli occhi dello stesso re, il quale ordinò di
uccidere tutti gli abitanti, senza lasciarsi piegare a compassione nelle
otto ore che durò tale carnificina; e monte san Giovanni fu in appresso
bruciato. Tanta ferocia, di cui l'Italia non aveva esempio, sparse a
molta distanza il terrore del nome francese: i soldati, di già
scoraggiati, e gli abitanti, che non amavano i loro principi,
rinunciarono allora ad ogni pensiero di difendersi[197]. Ma il terrore
del re di Napoli superava quello de' suoi soldati e de' suoi sudditi.
Quell'Alfonso II, che nelle guerre d'Italia ed in quelle dei Turchi si
era acquistata tanta riputazione di valore, che credevasi non meno
accorto che coraggioso, non meno costante che prudente, più non trovò
forze in sè medesimo quand'ebbe bisogno di resistere alle pubbliche
doglianze, che durante la sua onnipotenza erano state compresse, ma che
giunte adesso per la prima volta alle sue orecchie, risvegliarono i
rimorsi della sua coscienza.
[196] _Ivi, p. 47._
[197] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 66. — P. Jovii Hist., l. II, p.
50. — Diar. Ferrar., p. 293. — Andrè de la Vigne, Journal dans
Godefroy, p. 129. — Phil. de Comines, Mémoires, l. VII, c. XVI, p.
323._
Vero è che Alfonso non aveva ancora regnato un anno, ma ben da più lungo
tempo il regno di Napoli dipendeva dalla sua autorità. Dall'epoca in cui
era giunto all'età virile, suo padre Ferdinando gli aveva ceduta
un'importante parte dell'amministrazione, e moltissimo deferiva ai suoi
consigli. Tutto ciò che si era veduto di più perfido nella politica del
gabinetto di Napoli, di più crudele nelle sue vendette, di più
vessatorio nel suo sistema delle finanze, era stato dal popolo
costantemente attribuito ad Alfonso, piuttosto che a Ferdinando.
Intollerabili esazioni impoverivano le città e le campagne; ogni genere
d'industria andava soggetta a ruinosi monopolj; il re comperava l'olio,
il frumento, il vino ad un determinato prezzo, che appena indennizzava
l'agricoltore dalle sostenute spese, ed in appresso lo rivendeva,
allorchè col mezzo di una artificiale carestia ne aveva fatto
smisuratamente crescere il prezzo[198]. Verun suddito dello stato era
sicuro del possedimento de' suoi beni, nè della sua individuale libertà.
Il re con atti arbitrarj spogliava, imprigionava, faceva perire senza
veruna forma di giudizio non meno i grandi signori, che gli uomini di
bassa condizione. Alfonso erasi renduto ancora peggiore di suo padre
colle sue vendette e colla sua politica crudeltà. Quand'era salito sul
trono, aveva trovati nelle prigioni di Napoli molti signori catturati
sotto il regno di Ferdinando. Filippo di Comines, che in questa
particolare non va d'accordo cogli storici italiani, dichiara di essersi
accertato colla testimonianza di un Affricano adoperato in tali
esecuzioni, che tra i prigionieri vi si trovavano tuttavia il duca di
Suessa ed il principe di Rossano, arrestati del 1464, contro la fede dei
trattati, dopo la guerra, nella quale Giovanni d'Angiò aveva contesa a
Ferdinando la successione al trono, e ventiquattro baroni, arrestati nel
1486, dopo la guerra d'Innocenzo VIII e de' signori malcontenti.
Soggiugne che quando Alfonso fu sul trono, li fece trasportare ad Ischia
e colà morire[199]. Pure veniva universalmente creduto che tutti questi
prigionieri fossero periti gran tempo prima, ma in conseguenza de'
consigli dati da Alfonso a suo padre.
[198] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, c. XIII, p. 209._
[199] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XIII, p. 206_. — Si
osservi il precedente _c. LXXX, v. X, ed il c. LXXXIX, v. XI._
Quest'odio popolare che i tiranni eccitano contro di loro, ma ch'essi
per altro non conoscono, nè possono sospettare in mezzo alle adulatrici
lodi de' loro cortigiani, non si manifesta che nell'istante in cui il
trono è in pericolo. Da ogni banda nel regno di Napoli invocavansi i
Francesi quali liberatori; si detestava la crudeltà e l'avarizia di
Alfonso e di suo padre; si malediva il giogo arragonese; e le grida
della plebe, renduta più ardita, risuonavano perfino sotto le finestre
del palazzo, ove Alfonso temeva ad ogni istante di cadere vittima di un
popolo furibondo[200].
[200] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 48._
Assicurasi che a questi esterni pericoli la turbata coscienza d'Alfonso
v'aggiunse bentosto superstiziosi timori. Aveva opinione di essere
incredulo, e di non osservare le pratiche della Chiesa[201]. Ma l'anima
di un tiranno è sempre accessibile alla superstizione, perchè gli pare
che il fatalismo abbia sempre molta parte ne' suoi destini, e
quell'autorità suprema, che non trovò sulla terra, la cerca con
inquietudine negli esseri sovrumani. Spargevasi voce che Giacomo, primo
chirurgo della corte, era venuto a dire ad Alfonso, che l'ombra di
Ferdinando gli era apparsa tre volte in diverse notti; che la prima
volta gli aveva ordinato con dolcezza, la seconda e la terza colle
minacce di andare a dire in suo nome ad Alfonso, che non sperasse di
potere resistere al re di Francia, perchè era scritto ne' destini che la
sua razza, tormentata da infiniti mali, verrebbe spogliata di così bel
regno e bentosto spenta. Che n'erano causa le crudeltà da loro commesse,
ed in particolare quelle commesse da Ferdinando dietro i consiglj
d'Alfonso, ritornando da Pozzuolo, nella Chiesa di san Leonardo a
Chiaja, presso Napoli. Dicevasi che l'ombra, o il chirurgo che la faceva
parlare, non si era spiegata più chiaramente; ma supponevasi che in tal
luogo avesse Alfonso persuaso suo padre a far morire i baroni che da
tanto tempo teneva in prigione[202].
[201] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, c. XIII, p. 210._
[202] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 66. — Summonte Ist. di Napoli,
l. VI, p. 502._
Questa dichiarazione, che facilmente non era che l'effetto dell'odio
universale del popolo, accrebbe i terrori che agitavano Alfonso, ed i
rimorsi della sua coscienza. Ne' suoi sogni talvolta credeva di vedere
le ombre di tanti signori che aveva fatti barbaramente uccidere, ed ora
figuravasi essere egli stesso tra le mani del popolo che lo dannava a
spaventosi supplicj. Egli non poteva trovare riposo, nè di giorno, nè di
notte. Il 23 di gennajo ritirossi in castel dell'Uovo con un ristretto
numero di servitori. Questa fuga fu cagione in città di dolore e di
estremo spavento: all'indomani il popolo in armi adunossi da tutte le
bande, ma piuttosto per effetto di una vaga inquietudine che per un
determinato scopo; perciò Ferdinando, duca di Calabria, che, dopo avere
ricondotta la sua armata ai confini, era tornato a Napoli, riuscì a
sedare il tumulto, scorrendo la città a cavallo, ed invocando l'ajuto
delle corporazioni della nobiltà, che in numero di sei, sotto il nome di
_seggi_ o _sedili_, esercitavano l'autorità municipale[203].
[203] _Barth. Senaregae de rebus Genuens., t. XXIV, p. 546._
Dicesi che il cardinale Ascanio Sforza avesse fatto dare ad Alfonso il
consiglio di rinunciare la corona in favore di suo figlio,
rappresentandogli che questi era figlio di una sorella del duca di
Milano, e che i fratelli Sforza, che odiavano il loro cognato, erano non
pertanto apparecchiati a proteggere il loro nipote[204]. Il terrore fece
adottare ad Alfonso questo consiglio; il 23 di gennajo sottoscrisse
l'atto di rinuncia tal quale venne steso da Gioviano Pontano[205]; e
ricusò alla regina, sua suocera, di protrarre due soli giorni quest'atto
di debolezza, onde compiere l'anno del suo regno. Fece precipitosamente
imbarcare sopra quattro galere tutti i suoi più preziosi effetti: allora
il suo tesoro, parte in danaro, e parte in gioje, ammontava a 300,000
ducati, coi quali avrebbe potuto assoldare un sufficiente corpo di
truppe per difendersi. Ma non volle lasciare questa somma a suo
figliuolo, e mentre che la faceva portare a bordo, mostrava tanto
terrore, come se di già fosse in mezzo ai Francesi. Ogni piccolo rumore
che udiva lo atterriva, come se il cielo e gli uomini fossero ugualmente
contro di lui congiurati. Pure i venti meridionali ritardavano la
partenza della sua flotta, e soltanto il giorno 3 di febbrajo potè
spiegare le vele alla volta di Mazari, piccola città della Sicilia, di
cui Ferdinando di Spagna aveva a lui ceduta la signoria[206]; colà, non
volendo altra compagnia che quella de' monaci olivetani, passò il
restante de' suoi giorni in opere di penitenza, in digiuni, in astinenze
e nel fare elemosine. Una dolorosa malattia venne ad accrescere i suoi
tormenti, e lo tolse al mondo il 9 di novembre dello stesso anno, prima
che avesse potuto effettuare il progetto che aveva formato di farsi
monaco, e di entrare in un convento in Valenza di Spagna[207].
[204] _Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. I, p. 500. — Bern.
Oricellarii Comm., p. 60._
[205] _P. Jovii, l. II, p. 49._
[206] _Fran. Guicciardini, l. II, p. 66. — Pauli Jovii, l. II, p.
49._
[207] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XIV, p. 215. — P. Bembi
Ist. Venez., l. II, p. 29. — Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 145. —
Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. I, p. 500. — Arnoldi Ferronii, l.
I, p. 9._
Ferdinando, preceduto dallo stendardo reale, circondato da tutta la sua
nobiltà, e seguito dal popolo, fece il giro della città di Napoli il 24
di gennajo, per prendere possesso del regno; indi si recò alla
cattedrale, ove fece la sua preghiera ad alta voce, stando
inginocchiato, e col capo scoperto, dopo di che ripartì alla volta
dell'armata[208]. Questo giovane principe non aveva l'odio che il popolo
portava all'avo ed al padre. Non si erano in lui osservate che amabili
qualità, umanità, lealtà e coraggio. Forse se fosse più presto salito
sul trono sarebbe stato con entusiasmo difeso da tutto il popolo, ma in
allora era troppo tardi. In ogni provincia i gentiluomini o i cittadini
più riputati eransi di già compromessi in faccia alla casa d'Arragona,
alzando lo stendardo della Francia; ed Alfonso, seco trasportando il suo
tesoro, non aveva lasciato al figliuolo i mezzi di difesa di cui avrebbe
potuto valersi egli medesimo.
[208] _Barth. Senaregae de rebus Genuens., p. 546. Allegretto
Allegretti Diari Sanesi, p. 839. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 291._
— Il Guicciardini racconta la cosa diversamente. Pretende che
Ferdinando non si trovasse in Napoli, e non sia stato neppure
consultato nell'istante della rinuncia di suo padre.
Frattanto Ferdinando era venuto ad accamparsi a San Germano, distante
quindici miglia dai confini del regno, posto tra aspre ed impraticabili
montagne e tra paludi, che si stendono fino al Garigliano. Questo passo,
facile a difendersi, veniva risguardato come una delle chiavi del regno
di Napoli. Ferdinando aveva avuto il tempo di fortificarlo
diligentemente, di alzare terrapieni sull'ingresso della strada e di
chiudere tutti i sentieri delle montagne con tagliate d'alberi. Aveva
sotto i suoi ordini due mila sei cento uomini d'armi e cinquecento
cavalleggeri, che non sembravano per alcun rispetto inferiori alla
cavalleria francese; ma la sua fanteria, di fresco arrolata nel regno,
non era avvezza alle armi e non poteva in aperta campagna sostenersi
contro gli Svizzeri o contro i Guasconi. I Francesi, che avevano avuto
notizia dell'abdicazione di Alfonso lo stesso giorno in cui Carlo VIII
usciva di Roma[209], credevano d'incontrare a san Germano una vigorosa
resistenza. La stagione, che fin allora era stata loro favorevole in un
modo che pareva prodigioso, poteva mutarsi da un istante all'altro; e se
fossero stati presi dalle piogge o dalle nevi dell'inverno, avrebbero
potuto assai difficilmente tirare da lontane parti i viveri ed i
foraggi, perchè Ferdinando aveva preventivamente distrutto tuttociò che
trovavasi lungo la strada[210].
[209] _Burchardi Diar. ap. Raynald. An. 1495, § 5 e 6, p. 440._
[210] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 47. — Franc. Guicciardini
Storia, l. I, p. 67. — Mém. de Phil. de Comines, l. VI, c. XV, p.
218. — Andrè de la Vigne, Journal de Charles VIII, in Godefroy, p.
130._
Ma tutti i calcoli militari non tengono, quando le truppe hanno perduto
la confidenza ed il coraggio. Le carnificine di Monte Fortino e di Monte
san Giovanni avevano sparso un indicibile terrore nei soldati e ne'
contadini; e veruna truppa era disposta a sostenere una guerra in cui
non davasi quartiere. Le sedizioni nelle province, di cui si avevano
frequenti notizie al campo, facevano temere ai soldati di trovarsi
tagliati fuori da una sollevazione; gli avanzamenti di Fabrizio Colonna
negli Abbruzzi potevano dargli il modo di circondare l'armata, e di
scenderle alle spalle nella Campania[211]. Per ultimo i capitani ai
servigj di Ferdinando, risguardando questa lotta come troppo disuguale,
pensavano di già a fare la loro pace particolare e schivavano di venire
alle mani per timore di eccitare il risentimento di Carlo, o di perdere
ai di lui occhi la propria importanza, quando in qualche fatto d'armi la
loro compagnia fosse diminuita sensibilmente. Quindi per quanti sforzi
avesse fatti Ferdinando per tornare il coraggio ai suoi soldati, per
quanta cura avesse posta nel far afforzare san Germano ed il Passo di
Cancello, distante sei miglia, quando i Napolitani videro comparire la
vanguardia francese, condotta in questo giorno dal duca di Guisa, e da
Giovanni, signore di Riena, maresciallo di Bretagna, ritiraronsi
disordinatamente fino a Capoa[212].
[211] _P. Jovii Hist., l. II, p. 50._
[212] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 67. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,
l. II, p. 50. — Phil. de Comines Mém., l. VII, ch. XVI, p. 224_. —
Il re dormì a san Germano il 13 di febbrajo. _André de la Vigne,
Journal, p. 130._
Non pertanto potevasi tener fermo a Capoa, ed impedire al nemico di
avanzarsi verso Napoli. Le varie strade ch'entrano nel regno si
riuniscono sotto questa città, la quale è coperta dal Vulturno, fiume
assai profondo ed incassato tra alte rive, e che l'armata non avrebbe
potuto passare, perchè i Napolitani avevano ritirate dalla loro banda
tutte le barche, e facilmente poteva difendersi il solo suo ponte di
sasso, che trovavasi tra Capoa ed il sobborgo. Ma mentre che Ferdinando
pensava ad afforzarvisi, ebbe da Napoli un messo di suo zio Federico,
che gli dava parte di un ammutinamento del basso popolo: annunziavagli
che già erano stati svaligiati tutti i banchi de' Giudei da coloro che
li accusavano di usura, ch'erano disprezzati gli editti de' magistrati,
sconosciuta l'autorità reale, che la guardia urbana si nascondeva, e che
la più bassa plebe era la sola che dominava in città[213]. Sebbene
Ferdinando sentisse quanto fosse pericolosa cosa l'abbandonare l'armata,
giudicò ancora più dannoso consiglio il lasciare che prendesse maggiore
estensione la rivoluzione della capitale. Supplicò i capitani, cui
affidò il comando delle sue truppe, di continuare gli apparecchi di
difesa ch'egli aveva cominciati, ma non di venire a battaglia, finchè
non tornasse; e promettendo che sarebbe di ritorno all'indomani dopo
avere acquietato il tumulto di Napoli, s'avviò verso la capitale con
piccola scorta. La presenza di questo giovane re, così leale, così
intrepido, così buono, di questo re, che aveva dato principio alla sua
amministrazione col porre in libertà tutti i prigionieri di stato,
tenuti in carcere da suo padre[214], produsse sui sediziosi un magico
effetto. Il popolo adunato ascoltò in silenzio il suo discorso;
Ferdinando promise di sagrificarsi a Capoa per la difesa de' suoi
sudditi; ma soggiunse altresì, che, se non gli riusciva di trattenere al
di là del Vulturno il barbaro nemico che lo minacciava, non esporrebbe
la sua capitale al pericolo di essere presa d'assalto e saccheggiata. Fu
risposto a Ferdinando con proteste di attaccamento e di ubbidienza:
parve che tutto rientrasse nell'ordine, ed il giovane principe si
affrettò di ripartire alla volta del suo campo[215].
[213] _P. Jovii, l. II, p. 51._
[214] _P. Bembi Stor. Ven., l. II, p. 29._
[215] _P. Jovii Ist., l. II, p. 51._ — Il 19 di febbrajo secondo il
_Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. II, p. 511_.
Ma durante la sua breve lontananza, i condottieri, abbandonati a sè
medesimi, avevano di già cominciato a trattare col nemico. Giovan
Giacomo Trivulzio, che fino a quest'epoca non erasi scostato dalle leggi
dell'onore, che vi si attenne poi sempre fedelmente nel rimanente della
sua carriera militare, avendo avuto ordine da Ferdinando d'intavolare
qualche negoziazione coi Francesi, si portò a Calvi, dov'era di già
arrivato Carlo VIII, e non avendo trovato veruna apertura per trattare a
nome del suo padrone, non ebbe difficoltà di firmare per sè un
particolare trattato. Si obbligò al servigio del re di Francia colla
stessa compagnia di cavalleria con cui fin allora aveva servito il re
arragonese, e per lo stesso soldo[216].
[216] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 51. — Fr.
Guicciardini, l. I, p. 68. — Franc. Belcarii com. Rer. Gall., l. VI,
p. 151. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 10._ — Il nuovo biografo del
Trivulzio, signor Rosmini, cerca di giustificare questa diserzione,
_l. V, p. 227_; ed assicura che il Trivulzio ottenne un congedo da
Ferdinando, prima di passare ai servigi del suo nuovo signore, ma ci
sembra che non riesca a levare questa macchia al suo eroe.
Tosto che giunse a Capoa la notizia di questa vergognosa diserzione, vi
sparse egualmente la costernazione ne' soldati e negli abitanti.
Virginio Orsini ed il conte di Pitigliano, vedendosi traditi dal
Trivulzio, fuggirono in disordine verso Nola con tutta la loro
cavalleria, lasciando Napoli scoperto. Gli abitanti di Capoa, sebbene
fino allora si fossero mostrati attaccati alla casa d'Arragona,
abbandonarono il suo partito, vedendosi esposti pei primi al furore di
una barbara armata, e mentre che la nobiltà spediva deputazioni al re di
Francia, il popolaccio cominciava a saccheggiare gli equipaggi
dell'armata e quelli di Ferdinando. Mentre ciò accadeva, alcuni
foraggieri francesi si avanzarono fino presso alle porte di Capoa. Due
capitani tedeschi, Gasparo e Godefroy, che con alcuni loro compatriotti
si trovavano al soldo di Ferdinando, stavano allora di guardia alla
porta, ed uscirono colla loro gente per rispingere al di là del ponte i
saccomanni francesi. Ma non furono appena fuori delle mura, che gli
abitanti di Capoa chiusero le porte alle loro spalle ed innalzarono le
insegne della Francia. I Tedeschi di ritorno alla città furono forzati a
pregare inginocchiati di essere ricevuti dentro, onde non venire
esposti, nell'istante in cui avevano messo a pericolo le loro vite per
difendere i Capoani, ad essere tutti uccisi dal nemico che avevano
provocato. Dopo molte istanze, loro si permise di attraversare la città,
ma disarmati, e soltanto a dieci per volta, facendoli subito uscire per
l'opposta porta. Questi Tedeschi non avevano ancora fatte due miglia
sulla strada d'Aversa a Napoli, quando scontrarono Ferdinando, che
tornava sollecitamente al campo. Sebbene rattristato dalle notizie che
riceveva da loro, il giovane principe continuò il suo viaggio alla volta
di Capoa che trovò chiusa. Pregò da prima di essere ricevuto in città,
poi che i magistrati acconsentissero almeno di venire ad abboccarsi con
lui; ma non avendo risposta, nè vedendo comparire coloro che sapeva
essergli affezionati, mentre che la bandiera francese volteggiava di già
sulle mura, riprese tristamente la strada di Napoli[217].
[217] _P. Jovii Hist., l. II, p. 51. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
69._
La nuova della diserzione del Trivulzio, e della sollevazione di Capoa
erasi, prima ch'egli vi giugnesse, sparsa nella capitale. Aversa aveva
di già spediti deputati a Carlo, la plebaglia napolitana aveva di nuovo
prese le armi, aveva chiuse le porte della città, al tutto risoluta di
non ricevervi l'armata fuggiasca; onde Ferdinando fu costretto di fare
un giro e di passare per Coronata, per entrare nel castello della città
cogli avanzi della sua armata. Il popolaccio, che scorreva le strade in
tumulto, andò bentosto a saccheggiare sotto i suoi occhi medesimi le
scuderie reali. Ferdinando non sostenne tanta indegnità; sortì quasi
solo del castello e si gettò tra la gente per trattenerla. La maestà
reale, il rispetto, che ancora ispirava il suo carattere, la contenne
un'altra volta; gli uni gittarono le armi e caddero ai suoi piedi
chiedendo perdono, altri fuggirono abbandonando il loro bottino, e
Ferdinando, avendo allontanati i sediziosi dal luogo di sua dimora,
rientrò nel castello. Aveva colà ragunati circa cinquecento soldati
tedeschi, che fin allora gli si erano mantenuti fedeli, ed aveva posto
alla loro testa Alfonso d'Avalos, marchese di Pescaria: ma bentosto ebbe
qualche motivo di sospettare che questi medesimi Tedeschi pensassero a
farlo prigioniere per consegnarlo ai Francesi: immediatamente abbandonò
loro una parte delle ricchezze che si trovavano nel castello, e mentre
stavano dividendole fra di loro, fece bruciare quei vascelli che non
poteva condur seco, fece dare la libertà a quanti prigionieri di stato
si trovavano tuttavia nelle prigioni, ad eccezione del figlio del
principe di Rossano e del conte di Popoli, che condusse seco, e poi il
21 di febbrajo andò a bordo delle galere che teneva apparecchiate con
suo zio, don Federico, colla regina madre, vedova di suo avo, e colla
principessa Giovanna, sorella di suo padre. Erano rimasti sotto i suoi
ordini circa venti vascelli[218].
[218] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 70. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,
l. II, p. 52. — Cron. Ven., t. XXIV, p. 14._
Un nuovo tradimento aspettava Ferdinando ad Ischia, ove diede fondo.
Giusto della Candina, Catalano, comandante del forte di quell'isola, non
volle ricevere il re fuggiasco. Ferdinando fece calde istanze per essere
ricevuto almeno con un solo compagno presso il governatore. Ma trovossi
appena a lui vicino che traendo fuori il suo pugnale, rimproverò
acremente a Giusto la sua ingratitudine; lo afferrò in mezzo alle sue
guardie, ed inspirò tanto terrore e tanto rispetto ai soldati, che potè
far aprire le porte alla sua guardia che lo stava aspettando al di
fuori, e rendersi padrone dell'isola e della fortezza[219].
[219] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 70. — Pauli Jovii Hist. sui
temporis, l. II, p. 52. — Belcarii Rer. Gallic., l. VI, p. 152. —
Summonte l. VI, c. II, p. 513._
Intanto la dedizione di Capoa e subito dopo l'evacuazione di Napoli
avevano scoraggiati tutti i partigiani che ancora conservava la casa
d'Arragona. Virginio Orsini ed il conte di Pitigliano, che si erano
ritirati a Nola con circa quattro cento cavalli, fecero domandare a
Carlo un salvacondotto; di già era loro stato promesso, quando vennero
attaccati da dugento cavalli della compagnia di Lignì. Essi si arresero
senza fare resistenza e lasciaronsi condurre prigionieri alla fortezza
di Mandragone, mentre che venivano svaligiati tutti i loro
equipaggi[220].
[220] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 71. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,
l. II, p. 54. — Petri Bembi Hist. Ven., l. II, p. 30._
I deputati di Napoli eransi presentati a Carlo fino in Aversa e gli
avevano offerte le chiavi della città. Erano stati accolti con tripudio;
il re si era dato premura di confermare i privilegi di questa sua nuova
capitale, e di accordarne degli altri, ed aveva convenuto che farebbe il
suo ingresso all'indomani, domenica 22 di febbrajo[221]. Fu splendido e
magnifico quanto avrebbe potuto essere quello d'un vecchio monarca, o di
un liberatore, che tornasse dopo una lunga assenza in uno stato in cui
fosse teneramente amato. Tutte le fazioni, non escluse quelle, che erano
più affezionate alla casa di Arragona, e che da lei ricevuti avevano
tanti beneficj, parevano confondersi in una sola per celebrare con
tripudio un avvenimento che avrebbe dovuto sembrare così umiliante alla
fierezza italiana. Era un re straniero, accompagnato da truppe
straniere, che veniva a scacciare dal seno de' suoi compatriotti un re
italiano e tutta la sua famiglia, e che saliva sul di lui trono per
diritto di conquista. Ma non altro volevasi in lui riconoscere che il
rappresentante della casa d'Angiò, il legittimo successore dei principi
che avevano renduto illustre questo regno. E perchè castel Nuovo e
castel dell'Uovo erano tuttavia occupati dai soldati di Ferdinando,
Carlo, dopo essere stato al rendimento di grazie nella cattedrale, andò
ad alloggiare nel castello di Capuana, antica residenza dei re
francesi[222].
[221] _André de la Vigne, Journal de Charles VIII, p. 132. — Diar.
Ferrar., t. XXIV, p. 294. — Diar. Sanese Allegr. Allegretti, p. 480.
— Rayn. An. Eccl. § 7, p. 440. — Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c.
II, p. 513._
[222] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 71. — Pauli Jovii Hist. sui
temporis, l. II, p. 52. — Phil. de Comines, l. VII, c. XVI, p. 225.
— Fr. Belcarii Comm. Rer. Gallic., l. VI, p. 153. — Arnold.
Ferronii, l. I, p. 11._
Carlo VIII non pensava di lasciare lungo tempo in mano de' nemici i
castelli della sua capitale. All'indomani del suo arrivo fece innalzare
le batterie contro castel Nuovo su la piazza che gli sta di fronte e nel
giardino reale posto dall'altro lato. Sebbene gli assediati non
mancassero di artiglierie, non sapevano, come i Francesi, adoperarle
egualmente di giorno e di notte. Altronde le palle, cadendo in un
circondario murato, facevano balzare da ogni banda scheggie di sassi e
di muraglie, e cagionavano maggior danno che in aperta campagna. Non
erano state ancora inventate le bombe, nè verun projettile incendiario;
ma una palla, facendo scintillare una pietra, produsse l'effetto di una
granata nel magazzino della polvere. Una terribile esplosione uccise e
ferì moltissimi soldati; il magazzino della pece e della resina,
destinate ad essere gettate infiammate sugli assalitori, prese subito
fuoco e riempì di fiamme e di fumo tutta la parte del castello che non
era stata ruinata dall'esplosione. I feriti e coloro che fuggivano mezzo
abbrustoliti a traverso alle fiamme, non trovavano dove salvarsi, nè chi
li soccorresse o medicasse, e le lamentevoli loro grida agghiacciavano
di terrore gli altri soldati. Lo stesso capitano tedesco, Gasparo, che
tanto si era distinto colla sua costanza a Capoa, credendo omai la causa
di Ferdinando affatto disperata, confortò i suoi compatriotti a dividere
tra di loro ciò che ancora rimaneva dei tesori de' monarchi arragonesi,
affidati alla loro custodia, per poi ritirarsi. Infatti capitolarono
dopo questa vergognosa divisione, ed il 6 di marzo aprirono la porta di
castel Nuovo ai Francesi, mentre che Alfonso d'Avalos fuggiva sopra una
galera leggiera, ch'era rimasta ancorata nel porto[223].
[223] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 53. — Franc.
Guicciardini Ist., l. II, p. 83. — Mémoires de Phil. de Comines, l.
VII, c. XVII, p. 231._
Castel dell'Uovo, seconda fortezza di Napoli, era fidata ad Antonio
Piccioli, capitano affezionatissimo alla casa d'Arragona: è questo
castello fabbricato in mare sopra uno scoglio isolato e separato dal
continente per opera degli uomini, ma signoreggiato da un altro elevato
scoglio, che oggi porta il nome di Forte sant'Elmo, e sul quale gli
Arragonesi avevano fabbricato un semplice ridotto, chiamato
Pizzifalcone. I Francesi occuparono facilmente questo posto, vi
portarono dell'artiglieria, e di là fulminando castel dell'Uovo, lo
costrinsero a capitolare il 15 di marzo[224].
[224] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 83. — P. Jovii Hist., l. II, p.
54. — Burchardi Diarium, ap. Raynald. Ann., 1495, § 7, p. 440._
Don Cesare d'Arragona, fratello naturale del re, che aveva difesi gli
Abruzzi con Bartolommeo d'Alviano e con Andrea Matteo d'Acquaviva, erasi
ritirato verso il contado di Molise con circa cinquecento uomini d'arme
e tre mila fanti. Proponevasi di attraversare la Puglia per far alto a
Brindisi, ad Otranto, o a Taranto, ed aspettare colà i soccorsi di
Ferdinando il Cattolico, quelli de' Turchi, e quelli degli stati
dell'alta Italia, di cui era di già noto il malcontento verso i
Francesi. Ma Fabrizio Colonna, che teneva dietro a questa piccola
armata, non la lasciava un giorno in riposo; ovunque il paese le si
ribellava; tutte le gole, tutti i passaggi de' fiumi erano custoditi da
contadini che avevano di già spiegate le bandiere di Francia. Don
Cesare, cui la diserzione toglieva ogni ora parte della sua truppa,
giunse a Brindisi soltanto con un pugno d'uomini d'arme, e conservò
questa fortezza al fratello. Tutto il rimanente della compagnia si
disperse, ed in tutte le province che stanno sull'Adriatico più non
trovossi in breve neppure un sol piccolo corpo d'armata che difendesse
il partito d'Arragona[225].
[225] _P. Jovii, l. II, p. 54. — Phil. de Comines Mém., l. VII. c.
XVI, p. 226._
Il terrore che precedeva le armate francesi, e faceva egli solo le
conquiste, si estese ancora sull'altra riva dell'Adriatico. I Turchi
dell'Epiro e della Macedonia, vedendo volteggiare le insegne francesi su
tutte le città napolitane, furono da tanto terrore compresi che
abbandonarono quasi tutte le città delle coste, ov'erano di guarnigione.
Per lo contrario i Greci si affrettarono d'acquistar armi, cavalli e
viveri, apparecchiandosi con imprudente pubblicità alla carnificina dei
loro oppressori, che doveva cominciare, dicevano essi, tostocchè il
primo battaglione francese scenderebbe sulle loro spiagge. Queste
inconsiderate dimostrazioni portarono bentosto sopra di loro la ruina e
la distruzione[226]. Un arcivescovo di Durazzo, nato albanese, era stato
incaricato da Carlo VIII delle sue negoziazioni nella Grecia: era costui
assecondato da Costantino Arianite, zio di Maria, marchesana di
Monferrato, presso la quale erasi rifugiato, pretendendo di essere
l'erede del regno di Tessalonica e di Servia[227]. Eransi ambidue uniti
in Venezia con Filippo di Comines, ed avevano estese le loro
corrispondenze su tutte le coste dell'Albania. Ma l'arcivescovo di
Durazzo, uomo leggiero e vanaglorioso, invece di celare queste pratiche,
vi poneva tanta ostentazione, che i Veneziani, di già aombrati dei
prosperi avvenimenti de' Francesi, lo fecero arrestare nell'istante in
cui voleva partire sopra una nave carica di armi alla volta dell'Epiro.
Spedirono tutte le sue carte a Bajazette, ed alcune migliaja di
Cristiani greci furono vittima dell'imprudenza francese e della perfida
politica di Venezia[228].
[226] _P. Jovii, l. II, p. 55. — Petri Bembi Hist. Ven., l. II, p.
51._
[227] Maria, madre e tutrice di Guglielmo Giovanni di Monferrato,
era nipotina di Stefano, ultimo despota della Servia. Essa chiamò,
nel 1486, Costantino Arianite, suo zio, alla sua corte, e questi
cominciò da quel punto ad acquistare sull'animo di Maria un impero
assoluto. _Benvenuto de Sancto Georgio Hist. Montisferrati, t.
XXIII, p. 756._
[228] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XVII, p. 232. — Fr.
Guicciardini, l. II, p. 86._
Pure bastava osservare da vicino l'armata francese per non aver fiducia
nella continuazione de' suoi progressi, o del suo dominio in Italia.
Papa Alessandro VI diceva che aveva conquistato il regno di Napoli colla
creta e cogli speroni di legno, perchè, non trovando in verun luogo
resistenza, era sempre preceduta da' suoi forieri, che segnavano gli
alloggi nelle città in cui doveva arrivare per prendere i suoi
quartieri; e perchè gli uomini d'armi, per non istancarsi portando le
loro pesanti armature che tenevano in serbo pel giorno della battaglia,
si avanzavano a cavallo in veste da camera, colle pantoffole, a cui
adattavano una punta di legno, che loro serviva di sprone[229]. Ma
questa armata, che ancora non aveva combattuto, aveva di sè concepita
una così alta opinione, e tanto disprezzo per gli Italiani, che erano
fuggiti innanzi alla sua vanguardia, che la sua insolenza dovea rendere
in breve il suo giogo insoffribile.
[229] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XIV, p. 212._
Perron de' Baschi e d'Aubignì furono mandati in Calabria senza soldati,
per prendere possesso della provincia, e non già per conquistarla;
infatti tutte le città loro aprirono la porte, ad eccezione di Tropea e
d'Amantea sul golfo di sant'Eufemia: anche queste avevano spiegate le
insegne francesi, ma, sentendo ch'erano state date in feudo ad un barone
francese, siccome volevano essere direttamente dipendenti dalla corona,
rialzarono le bandiere d'Arragona[230]. Reggio, la cittadella di Scilla,
quelle di Bari e di Gallipoli in ferra d'Otranto, si mantennero pure
fedeli a Ferdinando[231]. Altrove tutte le province erano sottomesse, e
tutti i principali signori del regno si affrettarono di recarsi a
Napoli, per fare la loro corte al monarca francese. Soltanto il marchese
di Pescara, il conte d'Acri ed il marchese di Squillace eransi rifugiati
in Sicilia, mentre che vedevasi presso di Carlo VIII il principe di
Salerno, ch'era giunto colla flotta francese, il principe di Bisignano,
suo fratello, ed i suoi figliuoli, il duca di Melfi, il duca di Gravina,
il vecchio duca di Sora, i fratelli ed i nipoti del marchese di Pescara,
il conte di Montorio, i conti di Fondi, di Celano, di Troja, quello di
Popoli, che fu trovato nelle prigioni di Napoli, il Marchese di Venafro,
tutti i Caldoreschi ed i conti di Matalona e di Merillano[232]. Ma
mentre che tutti si davano premura di testificare il loro attaccamento
ed ubbidienza, i Francesi mostravano di non trovarne veruno degno di
riguardo e di stima. Carlo VIII privò la maggior parte di loro de' feudi
o degli ufficj che tenevano dalla corona per darli ai Francesi. Non
fuvvi forse un solo gentiluomo, cui il re non togliesse qualche cosa, e
non gettasse in tal modo nel partito de' malcontenti. Gli antichi
partigiani della casa d'Angiò avevano sperato col trionfo della loro
fazione d'essere ristabiliti nel possedimento de' beni altre volte
confiscati a danno loro; ma un tale sconvolgimento di tutte le fortune,
dopo sessant'anni di possesso, sarebbe stato senza dubbio altrettanto
impolitico che ingiusto; avrebbe rinnovato il male del primo spoglio
invece di ripararlo. Frattanto non potevasi, senza infiniti riguardi,
distruggere le speranze del solo partito su cui potesse nel regno
contare la casa di Francia: in difetto di riconoscenza, la prudenza
avrebbe dovuto consigliare il re di cercare con ogni mezzo compensi alle
perdite delle famiglie che avevano sofferto per cagion sua, e di
reprimere ogni inclinazione a gratuiti doni, finchè non era soddisfatto
un debito così sacro; quindi il partito d'Angiò accolse con indignazione
l'editto che manteneva i nuovi acquirenti nel possesso de' beni
confiscati, e che loro prometteva _mano forte_ per ristabilirveli,
qualora ne fossero stati scacciati colla forza, perchè si seppe che il
presidente di Gannay ed il siniscalco di Belcarico erano stati
guadagnati col danaro per proclamare questo editto[233].
[230] _Phil de Comines Mém., l. VII, c. XVI, p. 226. — Fr.
Guicciardini Ist., l. II, p. 84._
[231] _Barth. Senaregæ de Reb. Gen., t. XXIV, p. 547._
[232] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XVI, p. 227._
[233] _Mém. de Phil de Comines, l. VII, c. XVII, p. 230._
Sembrava che il re non avesse tentata l'impresa di Napoli che per darsi
in preda ai piaceri in questa sua nuova capitale, celebrarvi feste e
tornei, ed associare la galanteria francese al lusso ed alla dilicatezza
de' Napolitani. I suoi cortigiani, renduti orgogliosi da questa guerra
senza battaglie, si davano perdutamente in preda a tutti i piaceri. Gli
stessi semplici soldati, svizzeri, francesi e tedeschi erano snervati
dalla mollezza che suole ispirare un delizioso clima. L'abbondanza ed il
tenue prezzo de' più squisiti vini, la varietà de' frutti e de' prodotti
di quel fertile suolo gli avvezzavano a piaceri ancora ignoti. Più non
aravi chi pensasse alla spedizione della Grecia, veruno voleva più
esporsi a nuove fatiche, a nuovi rischi; e questo progetto, annunciato
alla Cristianità per santificare la guerra d'Italia, omai più non
sembrava che un vano pretesto, col quale si era cercato d'ingannare
tutti i principi d'Europa[234].
[234] _P. Jovii Hist., l. II, p. 55. — Burchardi Diar. ap. Rayn.
1495, § 10, p. 442. — Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 154._
Nè Carlo prendevasi maggior pensiere degli apparecchi di difesa, e de'
mezzi di mantenersi, che di portare più in là i suoi attacchi. Vero è
che due volte si era abboccato con don Federico d'Arragona, che si era
recato presso di lui sotto la fede di un salvacondotto. Carlo, per
ridurre Ferdinando II a rinunciare alle sue pretese sulla corona di
Napoli, gli offriva in compenso un ducato nell'interno della Francia, ma
Ferdinando voleva conservare il titolo di re ed il governo di Napoli,
offrendo soltanto di rendere la propria corona tributaria di quella di
Francia, e di dare alcune piazze in mano a' Francesi. Le negoziazioni si
ruppero, ma non perciò Carlo fece verun tentativo per isloggiare il suo
rivale da Ischia[235]. Non mantenne approvvigionate le fortezze che
aveva occupate; abbandonò inconsideratamente tutte le vittovaglie
ragunate nel castello di Napoli a coloro che gliele avevano chieste in
dono. Nominò de' Francesi per governatori di tutte le città e fortezze
del regno; e questi, colla medesima leggerezza, non pensando che ad
accumulare danaro per mezzo della carica che avevano ottenuta, invece di
accrescere le loro forze, e di porsi in istato di difesa, vendettero al
migliore offerente gli approvvigionamenti e le armi che trovarono nelle
fortezze. Fu appunto in mezzo a tale profonda sicurezza, alle feste ed
ai dissipamenti, che il re e l'armata francese furono improvvisamente
risvegliati dalla notizia della burrasca che si andava condensando
contro di loro nella parte settentrionale d'Italia, e che videro
succedere ad una quasi miracolosa prosperità il non men rapido torrente
dell'avversità[236].
[235] _Phil. de Comines, l. VII, c. XVII, p. 228. — Franc.
Guicciardini, l. II, p. 84. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 11._
[236] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XVII, p. 231. — Fr.
Guicciardini, l. II, p. 86. — Hist. de France par un gentilhomme du
duc d'Angoulême, pubbliée par Denys Godefroy: Charles VIII, p. 103._