_Apparecchi di difesa di Alfonso II. — Primi attacchi de'
Francesi nello stato di Genova ed in Romagna. — Discesa di Carlo
VIII in Italia. — Pietro dei Medici gli dà in mano tutte le
fortezze della Toscana. — Ribellione di Pisa; rivoluzione di
Firenze; esilio dei Medici._
1494.
Alcune di quelle grandi rivoluzioni che cambiano la faccia del mondo,
fanno conoscere tutte le forze dello spirito umano; vengono calcolate
negli attacchi e nelle difese tutte le più accorte combinazioni; tutti
gli accidenti sono preveduti, e tutti gli ostacoli, dagli uni ingranditi
coll'arte, vengono rimpiccoliti dall'altrui accortezza. La fortuna, che
non si può escludere dalle cose umane, è stata in parte corretta da una
costante antiveggenza; e la giusta confidenza in sè medesimo, che si
acquista facendo uso di tutte le proprie facoltà, si comunica dai capi
ai subordinati; tutti hanno fatto il dover loro come cittadini o come
soldati, ogni ordine fu eseguito come fu dato, e quegli ancora che
rimangono perdenti possono non pertanto vantarsi di essere stati alla
migliore scuola della guerra e della politica. Ma altre rivoluzioni,
egualmente importanti nei loro risultati, vengono alcuna volta condotte
a fine con mezzi affatto diversi; l'imperizia si oppone all'imperizia;
l'errore, che perdere dovrebbe un partito, non lo perde, perchè viene
compensato da un altro più grande commesso dalla contraria parte.
L'umana previdenza non può allora calcolare le vicende d'una tal lotta;
perchè si possono bensì assoggettare al calcolo gli umani interessi, ma
non mai le follie degli uomini; a petto di un savio partito
incontransene mille di sragionevoli, e l'impero della fortuna è
prodigiosamente esteso, quando vi si trova compreso lo stesso
concatenamento delle idee. La sorte dell'Italia si decise nel 1494 con
una lotta di simile natura tra l'incapacità e l'inesperienza: l'una e
l'altra parte, isolatamente considerate, pareva che dovessero essere
perdenti, e vedendo la condotta del re di Francia, e quella del re di
Napoli, sembrava ugualmente impossibile che Carlo VIII potesse
conquistare l'Italia, e che Alfonso II potesse impedirlo.
Due ore dopo la morte di Ferdinando, Alfonso II, siccome era l'uso
d'Italia, aveva corse a cavallo le strade di Napoli, e le sei piazze o
_seggi_, ove si adunavano la nobiltà ed il popolo per le cose del
governo municipale; era stato accolto in mezzo agli applausi popolari,
e, dopo avere preso possesso della corona nella cattedrale, si era fatta
dare la guardia de' castelli[71].
[71] _Summonte dell'istoria del regno e città di Napoli, l. VI, c.
I, p. 481, ediz. napolitana, in 4.º 1675._
Il nuovo re aveva molte volte comandate le armate di suo padre contro i
Fiorentini, i Veneziani ed i Turchi, aveva scacciati gli ultimi da
Otranto, e questa spedizione gli aveva procacciata non poca riputazione
militare. Aggiugneva a questo vantaggio quello di disporre di un immenso
tesoro ammassato con avarizia dal padre, e ch'egli stesso accrebbe con
una straordinaria contribuzione assai pesante imposta in occasione del
suo avvenimento al trono[72]. Finalmente Alfonso godeva riputazione di
non avere eguali in quella perfida politica, che credesi accortezza fin
che è coronata da felici successi. «I nostri nemici, dice Filippo di
Comines, erano tenuti savissimi e sperimentati in fatto di guerra,
ricchi ed abbondanti d'uomini accorti e di buoni capitani, ed in
possesso del regno[73].» Ma tutta la loro riputazione non sostenne una
prima prova.
[72] _Pauli Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 20._
[73] _Phil. de Comines Mémoires, l. VII, c. V, p. 163._
Alfonso, salendo sul trono, doveva apparecchiarsi a difenderlo contro il
vicino assalto che gli era annunciato: da un canto gli era perciò
necessario di spalleggiarsi con un buon sistema di alleanze; dall'altro
di adunare un'armata che potesse anche sola tener testa al nemico,
perciocchè mai non doveva lusingarsi che veruno alleato abbracciasse la
sua causa con maggior vigore di quel che la difenderebbe egli medesimo;
ma parve che il nuovo re avesse maggiore confidenza nelle negoziazioni
che nelle armi.
Mandò subito Camillo Pandone, uno de' suoi confidenti ministri, lo
stesso che tornava dall'ambasciata di Francia, a Bajazette II,
imperatore dei Turchi, per rappresentargli che Carlo VIII diceva
scopertamente che non risguardava la conquista di Napoli che come uno
scalino necessario per occupare l'impero d'Oriente; e che effettivamente
i suoi porti dell'Adriatico, i quali non erano lontani che pochi giorni
di navigazione da quelli della Macedonia, quando fossero in potere di
una nazione così potente e bellicosa quanto lo era la francese,
potrebbero facilitare i più pericolosi attacchi contro l'impero turco.
In conseguenza Alfonso domandava a Bajazette sei mila cavalli ed
altrettanti pedoni, offrendosi di pagarli per tutto il tempo che
sarebbero al suo servigio in Italia[74]. Dopo pochi mesi Pandone fu
nuovamente spedito a Bajazette, cui il papa, volendo pure trattare in
nome proprio, aggiunse Giorgio Bucciardo, Genovese, che Innocenzo VIII
aveva altra volta incaricato di poco onorevole missione presso la
sublime Porta[75]. Alessandro VI, che nelle sue bolle esortava Carlo
VIII a volgere tutte le sue forze contro il Turco, poichè le guerre con
un principe cristiano erano indegne di un monarca che prendeva il titolo
di Cristianissimo, e di figlio primogenito della Chiesa[76], cercava
nello stesso tempo di eccitare i Turchi contro lo stesso monarca.
D'altra parte accordava a Ferdinando il cattolico il prodotto delle
tasse della crociata che faceva predicare nelle Spagne, purchè questo re
le adoperasse contro i Francesi e non contro gl'infedeli[77]. Maometto
II non avrebbe certo trascurata così bella occasione di mettere piede in
Italia, e ridurre ad una specie di vassallaggio un nuovo principe
cristiano; ma il suo debole successore non istendeva tant'oltre la sua
politica, e temeva di turbare la propria tranquillità; si limitò
pertanto di ordinare al pascià d'Albania di adunare circa quattro mila
soldati turchi alla Valona, e non prese veruna parte nella guerra[78].
[74] _Pauli Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 20. — Franc.
Guicciardini Ist., l. l, p. 34._
[75] _Ivi, p. 39._
[76] _Bulla Alex. ad regem Francorum 8 idus octob. 1494. — Raynaldi
An. Eccl. § 16, t. XIX, p. 431._
[77] _Ann. Eccl Rayn., t. XIX, p. 432, § 21. — Fr. Guicciardini, l.
I, p. 39._
[78] _Stor. Veneta, t. XXIV, Rer. It. p. 8._
Intanto Alfonso aveva mandati quattro ambasciatori al papa per rendere
più intima l'alleanza con lui conchiusa da suo padre, ed ottenere
l'investitura della Chiesa. Alessandro VI, la di cui politica consisteva
nel porre sfrontatamente all'incanto la sua fedeltà, aveva mostrato di
dare orecchio alle proposizioni del cardinale Ascanio Sforza, che nel
collegio de' cardinali spalleggiava il partito francese, mentre che il
cardinale Piccolomini era alla testa dell'arragonese. Ma questa non era
che un'astuzia del papa per vendere a più alto prezzo le sue
concessioni, ed il 18 aprile del 1494 accordò ad Alfonso le bolle
d'investitura per il regno di Napoli sotto le condizioni espresse nelle
precedenti investiture[79].
[79] _Rayn. An. Eccl., 1494, § 3-5, p. 417. — Summonte Ist. di
Napoli, l. VI, c. I, p. 482._
Il cardinale Giovanni Borgia, figlio del papa ed arcivescovo di
Monreale, era stato nominato legato _a latere_ per la cerimonia della
coronazione d'Alfonso, e questi andò a Napoli a raccogliere per la sua
famiglia le ricompense, colle quali questo monarca aveva comperata
l'alleanza de' Borgia. Eranvi a Napoli sette grandi cariche della
corona, che a seconda delle istituzioni feudali erano ministeri a vita,
quasi indipendenti dall'autorità reale: una di loro, quella di
protonotario fu accordata a Giuffrè Borgia col principato di Squillace,
la contea di Cariati e dieci mila ducati d'entrata; un'altra, cioè la
prima che rimarrebbe vacante, fu promessa al duca di Candia, secondo
figlio del papa, col principato di Tricarico, i contadi di Chiaramonte,
Cauria e Carinola, e dodici mila ducati d'entrata; finalmente Virginio
Orsini, che aveva condotto questo trattato, ricevette un'altra di queste
grandi cariche della corona, ed era quella di grande contestabile la più
eminente di tutte[80]. Diverse rendite ecclesiastiche vennero accordate
nel regno a Cesare Borgia, che suo padre aveva di fresco creato
cardinale, facendo con testimonj e giuramenti provare ch'era figlio
legittimo di un cittadino romano e capace d'esercitare le più sublimi
dignità della Chiesa[81].
[80] _Scip. Ammirato, l, XXVI, p. 197. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
28._
[81] _Ivi._
L'alleanza di Pietro de' Medici non era stata comperata a così alto
prezzo, ed aveva bastato per sedurlo la propria vanità. Credevasi che
Alfonso gli avesse promesso d'ajutarlo a mutare la sua autorità sopra
Firenze in assoluto dominio, col titolo di principato[82]. In
contraccambio il Medici, in forza di segreta convenzione, non comunicata
ai consigli della repubblica, prometteva al re di Napoli di ricevere la
sua flotta nel porto di Livorno, di fare per lui in Toscana leve di
soldati, e di resistere colle armi all'attacco de' Francesi[83]. Inoltre
credeva il Medici di potere rispondere delle repubbliche di Siena e di
Lucca, che trovavansi quasi affatto chiuse nel territorio fiorentino, e
che non potevano pensare a tenere una diversa politica. Alfonso aveva
pure estesi i suoi trattati dalla banda della Romagna. Cesena era
rientrata sotto l'immediata autorità del pontefice che ne rispondeva;
Faenza, principato del giovane Astorre Manfredi, trovavasi allora sotto
la tutela de' Fiorentini; Imola e Forlì, che appartenevano ad Ottaviano
Riario, sotto la tutela di sua madre, la famosa Catarina Sforza, presero
parte alla lega mercè un sussidio promesso da Alfonso e dai Fiorentini;
finalmente Giovanni Bentivoglio di Bologna abbracciò lo stesso partito
ad eguali condizioni[84]. Per tal modo tutta l'Italia meridionale
sembrava unita da una sola alleanza, e più non presentava che un solo
confine dalle rive dell'Adriatico a quelle del mar Tirreno. La Toscana e
Bologna erano i soli paesi per i quali l'armata francese potesse
avanzarsi verso Roma e Napoli; Alfonso si obbligò di custodire l'uno e
l'altro confine con due armate, che occuperebbero la linea delle
montagne, ed i passaggi fortificati dei fiumi. Nello stesso tempo,
perchè aveva avuto avviso de' grandi apparecchi marittimi che i Francesi
facevano a Genova, e ricordandosi che Giovanni, duca di Calabria,
l'ultimo dei principi Angiovini, aveva invaso per mare il regno di
Napoli, diede a don Federico, suo fratello, il comando di una flotta di
trentacinque galere, diciotto grandi vascelli e dodici più piccoli, coi
quali doveva portarsi a Livorno per aspettare i Francesi in quelle
acque, e chiuder loro il passaggio del mare di sotto, se mai volessero
tentarlo[85].
[82] _Ivi, p. 31._
[83] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 38._
[84] _Ivi._
[85] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 199._
Per disporre, d'accordo co' suoi alleati, le forze di terra, Alfonso
andò il 13 luglio a Vicovaro, presso Tivoli, ove dovevano trovarsi
Alessandro VI e gli ambasciatori Fiorentini. Assicurasi che in questo
congresso Alfonso parlò con molta eloquenza intorno alla necessità di
salvare co' più vigorosi sforzi, non il suo trono, ma l'indipendenza di
tutta l'Italia, l'esistenza di tutti gli stati, l'esistenza delle loro
leggi e delle loro costumanze. D'uopo era, diceva egli, o persuadere
Lodovico il Moro a rinunciare all'alleanza contratta col monarca
francese ed a rientrare negl'interessi italiani, o forzarlo a scendere
dal trono, rendendo l'autorità al nipote[86]. Per giugnere a questo
scopo Alfonso offriva la sua flotta, comandata da suo fratello don
Federico, e l'armata di terra, composta di cento squadroni di cavalleria
pesante, di venti uomini d'armi per ogni squadrone, e di tre mila
arcieri o cavalleggeri. Pensava di attraversare la Romagna con queste
truppe e di far rivoltare la Lombardia, prima che il Moro avesse
ricevuti soccorsi dai Francesi[87].
[86] _Pauli Jovii Hist. sui tem., l. I, p. 24. — Summonte Ist. di
Napoli, l. VI, c. I, p. 496._
[87] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 55._
Ma questi vigorosi consigli vennero attraversati dagl'interessi e dalle
private passioni del papa. Voleva questi approfittare delle forze
adunate ne' suoi stati, per liberarsi prima di tutto dai suoi nemici.
Aveva di già stretta d'assedio Ostia per disfarsi del cardinale Giuliano
della Rovere che caldamente perseguitava; questi, non ignorando la sorte
che gli era riservata se cadeva in mano ai suoi nemici, fuggì d'Ostia il
23 d'aprile a tre ore di notte, e si fece sopra un brigantino
trasportare a Savona, di dove passò a Lione presso Carlo VIII[88]. Dopo
la di lui fuga la sua fortezza non fece lunga resistenza. Alessandro VI
voleva pure adoperare le truppe napolitane per sopprimere i Colonna.
Prospero e Fabrizio due capi di quest'illustre casa avevano di già
acquistata molta riputazione nelle armi stando al soldo del re
Ferdinando, ma eransi aombrati de' favori ultimamente prodigati a
Virginio Orsini, capo di una casa rivale, e s'erano segretamente
obbligati a prendere servigio sotto il re di Francia; intanto, finchè
loro si presentasse l'opportunità di passare sotto le sue bandiere, si
erano ritirati ne' loro feudi col cardinale Ascanio Sforza, cercando di
guadagnar tempo con false negoziazioni intavolate col papa e col re di
Napoli[89].
[88] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 29. — Barth. Senaregae de reb.
Gen., t. XXIV, p. 539. — All. Allegretti Diar. Sanesi, t. XXIII, p.
829. — Stefano Infessura, Diar. Rom., p. 1252._ — Con questo
avvenimento chiude l'Infessura il suo curioso giornale, che in mezzo
a molte novelle popolari ed a non poche maldicenze dipinge così bene
il governo pontificio del 15.º secolo. Il Muratori lo pubblicò
sopprimendo alcune cose, _t. III, Rer. It. p. 1105_. Eckard lo
riprodusse tutto intero.
[89] _Fr. Guicciardini, l. l, p. 36._
L'inimicizia del papa contro i Colonna obbligò Alfonso a dividere
l'armata. Rinunciò alla risoluzione di condurla egli stesso in Romagna,
e ne affidò il comando a suo figlio Ferdinando; ma prima ne staccò
trenta squadroni di cavalleria, che tenne ai confini degli Abruzzi, onde
coprire lo stato ecclesiastico ed il suo, ed una parte de' suoi
cavalleggeri, che diede a Virginio Orsini con dugent'uomini d'armi del
papa, onde accantonarsi ne' contorni di Roma e tenere in dovere i
Colonna. Ferdinando, duca di Calabria, valoroso principe, in età di
venticinque anni, non meno caro ai sudditi che ai soldati, doveva
entrare in Romagna con settanta squadroni, ed il rimanente della
cavalleria leggiera, riunire alla sua armata le compagnie degli uomini
d'armi promesse dal Riario e dal Bentivoglio, tentare di promovere una
rivoluzione in Lombardia, e, non potendo ciò ottenere, chiudere almeno
ai Francesi fino all'inverno la strada della Romagna.
Non supponevano gl'Italiani che si potesse guerreggiare in tempo
d'inverno, e, se potevano guadagnare sei mesi, non dubitavano che
l'attacco de' Francesi, intrapreso con leggerezza, con eguale leggerezza
non fosse abbandonato[90]. Gian Giacopo Trivulzio, guelfo milanese, il
conte di Pitigliano della casa Orsini, ed Alfonso d'Avalos, marchese di
Pescara, furono dati per consiglieri al giovane principe. Promise Pietro
de' Medici d'incaricarsi della difesa della Toscana, e delle gole degli
Appennini; ma con una inconcepibile imprudenza non si procurò truppe
straniere.
[90] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 35. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,
l. I, p. 24. — Phil. de Comines, l. VII, c. V, p. 164._
All'assemblea di Vicovaro erasi trovato il vecchio cardinale, Paolo
Fregoso, arcivescovo di Genova, che tanto tempo era stato in questa
città capo de' faziosi. Offrì la sua assistenza per cacciare da Genova
gli Adorni, suoi avversarj, e con loro i Milanesi; promise che
coll'ajuto d'Ibletto de' Fieschi e della propria fazione, renderebbesi
facilmente padrone della repubblica, ove potesse presentarsi nel mare
ligure colla flotta napolitana, prima che le galere del contrario
partito fossero del tutto armate, nè arrivata a Genova la flotta
francese. Venne accettata la sua offerta, e la flotta di don Federigo,
avendo ricevuti a bordo gli emigrati genovesi con circa cinque mila
fanti ragunati nello stato di Siena ed in Livorno, si diresse verso la
riviera di Levante[91].
[91] _Pauli Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 24. — Fr.
Guicciardini, l. I, p. 36. — Orl. Malavolti, p. III, l. VI, f. 98._
Ma il cardinale Giuliano della Rovere, che da Ostia era passato a Savona
sua patria, vi aveva scoperte le fila ordite dal cardinale Fregoso in
tutta la Liguria, ed erasi affrettato di recarsi a Lione per darne
avviso a Carlo VIII. Lo aveva persuaso a far passare due mila svizzeri a
Genova per isventare queste trame; e nello stesso tempo aveva impiegata
la sua eloquenza e tutto l'impeto dell'ardente sua anima ad affrettare
gli apparecchi di guerra contro l'Italia ed a dissipare tutte le
dubbiezze e le incertezze di Carlo VIII, sperando in tal modo di
affrettare la propria vendetta[92].
[92] _Barth. Senaregae de reb. Genuens., t. XXIV, p. 539. — Fr.
Guicciardini, l. I, p. 34._
Infatti Carlo VIII, a dispetto di tante sue minacce e di tutte le sue
negoziazioni che non avevano altro scopo che la spedizione d'Italia,
pendeva tuttavia incerto, e rispetto alla strada che terrebbe e rispetto
alla stessa esecuzione del progetto. Pure, omai determinato essendo ad
attaccare per mare il regno di Napoli, mandò a Genova tutto il danaro di
cui poteva disporre; fece per sè medesimo apparecchiare sontuosi
appartamenti ne' palazzi Spinola e Doria, e vi mandò il suo grande
scudiere Pietro d'Urfè, per farvi armare una possente flotta, che doveva
poi unirsi a quella che per suo conto si stava armando a Villafranca ed
a Marsiglia[93]. La prima, che non gli rendette verun servigio,
perciocchè abbandonò tutti i suoi progetti colla stessa leggerezza con
cui gli aveva formati, fu la più magnifica che si fosse mai veduta nel
porto di Genova. Eranvi dodici grandi vascelli per trasportare la
cavalleria, capaci di mila cinquecento cavalli, novantasei più piccoli
per l'infanteria, diciassette speronare, ventitre vascelli di
cinquecento sessanta tonellate e ventisei di cinquecento ottanta, una
grande galeazza capace di cento cavalli, trenta galere da guerra; e per
ultimo la galera reale colla poppa dorata, e tutta coperta da un
padiglione di seta[94].
[93] _Ub. Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 663. — Barth. Senaregae de
reb. Genuens., p. 539. — Phil. de Comines, l. VII, c. V, p. 165._
[94] _Barth. Senaregae de reb. Gen., p. 542._
Per difendere e comandare questo prodigioso armamento, Carlo VIII mandò
a Genova colla flotta francese suo cugino, il duca d'Orleans, che fu poi
Lodovico XII. Questi entrò in città lo stesso giorno in cui la flotta
napolitana fu a vista delle coste liguri[95], e mentre Antonio di
Bessey, barone di Tricastel e balivo di Digione, incaricato di trattare
per parte del re cogli Svizzeri, presso i quali aveva grandissimo
credito, conduceva a Genova i due mila fanti levati ne' loro
cantoni[96].
[95] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, c. V, p. 162._
[96] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 37. — Fr. Belcarii, Comment. Rer.
Gallic. l. V, p. 129._
Ibletto de' Fieschi aveva promesso a Paolo Fregoso ed a don Federigo
d'Arragona che tutti i suoi partigiani gli aspetterebbero armati nella
riviera di Levante; onde la flotta napolitana si presentò a Porto
Venere, piccola città in faccia a Lerici, che signoreggia l'ingresso dal
magnifico golfo della Spezia. Ma lo stesso suo fratello, Giovan Luigi
de' Fieschi, affezionato al contrario partito, erasi recato alla Spezia,
ed aveva esortati gli abitanti di quelle coste a conservarsi fedeli alla
repubblica, e Giacomo Balbi era entrato con quattrocento fanti in Porto
Venere[97].
[97] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 199. — Uberti Folietæ Hist. Gen.,
l. XII, p. 664. — Giustiniani Ann. di Genova, l. V, f. 249._
Di verso terra questa città non aveva che una debolissima muraglia;
alcuni corpi d'infanteria napolitana l'attaccarono, mentre la flotta,
provveduta di grossa artiglieria, era entrata in rada, e tentava uno
sbarco sulla stessa riva. Ma tutti gli abitanti e perfino le donne di
Porto Venere, essendosi posti coi soldati dietro le mura, rispingevano
gli assalitori facendo rotolare sopra di loro grosse pietre. Alcuni
scogli a fior d'acqua erano stati anticamente ridotti in modo da servire
di comodo sbarco ai marinai; gli abitanti avevano avuta l'antiveggenza
di ugnere di sego questi levigati scogli, che s'innoltravano in mezzo a
profondo ed agitato mare. I Napolitani vi si avvicinavano colle
scialuppe dei loro vascelli, e, quando si credevano abbastanza vicini,
lanciavansi di salto tutt'armati su quest'insidiosa riva, da cui
sdrucciolavano nel mare; ciò che dando motivo di ridere ai difensori di
Porto Venere, potentemente contribuiva ad accrescer loro il coraggio. La
zuffa si prolungò sette ore con eguale accanimento da ambo le parti;
finalmente, avvicinandosi la notte, don Federigo richiamò sulle navi le
sue truppe e prese il largo, allontanandosi da una così piccola città,
sotto la quale ebbe principio la sua malvagia fortuna[98].
[98] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 25. — Franc.
Guicciardini Ist., l. I, p. 37. — Bart. Senaregae de reb. Gen., p.
540. — Ub. Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 664._
Dopo questa mala riuscita don Federigo tornò a Livorno per rinfrescare
la sua flotta e per ricevere a bordo altri soldati; indi ripartì dopo un
mese all'incirca, quando seppe che Carlo VIII aveva presa la strada
delle Alpi. Il 4 di settembre presentossi in faccia a Rapallo, ricca
terra posta ad uguale distanza tra Porto Fino e Sestri di Levante. Non
essendo fortificata, Lodovico il Moro non vi teneva guarnigione, onde i
Napolitani l'occuparono senza trovare ostacolo. Sbarcarono Ibletto de'
Fieschi con tre mila pedoni, e gli emigrati genovesi, i quali
provvisoriamente si chiusero entro un ricinto formato con grandi forche
piantate in terra, su le quali erano assicurati de' travicelli
all'altezza di circa due braccia. Di più non abbisognava per difendersi
dalla cavalleria e per inspirare coraggio agli uomini che dovevano
difendere questi deboli ripari[99].
[99] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 26. — Fr. Guicciardini,
l. I, p. 44._
Ma nè lo Sforza nè il duca d'Orleans volevano permettere che i loro
nemici si afforzassero a Rapallo. Il primo aveva preso al suo servigio i
sette fratelli Sanseverini, figli del vecchio Roberto, che nella
precedente generazione aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni della
Lombardia. Lo Sforza aveva trovati tra questi fratelli i suoi più
accorti consiglieri ed i più valorosi generali. Due di loro, Anton Maria
e Fracassa, erano stati incaricati della difesa di Genova, ed il primo
di loro partì subito alla volta di Rapallo per la via di terra con due
coorti di veterani ed uno squadrone di cavalleria, mentre che il duca
d'Orleans vi s'accostava colla sua flotta, composta di diciotto galere e
dodici grossi vascelli aventi a bordo le truppe svizzere. Don Federigo,
non osando di lasciarsi chiudere nel golfo di Rapallo da una flotta che
sapeva meglio muoversi della sua, ed era armata di colombrine di
maggiore calibro, prese il largo e permise al duca d'Orleans di sbarcare
senza ostacolo. Le truppe venute per la via di terra, e quelle sbarcate
dalla flotta, avendo impiegato lo stesso tempo nel fare le venti miglia
che contansi tra Genova e Rapallo, erano giunte presso questa borgata
molte ore prima di sera. I loro capi non pertanto pensavano di farle
accampare in un'angusto piano poco lontano di Rapallo, rimettendo
l'attacco all'indomani: ma ciò non potè farsi per la rivalità che si
manifestò tra i soldati veterani dello Sforza, e le guardie ducali di
Genova. I primi, per occupare il posto d'onore per la battaglia del
susseguente giorno, e per insultare ad un tempo i nemici chiusi in
Rapallo, presero a piantare i loro alloggiamenti alla più breve distanza
possibile dalla terra. La guardia ducale, avvezza a vivere in una ricca
città, ed a fare di sè vaga mostra colla forbitezza delle armature e la
ricchezza degli abiti e ad ostentare bravura, non seppe tollerare che un
altro corpo d'armata la precedesse; ella si fece innanzi per accamparsi
nel brevissimo spazio, che restava tra i veterani dello Sforza e
Rapallo. Credendo i Napolitani che si avanzassero per attaccarli,
uscirono incontro agli assalitori[100].
[100] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p, 27._
Così cominciò la scaramuccia senza che fosse ordinata dai capi delle
opposte parti, e si sostenne lungo tempo con molto accanimento;
finalmente l'emulazione tra le diverse nazioni che servivano nell'armata
del duca d'Orleans e la sua flotta, che, trovandosi presso alla riva,
faceva fuoco contro i Napolitani assicurarono la vittoria ai Genovesi.
Fu questa la prima zuffa di così terribile guerra, in cui siansi veduti
alle mani cogl'Italiani gli stranieri, i quali si distinsero assai più
colla loro ferocia che col valore; imperciocchè non solo gli Svizzeri
non fecero grazia ai soldati che loro s'arresero, ma uccisero la maggior
parte di quelli che si erano dati prigionieri ai loro alleati. Nè gli
abitanti di Rapallo furono meglio trattati: tutti senza misericordia e
senza distinzione di partito vennero spogliati d'ogni avere e
maltrattati con estrema ferocia; furono perfino barbaramente uccisi
cinquanta ammalati che stavano in quello spedale. I Genovesi non
soffrirono pazientemente di vedere posti in vendita gli effetti di
quegli sgraziati abitanti: il popolo si ammutinò, uccise una ventina di
quegli Svizzeri, ed a stento Giovanni Adorno riuscì a calmarlo[101].
[101] _Barth. Senaregae de reb. Genuens., t. XXIV, p. 542. — Mémoir.
de Phil. de Comines, l. VII, c. VI, p. 168._
Erano stati dall'armata vittoriosa condotti a Genova alcuni distinti
prigionieri, tra i quali Fregosino, figliuolo naturale del cardinale,
Giulio Orsini ed Orlando Fregoso. Ibletto dei Fieschi, principale capo
del partito vinto, fuggì con suo figlio Rolandino a traverso alle
montagne, e tre volte venne consecutivamente spogliato dai masnadieri.
Le prime due volte i contadini del vicinato gli diedero degli abiti; ma
la terza volta disse a suo figlio colla sua consueta imperturbabile
tranquillità: «Andiamo, mio caro, ed accontentiamoci delle vesti del
nostro primo padre, altrimenti vedo che la cosa non avrebbe più
fine[102].» Don Federigo, tenuto da un vento di terra lontano dalle
coste tutto il tempo della battaglia, non potè raccogliere che un
piccolo numero di fuggiaschi, coi quali tornò tristamente a
Livorno[103].
[102] _Barth. Senaregae de reb. Genuens., t. XXIV, p. 542._
[103] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 28. — Fr. Guicciardini,
l. I, p. 44. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 199. — Jac. Nardi Ist.
Fior., l. I, p. 17. — Belcarius Comm. Rer. Gall., l. V, p. 130._
Intanto don Ferdinando si avanzava a traverso alla Romagna, intenzionato
di entrare nel l'autorità del loro legittimo sovrano, Giovanni Galeazzo,
ed a scuotere il giogo di un tiranno, che voleva esporli a tutte le
furie degli oltremontani. Ma Ferdinando non aveva sotto gl'immediati
suoi ordini che mille quattrocento uomini d'armi, e circa due mila
cavalleggeri: ed ancora dopo avere ingrossata la sua armata con quella
di Guid'Ubaldo, duca d'Urbino, colle truppe de' Fiorentini, e con quelle
somministrate dai piccoli principi della Romagna, questa armata, secondo
i più alti calcoli, non contava più di due mila cinquecento corazze e di
cinque mila pedoni[104]. Dal canto suo Carlo VIII, prima di fissare la
sua irrisolutezza, aveva fatto scendere in Italia il signore d'Aubignì,
della casa Stuardo e della linea di Lenox, con circa duecento maestri,
ossia cavalieri francesi, e diversi battaglioni di fanteria svizzera,
che, valicati il san Bernardo ed il Sempione, eransi uniti a
Vercelli[105]. Lodovico il Moro fece che queste truppe si recassero
subito nelle province minacciate dal nemico, loro associando Francesco
Sanseverino, conte di Cajazzo, con circa seicento uomini d'armi e tre
mila fanti veterani. Il conte di Cajazzo occupò una forte posizione a
Fossa Giliola, ai confini del Ferrarese, di là osservando le mosse di
Ferdinando[106].
[104] _P. Bembi Hist. Ven., l. II, p. 27. — Scip. Ammirato l. XXVI,
p. 199. — Fr. Guicciardini l. I. p. 35._
[105] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, ch. VI. p. 167 e nota p.
482._
[106] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 29. — Fran. Guicciardini,
l. I, p. 38. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 200. — Franc. Belcarii
Comm. Rer. Gallic., l. V, p. 131. — Bern. Oricellarii de bello
Italico, p. 26._
In sul finir di luglio questo giovane principe aveva avuta una
conferenza con Pietro de' Medici a Città di Castello. Aveva in appresso
attraversata Val di Lamone, ed assoldata molta gente in quella armigera
provincia. Tutti i rinforzi che poteva sperare lo avevano raggiunto,
onde pareva maturo l'istante di attaccare l'armata del conte di Cajazzo
e del signor d'Aubignì, prima che ricevesse gli Svizzeri ed i Francesi
che scendevano ogni giorno le Alpi. Ma Alfonso II, dando a suo figlio
un'armata affatto sproporzionata all'affidatagli intrapresa, lo aveva
reso del tutto dipendente dai consiglieri che gli aveva posti al fianco.
Il principale di loro, il conte di Pitigliano, riconosceva la sua
riputazione militare assai più dal prudente temporeggiare, che da
quell'audacia che signoreggia gli avvenimenti. Questi nel consiglio di
guerra si ostinò perchè l'armata di Ferdinando si limitasse a stare in
su le difese, non potendo, siccome egli diceva, la sua fanteria tener
testa agli Svizzeri, nè la sua artiglieria sostenere, nella rapidità
delle cariche, il confronto della francese; per ultimo, diceva, che gli
uomini d'arme napolitani non sosterrebbero l'impeto degli
oltremontani[107].
[107] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 29._
Per lo contrario Gian Jacopo Trivulzio, il di cui carattere era
altrettanto bollente quanto era circospetto quello del Pitigliano,
attestava d'avere battuti gli Svizzeri a Domo d'Ossola, gli uomini
d'armi e l'artiglieria francese in Francia nelle guerra del _ben
pubblico_, e che niente trovavasi in quest'armata, che potesse
sorprendere gl'Italiani; ch'egli prometteva la vittoria, ove si
attaccasse all'istante, e che non sapeva quale resistenza farebbe
l'armata francese, se gli si dava tempo di ricevere nuovi rinforzi[108].
[108] _Rosmini Ist. di Gian Giacopo Trivulzio, l. V, p. 214._
Ma omai la notizia degl'infelici successi di don Federico aveva
scoraggiati e renduti incerti alcuni degli alleati. Giovanni Bentivoglio
temeva la vendetta de' Francesi e del duca di Milano, se prendeva parte
in una guerra offensiva; ed il consiglio di guerra decise che non si
attaccherebbero i nemici ne' loro trincieramenti. Tutto quanto ottennero
le calde istanze d'Alfonso d'Avalos e di Bartolomeo d'Alviano, in allora
allievo del Pitigliano, fu la licenza di mandare un trombetta al conte
di Cajazzo per isfidarlo ad uscire in aperta campagna. Non avendo questi
voluto rinunciare a' suoi vantaggi per accettare il dubbio esperimento
di una battaglia, Ferdinando si ritirò sotto le mura di Faenza dietro ad
un lungo canale, in cui derivavansi le acque del Lamone, locchè ne
rendeva la posizione fortissima; e quando seppe che Carlo VIII aveva
passate le Alpi, pensò di starsi colà aspettando le truppe tedesche che
suo padre faceva, sebbene troppo tardi, levare nella Svevia e
nell'Austria[109].
[109] _P. Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 30. — Fr. Guicciardini
Ist. d'Italia, l. I, p. 48._
Carlo VIII erasi recato a Lione con tutta la sua corte per avvicinarsi
all'Italia, e vi aveva passata la state in feste e tornei, tra i quali
pareva avere dimenticati tutti i suoi progetti di conquiste. Aveva
consumato nell'armamento della flotta di Genova quasi tutto il numerario
di cui poteva valersi. Madama di Beaujeu, il duca di Borbone e quasi
tutti i principali signori biasimavano una lontana impresa, che nulla
poteva aggiungere alla forza reale del regno. Briçonnet, che l'aveva
lungo tempo consigliata, più non ardiva addossarsene la responsabilità;
il siniscalco di Belcario che ardentemente la promoveva, era stato di
que' tempi costretto ad allontanarsi dal re, perchè uno de' suoi
servitori era morto con sintomi di peste[110]. I cortigiani davano al re
opposti consiglj, secondochè aderivano ora agli agenti del re di Napoli,
ora a quelli del duca di Milano: Pietro de' Medici aveva inoltre cercato
di rendere quest'ultimo sospetto alla corte di Francia, facendo che si
tenesse un messo del re di Francia nascosto entro un gabinetto, mentre
egli s'intratteneva confidenzialmente con un ambasciatore del Moro[111].
Tra tanti timori e tante contraddizioni, Carlo VIII abbandonò più volte
i suoi progetti, a ciò persuaso continuamente dall'allettamento de'
piaceri; aveva perfino ordinato a molti signori, di già partiti colle
loro truppe, di tornare alla corte, quando il cardinale Giuliano della
Rovere, fatto più che tutt'altri bramoso della spedizione d'Italia
dall'immenso suo odio verso Alessandro VI, parlò al re con un tale
ardire, che verun altro non sarebbesi permesso di farlo. Disse, che il
re sarebbesi coperto di vergogna rinunciando a pretese proclamate in
tutta l'Europa, non raccogliendo verun frutto de' sagrificj che fatti
aveva co' suoi trattati col re de' Romani e coi re della Spagna, ed
abbandonando i suoi alleati ed i suoi soldati, che di già per lui
valorosamente combattevano nella riviera di Genova e nella Romagna.
Carlo VIII, vinto dalle calde ammonizioni del cardinale, di cui
rispettava l'eminente dignità, e sedotto dalle adulazioni del siniscalco
di Belcario, cui era stato di fresco permesso di liberamente tornare
alla corte, partì da Vienna nel Delfinato, il 23 agosto del 1494,
prendendo la strada del monte Ginevra, e valicando le Alpi, senza che
scontrasse verun ostacolo[112].
[110] _Phil. de Comines, l. VII, ch. V, p. 164._
[111] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 40. — P. Jovii Hist. sui temp., l.
I, p. 22. — Bern. Oricellarii de bello Ital., p. 2._
[112] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 42. — P. Jovii, l. I, p. 23. —
Phil. de Comines, Mémoires, l. VII, ch. VI, p. 166._
L'armata francese contava tre mila seicento uomini d'armi, sei mila
arcieri a piedi, assoldati in Bretagna, sei mila balestrieri delle
interne province della Francia, otto mila fanti della Guascogna, armati
di fucili e di spade a doppio taglio, ed otto mila tra Svizzeri e
Tedeschi, armati di piche e di alabarde[113]. Moltissimi servitori
seguivano l'armata, ingrossata, poichè fu scesa in sul piano d'Italia,
dal contingente di Lodovico il Moro; di modo che quando attraversò la
Toscana non aveva meno di sessanta mila uomini[114]. Tra i suoi più
illustri generali contavansi il duca d'Orleans, poi Lodovico XII, che
allora aveva il comando della flotta a Genova, il duca di Vandome, il
conte di Montpensier, Lodovico di Lignì, signore di Lussemburgo,
Lodovico de la Trimouille e molti altri principali signori della
Francia. Ma il siniscalco di Belcario ed il sovrintendente Briçonnet,
vescovo di san Malo, confidenti del monarca, che pure lo accompagnavano,
avevano presso di lui maggior credito che tutti i signori della sua
corte[115].
[113] _Mém. de Louis de la Trémouille, ch. VIII, p. 145, l. XIV des
Mém._
[114] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 28._
[115] _Mém. de la Trémouille, ch. VIII, p. 146. — Fr. Guicciardini,
l. I, p. 46. — Belcarius Comment. Rer. Gall., l. V, p. 132._
Una così grossa armata avrebbe potuto difficilmente attraversare le
Alpi, se avesse trovato qualche nemico; ma la disgrazia d'Italia aveva
fatto sì che il Piemonte ed il Monferrato, egualmente governati da
principi indipendenti, fossero ambidue a quello stato di debolezza e
d'incapacità ridotti, cui sono condannate le monarchie in tempo di
minorità. Carlo Giovanni Amedeo, nato il 24 giugno del 1488, era in
allora duca di Savoja, e non contava che nove mesi, quando il 13 marzo
del 1489 successe al duca Carlo suo padre. Sua madre, Bianca di
Monferrato, sebbene affatto giovane, aveva ottenuta la tutela pel favore
del popolo di Torino in pregiudizio de' suoi cognati, i conti di Ginevra
e di Bresse. Bianca aveva bensì il 20 giugno del 1493 soscritto un
trattato d'alleanza con Ferdinando, re di Napoli, ma in appresso non
aveva osato provocare il turbine sui proprj stati; fece aprire a Carlo
VIII tutte le sue città e castella, e l'accolse ella stessa in Torino
con estrema magnificenza[116]. Maria, marchesana di Monferrato, tutrice
di Guglielmo di Monferrato, nato il 20 agosto del 1486, non si dipartì
dalla politica di Bianca[117].
[116] _Guichenon Hist. génér. de la maison de Savoie, t. II, p.
160-162._
[117] _Benvenuti de sancto Georgio Hist. Montis Ferrati, t. XXIII,
p. 756._
Queste due reggenti, una a Torino, l'altra a Casale, parvero dinanzi a
Carlo VIII ornate di molte gemme, onde il giovane re, che di già
cominciava a mancare di danaro, se le fece prestare per depositarle in
mano di alcuni usurai che gli diedero ventiquattro mila ducati[118]. Il
19 di settembre entrò in Asti, città posseduta in piena sovranità dal
duca d'Orleans, siccome dote di sua madre, Valentina Visconti. Colà
venne ad incontrarlo Lodovico Sforza con sua moglie e suo suocero,
Ercole d'Este, duca di Ferrara[119]. Questi principi conoscevano le
inclinazioni di Carlo VIII, e, volendo guadagnarselo colle voluttà,
avevano seco condotte le signore milanesi che godevano opinione di
seducente bellezza e di poca austera virtù[120]. Si consumarono più
giorni in feste ed in piaceri, che vennero all'ultimo interrotti da
grave malattia onde fu il re sorpreso, la quale fu giudicata vajuolo a
motivo delle pustule che gli coprirono il volto. Pure questa prima
campagna de' Francesi in Italia ottenne infame celebrità da una malattia
ancora più crudele, cui più che a tutt'altra pareva essersi Carlo
esposto. Egli però non tardò a rimettersi in salute, e passò a Pavia ove
fu splendidamente accolto[121].
[118] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, ch. VI, p. 166. — Fr.
Guicciardini, l. I, p. 41._
[119] _Diar. Ferr., t. XXIII, Rer. Ital., p. 288. — Fr.
Guicciardini, l. I, p. 45. — Bern. Oricellarii de bello Ital., p.
34._
[120] _Josephi Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VI, p. 654. — Pauli
Jovii Hist., l. I, p. 30._
[121] _P. Jovii, l. I, p. 30. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 45. —
Scipione Ammirato, l. XXVI, p. 199. — Roscoe Vita di Leon X, c. 3,
p. 186. — Arnoldus Ferrarien. Burdigal. de reb. Gall., l. I, p. 4._
Lo sventurato Giovanni Galeazzo dimorava colla consorte e co' figliuoli
nel castello di questa città. Già da alcun tempo vedevasi la di lui
salute andar declinando a gran passi; la presumeva taluno distrutta da
immoderato abuso de' piaceri sensuali, ed altri, sospettando l'esistenza
di un delitto, ove vedevano un motivo di commetterlo, accusavano
Lodovico il Moro di avergli fatto dare un lento veleno. A veruno de'
cortigiani francesi fu permesso di vedere il duca, ed il solo re fu
ammesso ne' suoi appartamenti: questi due sovrani erano cugini germani,
figliuoli di due sorelle della casa di Savoja. Ma Carlo VIII, che temeva
di spiacere a Lodovico il Moro, si trattenne con Giovanni Galeazzo
soltanto intorno a cose indifferenti, e sempre alla presenza dello
zio[122]; ma in tempo di questo intrattenimento, la duchessa Isabella
sopraggiunse, gettandosi alle ginocchia del re, e supplicando di
risparmiare suo padre Alfonso e suo fratello Ferdinando. Rispose Carlo,
alquanto imbarazzato, che oramai era troppo avanzato per poter dare a
dietro, ed affrettossi a lasciare una città dove aveva sotto gli occhi
una così dolorosa scena, ch'egli stesso rendeva ancora più penosa. Ebbe
da Lodovico il Moro i convenuti sussidj, e la sua armata, poichè si fu
provveduta d'armi e di equipaggi avuti dall'arsenale di Milano, proseguì
il cammino alla volta di Piacenza[123].
[122] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, ch. VII, p. 177. — Fr.
Guicciardini, l. I, p. 48. — Bernardi Oricellarii de bello Ital., p.
35._
[123] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 50. — Arnoldi Ferronii, l.
I, p. 6._
Lodovico il Moro accompagnava Carlo VIII, ma avendo a Piacenza o a Parma
avuta notizia che suo nipote era agli estremi, tornò subitamente a
Milano per raccogliere l'eredità. Giovanni Galeazzo Sforza morì il 20 di
ottobre[124], ed il senato di Milano tutto ligio al Moro si affrettò di
fargli presente, che, nelle critiche circostanze in cui trovavasi
l'Italia, un fanciullo di cinque anni, quale era quello di Giovanni
Galeazzo, non poteva avere il carico del governo; che lo stato non
doveva ricadere di una in altra minorità, che abbisognava di un sovrano
che regnasse effettivamente; all'ultimo che Lodovico il Moro era
necessario alla patria, e che questa gli chiedeva il sagrificio di
salire sul trono. Lodovico parve opporsi; pure all'indomani prese il
titolo e le insegne di duca di Milano, e protestò, anche segretamente,
che le riceveva come cosa che gli apparteneva a giusto diritto dietro
l'investitura datagli da Massimiliano[125]. Si affrettò poi di
raggiugnere l'armata francese, dalla quale, senza esporsi a qualche
pericolo, non poteva sempre tenersi lontano[126].
[124] _Lodov. Cavitellii Crem. Ann., t. III, Thesaur. Ant. Ital., p.
1469._
[125] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 49. — P. Jovii Hist. sui temporis,
l. II, p. 37. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VI, p. 655. —
P. Bembi Hist. Ven., l. II, p. 27. — Navagero Stor. Ven., p. 1201._
Ma questi attribuisce i sofismi a Lodovico e la resistenza al
senato.
[126] _Barth. Senaregae de reb. Gen., p. 543._ — Egli raggiunse il
re a Villa, poco distante da Sarzana.
In fatti quest'armata era stata colpita da un sentimento di spavento per
la morte di Giovanni Galeazzo: tutti s'andavano interpellando
ansiosamente in qual modo il re poteva penetrare nel fondo dell'Italia
senza lasciarsi alle spalle verun altro alleato che quello stesso duca,
che si era aperta col veleno la via del trono. Ogni movimento dei
Milanesi rendevasi sospetto ai Francesi, cui mille cose erano state
raccontate intorno alle trufferie degli Italiani, ed i Francesi spesso
agivano di mala fede per guarentirsi da quella di cui si credevano
minacciati. Il duca d'Orleans, che aspirava all'intera eredità dello
Sforza, cercava di far sentire a suo cugino che più facile riuscirebbe
la spedizione di Napoli incominciandola dalla conquista del
Milanese[127]. Il principe d'Orange, il signore di Miolans, Filippo
delle Corde e gli altri tutti che risguardavano la marcia dell'armata
fino a Napoli come troppo pericolosa, approfittarono di tale fermento
per istringere il re a rinunciarvi; ma Carlo non dava orecchio che alla
sua ostinazione, ch'egli credeva amore di gloria; e, a seconda de'
concerti avuti col nuovo duca di Milano, prese la strada che da Parma
conduce nella Lunigiana, onde entrare in Toscana[128]. Questa strada
toccava Fornovo e san Terenzio e sboccava a Pontremoli, città che in
allora era posseduta dallo Sforza; onde non percorreva che paesi amici,
ed era sempre a portata della divisione che occupava Genova, e della
flotta francese. Pei quali motivi era così aperto che doveva preferirsi
dai Francesi a quella della Romagna, che mal si può spiegare l'incauto
consiglio de' Napolitani che l'avevano trascurata, portando tutte le
loro forze nella Romagna[129].
[127] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 21._
[128] Ciò accadde prima di abboccarsi col principe d'Orleans a Villa
presso Sarzana. _N. d. T._
[129] _Bern. Oricellarii de bello Ital., p. 37_, ediz. Fior. in 4.º
1733 colla data di Londra.
Papa Alessandro VI e Pietro de' Medici eransi obbligati a chiudere ai
Francesi l'ingresso della Toscana; ma se pure il papa era intenzionato
di spedirvi truppe, ne fu impedito dalla ribellione dei Colonna, che,
quando ebbero avviso dell'avvicinamento de' Francesi, rifiutarono le
vantaggiose offerte che loro aveva fatte Alfonso II, dichiararonsi
scopertamente al soldo di Carlo ed occuparono Ostia, ove, senza dubbio,
aspettavano la flotta francese. Il papa, lungi dal potere mandar truppe
in Toscana, si vide costretto a richiamare quelle che teneva in Romagna
sotto gli ordini di Virginio Orsini, per far testa ai Colonna[130].
[130] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 47. — P. Jovii, l. I, p. 23._
La repubblica fiorentina aveva mandati ambasciatori a quella di Lucca ed
al duca di Ferrara, per persuaderli a non permettere di passare per i
loro stati a chiunque volesse invadere la Toscana; aveva in pari tempo
nominati commissarj straordinarj per provvedere alla sicurezza dello
stato; ma Pietro de' Medici non aveva voluto che loro si affidassero
truppe[131]. Pure così grande e così mal disciplinato esercito, qual era
quello de' Francesi, poteva bentosto trovarsi senza vittovaglie in una
provincia montuosa, che non ne produce quanto basta per alimentare i
suoi abitanti. L'esercito, scendendo da Pontremoli lungo la Magra,
attraversava i feudi del marchese Malaspina, in mezzo ai quali è posto
il borgo di Fivizzano appartenente ai Fiorentini. Era questo il primo
paese nemico. Il marchese di Fosdinovo, vinto da gelosia di vicinanza,
mostrò ai Francesi i lati deboli delle fortificazioni di quella terra,
ed i mezzi di occuparla. In fatti fu attaccata e presa d'assalto.
Vennero uccisi tutti i soldati e molti abitanti, e saccheggiate tutte le
case; e questa prima esecuzione militare, che sparse grandissimo
terrore, fece conoscere la diversità della nuova guerra e delle guerre
senza spargimento di sangue che si erano fin allora sostenute[132].
Nello stesso tempo Gilberto di Montpensier, che comandava l'avanguardia
francese, sorprese in riva al mare un corpo di truppe che Paolo Orsini
mandava per ingrossare la guarnigione di Sarzana, e non diede quartiere
a verun soldato[133].
[131] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 202._
[132] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 51. — Jac. Nardi Stor. Fior., l.
I, p. 17._
[133] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 31. — Barth. Senaregae de
reb. Gen., p. 544. — Belcarii Rer. Gallic., l. V, p. 137._
Era Sarzana in qualche modo la chiave della Lunigiana[134]: così
chiamasi una spiaggia, chiusa tra il mare e le montagne, che stendesi
dai confini del Genovesato fino a Pisa d'una larghezza non mai eccedente
le sei miglia. Sarzana era una città assai ben fortificata e la sua
fortezza di Sarzanello credevasi inespugnabile. Se l'esercito francese
si fosse lasciata questa terra alle spalle, sarebbesi poco dopo trovata
chiusa la strada di Pisa da quella di Pietra Santa, posseduta pure dai
Fiorentini, e posta nel più angusto punto del littorale. Tutto il paese
potev'essere, difeso di tratto in tratto. Non è ferace che di olio, e
così sprovveduto di frumento, che importa la metà de' suoi viveri dalla
Lombardia a schiena di muli: e l'aere è così insalubre in autunno, che
la febbre avrebbe in poche settimane ruinato l'esercito nemico. I
capitani francesi mal sapevano perciò risolversi ad innoltrarsi in cotal
paese, ma la pusillanimità di Pietro de' Medici dissipò bentosto i loro
giusti timori.
[134] Suppongo che debba dirsi Versilia, antica denominazione di
questo littorale, sebbene nei posteriori secoli i marchesi di
Lunigiana avessero esteso il loro dominio fino ai confini di Pietra
Santa centro della Versilia. _N. d. T._
L'ingresso de' Francesi in Toscana, spargendo in Firenze un estremo
terrore, fece scoppiare un malcontento contro Pietro de' Medici tenuto
lungo tempo compresso. I Fiorentini erano da secoli affezionati alla
real casa di Francia, da loro risguardata quale protettrice del partito
guelfo e della libertà; altamente si lagnavano che il capo dello stato
gli avesse strascinati in una guerra contraria ai loro veri interessi,
ed esposti prima degli altri a tutti i pericoli d'una lite che punto non
li risguardava. Gli ambasciatori fiorentini erano stati dalla corte di
Francia rimandati; tutti i socj, tutti i commessi delle case di
commercio dei Medici eransi espulsi dal regno; ma tanto rigore non aveva
colpiti gli altri Fiorentini, quasi che si fosse voluto far loro sentire
che la Francia non li confondeva coll'usurpatore della loro
libertà[135]. Sapevasi che Lorenzo e Giovanni de' Medici, que' cugini di
Pietro, ch'egli aveva da pochi mesi maltrattati, poi rilegati nelle loro
ville, erano passati nel campo di Carlo VIII, supplicandolo di atterrare
un governo esoso alla generalità dei cittadini[136]. Il potere di questo
vanaglorioso capo, che non aveva voluto conoscere confini, trovossi
tutt'ad un tratto non ad altro appoggiato che ad una vacillante
opinione.
[135] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 198. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
32._
[136] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 196. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
32. — P. Jovii Hist., l. l, p. 32. — Jac. Nardi Istor. Fior., l. I,
p. 16._
Pietro de' Medici, spaventato dall'interno fermento, di cui vedeva
ovunque le traccie, atterrito dalla guerra straniera ch'egli non era in
istato di sostenere, pensò di cedere al turbine, di fare la pace coi
Francesi, imitando la condotta tenuta da suo padre con Ferdinando,
condotta che aveva così spesso udito lodare. Egli non sapeva che per
imitare un grand'uomo conviene avere i suoi talenti, onde discernere le
circostanze, e la sua fermezza per disprezzare i pericoli. Pietro de'
Medici fece dalla repubblica eleggere una numerosa ambasciata, di cui
egli faceva parte, con commissione di recarsi presso il re di Francia e
cercare di placarlo. Ma, avvisato in viaggio che un corpo di trecento
uomini, che la repubblica mandava a Sarzana, era stato sorpreso e fatto
a pezzi, non osò, senza salvacondotto, innoltrarsi al di là di Pietra
Santa. Alcuni signori della corte, tra i quali Briçonnet e di Piennes
vennero a trovarlo, e lo condussero innanzi al re lo stesso giorno in
cui veniva attaccato Sarzanello[137].
[137] _Fr. Guicciardini Hist., l. I, p. 52. — Scip. Ammirato, l.
XXVI, p. 203. — Phil. de Comines Mémoir., l. VII, c. IX, p. 185._
Pietro, per giustificare il suo rifiuto di permettere al re
d'attraversare la Toscana, ricordò il suo trattato con Ferdinando,
conchiuso con approvazione dello stesso Lodovico XI; soggiunse che fino
all'istante in cui le armate francesi erano scese in Italia non avrebbe
potuto violare questo trattato senza esporsi a tutta la vendetta degli
Arragonesi; ma poichè al presente più non vedevasi esposto a tale
pericolo era apparecchiato a dar prove della sua divozione verso la casa
di Francia[138]. Il re, per tutta risposta a questo discorso, chiese che
gli si aprissero le porte di Sarzanello; e Pietro vi acconsentì subito:
e senza nè pure interpellare i suoi colleghi, ordinò che Sarzanello
fosse dato in mano al re, il quale, sorpreso da tanta facilità, domandò
che gli fossero inoltre consegnati Pietra Santa, Librafratta, Pisa e
Livorno. Non credevano già i Francesi, che, facendo così alte domande
venissero loro accordate quelle piazze, almeno senza grandi guarenzie
per la loro restituzione dopo il passaggio dell'esercito; ma Pietro
nulla chiese, e si accontentò della verbale obbligazione del re di
restituire le fortezze della Toscana, quand'avrebbe ultimata la
conquista del regno di Napoli; fu convenuto che i Fiorentini
presterebbero al re Carlo dugento mila fiorini; che a tale condizione
verrebbero ricevuti sotto la protezione del re, e che il trattato di
pace fra di loro sarebbe fatto in Firenze. Dietro questa semplice
verbale convenzione fece aprire ai Francesi tutte le fortezze dello
stato di Pisa, non senza eccitare lo sdegno de' suoi colleghi
d'ambasciata, i quali, essendo arrivati alquanto più tardi, credevano di
accordar molto al re coll'accordargli il libero passaggio a traverso al
loro stato[139].
[138] _Bern. Oricellarii de Bello Ital. Comment., p. 39._
[139] _Fr. Guicciardini Ist., l. I, p. 53. — P. Jovii Hist. sui
temp., l. I, p. 31. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 203. — Jac. Nardi
Istor. Fior., l. I, p. 18. — Phil. de Comines, Mémoires, l. VII, c.
IX, p. 185. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 6._
I Fiorentini, ricevendo la notizia della convenzione di Sarzana,
s'irritarono ancora più dei loro ambasciatori. Da lungo tempo avevano
cominciato ad accusare Pietro de' Medici di comportarsi come signore e
non come primo cittadino della sua patria; di tenere un contegno da
padrone che mai non avevano affettato nè Lorenzo, suo padre, nè Cosimo,
suo bisavo; di trascurare affatto d'intervenire ai consiglj e di sedere
co' suoi colleghi quand'era rivestito di qualche magistratura[140]. Ma
non aveva ancora osato prima d'allora di calpestare con tanta impudenza
le leggi della repubblica, nè di arrogarsi un'autorità che non gli era
mai stata conferita. Egli era quegli, si diceva, che aveva precipitata
la patria in una guerra contraria ai suoi interessi, ed era egualmente
quegli che, per salvarla, sagrificava le conquiste di molte generazioni.
Il partito della libertà, che si era successivamente ingrossato
coll'adesione di tutti coloro ch'erano stati oltraggiati dalla sua
insolenza, e di fresco riscaldati dalle prediche del Savonarola,
approfittava di questi avvenimenti per mostrare quanto pericolosa cosa
fosse il dare un capo ad una città libera; perciocchè sotto il suo
dominio uno stato perde bentosto il vigore delle sue armate, la prudenza
de' suoi consiglj, ed all'ultimo le sue migliori province o la sua
indipendenza. Approfittiamo almanco, dicevano essi, delle nostre
sciagure, e, poichè l'armata francese deve attraversare le nostre mura,
ci ajuti a rovesciare la tirannide[141].
[140] _P. Jovii Hist., l. I, p. 31. — Jac. Nardi l, I, p. 15. —
Phil. de Comines, l. VII, c. VI, p. 171._
[141] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 54._
Mentre che l'armata francese dirigevasi verso Lucca e verso Pisa, Pietro
de' Medici, prevenuto del tumulto di Firenze, si affrettava di tornarvi,
sperando pure di potersela conservare ubbidiente. Vi arrivò l'8 di
novembre, e dopo essersi la stessa sera consigliato co' suoi amici, che
trovò tutti scoraggiati, o da lui alienati, risolse di recarsi
all'indomani a palazzo presso la signoria. Trovò il palazzo chiuso, con
guardie alla porta, come sempre costumavasi in occasione di tumulto. La
signoria aveva stabilito di non ricevere la visita di Pietro de' Medici,
e gli mandò Jacopo di Nerli, gonfaloniere di compagnia, a
parteciparglielo, mentre che Luca Orsini, uno de' priori, si trattenne
alla porta per vietargliene l'ingresso, ove si dovesse venire a
quest'estremo[142].
[142] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 204. — Jac. Nardi, l. I, p. 21. —
P. Jovii Hist., l. I, p. 32. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 55. —
Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, c. X, p. 191. — Belcarii Comm.
Rer. Gall., l. V, p. 138._
Pietro de' Medici non volle fare esperimento della loro costanza;
stordito da una resistenza che mai non aveva conosciuta, non si appigliò
nè alle preghiere, nè alle minacce; ritirossi in casa per chiamare in
suo soccorso Paolo Orsini, suo cognato, cogli uomini d'armi sotto i suoi
ordini; ma, essendo stato fermato il messo che gli mandava, i cittadini
presero le armi e si adunarono nella piazza del palazzo per essere
pronti ad eseguire gli ordini della signoria. Frattanto il cardinale
Giovanni de' Medici aveva corse alcune strade coll'accompagnamento de'
servitori della sua casa, cui faceva ripetere il grido d'armi di sua
famiglia: _Palle! Palle!_ ma questo grido altre volte così caro al
popolo non aveva mosso veruno de' suoi partigiani. Il cardinale non
aveva potuto oltrepassare la metà della strada de' Calzajuoli; e si
udivano da ogni banda minacciose grida contro i Medici. Pietro e suo
fratello, di già circondati dai soldati loro condotti da Paolo Orsini,
ritiraronsi verso porta san Gallo, e tentarono di nuovo, gettando danaro
tra il popolo, di muovere gli artigiani di quel quartiere a prendere le
armi per loro; ma non avendo che minacciose risposte, ed udendo suonare
la campana a stormo, uscirono di città, di cui gli si chiusero dietro le
porte. Il cardinale Giovanni de' Medici, essendosi travestito da frate
francescano, si sottrasse ancor egli al tumulto, e raggiunse i suoi due
fratelli negli Appennini[143].
[143] _Ist. di Gio. Cambi Deliz. degli Erud., t. XXI, p. 78. — Diari
Sanesi d'Allegr. Allegretti, t. XXIII, p. 833. — Bernardi
Oricellarii de bello Ital., p. 41._
Pietro de' Medici aveva inconsideratamente presa la strada di Bologna,
invece di volgersi al re di Francia, presso al quale avrebbe
probabilmente trovato protezione. I soldati dell'Orsini, che lo
seguivano, attaccati dai contadini, si sbandarono quasi tutti, e lo
stesso Paolo Orsini conobbe che per la sicurezza di suo cognato era
d'uopo separarsi da lui. Pure i Medici arrivarono però a Bologna senza
incontrare verun nuovo accidente. Ma quando Pietro presentossi a
Giovanni Bentivoglio, suo alleato e suo amico, questi, maravigliato di
vedere un uomo che occupava lo stesso suo grado, rovesciato con tanta
facilità, gli disse: «Se giammai voi udirete che Giovanni Bentivoglio è
stato scacciato da Bologna, come lo siete oggi voi da Firenze, non
vogliate crederlo; ma credete piuttosto che si è fatto tagliare a pezzi
dai suoi nemici facendo loro resistenza»[144]. Non sapeva Giovanni
Bentivoglio, che spesso non è in arbitrio del principe, nè del generale
d'armata il trovare la morte che desidera; che, dopo averla lungo tempo
affrontata, se sopravvive suo malgrado alla sua disfatta, il desiderio
della propria conservazione si risveglia nel cuore più valoroso, e vi si
aggiugne una segreta speranza, che, poichè la fortuna si è presa ella
sola la cura della sua salvezza, lo riservi tuttavia a tempi migliori.
La sua sperienza non tardò ad insegnarglielo; l'istante del rovescio
giunse pure per il Bentivoglio, e malgrado la sua risoluzione, non morì,
ma condusse i suoi giorni in esilio.
[144] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 22. — Fr. Guicciardini Ist.,
l. I, p. 55._
Il popolaccio di Firenze svaligiò le case del cancelliere e del
provveditore del monte di pietà, che da molto tempo venivano accusati di
avere inventate nuove gabelle, e le varie estorsioni con cui eransi
accresciute le imposte. Saccheggiò inoltre i giardini di san Marco, e la
casa del cardinale Giovanni a sant'Antonio. Le guardie poste al gran
palazzo dei Medici in via larga, destinato al re di Francia, lo
salvarono in quel primo istante dal saccheggio. Ma i Francesi, che vi
furono alloggiati, presero con impudenza tutto quanto solleticava la
loro cupidigia, e dopo la loro partenza tutto ciò che vi restava fu
venduto con autorità della giustizia. E per tal modo furono disperse
quelle magnifiche collezioni di quadri, di statue, di pietre incise, di
libri, con tanta cura raccolti da Cosimo e da Lorenzo in tutti i luoghi
cui si estendeva il loro commercio[145].
[145] _Phil. de Comines, l. VII, ch. XI, p. 106. — B. Oricellarii,
p. 42-52._
La signoria, dopo la fuga dei Medici, fece un decreto per dichiararli
ribelli, per confiscare i loro beni e per promettere il premio di cinque
mila ducati a coloro che gli arresterebbero, e di due mila a chiunque
porterebbe la loro testa. Tutte le famiglie esiliate o private dei
pubblici onori pel corso di sessant'anni, in cui si era mantenuta
l'autorità de' Medici vennero ristabilite ne' loro diritti, i quadri che
ricordavano o le condanne del 1434, o quelle del 1478 per la congiura
dei Pazzi, furono cancellati, ed i due Medici, figliuoli di Pier
Francesco, rientrati in patria nell'istante in cui ne uscivano loro
cugini, nulla volendo avere di comune con una famiglia che aveva
aspirato alla tirannide, fecero cancellare i sei globi dai loro stemmi
per sostituirvi una croce d'argento in campo rosso dei Guelfi, e
scambiarono il nome di Medici in quello di _Popolani_[146].
[146] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 25. — P. Jovii Hist., l. I,
p. 33. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 204. — Ist. di Gio. Cambi, p.
79._
Intanto il nuovo governo si affrettò di spedire ambasciatori al re di
Francia, per incolpare il suo predecessore d'una inimicizia tanto
contraria agl'interessi della repubblica, e per dare più autentica forma
al trattato conchiuso con tanta balordaggine dal Medici. Nominò
ambasciatori Piero Capponi, che di già nella sua ambasciata a Lione
aveva fatto conoscere l'ardente desiderio de' Fiorentini di scuotere il
giogo che portavano[147], Tanai de' Nerli, Pandolfo Rucellai, Giovanni
Cavalcanti ed il padre Girolamo Savonarola. Costui, risguardato dai
Fiorentini, come dotato del dono dei miracoli e delle profezie, sembrava
loro un celeste avvocato, mandato dalla Provvidenza per difenderli.
[147] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VIII, ch. VI, p. 172._
Gli ambasciatori fiorentini passarono a Lucca dov'era il re, ma non
ottennero udienza, e furono costretti di seguirlo a Pisa. Colà il padre
Savonarola apostrofò il vittorioso monarca con quel tuono autorevole,
ch'era accostumato a prendere in faccia al suo uditorio. Non era il
deputato d'una repubblica che parlava ad un re, ma l'inviato di Dio,
quegli che aveva predetta la discesa dei Francesi in Italia, che ne
aveva lungo tempo minacciati i popoli, come fosse un castigo del cielo,
e che adesso parlava a colui che il dito di Dio aveva guidato, per
indicargli come doveva terminare l'opera di cui lo aveva incaricato la
Provvidenza.
«Vieni, gli disse, vieni adunque pieno di fiducia, vientene lieto e
trionfante, perciocchè colui che ti manda è quello stesso che per la
nostra salute trionfò sul legno della croce. Pure, ascolta le mie
parole, o cristianissimo re! e fanne tesoro nella tua mente. Il servo
del Signore, cui queste cose vennero per parte di Dio rivelate.... ti
avvisa che sei stato mandato da sua divina Maestà, perchè, seguendo il
di lui esempio, tu debba usare misericordia in ogni luogo, ma in
particolare nella sua città di Firenze, nella quale, benchè sianvi molti
peccati, conservansi altresì molti fedeli servitori tanto nel secolo che
nella religione. In grazia loro tu devi risparmiare la città, acciocchè
essi preghino per te, e ti secondino nelle tue spedizioni. L'inutile
servo, che ti parla, ti avverte di più in nome di Dio, e ti esorta a
difendere con tutta la tua possanza l'innocenza, le vedove, i pupilli,
gli sventurati, e sopra tutto il pudore delle spose di Cristo che sono
ne' monasteri, onde tu non sia cagione di moltiplicare i peccati, perchè
per cagione di questi si fiaccherebbe la somma potenza datati da Dio.
All'ultimo per la terza volta il servo di Dio ti scongiura in nome suo a
perdonare le offese. Se tu ti credi ingiuriato dal popolo fiorentino, o
da qualche altro popolo, loro perdona, poichè peccarono per ignoranza,
non sapendo che tu sei l'inviato dell'Altissimo. Ricordati del tuo
Salvatore, che appeso in croce perdonò a' suoi carnefici. Se tu fai, o
re, tutte queste cose, Dio dilaterà il tuo regno temporale e ti farà
dovunque vittorioso; e finalmente ti riceverà nell'eterno suo regno de'
cieli»[148].
[148] _Vita del Savonarola, l. II, § VI, p. 68, dal compendio
stampato delle sue rivelazioni._
Il re aveva appena udito alcun cenno della fama del Savonarola, ed altro
in lui non ravvisò che un buon religioso; il suo ragionamento parvegli
una predica cristiana, e senza voler entrare nell'argomento, promise
che, subito giunto in Firenze, aggiusterebbe ogni cosa con
soddisfacimento del popolo[149]. Pure egli aveva di già violato il
trattato conchiuso con Pietro de' Medici, e con l'inconsiderato suo
procedere erasi posto in tale imbarazzo, da cui più non potè uscire con
onore.
[149] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 23._
Erano di già ottantasette anni che Pisa trovavasi sotto il dominio de'
Fiorentini[150]. I Pisani avrebbero potuto aspettarsi che ne' primi anni
della loro servitù il popolo vincitore facesse loro sentire il peso di
un risentimento che non era ancora spento, ed una diffidenza, tenuta
viva da fresche ingiurie. Ma d'altra parte dovevano sperare dal tempo la
fusione de' due stati in un solo, poichè la prosperità del paese
conquistato era necessaria a quella del vincitore. Pure accadde
tutt'all'opposto; ne' primi anni che tennero dietro alla conquista,
l'amministrazione de' Fiorentini fu assai più moderata che quella degli
anni successivi. Il primo commissario fiorentino mandato a Pisa, Gino
Capponi, era un uomo giusto e moderato, ed aveva cercato di cattivarsi
gli animi. Quando due anni dopo i Fiorentini offrirono Pisa alla Chiesa
per adunarvi il concilio che doveva terminare lo scisma, cercarono di
procurare a questa città pecuniarj vantaggi e di richiamarvi con tal
mezzo i cittadini che emigravano. Pistoja colla dolcezza era stata
guadagnata per sempre alla sorte della repubblica fiorentina, e gli
Albizzi avevano bastante accorgimento per approfittare di questo
domestico esempio. Ma la rivoluzione del 1434, diminuendo la libertà
fiorentina, scemò pure la liberalità della sua condotta rispetto ai
popoli sudditi. I diritti politici del popolo vincitore erano a tanta
ristrettezza ridotti, che, paragonandosi ai vinti, egli non sarebbesi
trovato in nullo modo avvantaggiato, se questi stessi non fossero stati
privati di que' diritti civili che mai non dovrebbero essere violati. La
politica fiorentina rispetto alle città suddite si ristrinse ad un
proverbio, che giustificava i falli de' magistrati, trasformandoli in
massime di stato. _Pisa, dicevano, si deve tenere colle fortezze,
Pistoja col tener vivi i partiti_[151]. In fatti i Fiorentini
fabbricarono in Pisa due fortezze che signoreggiavano la città; e
contando sopra questa mal sicura catena, crudelmente abusarono del loro
potere. A gravose imposte si aggiunsero private esazioni, ed i rubamenti
di tutti gli agenti del governo; furono esclusi i Pisani dagl'impieghi,
da ogni pubblica funzione, ancora da quelle che le leggi riserbavano
agli stranieri, e furono offesi continuamente col disprezzo, coll'odio o
colla derisione. Per altro maravigliati di trovare negli spiriti una
resistenza proporzionata a questa violenza, e volendo pure domare ciò
che chiamavano l'orgoglio de' Pisani, risolsero, per farli poveri, di
attaccare nello stesso tempo la loro agricoltura ed il loro commercio.
[150] Dopo il 19 ottobre del 1406.
[151] _Machiavelli Discorsi sopra Tito Livio, l. II, c. 24 e 25, t.
V, p. 374._
Tutto il Delta dell'Arno, esposto alle inondazioni, e non avendo verso
il mare un facile scolo, era non pertanto stato preservato dalle acque
stagnanti, e guadagnato al lavoro ed alla salubrità dalla industria e
dalla costante attenzione della repubblica pisana nel conservare liberi
tutti i canali che attraversano il piano. Questi canali vennero dai
Fiorentini abbandonati[152]. Bentosto le acque stagnanti infettarono le
campagne colle loro esalazioni; le malattie distrussero la popolazione e
restituirono al deserto que' campi che l'industria gli aveva rubati.
Anche la città fu spopolata dalle febbri maremmane; ed all'ultimo gli
edificj ed i sontuosi palazzi che l'avevano renduta la più superba tra
le città d'Italia, provarono ancor essi l'influenza dell'aria
senz'elaterio, dell'umidità e della putrefazione.
[152] Le lagnanze de' Pisani per quest'oggetto sembrano smentite
dall'Istituzione dell'_Uffizio dei Fossi_, magistratura sanitaria
incaricata della cura de' canali fino dal 1477. Forse in allora il
male cagionato ai Pisani da una bassa gelosia cominciava a rendersi
sensibile a tutto lo stato.
D'altra parte i Pisani, che si erano sollevati col commercio, che
avevano coperto il Mediterraneo di flotte, ed introdotte i primi
nell'Occidente le arti degli Orientali per mezzo delle giornaliere loro
corrispondenze con Costantinopoli, colla Siria e coll'Affrica,
trovavansi assoggettati alla gelosa amministrazione di un governo di
mercanti, che credevano di arricchirsi con tutti i rami del commercio
che loro toglievano. Alcune leggi privarono i Pisani delle manifatture
delle sete e delle lane; il commercio all'ingrosso venne, quale
esclusivo privilegio, riservato ai soli Fiorentini, ed in tal modo Pisa
fu ridotta ad un tale stato di miseria e di spopolazione, che formavano
la vergogna dei suoi padroni[153].
[153] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. XII, p. 667. — Franc.
Guicciardini Hist., l. II, p. 74_.
Conviene risguardare come una conseguenza della desolazione cui fu
ridotta Pisa il silenzio degli storici non solo durante la sua lunga
servitù, ma ancora in tempo della contesa sostenuta con tanta
generosità e costanza contro i Fiorentini, dopo avere scosso il loro
giogo. Nella collezione del Muratori non trovasi veruno storico
pisano dopo la metà del quattordicesimo secolo. Paolo Tronci, e
quello che venne allegato sotto il nome di Marangoni, sono
separatamente stampati e terminano ambidue la loro narrazione nel
1406, sebbene i loro autori vivessero nel diciassettesimo secolo. La
casa Roncioni, a Pisa, conserva ne' suoi doviziosi archivj, tra
molti curiosi diplomi, la cronica di Pisa, scritta da un canonico
Raffaello Roncioni, e dedicata al gran duca Ferdinando II. Ma
l'ammutinamento del 1494 non occupa che poche linee dell'ultima
pagina di questa cronica. Nella cancelleria del comune conservasene
un'altra, pure manoscritta, depostavi dall'autore Jacopo Arrosti il
26 aprile del 1655. L'ultima guerra di Pisa vi si trova trattata
alquanto circostanziatamente, ma soltanto attenendosi al
Guicciardini, a Giovio, a Nardi, ed agli storici fiorentini: non vi
s'incontra nè un fatto nuovo, nè l'indicazione di verun monumento di
origine pisana. Finalmente nello stesso archivio conservansi i
registri dei signori anziani di Pisa; quelli d'ogni anno formano un
volume. Vi si troverebbe, senza dubbio, in mezzo a molte inutilità,
e ad affari privati, alcune curiose annotazioni per la storia
particolare di Pisa; ma perchè quasi ogni seduta trovasi scritta con
diverso carattere, e con infinite abbreviature, converrebbe
assoggettarsi a troppo lungo e nojoso lavoro per imparare a leggere,
indi ad un secondo assai più lungo lavoro per raccogliere le non
molte cose degne di figurare nella storia.
Ma in questo stato d'abbassamento l'orgoglio del nome Pisano e l'antico
amore di libertà non erano spenti nei generosi discendenti de' cittadini
di Pisa. I gentiluomini, siccome il popolo, erano animati da uno stesso
sentimento; tutti erano disposti a sagrificare per la patria quella vita
e quelle ricchezze delle quali appena credevano esser possessori, poichè
la volontà arbitraria de' loro padroni poteva loro rapirle ad ogni
istante. All'avvicinarsi di Carlo VIII le loro speranze vennero
ravvivate artificiosamente da Lodovico il Moro, il quale sovvenivasi che
Giovanni Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, aveva posseduta Pisa,
e che sperava di unire queste città ai proprj stati, facendosi dare
Sarzana e Pietra Santa, città in addietro dipendenti dai Genovesi. Il
Moro non aveva accompagnato Carlo oltre Sarzana, ma Galeazzo da
Sanseverino, uno de' suoi più fidati capitani, lo rimpiazzava
all'armata, e questi ajutò i Pisani nel più difficile istante coi
consiglj e col favore che godeva presso la corte[154].
[154] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 56. — Mém. de Phil. de Comines, l.
VII, ch. IX, p. 187. — Franc. Belcarii Comment., l. V, p. 139._
Tra i gentiluomini pisani Simone Orlandi erasi fatto rimarcare pel suo
odio contro i Fiorentini: in casa sua, e per sua opera tutti coloro
ch'erano stati personalmente offesi si adunavano per trovare i mezzi di
vendicarsi e di liberare la patria. Siccome parlava speditamente la
lingua francese, fu da' suoi concittadini prescelto per invocare il
favore del re, e per supplicarlo di sottrarre Pisa ad insoffribile
giogo[155]. Per altro i suoi amici lo baciarono, e gli diedero un addio
che ben poteva essere l'estremo, nell'istante in cui, sagrificandosi per
la sua patria, si esponeva a tutta la vendetta de' Fiorentini. Egli
recossi al palazzo dei Medici ove soggiornava Carlo VIII, e stringendo
le sue ginocchia fece un vivo quadro dell'antica grandezza de' Pisani,
della deplorabile miseria cui trovavansi adesso ridotti e della crudele
tirannide che gli aveva così barbaramente oppressi. Si abbandonò,
parlando dei Fiorentini, a tutta la violenza della sua indignazione, e
fece raccapricciare il re e tutta la sua corte, enumerando le
ingiustizie, che diceva di avere provate. Rammentò a Carlo VIII di
essersi annunciato all'Italia come quegli che veniva a liberarla dai
tiranni sotto cui gemeva. La prima occasione di mantenere le sue
promesse gliela presentava Pisa. Se voleva che i popoli dassero fede
alla sua sincerità, doveva affrettarsi di rendere i Pisani liberi. Il
vocabolo di _libertà_, il solo che di tutto il suo discorso avessero
potuto comprendere i Pisani che avevano accompagnato l'Orlandi, fu da
loro ripetuto con acclamazione. Tutti i gentiluomini di Carlo, commossi
dall'eloquenza dell'Orlandi, aggiunsero le loro alle sue preghiere; ed
il re, senza riflettervi più che tanto, senza pensare che disponeva di
cosa non sua, rispose ch'egli voleva tutto ciò ch'era giusto, e che
sarebbe contento di vedere i Pisani ricuperare la loro libertà[156].
[155] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 34._
[156] _P. Jovii Hist., l. I, p. 34. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 7._
Seppesi appena la risposta di Carlo, che il grido di viva la Francia,
viva la libertà, eccheggiò in tutte le strade; i soldati fiorentini, i
gabellieri, i ricevitori delle contribuzioni, vennero inseguiti e
costretti a fuggire dalla città; i lioni di marmo dal popolo chiamati
_Marzocchi_, posti sulle porte e sui pubblici edificj in segno
dell'autorità del partito guelfo e della repubblica fiorentina, furono
atterrati e gettati in Arno, e dieci cittadini, adunati per formare una
signoria, vennero incaricati dell'amministrazione della rinascente
repubblica[157]. Per una straordinaria combinazione il 9 novembre, nello
stesso giorno in cui i Fiorentini avevano ricuperata la loro libertà
colla cacciata dei Medici, i Pisani riavevano la loro, cacciando la
guarnigione fiorentina.
[157] _P. Jovii Hist., l. I, p. 35. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 56.
— Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, ch. IX, p. 189. — Scip.
Ammirato, l. XXVI, p. 204. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 18. —
Alleg. Allegretti Diar. Sanese, p. 833._
Intanto Carlo VIII mostravasi incerto di credersi legato verso la
repubblica fiorentina dal trattato stipulato con Pietro de' Medici. La
più celebre città dell'Occidente per commercio e per ricchezze tentava
la cupidigia della sua armata; egli avrebbe avidamente colta l'occasione
di riprendere le ostilità. Dopo d'avere posta una guarnigione francese
nella nuova fortezza di Pisa, e data l'antica ai Pisani, egli s'avanzava
coll'armata alla volta di Firenze senza aver dato risposta agli
ambasciatori della repubblica, e senza pure voler prendere
determinazioni intorno ai successivi movimenti, finchè non sapesse quali
progressi avesse fatti in Romagna l'armata sotto gli ordini di Daubignì,
e quali risoluzioni avesse prese Ferdinando, che colà comandava l'armata
nemica[158].
[158] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 203. — P. Jovii, l. II, p. 36._
Don Ferdinando aveva saputo impedire al Daubignì di avanzarsi colla
felice scelta delle posizioni: ma quando i Colonna avevano prese le armi
nelle vicinanze di Roma, era stato forzato ad indebolire la sua armata
per mandar gente a suo padre; il quale aveva unite le sue truppe, e
quelle mandategli dal figliuolo, alle armi del papa, ed aveva, sebbene
senza successo, vigorosamente attaccati i Colonna. Intanto Ferdinando
più non si trovò abbastanza forte per tener testa al Daubignì, e non
potè impedire che questi prendesse il castello di Mordano, nel contado
d'Imola, i di cui abitanti furono tutti barbaramente trucidati[159].
Tanta crudeltà atterrì tutti i piccoli principi della Romagna, che
Ferdinando più non aveva bastanti forze per proteggere; Catarina Sforza,
la prima di tutti, trattò separatamente con Daubignì e gli aprì gli
stati del figliuolo. Nello stesso tempo seppesi in Romagna che Pietro
de' Medici aveva date in mano al re le fortezze della Toscani, onde il
principe arragonese conobbe di non potersi più mantenere nella sua
posizione, e ripiegò sopra Roma, mentre don Federico, suo zio,
ricondusse la sua flotta ne' porti del regno di Napoli[160].
[159] _P. Jovii Hist., l. II, p. 36. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
54. — Jac. Nardi, l. I, p. 19._
[160] _P. Jovii Hist., l. II, p. 37. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
54. — Phil. de Comines, l. VII, ch. VIII, p. 180._
Carlo VIII, informato della ritirata di don Ferdinando, ordinò al
Daubignì di raggiugnerlo a Firenze cogli uomini d'armi francesi, cogli
Svizzeri e con trecento cavalleggeri del conte di Cajazzo, mentre
ch'egli licenzierebbe gli uomini d'armi italiani al suo soldo, e quelli
del duca di Milano. Dopo ciò Carlo VIII si fermò alla Villa Pandolfini,
presso di Signa, lontana otto miglia da Firenze, per dar tempo
d'arrivare al Daubignì, onde entrare in Firenze in più imponente
maniera[161].
[161] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 67. — Jac. Nardi, l. I, p. 21._
Il vescovo di san Malo, Briçonnet, il siniscalco di Belcario, e Filippo
di Bresse, fratello del duca di Savoja, i tre uomini ch'erano più avanti
nel favore del re, gli rappresentarono, che Pietro de' Medici non erasi
perduto che a motivo de' servigj renduti ai Francesi. I suoi nemici
nulla gli rinfacciavano con tanta amarezza quanto la cessione delle
fortezze dello stato, e non eransi fatti arditi che allorquando Pietro
si era allontanato per venire a trovare il re. Questi tre signori
andavano dunque incitando il re a rimettere Piero de' Medici in Firenze,
e questi infatti gli spedì un corriere a Bologna per farlo ritornare. Ma
Piero, disgustato dal freddo accoglimento fattogli dal Bentivoglio, era
passato a Venezia[162], e quando ricevette il messaggio del re, si
credette in dovere di darne parte alla signoria, per chiederle
consiglio. Supposero i Veneziani, che, rimettendo i Medici a Firenze, il
re terrebbe quella città in una più assoluta dipendenza; e, siccome di
già cominciavano ad essere aombrati dalla sua potenza, vollero privarlo
di questo mezzo di consolidarla. Consigliarono perciò Pietro a non darsi
in mano di un monarca da lui offeso, e per essere più sicuri della sua
docilità lo circondarono segretamente di guardie, che mai non lo
perdevano di vista[163].
[162] _Pauli Jovii, l. II, p. 35. — Belcarii Comm. Rer. Gall., l. V,
p. 140._
[163] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 39. — Bern. Oricellarii de bello
Ital. Comment., p. 55._
Non avendo Carlo VIII ricevuta da Bologna la risposta che desiderava,
fece il suo ingresso in Firenze per porta san Friano, il 17 di novembre
in sull'avvicinare della sera. Fu alla porta ricevuto sotto un
baldacchino dorato, e portato dalla nobile gioventù fiorentina: il clero
lo circondava cantando inni, e tutto il popolo mostrava di accoglierlo
con affetto e con piacere. Pure lo stesso Carlo non risguardava
quest'ingresso come affatto pacifico; portava la lancia sulla coscia, lo
che in appresso spiegò come un simbolo della conquista che faceva del
paese; lo seguivano tutte le truppe colle armi alzate, ed in minaccioso
apparato; il linguaggio straniero e l'impetuosità dei Francesi, le
lunghe alabarde degli Svizzeri, non ancora in Toscana vedute, e
l'artiglieria volante, che i Francesi erano stati i primi a rendere
mobile come le loro armate, non inspiravano meno terrore che curiosità e
maraviglia[164]. I Fiorentini, che con animo inquieto ricevevano questi
barbari ospiti entro le loro mura, non avevano trascurati tutti i mezzi
di difesa. Ogni cittadino aveva adunati nella sua casa in città tutti i
suoi contadini, tenendoli apparecchiati a difendere colle armi la
libertà, quando suonasse la campana del comune. Eransi pure chiamati
entro la città coi loro soldati i condottieri al soldo della repubblica;
sicchè a lato all'armata francese, che aveva preso gli alloggiamenti in
Firenze, si era segretamente formata un'altra armata, apparecchiata a
tenerle testa.
[164] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 58. — Jac. Nardi Ist., l. I, p.
25. — Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 36. — Scip. Ammirato,
l. XXVI, p. 80. — Andrè de la Vigne, Journal de Charles VIII dans
Godefroy, p. 118._
Tostocchè il re si trovò nel palazzo dei Medici che gli era stato
destinato dalla signoria, cominciò a trattare coi suoi commissarj. Ma le
sue prime domande non cagionarono minore sorpresa che spavento:
dichiarò, che, essendo entrato in città colla lancia sulla coscia,
Firenze era sua conquista, che ne riteneva la sovranità, e che altro
omai non trattavasi che di vedere se vi ristabilirebbe i Medici per
governare in suo nome, o se acconsentirebbe di dare la sua autorità alla
signoria sotto l'ispezione dei suoi consiglieri di toga lunga, che
intendeva di aggiugnerle. Risposero i Fiorentini con rispettosa
fermezza, che avevano ricevuto il re come loro ospite, che non avevano
voluto prescrivergli un ceremoniale intorno al modo di entrare fra di
loro, ma che gli avevano aperte le porte pel rispetto che nudrivano
verso di lui, e non per forza; e che mai non sarebbero per rinunciare nè
in grazia sua, o di altri, alla menoma prerogativa della loro
indipendenza o della loro libertà[165].
[165] _Jac. Nardi Hist. Fior., t. I, p. 24._
Sebbene fossero di così opposti sentimenti, nè l'una parte, nè l'altra
desiderava di venire alle mani. I Francesi, maravigliati della
straordinaria popolazione di Firenze, di que' solidi palazzi che
sembravano altrettante fortezze, e del coraggio mostrato dai cittadini
nello scuotere il giogo dei Medici, temevano di azzuffarsi nelle strade,
ove si troverebbero oppressi dalle pietre scagliate dall'alto dei tetti
e dalle finestre; i Fiorentini, contenti d'imporne ai loro ospiti, non
bramavano che di acquistar tempo, aspettando l'istante in cui al re
piacerebbe partire. Frattanto continuavano le conferenze, ed il re si
era ridotto a domandare una somma di danaro, ma tanto esorbitante, che,
quando il suo segretario reale ebbe terminata la lettura di ciò che
dichiarava essere l'_ultimatum_del suo signore, Pietro Capponi, il primo
de' segretarj fiorentini, gli strappò di mano la carta e stracciandola,
gridò: «Ebbene! quand'è così, voi suonate le vostre trombe, e noi
suoneremo le nostre campane;» e uscì subito di camera. Tanto impeto e
tanto coraggio intimidirono il re e la sua corte; supposero che i
Fiorentini avessero grandissimi mezzi, poichè ardivano di parlare
tant'alto, e richiamarono il Capponi. Allora presentarono più moderate
proposizioni, che vennero subito accettate. La prima era di portare a
cento mila fiorini il sussidio che pagherebbero i Fiorentini per
concorrere all'impresa di Napoli. Questa somma doveva essere pagata in
tre termini, il più lontano dei quali spirava nel susseguente giugno.
D'altra parte il re si obbligava a restituire le fortezze che gli erano
state consegnate, o tosto che avesse occupato Napoli, o quando che
avrebbe terminata la presente guerra con una pace o tregua di due anni,
o finalmente quando per qualsiasi ragione avrebbe abbandonata l'Italia.
Carlo VIII stipulò, a favore de' Pisani, il perdono delle loro offese,
purchè tornassero sotto il dominio de' Fiorentini; a favore de' Medici
la nullità del sequestro posto sui loro beni, e l'abolizione del decreto
che taglieggiava le loro teste; per ultimo, a favore del duca di Milano,
che richiamava a nome de' Genovesi la restituzione di Sarzana e di
Pietra Santa, chiese che i rispettivi diritti su queste città venissero
giudicati da arbitri. A tali condizioni dichiarò di rendere ai
Fiorentini la sua protezione e tutti i privilegj di commercio, di cui in
addietro godevano in Francia[166]. Questo trattato fu pubblicato nella
cattedrale di Firenze il 26 di novembre mentre celebravasi la messa: e
le parti si obbligarono con solenne giuramento ad osservarle. Frattanto
il Daubignì consigliava il re ad approfittare di un tempo prezioso; onde
due giorni dopo la pubblicazione della pace, il re partì con tutta la
sua armata, prendendo la strada di Poggibonzi e di Siena, e sollevando
così i Fiorentini dalla più mortale inquietudine che avessero da lungo
tempo provata[167].
[166] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 25. — Bernardi Oricellarii
Comment., p. 54. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 60. — Pauli Jovii,
Hist. sui temp., l. II, p. 36. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 205._
[167] _Jac. Nardi Hist., l. I, p. 28. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.
206. — Fran. Guicciardini, l. I, p. 61. — P. Jovii, l. II, p. 59. —
Phil. de Comines, Mémoir., l. VII, c. IX, p. 197._