CAPITOLO XCII.

_Elezione di Alessandro VI. — Progetto di riforma di Girolamo

Savonarola; vanità di Piero de' Medici, nuovo capo della

repubblica fiorentina. — Lodovico Sforza eccita Carlo VIII a far

valere i suoi diritti sul regno di Napoli; fermento di tutta

l'Italia. — Ferdinando I muore prima d'essere attaccato._

1492 = 1494.

Le opinioni religiose e la politica concorrevano in Italia a collocare

il papa alla testa degli stati indipendenti, ne' quali era divisa questa

penisola. Fu principalmente nel corso del quindicesimo secolo che i papi

innalzarono la loro monarchia temporale, riducendo la città di Roma a

non avere che un governo municipale, e sostituendo la propria autorità a

quella del senato e della repubblica, talchè dopo la congiura di Stefano

Porcari avevano aboliti gli ultimi avanzi della romana libertà. Nelle

vicine province i papi avevano lavorato con ardore a rendersi ubbidiente

la nobiltà feudataria; e la violenza con cui furono perseguitate le due

più potenti case, quella dei Colonna da Sisto IV, e quella degli Orsini

da Innocenzo VIII, in principio del suo pontificato, le aveva molto

indebolite. Quasi tutti i piccoli principi e quasi tutte le città

libere, poste tra Roma, gli stati di Firenze e quelli di Venezia, erano

state costrette a riconoscere la suprema autorità della santa sede. Gli

è vero che i principi di Romagna conservavano la loro sovranità sotto

l'autorità della Chiesa, ma essi ubbidivano con zelo al papa, che

temevano, e gli somministravano in tutte le sue guerre eccellenti

capitani e buoni soldati. Perciò gli ultimi pontefici ebbero più virtù

guerriere che ecclesiastiche, e fecero fortemente sentire l'importanza

militare dello stato della Chiesa.

Altronde il papa, che aveva l'alta signoria del regno di Napoli, ch'era

direttore del partito guelfo in Lombardia ed in Toscana, e supremo capo

della Chiesa, non misurava la propria potenza sopra la sola estensione

degli stati sottoposti alla sua immediata giurisdizione. Ben al di là ed

a molta distanza dai proprj confini poteva senza danaro guadagnarsi

partigiani, fare la guerra senza soldati, minacciare ed atterrire senza

forze reali. Perciò la storia dei papi era forse la parte più essenziale

della storia d'Italia. Le rivoluzioni delle repubbliche e quelle delle

monarchie trovavansi costantemente legate a quelle della corte

pontificia, e quasi tutte le grandi catastrofi, che dovevano squarciare

l'Italia, erano state predisposte dagl'intrighi o dalle passioni de'

preti.

Il principio dell'ultimo periodo della libertà italiana, cui siamo

arrivati, ed il cominciamento della lunga guerra che gli oltremontani

dovevano portare in quasi tutta la penisola, fu pure un istante di crisi

pel potere pontificio; imperciocchè appunto in allora venne innalzato

sulla cattedra di san Pietro il più odioso, il più impudente, il più

malvagio di tutti coloro che fecero abuso d'una sacra autorità per

oltraggiare ed opprimere gli uomini. Alessandro VI fu eletto successore

d'Innocenzo VIII. Lo scandalo della corte di Roma, sempre crescente da

un mezzo secolo, non poteva essere spinto ad un più ributtante eccesso;

ed infatti dopo tale epoca andò gradatamente diminuendo. Veruno

scrittore ecclesiastico ebbe l'ardire di difendere la memoria di questo

papa, indegno del nome di cristiano; e l'obbrobrio, che in tempo del suo

regno coprì la Chiesa romana, distrusse quel religioso rispetto, che

proteggeva tutta l'Italia, e l'abbandonò agli stranieri come più facile

preda.

Innocenzo VIII era morto il 25 di luglio del 1492; vennero, secondo

l'uso, consacrati alcuni giorni alla pompa dei suoi funerali, ed il 6

agosto susseguente i cardinali si chiusero in conclave per eleggere il

successore. Si trovarono ridotti al numero di ventitre[8]. Ognuno di

loro sentiva ingrandirsi la propria importanza, vedendo scemarsi il

numero di coloro che avevano diritto di sedere in questo senato; la

divisione delle ricchezze, degli onori, dei principati, disponibili

dalla Chiesa, in gran parte spettava a loro; ognuno in ragione del

piccolo numero de' suoi competitori, poteva riservare per sè medesimo o

per le sue creature una più vantaggiosa porzione in questa grande

eredità. Quindi, malgrado l'esperienza dell'inutilità di tutte le

condizioni imposte ai futuri pontefici ne' precedenti conclavi, i

cardinali, provvedendo prima di tutto ai proprj interessi, promisero con

giuramento, che quello di loro che avrebbe la tiara, non farebbe nuove

promozioni senza l'assenso del sacro collegio[9].

[8] _Stef. Infessura Diar. Rom., t. III, Scrip. Rer. It., t. II, p.

1243. — Ann. Eccl. Rayn., 1492, § 22, t. XIX, p. 412._

[9] _Rayn. An. Eccl., 1492, § 28, p. 414._

Tutti i voti trovaronsi uniformi per questa prima risoluzione che

giovava al comune interesse; ma quando si venne all'elezione di un nuovo

capo della Chiesa, ognuno diede nuovamente orecchio ai consigli della

propria ambizione e privata cupidigia. Il conclave era quasi interamente

composto di creature d'Innocenzo VIII e di Sisto IV, e non potevasi

sperare da uomini eletti in tempi di tanta corruzione, nè molto

disinteressamento, nè elevati sentimenti. Un solo tra di loro, Roderigo

Borgia, era di più antica creazione, il quale, più degli altri

invecchiato nelle dignità della Chiesa, aveva potuto accumulare maggiori

ricchezze degli altri. Era costui figliuolo di una sorella di Calisto

III, e per fare cosa grata allo zio, che lo aveva adottato, aveva

lasciato il suo cognome di Lenzuoli per prendere quello di Borgia.

Essendo ancora giovinetto era stato colmato dal vecchio Calisto di tutte

le grazie che un papa può conferire ad un nipote: a lui aveva il

pontefice resignato il proprio arcivescovado di Valenza nella Spagna; e

lo aveva il 21 settembre del 1456 creato cardinale diacono,

aggiugnendovi in pari tempo la lucrosa carica di vice cancelliere della

Chiesa. Sisto IV, che aveva adoperato Roderigo Borgia in molte

legazioni, gli aveva dati i vescovadi di Alba e di Porto. Altre più

fresche missioni, nelle quali il Borgia aveva dato luminose prove della

sua accortezza, gli avevano fruttate nuove ricompense[10], e nel 1492

aveva l'entrate di tre arcivescovadi in Ispagna, e di molti altri

beneficj in tutta la Cristianità. Le ricchezze di un cardinale

influiscono quasi necessariamente sopra i suffragj de' suoi colleghi,

perciocchè, non potendo per sè ritenere i beneficj, fatto papa, è cosa

ovvia che li ripartisca sopra tutti coloro che più contribuirono alla

sua elezione; e quanto più partecipò egli stesso ai favori della Chiesa,

tanto più può darne ai suoi partigiani, senza muovere giuste lagnanze.

Il Borgia, nel corso di quasi un mezzo secolo di prosperità, aveva

accumulati immensi tesori, e la natura gli aveva accordati tutti i

talenti proprj a farne uso per la sua ambizione: aveva una facile

eloquenza, sebbene non fosse che mediocremente versato nelle lettere, e

la sua mente, straordinariamente pieghevole, era di tutto capace: ma

soprattutto era in particolar modo provveduto di singolari talenti per

trattare gli affari, e di una inarrivabile destrezza nel saper condurre

ai suoi fini lo spirito de' suoi rivali[11].

[10] _Onof. Panvino vite de' Pontefici. In Aless. VI, p. 472._

[11] _Jacob. Volaterranus Diar. Rom., t. XXIII, Rer. It. p. 130. —

Ann. Eccl. Rayn., 1492, § 25, t. XIX, p. 413._

Collocato dalle immense sue ricchezze e dalla sua anzianità nel collegio

de' cardinali tra i principali candidati per la santa sede, il Borgia

sembrava, anche agli occhi de' più savj, giustificare in parte le sue

pretese co' distinti talenti impiegati la servigio della Chiesa; se non

che i suoi costumi potevano dar luogo a potenti eccezioni. Fin sotto il

pontificato di Pio II, le sue dissolutezze, in allora più condonabili in

grazia della gioventù, l'avevano esposto alla pubblica censura[12];

aveva poi preso seco un'amica, detta Vanozia, colla quale viveva come se

stata fosse sua moglie, e nello stesso tempo l'aveva fatta sposare ad un

cittadino romano; aveva da lei avuti quattro figliuoli ed una figlia,

che tra poco vedremo prendere una molto importante parte negli affari.

Egli nelle parole e ne' fatti non aveva la riservatezza conveniente a

uomo di Chiesa: ma il libertinaggio era di già salito sul trono con

Sisto IV e con Innocenzo VIII, ed il sacro collegio non era più composto

di uomini abbastanza irreprensibili perchè i vizj di Roderigo Borgia

fossero un sufficiente motivo d'esclusione.

[12] _Ann. Eccl., 1492, § 24, p. 413._

Pareva che due rivali potessero disputare la tiara al Borgia, cioè

Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere. Ascanio, figliuolo del grande

Francesco Sforza, duca di Milano, era zio di Giovanni Galeazzo, allora

regnante, e fratello di Lodovico il Moro, che governava in suo nome la

Lombardia; era stato creato da Sisto IV cardinale diacono del titolo dei

Santi Vito e Modesto, era dopo il Borgia uno de' cardinali più ricchi di

beneficj ecclesiastici, ed era inoltre spalleggiato da suo fratello e

dagli alleati del duca di Milano. Ma dopo avere fatte alcune infruttuose

prove delle forze del proprio partito, preferì di vendere la propria

adesione al suo rivale, piuttosto che vedersi da lui vinto; trattò col

Borgia e si fece promettere la carica di vice cancelliere, e gli

guarentì in iscambio tutti i suffragi da lui disponibili[13].

[13] _Josephi Ripamontii Hist. Urbis Mediol., l. V, p. 653._

Giuliano della Rovere, figliuolo di un fratello di Sisto IV, prete

cardinale del titolo in san Pietro _in vincula_, era il terzo candidato.

I suoi distinti talenti, e l'avere luminosamente figurato nel

pontificato dello zio, gli avevano procurati molti suffragj; ma Roderigo

Borgia, spargendo danaro a piene mani, seppe guadagnarsi coloro che

ancora pendevano incerti. Sotto colore di porli in luogo sicuro finchè

durava il conclave, egli aveva mandato quattro muli carichi di danaro

alla casa del cardinale Ascanio Sforza, e questo danaro fu impiegato

nell'acquisto delle coscienze incerte. La voce del cardinale patriarca

di Venezia fu pagata cinque mila ducati, tutte le altre furono

mercanteggiate nella stessa maniera[14], ed il sabato mattina, undici di

agosto, Roderigo Borgia fu proclamato papa, colla maggiorità di due

terzi de' suffragj, sotto il nome di Alessandro VI[15].

[14] _Stef. Infessura Diario Rom., p. 1244._

[15] _An. Eccl., 1492, p. 413._ Per altro alcuni scrittori indicano

un diverso giorno. Il giornale di Siena fa seguire l'elezione il 10

di agosto: _Allegr. Allegretti, t. XXIII, p. 826; Onofrio Panvinio_

nel primo.

Si conobbe subito a quali vergognosi mercati andava il pontefice

debitore della sua elezione, perciocchè fu veduto nei primi giorni dopo

l'elezione pagare i convenuti premj. Risegnò al cardinale Ascanio Sforza

la lucrosa sua dignità di vice cancelliere; cedette al cardinale Orsini

il suo palazzo di Roma coi due castelli di Monticello e di Soriano;

diede al cardinale Colonna l'abbazia di Subbiaco con tutti i suoi

castelli; al cardinale di sant'Angelo, il vescovado di Porto con tutti i

suoi mobili sommamente magnifici, oltre la sua cantina ricca de' più

squisiti vini; al cardinale di Parma la città di Nepi; a quello di

Genova la chiesa di santa Maria _in via lata_; al cardinale Savelli la

chiesa di santa Maria maggiore, e la città di Città Castellana: gli

altri furono premiati a danaro sonante. Cinque soli, alla testa de'

quali furono posti Giuliano della Rovere e suo cugino Raffaello Riario,

non acconsentirono a vendere i loro suffragj[16].

[16] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1244. — Franc. Guicciardini, l.

I, p. 4. — Ist. di Gio. Cambi, Deliz. Erud., t. XXI, p. 71._

I Romani celebrarono l'elezione di Alessandro VI con tali feste, che

sarebbero state più convenienti alla coronazione di un giovane

conquistatore che a quella di un vecchio pontefice. Sarebbesi detto che

il popolo re chiedeva al suo nuovo sovrano di richiamare sotto il suo

impero le nazioni altre volte soggiogate dalle armi romane. La maggior

parte delle iscrizioni che ornavano le case romane alludevano al nome di

Alessandro assunto dal Borgia, e se in qualche modo ricordavano la

religione di cui era capo, lo facevano, promettendo al nuovo Alessandro

tanto più luminose vittorie in quanto che egli era un Dio, e non un

semplice eroe[17]. Quest'eccesso d'adulazione non venne immediatamente

smentito dal fatto. Una spaventosa anarchia era nata sotto il venale ed

effeminato regno d'Innocenzo VIII; erasi aggrandita nella letargia di

questo pontefice in modo che dugento venti cittadini romani erano stati

assassinati dall'ultima crisi della sua malattia fino alla morte[18].

Alessandro VI, che voleva regnare, e che sapeva farsi temere, pose

subito rimedio a tanto disordine e ridonò la sicurezza alle strade di

Roma. Il solo cardinale della Rovere non lasciossi sedurre da questa

apparente calma: l'apostata spagnuolo, il _marrano_, com'egli lo

chiama[19], non poteva ispirargli troppa confidenza. Si chiuse nel

castello d'Ostia fino all'istante in cui credette più prudente partito

il recarsi in più lontani paesi, e non assistette alle scandalose feste

colle quali il papa celebrò nel proprio palazzo il matrimonio di sua

figlia Lucrezia con Giovanni, figlio di Costanzo Sforza, signore di

Pesaro[20].

[17] _Cæsare magna fuit, nunc Roma est nascima sextus: = Regnat

Alexander. Ille vir iste Deus. = Epistola Petri Delphini, l. III,

Ep. 38. — Rayn. Ann. Eccl. § 27, p. 414._

[18] _Stef. Infessura, p. 1244._

[19] Gli Spagnuoli chiamano _marranos_ i mori convertiti; pochi

spagnuoli sottraevansi di quei tempi al rimprovero di Apostasia.

[20] Le nozze di Lucrezia si celebrarono il 9 e 10 giugno del 1493.

_Infessura Diar. Rom., p. 1246. — Alleg. Allegretti, p. 827._

L'istante in cui la Chiesa romana, disonorata dai vizj di alcuni capi

del clero, alzava sul trono un pontefice di cui doveva vergognarsi, non

poteva sottrarsi ai tentativi di riforma di coloro che, più sinceri

nella loro fede, cercavano nella religione un appoggio alla morale, e

prevedevano le funeste conseguenze dell'esempio dato a tutta la

Cristianità da un papa adultero e fors'anche incestuoso. In sul

declinare del quindicesimo secolo, e ne' primi anni del susseguente, era

ancora troppo fervente, e troppo sincero era il sentimento della

religione perchè i grandi scandali non fossero cagione di grandi

rivoluzioni. Coloro che per una virtuosa indignazione s'allontanavano da

un Sisto IV, da un Innocenzo VIII, da un Alessandro VI, non lasciavano

perciò d'essere Cristiani, o affezionati alla Chiesa disonorata da

alcuni suoi capi; essi attribuivano tutti i vizj agli uomini e non al

sistema; e quanto più vedevano accrescersi i disordini e gli scandali,

facevansi un più stretto dovere di scacciare l'abbominazione dal

santuario, e mostravansi più disposti a compromettere anche la vita per

una riforma, che risguardavano come l'opera del Signore.

Lo scandalo della corte di Roma non era ancora che imperfettamente

conosciuto al di là delle Alpi. Prima delle guerre degli oltremontani in

Italia, un profondo rispetto copriva d'impenetrabil velo il palazzo di

san Pietro a Roma; ed ai riformatori, che più tardi spiegarono lo

stendardo della ribellione contro la Chiesa romana, sarebbe stato

impossibile il dare compimento all'opera loro in Germania ed in Francia

avanti questa mescolanza delle nazioni. La stessa intrapresa doveva

piuttosto tentarsi in Italia, ove più che altrove conoscevansi gli

abusi: questa doveva ricevere un diverso carattere dal popolo che

cominciava la riforma; doveva scoppiare tra gl'Italiani con maggiore

entusiasmo, doveva parlare d'avvantaggio all'immaginazione ed al cuore,

doveva farsi meno spalleggiare dalla filosofia, e forse essere meno

indipendente dalle opinioni religiose, ma invece legarsi più

strettamente alla politica. In Italia l'ordine civile e l'ordine

religioso erano egualmente corrotti, mentre i principj costitutivi

dell'uno e dell'altro erano stati profondamente penetrati con un lungo

studio: onde i riformatori dovevano tentare di dar mano

contemporaneamente a tutti e due. Tali infatti furono i divisamenti di

Girolamo Savonarola; e questo precursore di Lutero non fu da lui

diverso, se non quanto un Italiano deve esserlo da un Tedesco.

Girolamo Francesco Savonarola apparteneva ad un'illustre famiglia

originaria di Padova, ma chiamata a Ferrara dal marchese Niccolò d'Este.

Nacque in quest'ultima città il 21 settembre del 1452 da Niccolò

Savonarola e da Annalena Bonaccorsi di Mantova[21]. Distintosi di

buon'ora ne' suoi studj, in particolare, nella teologia, s'involò alla

sua famiglia in età di 23 anni, e, rifugiatosi nel chiostro de'

Domenicani di Bologna, professò il 23 aprile del 1475 con un fervore

religioso, un'umiltà ed un desiderio di penitenza, che non si smentirono

giammai[22]. I suoi superiori, conoscendo bentosto i singolari talenti

del giovane domenicano, lo destinarono a leggere pubblicamente

filosofia. Il Savonarola, chiamato a parlare in pubblico, doveva lottare

contro i difetti del suo organo ad un tempo debole e duro, contro la sua

mal aggraziata declamazione, e contro lo spossamento delle sue forze

fisiche, prodotto da una severa astinenza.

[21] _Della storia e delle gesta del padre Girolamo Savonarola, l.

IX, dedicati a P. Leopoldo, 1782, 4.º, l. I, § 2, p. 2._

[22] _Vita di Savonarola, l. I, § 3, p. 5._

Fu ammirata l'erudizione del nuovo professore, ma egli non piacque come

predicatore quando salì sul pulpito, ed allora non fu al certo preveduto

quel potere che in breve acquistar doveva la sua eloquenza sopra più

numerosi uditori[23]. La forza dell'ingegno e quella della volontà

vinsero tutti gli ostacoli. Il Savonarola acquistò nel ritiro quei

vantaggi che supponevansi essergli stati dalla natura negati. Coloro che

nel 1482 erano stati offesi dalla sua declamazione, appena potevano

riconoscerlo quando nel 1489 l'udirono modulare a suo piacimento una

voce armoniosa e robusta, e sostenerla con una nobile, imponente e

graziosa declamazione[24]. Egli stesso, temendo d'insuperbirsi per gli

sforzi che aveva felicemente fatti onde perfezionarsi, riferiva al cielo

i suoi progressi con cristiana umiltà, e risguardava le proprie

metamorfosi come un primo miracolo, che provava la sua divina missione.

[23] _Vita di Savonarola an. 1478, § 9, p. 13. — Anno 1482, § 11, p.

15._

[24] _Ivi, § 19, p. 22._

Fu nel 1483 che il Savonarola credette sentire in sè medesimo un segreto

profetico impulso che lo destinava riformatore della Chiesa, chiamandolo

a predicare ai Cristiani la penitenza, e ad annunciare ai medesimi

anticipatamente le calamità onde lo stato e la Chiesa erano egualmente

minacciati. A Brescia cominciò la sua predicazione intorno

all'apocalisse nel 1484, e predisse ai suoi uditori che le loro mura

sarebbero un giorno bagnate da torrenti di sangue. Questa minaccia pare

che avesse compimento due anni dopo la morte del Savonarola, quando nel

1500 i Francesi, sotto gli ordini del duca di Nemours, presero Brescia

d'assalto, e lasciarono gli abitanti in preda ad un'orrenda

uccisione[25]. Nel 1489 Savonarola recossi a piedi a Firenze, e fissò la

sua residenza nel convento del suo ordine, sotto il titolo di san Marco,

dove pel corso di otto anni doveva continuare a predicare la riforma,

fino al momento in cui fa mandato al supplicio, come, a seconda di

quanto attestano i suoi discepoli, aveva egli stesso prenunciato.

[25] _Vita di Savonarola, l. I, § 15, p. 19._

La riforma, che il Savonarola raccomandava, siccome un'opera di

penitenza, per allontanare le calamità ch'egli diceva vicine a piombare

sull'Italia, doveva cambiare i costumi del mondo cristiano e non la sua

fede. Il Savonarola credeva corrotta la disciplina della Chiesa, credeva

infedeli i pastori delle anime, ma non erasi mai fatto lecito di muovere

un solo dubbio intorno ai dommi che professava questa Chiesa, o di

assoggettarli a veruna disamina. La stessa natura del suo entusiasmo non

glielo doveva permettere; non era già in nome della ragione ch'egli

attaccava l'ordine stabilito, ma in nome d'una inspirazione ch'egli

credeva soprannaturale, non per mezzo di esame, ma colle profezie e coi

miracoli.

L'ardire del suo spirito, che si era trattenuto in faccia all'autorità

della Chiesa, aveva per altro misurate con minore rispetto le autorità

temporali. In tutto ciò ch'era opera dell'uomo voleva che potesse

riconoscersi per iscopo l'utilità degli uomini e per regola il rispetto

dei loro diritti. La libertà non sembravagli meno sacra della religione;

risguardava come un bene mal acquistato, e che non si poteva conservare

senza rinunciare all'eterna salute, il potere che un principe aveva

usurpato, innalzandosi nel seno d'una repubblica. Ai suoi occhi Lorenzo

de' Medici era un illegittimo detentore della proprietà dei Fiorentini:

malgrado i replicati inviti, fattigli da questo capo dello stato, mai

non volle visitarlo, o attestargli veruna deferenza, onde non si

supponesse ch'egli ne avesse riconosciuta l'autorità[26]; e quando

Lorenzo, sul letto della morte, chiamò presso di sè questo confessore

per ricevere dalle sue mani l'assoluzione, il Savonarola gli chiese

preventivamente se aveva intera fede nella misericordia di Dio, ed il

moribondo dichiarò di sentirla nel fondo del suo cuore; se era

apparecchiato a restituire tutto il bene che aveva illegittimamente

acquistato, e Lorenzo dopo qualche incertezza si dichiarò disposto a

farlo; finalmente se ristabilirebbe la libertà fiorentina ed il governo

popolare della repubblica; ma Lorenzo ricusò di assoggettarsi a questa

terza condizione, e rimandò il Savonarola senza avere ricevuta

l'assoluzione[27].

[26] _Stor. del P. Girol. Savonarola, l. I, § 22, p. 25._

[27] _Ivi, § 26, p. 33._

Se il Savonarola avea creduto di dover predicare a Lorenzo de' Medici la

restituzione della sovrana autorità a Firenze, siccome d'un bene mal

acquistato, egli aveva ancora più gagliarda ragione per persuadere

Pietro de' Medici a dimettersi da un'autorità ch'egli non aveva nè la

forza, nè l'abilità di conservare. Pietro, il maggiore de' tre figli di

Lorenzo, non aveva che ventun anni quando suo padre morì, e la sua

prudenza era al di sotto dell'età. A Firenze, le leggi determinavano

l'età richiesta per l'esercizio d'ogni magistratura, ed avevano

generalmente protratta assai quest'epoca: i consiglj dispensarono Pietro

dalle condizioni dell'età, e lo dichiararono proprio a ricevere tutte le

onorificenze, e ad esercitare tutte le magistrature di suo padre[28].

Questa violazione della costituzione era una conseguenza della schiavitù

della signoria; ma questa ferì i Fiorentini facendo loro vedere il giogo

sotto cui erano caduti.

[28] _Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XXVI, p. 187._

Pietro, appassionato pei piaceri della gioventù, per le donne, per gli

esercizj della persona che potevano farlo brillare ai loro occhi,

d'altro omai non intratteneva la repubblica che di feste e di

divertimenti, cui consacrava tutto il suo tempo. La sua statura era più

che mezzana, aveva petto e spalle assai larghe e straordinarie erano la

di lui forza e destrezza. Egli ragunava presso di sè i più insigni

giocatori di palla di tutta l'Italia; ma in quest'esercizio superava

tutti, come in quelli della lotta e del cavalcare. Aveva facilità somma

di dire, pronuncia aggradevole, armoniosa voce, mentre che suo padre per

una cattiva conformazione del suo organo parlava col naso. Pietro aveva

fatti singolari progressi nelle lettere greche e latine sotto Angelo

Poliziano: improvvisava versi con somma facilità; variata e gradevole

era la sua conversazione, ma il suo orgoglio mostravasi con insultante

maniera qualunque volta vedevasi contraddetto. Questo era di tutti il

suo più dominante difetto, difetto in lui accarezzato da sua madre

Clarice, e da sua moglie Alfonsina, l'una e l'altra della famiglia

Orsini, le quali aveano portata in casa dei Medici l'arroganza della

loro famiglia. Egli pretendeva che la repubblica ricevesse ciecamente i

suoi ordini, ed intanto risguardava come cosa indegna del suo grado la

fatica dello studiare i pubblici affari; perciò gli abbandonava alle

persone di sua confidenza, ed in particolare a Pietro Dovizio di

Bibbiena, fratello maggiore di quel Bernardo, che Leon X creò poi

cardinale ed acquistò illustre nome nelle lettere volgari. Pietro di

Bibbiena era stato segretario di Lorenzo, aveva pratica degli affari, ed

il Medici, accordandogli la sua confidenza, metteva questo subalterno,

nato in una provincia suddita, al di sopra degli antichi magistrati

della repubblica[29].

[29] _Jac. Nardi Stor. Fior., l. I, p. 15._

Meno era Pietro de' Medici capace di governare uno stato, e più

diffidava di coloro che potevano nella repubblica aspirare ad un rango

eguale al suo. Un altro ramo della casa de' Medici cominciava in allora

a richiamare l'attenzione dei Fiorentini; erano questi i nipoti di

Lorenzo, fratello del vecchio Cosimo. Il più giovane di costoro aveva

quattro anni più di Pietro; avevano ereditate le ricchezze accumulate

colla mercatura del loro avo; ma ossia che verun singolare talento si

fosse sviluppato in questo ramo della famiglia, o che i suoi membri si

riputassero abbastanza onorati dal parentado loro coi capi dello stato,

non eransi mai veduti nè Pier Francesco, padre di questi giovani, nè

Lorenzo, loro avo, prendere veruna parte nelle politiche contese di

Firenze. Piero fu il primo a scoprire de' rivali ne' suoi cugini; li

fece arrestare in aprile del 1493, e prese a deliberare se dovesse farli

morire; ma i loro amici ottennero a fatica che fosse contento di

mandarli fuori di città, assegnando loro per prigione le loro due case

di campagna. Ma il popolo aveva risguardato il loro arresto come una

violazione de' suoi diritti, e la libertà loro come un trionfo: gli

accompagnò colle sue acclamazioni e co' suoi voti mentre uscivano di

città, e fece vie meglio sentire a Pietro, ch'egli andava perdendo tutto

il favore popolare[30].

[30] _Jac. Nardi Stor. Fior., l. I, p. 16. — Comment. di Filippo de'

Nerli, l. III, p. 58._

Forse Pietro avrebbe più facilmente soppressi questi primi sintomi di

fermento, se si fosse affrettato di allontanare da Firenze colui che

dirigeva lo spirito popolare, comprendendo la libertà nella riforma

della Chiesa e dei costumi. Ma Girolamo Savonarola scuoteva ogni giorno

una numerosa udienza coll'interpretazione delle profezie, nelle quali

credeva di vedere prenunciata la ruina di Firenze. Parlava al popolo in

nome del cielo delle calamità che lo minacciavano, e lo supplicava di

convertirsi; in appresso dipingeva a' suoi occhi il disordine dei

privati costumi, i progressi del lusso e dell'immoralità in tutte le

classi de' cittadini, i disordini della Chiesa e la corruzione de' suoi

prelati, i disordini dello stato e la tirannide de' suoi capi; invocava

la riforma di tutti questi abusi, e la sua immaginazione era altrettanto

vivace ed entusiasta, quando parlava degli interessi del cielo, quanto

vigorosa era la sua logica ed affascinatrice la sua eloquenza, quando

regolava gl'interessi della terra. Di già i cittadini di Firenze

attestavano colla modestia dei loro abiti, coi loro discorsi, col loro

contegno, ch'essi andavano abbracciando la riforma del Savonarola; di

già le donne avevano rinunciato alle loro acconciature; sorprendente in

tutta la città era il cambiamento de' costumi, ed era facil cosa il

prevedere che l'istruzione politica del predicatore non farebbe minore

impressione sugli uditori di quel che lo faceva l'istruzione morale[31].

[31] _Comment. di Ser Filippo de' Nerli, l. III, p. 58. — Storia di

F. Girolamo Savonarola, l. I, § 35, p. 49._

Le predicazioni del Savonarola erano appoggiate alla minaccia di nuove

spaventose calamità che straniere armate dovevano recare all'Italia; in

fatti ogni giorno queste calamità si andavano avvicinando, e

cominciavano a rendersi visibili a tutti gli occhi. Le pretese della

casa d'Angiò sul regno di Napoli avevano turbata l'Italia un intero

secolo, e l'Italia era avvezza a volgere lo sguardo verso la Francia per

discoprirvi gl'indizj della burrasca che si addensava per distruggere la

sua pace. Erano già vent'anni che i diritti della casa d'Angiò erano

passati nel re di Francia, e ben poteva prevedersi, che quando il

giovane principe fosse in età da credersi in istato di condurre gli

eserciti, potrebb'essere solleticato dalla gloria di conquistatore.

Sentivasi perciò da molto tempo che si rendeva necessaria l'unione delle

potenze d'Italia per chiudere la porta di questo paese agli

oltremontani. Quest'unione esisteva nelle pubbliche convenzioni, ed era

stata inoltre raffermata dal trattato di Bagnolo del 7 agosto del 1484,

e da quello di Roma dell'11 agosto del 1486, l'uno e l'altro in pieno

vigore; ma intanto quest'unione non aveva spente le segrete rivalità dei

sovrani, le gelosie e gli odj che dividevano l'Italia in due rivali

fazioni, e che aspettavano l'opportunità per iscoppiare.

Lodovico Sforza, detto il Moro, che governava il ducato di Milano in

nome di suo nipote Giovanni Galeazzo, pareva sentire più che gli altri,

siccome più degli altri vicino agli oltremontani, la necessità

dell'unione degli stati d'Italia, e voleva non solo che esistesse

realmente, ma ancora che fosse solennemente annunciata a tutta l'Europa.

L'assunzione di Alessandro VI al pontificato parvegli una favorevole

circostanza per farlo, perchè all'elezione di un nuovo papa tutti gli

stati cristiani mandavano a Roma una solenne ambasciata per prestargli

ubbidienza. Il duca di Milano era unito con una particolare

confederazione, rinnovata per 25 anni nel 1480, col regno di Napoli, il

duca di Ferrara, e la repubblica fiorentina. Lodovico il Moro propose ai

suoi alleati di far partire nello stesso tempo gli ambasciatori di

queste quattro potenze, di ordinare per lo stesso giorno il loro

ingresso in Roma, e di farli presentare insieme al papa, incaricando

quello del re di Napoli di parlare egli solo a nome di tutti. Voleva

così mostrare al papa, ai Veneziani ed alle altre potenze d'Europa, che

intima e forte era la loro unione, persuadere le due prime ad unirsi a

loro per la difesa dell'Italia, e far conoscere alle altre che questa

provincia non aveva di che temere dagli stranieri. La puerile vanità di

Pietro de' Medici mandò a monte questo progetto, ed eccitando la

diffidenza del Moro, lo gettò in una politica affatto contraria[32].

[32] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 188. — Franc. Belcarii Comment.

Rer. Gallic., l. V, p. 114. Lugduni 1625 in fol._

Era Pietro de' Medici uno degli ambasciatori nominati dalla sua

repubblica per recarsi a Roma; voleva figurare in questa solenne

circostanza, spiegando agli occhi de' Romani e de' forastieri i tesori

di gemme ammassati da suo padre, il lusso de' suoi equipaggi e

l'eleganza degli abiti de' suoi servitori. La sua casa era stata due

mesi ingombra di sartori, di ricamatori ec.; tutti i suoi giojelli erano

stati seminati sulle assise de' suoi paggi, ed un solo collare, che

doveva portare uno di costoro, stimavasi del valore di dugento mila

fiorini. Tanto lusso sarebbe stato meno osservato se quattro solenni

ambasciate avessero dovuto fare nello stesso tempo il loro ingresso.

Collega di Pietro era Gentile, vescovo d'Arezzo, uno dei precettori di

Lorenzo de' Medici; Gentile era incaricato di parlare, e non aveva

questi minor voglia di recitare il discorso che aveva composto, che

Pietro di far vedere le sue assise. Ma, secondo il progetto di Lodovico

il Moro, avrebbe parlato il solo ambasciatore del re di Napoli[33]. Il

Medici non sapeva rinunciare a tutte queste soddisfazioni dell'amor

proprio, e persuase Ferdinando, re di Napoli, a ritirare la parola già

data al Moro. Questi sentì la sua vanità ferita in vedere con tanta

leggerezza abbandonato un progetto da lui proposto e sostenuto da

plausibili motivi; perciò si fece ad indagare le cagioni che potevano

dare a Pietro tanto ascendente sull'animo di Ferdinando, e scoprì

l'esistenza di una segreta lega tra questi ed il capo della repubblica

fiorentina. Un'alleanza, indipendente da quella di cui egli stesso

faceva parte, pareva minacciarlo; la casa de' Medici, costantemente

alleata degli Sforza, era disposta ad abbandonarlo per la casa rivale di

Arragona, e poteva derivarne un intero cambiamento in tutto il sistema

politico dell'Italia[34].

[33] _Franc. Guicciardini, l. I, p. 6. — Ricordanze di Tribaldo de'

Rossi, Deliz. degli Erud., t. XXIII, p. 280._

[34] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 189._

Bentosto nuove prove di questa intelligenza accrebbero i timori del

Moro. Ferdinando e Pietro de' Medici consigliarono Virginio Orsino,

parente d'ambidue loro, ad acquistare i feudi d'Anguillara e di

Cervetri, che Innocenzo VIII aveva dati in sovranità a suo figlio

Franceschetto Cibo. Il loro prezzo venne portato a quarantaquattro mila

ducati, ed il Medici ne sovvenne quaranta mila[35]. I feudi degli

Orsini, posti in gran parte tra Roma, Viterbo e Civitavecchia,

assicuravano la comunicazione del re di Napoli colla repubblica

fiorentina, ed in qualche modo inceppavano il papa, i di cui feudatarj

venivano per tal modo, fino alle porte della sua capitale, protetti dai

due più potenti vicini. Lodovico il Moro fece sentire questo pericolo ad

Alessandro VI, confortandolo, poichè verun feudo della Chiesa non poteva

alienarsi da un feudatario senza il consentimento del papa, a non

approvare la vendita d'Anguillara[36].

[35] _Allegr. Allegretti Diarj Sanesi, t. XXIII, p. 826._

[36] _Franc. Guicciardini, l. I, p. 8. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.

189._

Lodovico il Moro approfittò de' sospetti che questo negoziato e le

minacce di Ferdinando e di Pietro de' Medici davano ad Alessandro VI per

intavolare con lui e colla repubblica di Venezia un'alleanza, che

potesse servire di contrappeso all'ascendente che pareva prendere la

casa d'Arragona. Tale alleanza fu sottoscritta il 22 aprile del 1493,

malgrado l'opposizione del doge di Venezia, il quale, conoscendo il

carattere d'Alessandro VI, non sapeva ridursi a riporre in lui veruna

confidenza. Poco dopo entrò in questa lega ancora Ercole III, duca di

Ferrara, ma la repubblica di Siena non volle prendervi parte[37].

[37] _Alleg. Allegretti Diari Sanesi, t. XXIII, p. 827. — And.

Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1201._

Obbligavansi i confederati a tenere in armi pel mantenimento della

pubblica pace un esercito di venti mila cavalli e di dieci mila fanti,

cui il papa contribuirebbe per un quinto, e, cadauno per due quinti, il

duca di Milano ed il governo veneto. Quest'alleanza non aveva verun fine

ostile, e tutti gli stati d'Italia potevano, quando loro piacesse,

entrarvi[38].

[38] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1250._ Termina con

tale avvenimento questa voluminosa cronaca. Negli ultimi anni fu

scritta assai diffusamente giorno per giorno, ma spesse volte con

poca precisione, secondo che le cose venivano raccontate in Venezia.

Il suo autore, figliuolo di Leonardo Sanuto, era senatore veneziano,

e viveva tuttavia nel 1522. Il Muratori, che per la prima volta

pubblicò queste vite nel _vol. XXII Script. Rer. Ital., p. 400, p.

1252_, ritiene che la cronaca veneta, pubblicata nel vol. XXIV,

della _p. 1_ alla _p. 154_, sia una continuazione scritta dallo

stesso autore.

Lodovico il Moro temeva meno Ferdinando che suo figliuolo Alfonso,

perchè vedeva nell'ultimo il protettore naturale del suo proprio nipote,

Giovanni Galeazzo, di cui aveva usurpata tutta l'autorità. Quando nel

1479 erasi il Moro impadronito mano armata della reggenza di Milano,

soppiantando la duchessa Bona ed il vecchio Simonetta, aveva avuto un

plausibile motivo per arrogarsi tutti i poteri di suo nipote Giovanni

Galeazzo, il quale era evidentemente troppo giovane per governare; e,

sebbene dichiarato maggiore di quattordici anni, sapevasi a Milano, come

in tutte le monarchie, che questa formalità non aveva altro effetto che

quello di levare l'autorità ai tutori indicati dalla legge per

trasmetterla ai favoriti del giovanetto principe, o a coloro che avevano

a suo nome occupato il supremo potere.

Ma erano omai quattordici anni che il Moro teneva le redini del governo,

e suo nipote era giunto a tale età che la sua ragione non aveva più

nulla a sperare dal tempo. Erasi ammogliato con Isabella, figlia

d'Alfonso e nipote del re Ferdinando; «la quale fanciulla, dice il

Comines, era coraggiosa assai, ed avrebbe volentieri, se l'avesse

potuto, dato il potere a suo marito; ma egli non aveva troppa prudenza,

e palesava ciò che la consorte gli diceva»[39]. Effettivamente la

fortuna o l'educazione data al principe favorivano i disegni del Moro.

Venne questi accusato d'averlo avvertitamente allontanato dallo studio

delle lettere, da ogni esercizio militare, e da qualunque istruzione

potesse renderlo capace di governare, affidando la di lui educazione ad

inetti adulatori onde avvezzarlo al lusso ed alla mollezza[40]; ma

sarebbe ingiustizia l'attribuire al Moro così reo disegno, mentre tale

era l'ordinaria educazione che di que' tempi soleva darsi ai principi.

Giovanni Galeazzo, avanzando in età, mai non era uscito dall'infanzia;

la di lui debolezza, pusillanimità ed incapacità, erano aperte a tutti

coloro che lo avvicinavano, onde a Lodovico il Moro bastava il lasciarlo

conoscere, per giustificarsi dal tenerlo affatto lontano da ogni

pubblica amministrazione.

[39] _Mémoires de Philippe de Comines, l. VII, c. II, p. 143._

[40] _Petri Bembi Rer. Ven. Hist., l. II, p. 22._

La stessa Isabella d'Arragona conosceva l'incapacità di suo marito, ma

parevale di aver essa il diritto di governare in sua vece. Educata

presso al trono, e sempre alimentata dalla speranza di regnare, credeva

il proprio orgoglio fermezza d'animo, e la sua risolutezza abilità, onde

avrebbe voluto governare lo stato come governava il marito. D'altra

parte la sposa di Lodovico, Beatrice d'Este, non trascurava occasione di

umiliarla, volendola in tutto soverchiare. Magnifica era la corte di

Beatrice per affluenza di cortigiani e di servili adulatori, e per la

pompa degli abiti e degli equipaggi; ed intanto Isabella viveva

solitaria nel palazzo di Pavia, ove in qualche modo contrastava colla

povertà; ed i suoi parti, che dovevano dare un erede allo stato, erano

appena resi noti al pubblico. Isabella aveva fatte contro il Moro amare

lagnanze a suo padre, il quale, per mezzo de' suoi ambasciatori, aveva

formalmente domandato che al giovane duca venisse affidata l'autorità

che per diritto gli apparteneva[41].

[41] _Josephi Ripamontii Hist. Mediol., l. VI, p. 652. — Franc.

Guicciardini, l. I, p. 9. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 187. — Pauli

Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 8; edit. Basil. 1578. — Carlo de'

Rosmini Ist. di Gian Jacopo Trivulzio, l. V, p. 198. 2 Vol. in 4.º

Milano 1815._

Invece di rinunciare all'amministrazione del ducato di Milano, Lodovico

il Moro cominciò dopo tale epoca a mendicare pretesti per sedere egli

stesso sul trono: l'imperatore Federico III era morto in età di

ottant'anni, nella notte del 19 al 20 agosto del 1493, e suo figliuolo

Massimiliano, che gli era succeduto col titolo di re de' Romani, provava

ne' principj del suo regno quella mancanza di numerario, in cui per i

suoi disordini e per le sue prodigalità restò fino agli ultimi suoi

giorni. Lodovico gli offrì in matrimonio Bianca Maria, sua nipote, colla

dote di quattrocento mila ducati[42], chiedendogli in contraccambio

l'investitura per sè del ducato di Milano. I cancellieri imperiali

trovarono facilmente pretesti per velare quest'ingiustizia. Francesco

Sforza e dopo di lui suo figlio Galeazzo mai non avevano ottenuta

l'investitura imperiale; il diploma accordato a Lodovico dichiara che

gl'imperatori romani eransi fatta una legge di negare il legittimo

possedimento di un feudo a chiunque lo avesse violentemente usurpato, e

che per questo motivo Massimiliano aveva rigettate tutte le istanze

fatte da Lodovico Sforza a favore di suo nipote, ed aveva preferito di

scegliere invece lo stesso Lodovico[43]. Pure questi non si diede

premura di dare pubblicità a questo diploma, e continuando ad

intitolarsi duca di Bari, e lasciando al nipote i titoli, tutta per sè

conservava la potenza e la pompa della sovranità.

[42] _Barthol. Senaregae de reb. Gen., t. XXIV, p. 534._

[43] _Guicciardini Ist., l. I, p. 24, 25, ediz. 1645 in 4.º — Jos.

Ripamontii Hist. Mediol., l. VI, p. 654._

La personale ambizione di Lodovico appagavasi dell'esercizio della

reggenza: bensì desiderava di procurare ai suoi figliuoli, piuttosto che

a quelli del nipote, l'eredità del ducato di Milano; ma non

s'arrischiava senza timore in così spinosa intrapresa, nella quale

avrebbe avuto contrario il re di Napoli. Abbastanza conosceva il nuovo

re de' Romani per non isperarne verun soccorso; cominciava a travedere

la versatilità del papa, che a principio erasi lusingato di poter

dirigere coi consiglj del cardinale Ascanio, suo fratello; poca fiducia

riponeva ne' Veneziani, in ogni tempo nemici della sua famiglia; i

Fiorentini gli erano contrarj, ed i medesimi suoi sudditi di Lombardia

potevano improvvisamente manifestare un'aperta opposizione ai suoi

progetti, che tendevano a balzare dal trono la legittima linea de' loro

principi. In tale imbarazzo credette il Moro conveniente di cercare

oltremonti un alleato, di cui non aveva ancora potuto calcolare la

potenza, e si volse a Carlo VIII, re di Francia.

Carlo VIII era succeduto, il 30 agosto del 1583, a suo padre Lodovico XI

alleato del padre di Lodovico il Moro; ma non avendo allora che tredici

anni e pochi mesi, Lodovico XI aveva, morendo, affidato il governo del

regno a madama di Beaujeu, sua figlia primogenita, moglie di Pietro di

Borbone. In dieci anni d'una gloriosa amministrazione questa principessa

aveva represse le pretese de' principi del sangue, terminate le

pericolose guerre civili, ed assoggettati o riuniti alla corona vasti

feudi fino allora indipendenti[44]. Carlo VIII non aveva propriamente

cominciato a governare da sè medesimo che dopo il 1492. Lo splendore

d'una brillante spedizione, e l'acquisto d'un regno, ottennero a questo

monarca una gloria non conveniente alla sua fisica costituzione o alla

sua educazione. Mentre la maggior parte degli storici francesi lo

rappresentarono, secondo Luigi de la Trémouille, come «piccolo di corpo

e grande di cuore»[45]; i due migliori osservatori del secolo, Filippo

di Comines e Francesco Guicciardini, ne fanno il più svantaggioso

ritratto. Il primo lo dice, «molto giovane, e appena uscito dal nido;

mal provveduto d'intelletto e di danaro, di debole persona, ostinato nei

proprj consiglj e non accompagnato da uomini prudenti»[46]. «Dice

l'altro che questo giovane in età di ventidue anni e per natura poco

intelligente delle azioni umane, era trasportato da ardente cupidità di

dominare e da appetito di gloria, fondato piuttosto in leggiere volontà,

e quasi impeto, che in maturità di consiglio; e prestando, o per propria

inclinazione, o per l'esempio e ammonizioni paterne, poca fede a'

signori ed a' nobili del regno, dacchè era uscito della tutela di Anna

duchessa di Borbone sua sorella, non udiva più i consiglj

dell'ammiraglio e degli altri, i quali erano stati grandi in quel

governo, ma si reggeva col parere di alcuni uomini di piccola

condizione, allevati al servigio della persona sua, che facilmente erano

stati corrotti»[47].

[44] _Mémoir. de L. de la Trémouille ch. VI e VII, t. XIV, p. 137._

[45] _Ivi, ch. VIII, p. 145, tom. XIV des mém. pour servir à l'hist.

de la France._

[46] _Mémoir. de Phil. de Comines, l. VII, Proposit., p. 128, et

chap. V, p. 163, t. XII des Mémoires pour servir à l'hist. de la

France._

[47] _Franc. Guicciardini Storia, l. I, p. 18._

La figura di Carlo VIII corrispondeva a tanta debolezza di spirito e di

carattere; era piccolo, aveva grossa la testa, e corto il collo, petto e

spalle larghe e sollevate, coscie e gambe lunghe e gracili. «Carlo fino

da puerizia fu di complessione molto debole, e di corpo non sano, di

statura piccolo e d'aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità degli

occhi) bruttissimo; l'altre membra erano sproporzionate in modo che

pareva quasi più simile a mostro che a uomo: non solo non ebbe alcuna

notizia delle buone arti, ma appena gli furono cognite le figure

dell'abbicì: aveva animo cupido di imperare, ma abile più ad ogni altra

cosa, perchè aggirato sempre da' suoi, non riteneva con loro nè maestà,

nè autorità: alieno da tutte le fatiche e faccende, e in quelle alle

quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudicio: se pure alcuna

cosa in lui pareva degna di laude, risguardata intrinsecamente, era più

lontana dalla virtù che dal vizio; era inclinato alla gloria, ma più con

impeto, che con consiglio; era liberale ma inconsideratamente, e senza

misura o distinzione; era immutabile talvolta nelle deliberazioni, ma

ciò era spesso ostinazione mal fondata anzi che costanza: e quello che

molti chiamavano bontà, meritava più convenientemente il nome di

freddezza e di remissione d'animo»[48]. Tale era l'uomo, di cui le

circostanze formarono un conquistatore, e che la fortuna caricò di

maggiore gloria che non poteva sostenerne.

[48] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 43. — Bern. Oricellarii de bello

Italico Commentarius, p. 91._

Lodovico Sforza mandò in Francia Carlo di Barbiano, conte di Belgiojoso,

ed il conte di Cajazzo, figliuolo primogenito di Roberto di Sanseverino,

morto da pochi anni, per invitare il re Carlo VIII a venir a conquistare

la corona di Napoli, che gli s'aspettava, ad approfittare delle

favorevoli disposizioni dei signori del regno stanchi di soffrire il

giogo della casa d'Arragona, ed a giovarsi del risentimento del papa

contro di Ferdinando. Nello stesso tempo gli offriva un'intima alleanza

che gli aprirebbe l'Italia a traverso della Lombardia, e gli

assicurerebbe il dominio del mare coi porti dello stato di Genova.

Lusingava inoltre la sua vanità ed ambizione colla speranza di conquiste

ancora più luminose, facendogli travedere in lontananza la sommissione

della Turchia e la liberazione di Costantinopoli e di Gerusalemme,

siccome impresa riservata al valor francese[49].

[49] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 14. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,

l. I, p. 11. — Phil. de Comines Mém., l. VII, ch. III, p. 148._

Il conte di Cajazzo, capo del ramo bastardo della casa di Sanseverino,

che erasi in Lombardia acquistata tanta gloria co' suoi rari talenti

militari e politici, aveva trovati alla corte di Francia i capi del ramo

primogenito e legittimo della sua casa, cioè Antonello di Sanseverino,

principe di Salerno, e Bernardino, principe di Bisignano, i quali, dopo

essersi sottratti alle persecuzioni della casa d'Arragona, cercavano di

concerto con tutti gli emigrati del partito d'Angiò di tirare le armi

francesi nel regno di Napoli. Ingannati dalle illusioni che si fecero

gli emigrati d'ogni tempo, misuravano le disposizioni de' loro

compatriotti sul proprio risentimento, e vedevano con piacere una guerra

straniera offrir loro speranze, che più non ravvisavano nel proprio

partito. Assecondarono perciò a tutto potere il conte di Cajazzo[50].

[50] _Ivi, c. II, p. 138, 142, c. III, p. 150. — Petri Bembi Hist.

Ven., l. II, p. 23._

Dal canto suo il conte di Belgiojoso assicurava la buona riuscita de'

suoi consiglj con tutti i segreti intrighi di un esperto cortigiano.

Aveva cercato tutti coloro che godevano del favore del re, corrompendo

gli uni coi doni, gli altri colle promesse; aveva fatti loro sperare

feudi ed impieghi luminosi nel regno di Napoli, titoli alla corte di

Roma, beneficenze ecclesiastiche in tutta la Cristianità. Aveva in

particolare sedotti Stefano di Vesc, di Linguadoca, ch'era stato lungo

tempo semplice cameriere del re, in appresso era diventato siniscalco di

Beaucaire, e Guglielmo Briçonnet, che di mercante era diventato

appaltatore della generalità di Linguadoca, col titolo di generale, ed

all'ultimo vescovo di san Malò, conservando nello stesso tempo la

sovraintendenza della finanza[51]. Questi due personaggi con tutti i

loro subalterni applaudivano ad una spedizione che loro apriva nuove vie

verso l'opulenza, senza troppo esporli alla gelosia de' magnati. Coloro

per lo contrario che pel loro rango e pel loro credito ereditario erano

più attaccati alla Francia che alla fortuna del re, disapprovavano

un'intrapresa che loro non sembrava presentare probabili speranze di

durevole successo, e che preventivamente richiedeva che la Francia, per

assicurarsi da ogni straniera invasione, comperasse la pace dai suoi

vicini, sagrificando sicuri vantaggi a lontane speranze.

[51] _Godefroi, observat. sur l'hist. du roi Charles VIII, p. 658

Edit. Paris. fol. 1684. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 18. — Pauli

Jovii, l. I, p. 15. — Phil. de Comines, l. VII, c. III, p. 149._

Finalmente dopo molti contrasti, tra il re e gli ambasciatori di

Lodovico il Moro si fece una convenzione per opera di Briçonnet e del

siniscalco di Beaucaire. Fu convenuto che, quando Carlo VIII passerebbe

in Italia, o vi farebbe scendere la sua armata, il duca di Milano

sarebbe obbligato ad accordargli il passaggio per i suoi stati, a farlo

accompagnare a sue spese da cinquecento uomini d'armi, a permettergli

d'armare a Genova quanti vascelli egli volesse, ed a prestargli duecento

mila ducati all'atto della sua partenza dalla Francia. In corrispettivo

il re si obbligava a difendere contro chicchefosse il ducato di Milano e

la personale autorità di Lodovico il Moro, a lasciare in Asti, città

appartenente al duca d'Orleans, duecento lance francesi, sempre

apparecchiate a difendere la casa Sforza; per ultimo a regalare a

Lodovico il principato di Taranto, fatta che avesse la conquista del

regno. Queste condizioni si tennero per molti mesi segrete; e quando

cominciò a spargersi in Italia la voce della prossima invasione de'

Francesi, Lodovico il Moro, anzi che convenire d'essere loro alleato,

cercò di persuadere agl'Italiani ch'egli non meno di loro era atterrito

da questa invasione di barbari[52].

[52] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 19._

Da che Carlo VIII ebbe determinato di far l'impresa del regno di Napoli,

ad altro più non pensò che ad avere le mani libere, facendo trattati di

pace con tutti i suoi vicini, anche con sagrificio de' vantaggi che

madama Beaujeu aveva colla sua prudenza ottenuti nel glorioso corso

della sua amministrazione. Carlo VIII, quando prese le redini del

governo, trovossi in guerra con due de' più potenti vicini della

Francia, Enrico VII, re d'Inghilterra, e Massimiliano, re de' Romani;

era nello stesso tempo poco sicuro per parte di Ferdinando e d'Isabella,

re d'Arragona e di Castiglia. Ma tutti questi sovrani erano ad un tempo

nemici della Francia, e non d'accordo tra di loro. Il re Carlo fece a

ciascheduno separatamente tali lusinghiere offerte, che non gli riuscì

difficile di ottenere la pace. Trattò da prima con Enrico VII, che era

sbarcato a Calé con una formidabile armata, ed il 3 di novembre del 1492

convenne ad Etaples di sborsare al re inglese quarantacinque mila scudi

d'oro a titolo di rimborso delle spese della guerra della Bretagna, con

che questi abbandonasse l'alleanza del re dei Romani[53].

[53] Il trattato d'Etaples viene letteralmente riportato da Dionigi

Godefroi. _Observ. sur l'hist. de Charles VIII, p. 629-637. — Vely,

Hist. de France, t. X, p. 378_, edit. in 4.º.

La guerra di Francia sembrava che dovesse essere più accanita a cagione

del doppio affronto fatto da Carlo VIII a Massimiliano, rimandandogli

Margarita di Borgogna sua figlia, cui era promesso sposo, per

ammogliarsi con Anna di Bretagna, che doveva sposare lo stesso

Massimiliano. Pure la corte di Francia ottenne col trattato di Senlis,

del 28 maggio 1493, di pacificare il sovrano austriaco, restituendogli

le contee di Borgogna, di Artois, di Charolois, e la signoria di Noyers,

che Carlo VIII occupava di già come dote di Margarita. Si obbligò pure

di restituire a Filippo d'Austria, giunto che fosse in età maggiore, le

città di Hesdin, Aire e Bethune, sulle quali Filippo vantava parziali

diritti[54].

[54] Il trattato di Senlis viene riferito da Godefroi, p. 640. —

_Phil. de Comines, l. VII, ch. IV, p. 153. — Vely, t. X, p. 381._

Il terzo trattato fu ancora più svantaggioso. Lodovico XI aveva

ricevuto, in pegno per 300,000 ducati, dal re Giovanni d'Arragona

Perpignano, il contado di Rossiglione e della Cerdaigne. Queste piazze

erano come le chiavi della Francia dalla banda de' Pirenei, e Lodovico

XI le credeva di tanta importanza, che in appresso non aveva volute

restituirle all'Arragonese contro il pagamento del danaro prestato. Per

lo contrario Carlo VIII le restituì gratuitamente a Ferdinando il

Cattolico, a condizione che questi non soccorrerebbe suo cugino

Ferdinando di Napoli, e non si opporrebbe ai progetti del re di Francia

sull'Italia. Fu questo il risultato del trattato di Barcellona del 19 di

gennajo del 1493[55].

[55] Testo del trattato in Dionigi Godefroi, p. 662. — _Guicciardini

Ist., l. I, p. 16. — Vely, t. X, p. 382._

Mentre che Carlo VIII con questi trattati assicurava la pace alla

Francia, altri ne andava intavolando per apparecchiare la guerra in

Italia. Aveva colà spediti quattro ambasciatori con ordine di visitare

tutti gli stati della provincia e di chiedere a tutti la loro

cooperazione per far ricuperare i suoi diritti alla corona di Francia.

Perron de' Baschi, la di cui famiglia, originaria d'Orvieto, diede in

seguito alla Francia i marchesi d'Aubais, era capo di quest'ambasceria.

Aveva precedentemente accompagnato in Italia Giovanni d'Angiò, e

perfettamente conosceva gl'interessi di tutti i principi. Il Baschi

s'accostò prima ai Veneziani, ed aveva ordine di chiedere _ajuto e

consiglio pel re suo padrone_. Risposero i Veneziani che sarebbe

presunzione la loro di dare consiglj ad un principe circondato da uomini

tanto prudenti, e che imprudente cosa sarebbe il promettergli soccorso,

mentre dovevano star sempre apparecchiati a respingere le armi turche;

ma che Carlo VIII non doveva dubitare dell'attaccamento e della

devozione della repubblica verso la corona di Francia. Con queste

equivoche frasi credeva il senato di porsi al coperto da ogni rimprovero

dal canto de' sovrani d'Italia. Per altro celatamente desiderava

l'abbassamento della casa d'Arragona, e si sarebbe alleato colla Francia

se non avesse temuto di essere poi abbandonato da questa potenza, e

ridotto a sostenere solo tutto il peso della guerra[56].

[56] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, ch. V, p. 158. — And.

Navagero Stor. Ven., t. XXIII, p. 1201. — P. Bembi Stor. Ven., l.

II, p. 21._

Perrone de' Baschi passò in seguito a Firenze. Erano suoi colleghi

d'ambasciata il d'Aubignì, il sovraintendente Briçonnet ed il presidente

del parlamento di Provenza. Vennero questi signori introdotti nel

consiglio de' settanta, cui erano intervenuti col nome d'aggiunti tutti

coloro che negli ultimi trentaquattr'anni avevano seduto come

gonfalonieri nella signoria. E per tal modo quest'assemblea veniva ad

essere composta di persone ligie alla casa Medici. Chiesero gli

ambasciatori che la repubblica promettesse all'armata francese il

passaggio pel suo territorio e vittovaglie contro pagamento. Ma il

consiglio, subordinato a Pietro de' Medici, fu di unanime sentimento di

mantenersi fedele alla casa d'Arragona. Come però i Fiorentini avevano

in Francia molti de' loro più ricchi banchi di commercio, si limitarono

a dare al re una risposta evasiva; e gli spedirono inoltre Pietro

Capponi e Guid'Antonio Vespucci per cercar di conservare la sua

amicizia[57].

[57] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 192-197. — Fr. Guicciardini, l. I,

p. 26, 29._

L'ambasceria francese arrivò a Siena il 9 maggio del 1494. Questa

repubblica manifestò il suo vivissimo desiderio di mantenersi

scrupolosamente neutrale, facendo sentire, che nell'estrema sua

debolezza non poteva, senza estremo pericolo, dichiararsi

anticipatamente contra così formidabili rivali[58]. Alessandro VI, che

fu l'ultimo ad essere visitato dagli ambasciatori, loro dichiarò, che,

avendo i suoi predecessori accordata l'investitura del regno di Napoli

ai principi della casa d'Arragona, non poteva ritorgliela senza un

precedente giudizio, che evidentemente provasse che i diritti della casa

d'Angiò vincevano quelli della casa di Arragona. Incaricò gli

ambasciatori di rappresentare al loro sovrano che il regno di Napoli era

un feudo della santa sede, che al solo papa spettava di pieno diritto la

decisione tra i competitori per via forense, e che, occupando il regno

colla forza, sarebbe lo stesso che attaccare la Chiesa[59].

[58] _Orlando Malavolti Storia di Siena, p. III, l. VI, f. 97. —

Allegr. Allegretti Diari Sanesi p. 529._

[59] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 30. — Rayn. Ann. Eccl. 1494, §

18, p. 432._

Ferdinando dal canto suo non trascurava le vie delle negoziazioni. Spedì

alla corte dello stesso Carlo Camillo Pandone, in cui moltissimo

confidava, per chiedere al re il rinnovamento de' trattati

precedentemente conchiusi con Lodovico XI, offrendosi di assoggettare

all'arbitrio del pontefice ogni loro controversia; lasciandogli inoltre

travedere la possibilità di riconoscere, senza venire all'esperimento

delle armi, la corona di Napoli per tributaria della Francia[60]. Ma

tutte queste proposizioni furono rigettate dal presuntuoso Carlo VIII,

che ordinò all'ambasciata napolitana di uscire all'istante da' suoi

stati[61].

[60] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 21. — Paoli Jovii, l. I, p. 19._

[61] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 27._

In pari tempo Ferdinando negoziava ancora col papa e con migliore

successo che in Francia. Alessandro VI ardentemente desiderava di

appoggiare la fortuna della sua famiglia ad illustri parentadi. Aveva

richiesto che la sua riconciliazione colla casa d'Arragona fosse

suggellata con un matrimonio; e, sebbene si accontentasse d'una figlia

naturale d'Alfonso, figlio di Ferdinando, per uno de' proprj figli,

aveva da Ferdinando avuto un rifiuto; ma il timore de' Francesi aveva

reso più mansueto l'orgoglioso Alfonso, e don Giuffrè Borgia, il più

giovane de' figliuoli di Alessandra VI, sposò donna Sancia, figlia

d'Alfonso. I due sposi non erano ancora nubili; pure don Giuffrè passò

subito al servizio della casa d'Arragona con una compagnia di cento

uomini d'armi, ed andò a soggiornare in Napoli per godere della rendita

di dieci mila ducati e del ducato di Squillace, cedutogli a titolo di

dote. Nello stesso tempo il papa approvò la vendita delle due contee

d'Anguillara e di Cervetri, che era stata la prima cagione del suo mal

umore con Ferdinando. Obbligò per altro l'Orsini a fare un secondo

pagamento in sua mano, e Ferdinando gli somministrò il danaro[62].

[62] _Fran. Guicciardini, l. I. p. 22. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.

192. — Machiavelli Framm. Stor., t. III, p. 1._

Non ommise Ferdinando d'intavolare trattati ancora con Lodovico Sforza;

gli fece rappresentare che le loro famiglie erano unite da tanti legami

di parentela, che, come suol farsi tra congiunti, all'amichevole

dovevano trattarsi le loro differenze. Che se la figlia di suo figlio

aveva sposato Giovanni Galeazzo, la figlia di sua figlia, la duchessa di

Ferrara, aveva sposato Lodovico il Moro; di modo che, qualunque di loro

due conservasse il ducato di Milano, sarebbe sempre erede del trono un

suo nipote[63]. Il matrimonio di Bianca Maria Sforza col re de' Romani

pareva annunciare che Lodovico il Moro abbandonasse l'alleanza della

Francia, perciocchè sapevasi che a dispetto del trattato di Senlis,

Massimiliano conservava un profondo odio contro Carlo VIII[64]. Ma il

Moro trovavasi omai ridotto a doversi abbandonare tra le braccia della

sorte ch'egli stesso aveva provocata, ed a correre tutte le

vicissitudini della pericolosa alleanza ch'egli aveva contratta. Poi

ch'ebbe risvegliata l'ambizione e la vanità del giovine re più non era

in suo arbitrio il calmarle. Nè avrebbe prudentemente operato,

staccandosi da Carlo, e privandosi della sua assistenza, dopo avere così

gravemente provocati i suoi nemici; onde studiavasi soltanto di

guadagnar tempo per non essere attaccato prima della discesa de'

Francesi in Italia; ed invece d'entrare di buona fede nelle proposizioni

di accomodamento che gli faceva il re di Napoli, sforzavasi di

persuadergli, ch'egli non aveva veruna convenzione coi Francesi, e che

più d'ogni altro sentiva i pericoli cui sarebbe esposto, se le armate

francesi penetravano una volta in Italia[65].

[63] Questa duchessa, figlia di Ferdinando e suocera di Lodovico il

Moro, morì l'undici ottobre del 1493. _Diar. Ferrar., t. XXIV, p.

286._

[64] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 193._

[65] _Machiavelli Fram. Ist., t. III, p. 5. — Fr. Guicciardini, l.

I, p. 25._

Ferdinando non trascurava intanto di apparecchiarsi a respingere i

nemici colle armi. Non sapendo per quale strada tenterebbero di

penetrare ne' suoi stati, aveva posta sotto gli ordini del suo

secondogenito, don Federico, una flotta di cinquanta galere e di dodici

grossi vascelli per chiuder loro la via del mare; mentre che Alfonso,

duca di Calabria, cui la presa d'Otranto aveva acquistata somma

riputazione militare, adunava ai confini dei regno un'armata che con

ogni mezzo cercava d'ingrossare[66]. Ma la difesa di Napoli pareva

principalmente appoggiata all'alleanza della Chiesa, sebbene Alessandro

VI cercasse fino all'ultimo istante di approfittare delle inquietudini e

delle angustie del suo alleato per giungere a' suoi privati fini.

Giuliano della Rovere, cardinale di san Pietro _ad vincula_, non aveva

voluto ad alcun patto riconciliarsi con Alessandro VI; erasi ritirato

nel suo vescovado d'Ostia, ed erasi fortificato nel castello ch'egli

aveva fabbricato in questa città, e le di cui torri hanno ancora al

presente i suoi stemmi. Il papa s'infinse di credere che Giuliano colà

si tenesse di concerto con Ferdinando, cui dichiarò di tornare

all'alleanza della Francia se non gli faceva consegnare Ostia. Invano

protestava Ferdinando, che il cardinale della Rovere non dipendeva

altrimenti da lui, ed eccitava il papa a pensare piuttosto ai guasti de'

Turchi in Croazia, che alla guarnigione d'Ostia; un nuovo lievito di

discordia andava fra di loro fermentando, ed il re di Napoli chiaramente

conosceva che non doveva fare fondamento sopra un alleato comperato a

così caro prezzo[67].

[66] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 194._

[67] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 194. — Fr. Guicciardini, l. I, p.

26._

La situazione del vecchio Ferdinando rendevasi ogni dì peggiore; i suoi

alleati ad altro non pensavano che a vendergli più care le loro promesse

di soccorsi, senza allestire i mezzi di assisterlo. Vero è che ancora i

suoi nemici non avevano dispiegata attività che negl'intrighi; ma

avevano intanto sciolta quella confederazione dell'Italia che poteva

inspirar timore agli oltremontani. Da parecchi anni l'Italia godeva

piuttosto pace che felicità; più prospero era il di lei stato, ma i suoi

desiderj non erano soddisfatti; confidava nelle proprie forze ancora

intere, e segretamente desiderava di fare nuovi sperimenti del suo

valore. Avanti che i popoli sentano il peso delle calamità della guerra,

futili passioni, l'inquietudine, la curiosità, il bisogno di vive

emozioni, l'amore del più grande de' giuochi d'azzardo, li consigliano

spesse volte a provocare le rivoluzioni. Il solo Lodovico il Moro aveva

negoziato colla Francia, ma dall'una all'altra estremità della penisola

la metà degli uomini aspettava con impazienza un'invasione di cui essi

medesimi avevano paura. Lo stesso duca Giovanni Galeazzo Sforza andavasi

lusingando che la venuta ne' suoi stati di un re, suo parente, potrebbe

mutare la sua sorte. Il duca Ercole III di Ferrara, che si era associato

alle negoziazioni di suo genero, Lodovico il Moro, operava nelle future

turbolenze di riavere il Polesine di Rovigo rapitogli dall'ultima pace.

I Veneziani desideravano di vedere umiliata la casa d'Arragona; i

Fiorentini di scuotere il giogo della casa de' Medici; il papa di farsi

arbitro tra i due potentati; i numerosi nemici della casa d'Arragona nel

regno di Napoli di vendicarsi della lunga oppressione. Assicurasi che

Ferdinando, testimonio di questo universale fermento, pensò a malgrado

della sua avanzata età di recarsi a Genova per abboccarsi col Moro, onde

fargli sentire a quali pericoli esponeva l'Italia e sè medesimo, aprendo

imprudentemente le sue porte ad un nemico di tutti loro più forte.

Supponeva di potere tuttavia esercitare l'impero della ragione e della

sana politica sopra un principe di cui conosceva il pieghevole ingegno e

la singolare accortezza[68]. Mentre occupavasi di questi progetti,

tornando un giorno dalla caccia, fu in un modo affatto impensato preso

da un'affezione catarrale che lo trasse in due giorni al sepolcro. Morì

il 25 gennajo del 1494, in età di settant'anni dopo un regno di

trentasei, lasciando due figliuoli, Alfonso e Federico, di già riputati

nella carriera militare, e il primo de' quali fu all'istante

riconosciuto per suo successore[69].

[68] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 28. — Machiavelli, Fram. Stor., t.

III, p. 4._

[69] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 27. — Pauli Jovii Hist., l. I, p.

20. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 195. — Petri Bembi Hist. Venet.,

l. II, p. 24. — Summonte Ist. di Napoli, l. V, t. III, p. 539. —

Giannone, l. XXXIII, c. 2, p. 621._

La fortuna, che aveva in tutto il tempo del viver suo prodigati a

Ferdinando quei doni di cui egli non sembrava meritevole, gli fu ancora

favorevole in ciò, che lo rapì al mondo nell'unico istante in cui la sua

morte poteva riuscire spiacevole. Non solo i suoi natali erano

illegittimi, ma tanto vergognosi, che suo padre mai non aveva voluto

palesarne il segreto, lo che diede luogo ad opposte conghietture; ma

questa macchia non gl'impedì di occupare un trono che dovevano invidiare

i più potenti monarchi. Non mostrò nè singolare valore, nè sommi talenti

militari, sia nelle spedizioni di cui l'incaricò suo padre, sia nelle

violenti lotte ch'ebbe a sostenere contro i suoi sudditi ribelli; e non

pertanto trionfò di tutti i suoi nemici. Non aveva da suo padre Alfonso

ereditato nè la sincerità, nè la galanteria, nè la generosità, nè

verun'altra delle sue amabili qualità, sebbene avesse avuta la fortuna

di cattivarsi tutta l'affezione di così grand'uomo. Ebbe per competitori

due principi, che gli erano di lunga mano superiori per virtù militari,

politiche e morali. Uno di loro, il conte di Viane, suo nipote, aveva a

suo favore tutte le fazioni arragonesi; l'altro, il duca di Calabria,

quella degli Angiovini. Quei baroni napolitani, che non avevano

apertamente abbracciato verun partito, sembravano inclinati a porsi con

quello che poteva liberarli da Ferdinando; ma l'uno e l'altro furono

perdenti, e Ferdinando regnò trentasei anni. Egli fece perire in

prigione coloro che avevano più volte tentato di scuotere il suo giogo,

e consolidò colla crudeltà e colla perfidia un'autorità sempre più

detestata. I primi prosperi avvenimenti sono il più delle volte l'opera

di una cieca fortuna, ma la loro costanza vuolsi ascrivere ad

un'accortezza, che, per esserci troppo odiosa, ricusiamo di riconoscere:

tale fu quella di Ferdinando. Non possedette veruna delle qualità che

caratterizzano i grandi uomini, non generosità, non nobiltà; ma

possedeva una consumata prudenza, e la sua politica fu poche volte

fallace. Conseguì quanto volle, in quel modo che gli scellerati giungono

ai loro fini, in onta delle regole della giustizia e della morale. Regnò

lungamente, e morì sul trono. Se questo era il suo scopo, l'ottenne; ma

regnò detestato, e morì lasciando la sua famiglia in gravissimo

pericolo, e quando quella prudenza, ch'era in lui conosciuta ed

abborrita, poteva sola salvare suo figlio da imminente ruina.

Ferdinando era di mediocre grandezza, aveva volto grande e bello,

circondato da lunghi capelli di color castagno; aveva aggradevole

fisonomia, fronte aperta, corpo piuttosto pingue e proporzionata

grandezza. Straordinaria era la di lui forza: essendosi un giorno

scontrato in un toro fuggito, che attraversava la piazza del mercato di

Napoli, lo prese per le corna e lo fermò. Aveva coltivati gli studj, e

possedeva varie scienze, ed in particolare la giurisprudenza, che

risguardava come necessaria ai re. Aveva grazioso parlare; dando udienza

ai suoi sudditi, sapeva dissimulare tutti i sentimenti che potevano

renderlo odioso, ed in generale aveva l'arte di congedarli soddisfatti.

Non debbono tutte attribuirsi a politica le innumerabili sue crudeltà;

gliene suggerì molte la sua passione per la caccia, avendo provveduto

alla conservazione della selvagina riservata ai suoi piaceri con atroci

ordinanze, che faceva senza pietà eseguire contro gli sventurati

contadini del suo regno[70].

[70] _Summonte Ist. di Napoli, t. III, l. V, p. 540, ediz. in 4.º di

Napoli, 1675._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12 (of 16) · 第 3 / 13 题