II.

Piccole le figure; ristretto e piccino anche il quadro.

La Firenze di cotesto periodo non era della Firenze d'oggi che il

boccio, apertosi più tardi nel fiore che ne uscì fuori con tanto

rigoglio e tanta vivezza di colori e di profumi. Allora noverava circa

80,000 abitanti: e nel perimetro della quarta ed ultima cerchia delle

sue mura, spesseggiavano verso la cinta gli orti, i giardini, i poderi,

tanto da occuparne un buon terzo. Nel centro, le strade, intorno al

Vecchio Mercato ed al Ghetto che abbiam veduto distruggere, erano

strette, malagevoli, storte. Via de' Calzaioli, che allora chiamavasi

Via dei Pittori e Corso degli Adimari, era così angusta che non vi

passavano due carrozze di fronte, e quando fu allargata nel 1842

abbattendo l'antica torre che sovrastava il suo ingresso verso Piazza

del Duomo, la pacata musa di Emilio Frullani ne salutò la scomparsa non

senza rimpianto.

Cadrai tu pure, antica

Torre degli Adimari;

E non gente nemica,

Ma cittadini avari

Ti combattono i fianchi, e si saluta

Con plauso il giorno della tua caduta.

I Lungarni, di qua terminavano al Ponte alla Carraia, e poc'oltre

Piazza de' Cavalleggeri: di là al Ponte S. Trinita e al Torrino di

Santa Rosa. Strettissime Via de' Martelli, Via de' Cerretani, Via

de' Panzani e Via de' Tornabuoni, dove la loggetta del palazzo Corsi

sorgeva al fianco del palazzo Strozzi. Le Cascine arrivavano sin presso

S. Lucia sul Prato, e vi si accedeva o dalla Porta al Prato o dalla

Porticciuola di Piazza delle Mulina, dov'è ora Via Curtatone. Fra

Valfonda e Via della Scala, nell'area occupata dalla Stazione e dalle

strade adiacenti, si stendevano orti e poderi; fra Via S. Zanobi e

l'odierna Via Guelfa sino alle Mura, orti e poderi; e così fra Via del

Maglio (Via Lamarmora) e Via Gino Capponi, e in quel grande rettangolo

che avea per lati: Borgo Pinti, Via de' Pilastri e Borgo la Croce e le

mura da Porta a Pinti a Porta alla Croce.

In Piazza del Granduca, fra Calimaruzza e Vaccherecchia, la _Tettoia

de' Pisani_ copriva l'edificio della Posta, dove entravano e donde

movevano allo squillo delle cornette le vetture corriere, co'

variopinti postiglioni a cavallo, svelti e vivaci alla partenza, sudati

e polverosi all'arrivo desiderato, e sempre accerchiati e molestati

dai monelli, dai curiosi, dai fannulloni. Traverso alle inferriate

del palazzo si distribuivano le corrispondenze: e nei giorni di posta

(perchè a quei tempi beati anche la posta si riposava), sotto il tetto

de' Pisani affluivano quanti aspettavano lettere: e ne chiedevano

agl'impiegati con quell'ansietà onde ne chiedono anch'oggi, e ne erano

accolti colla stessa fiaccona. Di solito, tranne nelle vie principali e

la festa, o per qualche ricorrenza, poca gente per le strade. Vetture

di piazza non c'erano: fino al 1824 S. Fiacre non ebbe culto fra

noi. In quell'anno ne comparvero cinque o sei, ed ebbero per stazione

Piazza del Duomo presso il _Sasso di Dante_. In Via Larga, di faccia

al palazzo Riccardi, fra una lastra e l'altra cresceva l'erba. Modeste

le botteghe, anch'esse tagliate all'antica: come quelle più antiche

del Ponte Vecchio o le ultime scomparse presso Badia, aveano dinanzi

un muricciuolo, entro il quale si apriva uno stretto usciolino, e di

qua e di là sul muricciolo eran le bacheche, di vetri verdastri, tra

le cui crociate entrava nella bottega una luce discreta.... come i

prezzi d'allora. Dopo il 1814, cominciarono a comparire nei negozi più

eleganti le prime vetrine, e ne segnala lo sfarzo meraviglioso nella

sua _Cronaca_ manoscritta Gaetano Nardi, cuoco degl'illustrissimi

marchesi Niccolini, che a' suoi padroni lasciò in retaggio venti e più

volumi di storie, dove ragiona di tutto, d'archeologia e d'edilizia, di

religione e di politica, dimostrando le strette attinenze che ha sempre

avuto la politica con la cucina.

La vita fiorentina di quegli anni, la vita pubblica almeno, consisteva

in feste di chiesa, in processioni, sfoggiate e solenni, in fiere

di nocciuòle, di cocci di cianfrusaglie, in riviste o come dicevansi

_parate militari_, in corse di barberi, nelle quali si correvano palii

o bandiere, nella gran corsa dei cocchi in Piazza S. Maria Novella

la vigilia di S. Giovanni, in fuochi artificiali che per lo più

scoppiavano e sfolgoravano in razzi e pioggie luminose dall'alto della

Torre di Palazzo Vecchio; in _mascherate_, in festini sotto gli Ufizi,

ed in balli. Lo scoppio del carro del Sabato Santo, la fiera della

SS. Annunziata l'8 settembre con l'illuminazione e le _rificolone_,

richiamavano a frotte il contadiname e la gente de' paesi vicini, que'

buoni _terrazzani_ che, nelle solennità, assaporavano con ghiotta

parsimonia un di quei gelati del Bottegone, mantecati, deliziosi,

che si ergevano piramidali sopra uno stretto ed esile bicchierino.

Le processioni, i servizi di chiesa, ristabiliti col 1815, quando

si ripristinarono con gran pompa le feste del _Corpus Domini_ e di

S. Giovanni Battista, empivano d'allegrezza l'animo di tutti, e di

rimpianto chi era impedito d'assistervi. Giacomo Leopardi, tormentato

da uno de' suoi mille malanni, scriveva nel 1827: «Domani sarà per me

un giorno feriato. Gli altri avranno corse di bighe, corse di barberi

dei primi d'Italia, fuochi artifiziali che costano non so quante

migliaia.... Io non vedrò nulla, e me ne dispiace.» E davvero c'era di

che lamentarsi!

Per il _Corpus Domini_ si faceva la gran processione, preparata,

aspettata, desiderata di lunga mano. I giorni innanzi si stendevano

grandi tendoni bianchi sulle vie per cui doveva passare, e già la

città pigliava un aspetto festivo. Chi abitava più su dei primi piani

doveva rassegnarsi a non veder nulla di casa sua; ma i favoriti dalla

fortuna addobbavano le finestre e i terrazzini con tappeti ed arazzi,

preparavano le bombole, gli scartocci o le padelle per l'illuminazione,

con gran gioia dei ragazzi che già apparecchiavano lo stomaco per

i rinfreschi e sognavano la notte i fuochi, i soldati e gli spari.

Finalmente veniva il gran giorno, salutato dallo scampanìo di tutte le

chiese. Il momento solenne si avvicina. Ecco la processione: sfilano le

compagnie delle parrocchie con gli stendardi e i fuciacchi; seguono le

fraterie salmodiando; e poi, precede il clero di S. Lorenzo, e quello

della Metropolitana, prima i seminaristi poi i chierici. Segue un

battaglione di fanteria con banda; indi i cappellani e un battaglione

di granatieri. Ecco le livree di Corte, la nobiltà in uniforme e

spadino, e l'uffizialità in gran montura. Seguono i canonici della

Metropolitana, i furieri e gli uscieri in uniforme di gala, poi i

ciambellani coperti di croci e di ricami, i canonici dignitari con le

pellicce magnifiche, i consiglieri che recano torce date dalla Corte,

i Ministri ecclesiastici parati, le cariche di Corte con torcie, e

finalmente il baldacchino fiancheggiato da 8 paggi coi loro precettori

in linea e senza torcia e 8 guardie del corpo con carabina. L'aste

del baldacchino son sostenute da' cavalieri di S. Stefano vestiti

del lungo manto bianco con le maniche foderate di rosso, con la croce

purpurea a manca o sul petto. E dietro al baldacchino S. A. I. e R.

il Granduca, con 4 guardie del corpo armate di carabina, seguìte dal

gran ciambellano, dal segretario d'etichetta, dai camerieri e dalle

magistrature. Chiudono il corteggio una brigata di guardie a cavallo e

le milizie toscane, con gli enormi _gaschi_ e le lucerne; e i tamburi,

in doppie, in quadruplici file, seguìti dai pifferi e diretti, guidati,

tiranneggiati dal gigantesco capotamburo, che rotea in alto superbo

la sua mazza d'ebano col pomo d'argento, al cui terribile cenno essi

battono il rullo assordante o lo sospendono d'un tratto... impietriti.

La vigilia di S. Giovanni, nel dopopranzo, il palio dei cocchi in

Piazza S. Maria Novella, a cui interveniva nei carrozzoni di gala e

in gran pompa la Corte, che prendeva posto coi Ministri esteri in un

palco sotto le loggie di S. Paolo. Cominciava la festa con un corso di

carrozze, mentre i palchi dell'anfiteatro, le finestre, le terrazze e

perfino i tetti delle case sulla piazza si empivano, si accatastavano

di spettatori. E all'ora fissata, i soldati sgombravano la Piazza

e comparivano le quattro bighe alla romana, guidate da un auriga,

non diciamo un _cocchiere_, vestito all'eroica, di rosso, di giallo,

d'azzurro o di verde come il suo cocchio. Tirato il canapo e data la

mossa, tra gli applausi, i fremiti e le ansie della folla, le bighe

giravano tre volte attorno allo steccato da una guglia all'altra e chi

primo giungesse avea gli onori del trionfo, gli evviva, gli abbracci e

la gloria d'un giorno. La sera fuochi d'artifizio da Palazzo Vecchio, e

dopo il 1826 sul ponte alla Carraia; illuminazione della città, della

Cupola, del Battistero e del Campanile, e trattenimento musicale nel

recinto fra la Canonica e il Duomo.

Il giorno di S. Giovanni, il Gonfaloniere col Magistrato civico

recavasi al tempio per l'offerta della cera; poi messa pontificale

dell'Arcivescovo nella Metropolitana, a cui interveniva la Corte. Nel

pomeriggio corsa di barberi dalla Porta al Prato a quella alla Croce,

con premio d'una ricca bandiera, che si faceva benedire in S. Giovanni.

La corte assisteva allo spettacolo dal terrazzo al principio del Prato,

con in faccia schierate le guardie a cavallo. Il tragitto era percorso

dai barberi in circa sette minuti, e dalla sommità della Porta alla

Croce si facevano alcune fumate di polvere per avvisar qual dei cavalli

fosse primo arrivato, e le fumate ripetevansi dalla pergamena della

Cupola del Duomo: il Sovrano, vedutele dalla sua loggia, segnava il

nome del vincitore sulla _nota_ che aveva in mano e che gettava alla

folla. La sera _spettacolo di gala_ all'I. e R. Teatro di Via della

Pergola con grande illuminazione e con passo libero al popolo, o feste

campestri nel giardino del _Teatro di S. Maria_, più tardi intitolato

al Goldoni.

Ma non scordiamo gli spari, le salve di artiglieria e moschetteria,

che si facevano sulla Piazza del Duomo e dal Forte di Belvedere,

mentre il Granduca e la Corte assistevano alla messa pontificale! Al

comando _caricat'-arm!_ gridato dai comandanti a cavallo, i fucilieri

eseguivano i 24 movimenti prescritti; le bacchette d'acciaio, svelte

con prestezza dai fucili, luccicavano fra le mobili dita dei militi,

e dopo mille giravolte cadevan tutte d'un colpo nelle canne dei

moschetti, per uscirne, e dopo altrettanti giri, tornare al loro

posto: s'innescava il fucile, l'acciarino batteva sulla pietra; e da

quelle mille bocche da fuoco scoppiava il baleno ed il tuono, mentre

un fumo denso e biancastro avvolgeva ogni cosa. I ragazzi e le donne

strillavano o si tappavano gli orecchi; e dopo il terribile rimbombo,

riapparivano le file dei soldati, immobili, come fantocci di legno. Per

ogni colpo, 24 movimenti e tre minuti di manovra! Il tempo per scappare

fuori di tiro!

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte 1 Conferenze fiorentine - Storia · 第 22 / 29 题