III.

A tutti questi divertimenti, e perfino ai più umili, anche a quello

della _caccia al grillo_ il giorno dell'Ascensione alle Cascine,

partecipava con la Corte il bel mondo che — come dice lo Stendhal —

metteva in pratica la grand'arte d'esser felice, senza neppur sapere

quanto sia difficile il possederla.

La società elegante, la nobiltà e la cittadinanza più ricca non

sdegnava di restare a Firenze molta parte dell'anno. In campagna a

villeggiare si andava soltanto in maggio e in giugno, ritornando in

città per il _Corpus Domini_ e per le Feste di S. Giovanni. E in città,

nei palazzi e nelle case antiche, in quelle vecchie strade dove ne'

solleoni senti uscire dalle cantine e dai cortili un frescolino che par

quasi alitare dalle pietre come vi fosse dentro conservato da secoli, —

non temevano gli ardori canicolari e non sentivano il bisogno nè delle

bagnature, nè dell'aria di montagna. I bagni eran soltanto per i malati

sul serio; e i medici non conoscevano che la virtù terapeutica dei

_Bagni di S. Giuliano_ e delle _Terme di Montecatini_; e ci spedivano

chi ne avesse bisogno, e non, come ora, tutta la famiglia. In campagna

si tornava dopo la SS. Annunziata (15 d'agosto) e ci si restava fino a

S. Michele (29 settembre), senz'altri svaghi che la solita partita, il

paretaio o la caccia a tempo e luogo, qualche ballonzolo campestre per

la vendemmia, e i dilettevoli giuochi di società come la _berlina_ e il

_tibidò_.

D'inverno in città si tenevano le _conversazioni_, ricevimenti

alla buona dove si giuocava al _terzilio_, alle _minchiate_, a'

_quadrigliati_, a _calabresella_, al _whist_ ed all'_hombre_, si faceva

un po' di musica con _forte-piano_, cembalo, violini, violoncelli

e cantanti da camera, e si giravano rinfreschi, sorbetti, acque,

sciroppi, e qualche volta il _thè_. D'estate si riceveva in giardino,

e si passava il _cocomero in diaccio_. La padrona di casa riceveva in

abito accollato; perchè in giubba e in _décolleté_ non si andava che a

feste per inviti in iscritto.

Fra i salotti più antichi, quello della contessa d'Albany, che abitava,

com'è noto, nel Palazzo Gianfigliazzi in Lungarno. Negli ultimi anni,

la Contessa ed il Fabre eran diventati molto agri, lei in ispecie,

fosse la politica o la vecchiaia o l'uggia di vedere che tutti la

rispettavano, fuori che il tempo. I sabati della Contessa erano

frequentatissimi dai forestieri, dai diplomatici e dai Fiorentini, che

bofonchiavano un maligno epigramma:

Lung'Arno ammirano i forestieri

Una reliquia del conte Alfieri.

Una sera, coi fratelli Robilant, arrivati allora in Firenze ci capitò,

dopo la Pergola, anche Massimo d'Azeglio, che le sentì dire, rivolta

al principe Borghese: «_A quelle heure viennent ces Messieurs!_»

L'Azeglio, incenerito da quel fulmine, si tirò indietro e s'accostò al

conte di Castellalfero, ministro sardo in Toscana, che essendo sera

di gala portava il grande uniforme tutto ricamato con gran cordoni e

croci e patacche di brillanti e che l'accolse con l'usata benevolenza.

Rinfrancato, venne all'Azeglio l'idea di pigliare da un vassoio un

gelato, di quelli durissimi, che si chiamavano allora mattonelle, e

che voleva rappresentare una pèsca. «Io mi trovavo proprio a petto al

Conte, scrive l'Azeglio, e mentre cerco col cucchiaino d'intaccare la

mia pèsca, ecco che mi schizza di sotto come un nocciolo di ciliegia

pizzicato, la vedo balzare sul gran cordone del Ministro, e dal cordone

rimbalzare sul tappeto e rotolare fin davanti alla contessa d'Albany.

— Mi pare di correre ancora! e fu quella la mia ultima visita!»

Morta la Contessa nel 1824, la sua perdita alla maggior parte dei

nostri e degli stranieri, fu meno sensibile che non doveva. La società

buona in tutti i paesi, osservava Gino Capponi, che fu assiduo di quel

salotto, è _un mauvais lien avoué_, e si reputa virtù il dir male di

quelli che si frequentano più.

Ma, di case ospitali, a Firenze non c'era penuria. La marchesa

Clementina Incontri, nata di Prié, coltissima dama, apriva il suo

palazzo di via de' Pucci alla più eletta società, e vi convenivano i

Piemontesi più specialmente e i letterati. In casa Incontri, come in

casa Rinuccini, le persone più istruite e più liberali eran le meglio

accette; perchè coteste due famiglie fin dai tempi dei Francesi furon

l'anima del partito rinnovatore italiano e parteggiavano per Eugenio

Beauharnais, vagheggiando e caldeggiando la riunione della Toscana

al Regno Italico. Il marchese Pier Francesco Rinuccini e il marchese

Lodovico Incontri erano stati in gioventù benissimo accolti in casa

del ministro Tassoni, che rappresentava il Vicerè d'Italia presso

la Regina d'Etruria e dipoi presso il Governo provvisorio francese

e la granduchessa Elisa Baciocchi. Le tradizioni liberali delle due

famiglie, apparvero anche nei parentadi, perchè le tre figlie del

Rinuccini andarono spose una al marchese Trivulzio di Milano, una a don

Neri Corsini marchese di Lajatico e la terza all'emigrato pontificio

marchese Azzolino; mentre una delle figlie di Gino Capponi ebbe per

marito il figlio del marchese Lodovico Incontri.

In casa Rinuccini, così nel palazzo d'oltrarno come nella villa alla

Torre a Quona, si coltivava la musica e si facevan recite memorabili.

Nel teatrino della Torre a Quona, ne rimasero e forse ne durano ancora

i ricordi, nei vestiari coi quali le damine e i cavalieri d'allora si

trasformavano nei personaggi del Goldoni, del Giraud o del Nota.

Un tempo, il marchese Pier Francesco Rinuccini mise in voga le _cene_,

che si facevan d'estate, in carrozza, con allegre comitive, andando qua

e là ne' dintorni, ne' freschi delle notti stellate. Le cene duravano

fin quasi all'alba, i palazzi restavano muti e abbandonati nell'assenza

dei padroni. Una notte, il marchese Pier Francesco, tornato a casa

all'improvviso, non trova nessuno in porteria, sale le scale quasi a

tastoni, entra nel quartiere che vede illuminato, e gli si presenta

dinanzi un servo con un vassoio pieno di rinfreschi.

— Che cosa fate? dove andate? — gli grida.

Il servo allibisce. Il Marchese si fa innanzi, spalanca una porta e

vede nel salone una scena singolarissima: coppie che ballavano, e che

al suo apparire rimasero di stucco. I servitori e le cameriere, la

guardaroba, l'anticamera, la cucina e la scuderia, facevano da padroni,

e se la scialavano allegramente.

Qualche ballerina svenne, e il Marchese durò gran fatica a fare il

serio ed il burbero.

Ma d'andar fuori a coteste cene, d'allora in poi, passò la voglia a lui

e agli amici.

La bonarietà indulgente de' patrizi non veniva mai meno. Se il Granduca

andava fuori a passeggiare a piedi, con lo scialle sul braccio,

reggendosi l'ombrellino; i signori non erano meno cordiali, espansivi,

alla mano. Anche nelle case più nobili si riceveva persone d'altro

ceto, e il giovedì e la domenica c'era sempre in tavola la posata o per

qualche sacerdote, o per qualche artista o letterato, che riferiva le

notizie correnti e restava la sera a far la partita. Le spese non erano

grandi: la tavola abbondante ma senza spreco; i vini forestieri venner

di moda più tardi coi _nuovi ricchi_, e le gole toscane si contentavano

del vermutte, del vin santo e del trebbiano, spremuti dai vigneti

fiorenti, ancora immuni dalla crittogama e dalla peronospora, celebrati

dal Redi e dal Carli.

Per abbozzare alla meglio un quadro della vita fiorentina in

quegli anni, riferirò alcuni passi d'una lettera scritta da Vienna

nell'aprile del 1822 al senatore Giovanni Degli Alessandri, presidente

dell'Accademia di Belle Arti e direttore delle Gallerie, dal conte

Angelo Maria D'Elci, grande e benemerito bibliofilo e poeta satirico

mordace. Il D'Elci che donò la sua ricchissima collezione di libri

rari alla Laurenziana, era un feroce _codino_, che salutò con gioia la

caduta di Napoleone e il ritorno del paterno regime: era altresì assai

sciolto e libero nello scrivere, e le lettere all'Alessandri, sono

assai più _salate_ degli epigrammi che pubblicò. «Quanto all'uniformità

e monotonia della vita quotidiana che costì si mena, credetemi che è la

stessa cosa anche qua a Vienna; colla sola differenza che costì tutto

si fa in piccolo e in brutto e qua in gigantesco e magnifico. Costà

si giuoca e si perde al più cinque paoli per sera: qua si giuoca pure

e si perdono 4 o 500 zecchini. Parlo di giuochi di società: _hombre_,

_whist_, ecc. Quando l'Ambasciatore di Napoli dà pranzi, ogni pranzo

costa circa 3 o 400 zecchini. Quindi i principali signori sono gottosi,

malsani e s'abbreviano e s'infelicitano la vita col mangiare, col

bevere e con gli stravizzi. Tutto ciò si fa anche in Firenze, lo so; ma

finalmente non ci si spende tanto. Non vi parlo del lusso di cavalli,

di carrozze, di livree, di mobili, nè della magnificenza dei debiti

e dei fallimenti. In Firenze nel corso di tutta la mia vita non ho

veduto altro fallimento che quello del Sassi, _che abbia fatto onore

al paese...._» E prosegue brontolando contro quello che rovina ogni

buon principio, divora le sostanze, impedisce l'istruzione, sovverte

le famiglie, e turba l'amministrazione pubblica e la privata. «A parer

mio, questo gran disordine è l'_epicureismo_, e credetemi che l'ozio,

la negligenza, l'ignoranza, la corruzione, l'ambizione stessa viene

dall'eccessiva voglia di divertirsi per _fas_ e per _nefas_.»

Ma questi rimbrotti codini, non del tutto immeritati, dovevano

rivolgersi piuttosto a Vienna, che a Firenze, dove la corruzione

elegante delle grandi metropoli trovava una gran rèmora nella

parsimonia dei sudditi e nel governo del Granduca. Non dirò che a

Firenze imperasse la musoneria sanfedista; ma la sbrigliatezza del

vivere vi era ignota o quasi. Tutti i divertimenti consistevano nelle

feste, nei teatri e nei ricevimenti. A casa Mozzi, sotto l'impero

della bella contessa Teresa, nel palazzo in cui fu ospite nel 1304 il

Cardinal da Prato, e nel giardino che in boschetti discreti s'inerpica

sulla Costa, l'ospitalità praticavasi con grande larghezza.

La _belle italienne_, come la chiamò Napoleone, ammirandone le forme

venuste, avrebbe meritato un inno del Foscolo, se alle tre Grazie la

Mitologia neoellenica ne avesse aggiunta una quarta, quella sacra al

piacere. La società che affollava i salotti o sperdevasi sapientemente

in giardino, era un po' mista, senza soverchio sussiego, come l'indole

della padrona di casa consentiva.

Anche da ricordare le signorili ospitalità delle marchese Luisa e

Margherita Panciatici, in via Larga, nel palazzo che sta in fronte

a palazzo Riccardi. — Quelle di casa Tempi nel palazzo di via de'

Bardi, ora Bargagli, dove conveniva la società elegante, mondana, e si

combinavano matrimoni, preparati, agevolati dalla cortese indulgenza

della Marchesa. Quelle di casa Orlandini, nel cui palazzo ebbe più

tardi dimora Girolamo Bonaparte conte di Monfort.

Ma rinomatissimi erano i _lunedì_ d'un'altra gentildonna, le cui

conversazioni frequentò nel 1812 e nel 1813, mentre fu a Firenze,

un gran corteggiatore di donne, Ugo Foscolo, che la immortalò nelle

Grazie. Ricordate?

Leggiadramente d'un ornato ostello

Che a Lei d'Arno futura abitatrice

I pennelli posando edificava

Il bel fabbro d'Urbino, esce la prima

Vaga mortale, e siede all'ara: e il bisso

Liberale acconsente ogni contorno

Di sue forme eleganti; e fra il candore

Delle dita s'avvivano le rose,

Mentre accanto al suo petto agita l'arpa.

Eleonora Pandolfini-Nencini, la bella sonatrice d'arpa, nel palazzo

edificato non già da Raffaello, ma cominciato da Gianfrancesco Sangallo

e compiuto nel 1538 da Bastiano d'Aristotile, continuò anche durante

la Restaurazione e più tardi a mostrarsi degna degli omaggi poetici e

della passione che aveva ispirato a Ugo Foscolo, e a far gli onori del

«leggiadro ostello» con una grazia che le sue stesse rivali, anche la

D'Albany, non riuscivano a vilipendere. In casa Corsini, non frequenti

gl'inviti. Il principe Don Tommaso, nominato senatore di Roma, riceveva

più a Roma che a Firenze. Ma fra il 1819 e il 1824 le signorine, con la

governante signora Enriquez, diedero nuovo esempio di ricevimenti alle

amiche e compagne, che riuscirono novità gradita e imitabile.

Dopo il 1821, la quiete fiorentina consigliò molte grandi famiglie a

prender fra noi stabile dimora. Don Camillo Borghese, stanco dei viaggi

e delle emigrazioni, venne col fratello Francesco principe Aldobrandini

in Firenze e presero stanza nell'odierno villino Salviati in Borgo

Pinti. Nel 1825, nella villa Zambeccari, ora Fabbricotti, a Montughi,

moriva dopo lunga e penosa malattia, Paolina Bonaparte, un'altra di

quelle bellezze canoviane, con la breve testa capricciosa e il cuore

di marmo.... o di fuoco. Il trasporto fu fatto con grande pompa e

solennità, traversando tutta Firenze: l'esequie celebrate nella chiesa

di Badia, donde il corpo fu spedito a Roma, in un carro. Il principe

Camillo, parve non mostrarne troppo rammarico; perchè poco appresso

dette ordine all'architetto Baccani di edificargli in 18 mesi il

Palazzo, che sorse in via Ghibellina, su case che eran già appartenute

ai Salviati. Costruito il palazzo, con puntualità che parve miracolosa,

vi si dettero feste e ricevimenti magnifici, a cui interveniva la

Corte.

Principi spodestati e re in esilio cercavan rifugio sotto la protezione

di Ferdinando III, che stentò molto a concederla. Ci volle l'intervento

dell'imperatore Francesco, perchè Luigi Bonaparte, l'ex re di Olanda,

che aveva preso il nome di _Conte di S. Leu_, potesse ottenere il

permesso di fermarsi a Firenze. Questi da prima comprò a Montughi

dai Capponi delle Rovinate una villa, poi il palazzo Gianfigliazzi,

ove rimase fino agli ultimi anni. A Montughi confutava la _Vita di

Napoleone_ di sir Walter Scott, componeva romanzi che leggeva alla

contessa D'Albany, cui parevano pesanti e noiosi, e spesso non pagava

i suoi debiti. Nel 1822 un tal Viviani era creditore dell'ex re di

ottocento scudi per biada e foraggi. Il conte di S. Leu voleva fargli

una tara di cento scudi, che il Viviani non volle accettare; anzi,

avvicinatosi al principe con modi arroganti, gl'impose di pagarlo

subito e senza tara. Il principe, temendo quelle minacce, impugnò

le pistole: accorsero i servi, e il Viviani fu messo alla porta. Nel

frattempo la moglie del Viviani che aspettava nel viale, incontrò un

fanciullo con gli occhi cerulei e il naso aquilino, al quale ne disse

di tutti colori sul conto di quell'ex re che non pagava i suoi debiti.

— Ma il conte è mio padre, signora! — rispose il fanciullo, che doveva

essere il futuro Napoleone III.

La Viviani restò mortificata; ma il giorno dopo il marito fu

soddisfatto di ogni suo credito.

Dietro il conte di S. Leu vennero in Firenze gli altri due fratelli:

Giuseppe che aveva preso il titolo di _Conte di Surviller_, e l'ex

re Girolamo che si faceva chiamare _Conte di Monfort_. Giuseppe con

madame Clary e mademoiselle Zenaide dimorò nel palazzo Serristori,

dando sontuosi pranzi, ma non balli nè grandi ricevimenti, perchè

madame Clary era infermiccia. Proteggeva le arti, faceva lavorare gli

artisti, e andava ogni giorno alle Cascine in una gran _calèche_ a otto

molle, col carro e la cassa color paglia, come tutti gli equipaggi dei

Bonaparte. Il conte di Monfort, di tutti il più giovane, avea preso

in affitto il palazzo Orlandini, dove compirono la loro educazione

i figli di lui Girolamo e Matilde. Le livree verdi del re Girolamo,

le sue feste, le sue avventure interruppero la musoneria fiorentina,

e duraron gran tempo nella memoria di tutti. Jules Janin, che fu a

Firenze nel 1838, ricorda una festa sontuosa a cui intervennero i

Borboni di Napoli e di Spagna, e di cui faceva gli onori una giovinetta

bianca e vermiglia, la principessa Matilde, che accoglieva gli ospiti,

non come una principessa esiliata, ma come una bella giovane parigina

dimenticata sulle sponde dell'Arno. In casa Serristori presso il

fratello maggiore Giuseppe, solevano i Bonaparte riunirsi la sera: e

l'affitto di quel palazzo ceduto dal conte Niccola Demidoff al conte

di Surviller fu pronubo delle nozze fra la Matilde e Anatolio Demidoff

ch'ebbe in tale occasione dal Granduca il titolo di Principe di S.

Donato.

I Demidoff eran già venuti a Firenze dopo il 1809. Del conte Niccola,

ricco come un Creso, e così come ricco benefico, è ancor vivo il

ricordo fra noi. Nel 1814 comprato il convento di S. Donato, lo ridusse

in breve in una villa magnifica, circondata da un parco adorno di

loggiati, di statue, di rarissime piante. Poi si dette a fare opere di

beneficenza: istituì asili, pensioni, ospizi, scuole gratuite, opificî.

— Il fratello Paolo, ricchissimo anch'egli, a lui non somigliava punto:

viveva solitario, e soltanto di tratto in tratto dava una gran festa in

cui profondeva tesori. Nel 1831 dette un ballo e fece parare di nuovo

tutte le sale; poi staccò i parati e li regalò ai servitori, che li

rivenderono 100,000 franchi. Non poteva toccare un oggetto se altri

prima di lui l'avesse toccato senza guanti. Un giorno fu trovato da

un amico tutto intento a bagnare nell'acqua odorosa, entro un calice

d'oro, i biglietti della Banca di Pietroburgo.

— Lavo, — disse, — questi fogli, perchè puzzano orribilmente! —

Un'altra volta, invitò a colazione un diplomatico inglese, che nel

calore della conversazione prese senza badarci dalla zuccheriera un

pezzo di zucchero con le dita. Il Russo ordinò subito al servitore di

buttar lo zucchero rimasto fuor di finestra. Ma il flemmatico Inglese

non si scompose: bevuto il caffè, gettò dalla finestra tazza, piattino,

cucchiaino e ogni cosa, e voltosi sorridente all'ospite:

— Non sapevo, — disse, — che in Russia ci fosse quest'uso. —

Coi Demidoff, coi Borghese, e coi Bonaparte, e più tardi coi

Poniatowsky, la vita mondana fiorentina cambiò carattere. La Corte era

eclissata: affluivano i forestieri da ogni parte di Europa, nei salotti

si parlavano tutte le lingue. Il Lamartine che nel 1827 era _chargé

d'affaires_ a Firenze si lodava del Principe, delle violette che

fiorivan di febbraio e delle grandi feste cui era invitato. «Je termine

très-honorablement mon carnaval par deux grands festins. Sur ce, je

souhaite le bonsoir à mon cuisinier et je rentre dans la classe des

grands seigneurs du pays, qui mangent et ne donnent point à manger.»

— «Il fait ici — era il dicembre del 1827 — un printemps superbe ces

temps-ci. Mais à peine avons-nous le temps d'en jouir et de sortir:

c'est un _brouhaha_ interminable. Il y a toute l'Europe voyageante, et

chaque année cela devient plus nombreux en Français.» — «Nous voyons

beaucoup le prince Borghese. Sa maison est des _Mille et une nuits_,

plus encore que celle de M. Demidoff. Enfin c'est un monde et un éclat

à en perdre la tête..... Il faut s'habiller à dix heures et sortir

à onze heures, les bals commencent à minuit.» E nel febbraio 1828

soggiungeva: «Nous n'avons plus qu'un grand bal à avaler chez le prince

Borghese, après demain, et un diner diplomatique chez moi dimanche.» E

in aprile: «Nous avons ici un grand monde diplomatique en ce moment. Le

carnaval a recommencé et nous ennuie et fatigue. C'est tous les jours

un dîner, tous les soirs un bal.» E nel maggio: «Florence est dans

sa beauté physique, car nous avons déjà vingt degrés de chaleur. Mais

elle est dans la solitude et le deuil par la mort de M. Demidoff, qui

y tenait plus d'état qu'une ou deux cours, avec ses six millions de

rente.» E nel giugno: «Nous sommes dans une semaine de fêtes jusqu'au

cou: des courses de chars, de chevaux, des théâtres. Toute la journée

en uniforme et en _gala_ par la ville et toute la nuit en bals.» E in

luglio, con 28 gradi Réaumur di calore: «Il n'y a pas d'amitié, pas de

verve, pas de zèle qui resiste à 28 degrés: l'amour seul est à cette

température, et véritablement c'est son règne à Florence. Les nuits

sont divines. Je les passe à errer en calêche dans les rues, ou sous

les pins harmonieux des _Cascines_, environné de beautés séduisantes

qui disent _ohimè_, et à qui je ne dis rien.»

Ma, se non vi spiace, fermiamoci un momento ad osservar queste belle

creature che dicono _ohimè_, e cercano nella frescura delle notti

refrigerio al caldo soffocante, e forse all'ardore della passione. Non

più volti rosei ed accesi, non più labbra coralline, o del bel rosso

garofanato. La moda è cambiata; fin dal 1824, cantava il Guadagnoli:

Un viso rosso è un viso da osteria

E non è un viso di galanteria.

Le donne son diventate pallide, languide, sentimentali: l'anemia

romantica, il veleno sottile della passione è penetrato nelle lor

vene, e un ardore interno, nuovo, insolito, misterioso, le abbrucia.

Prima, quando la _Gazzetta di Firenze_ annunziava in 4ª pagina la

_Biblioteca piacevole ed istruttiva_ pubblicata da Guglielmo Piatti,

che conteneva la _Storia dei quattro spagnoli_, in 11 volumi, le

_Sventure della famiglia d'Ortemberg_, in 6 volumi, il _Cimitero della

Maddalena_, in 8 volumi, e altre dilettose novità di questo genere; le

donne non consumavan le veglie in simili letture, e all'amore bell'e

fatto dei romanzi preferivano quello che sapevano fabbricarsi da loro;

al sentimento preferivano la realtà, magari un po' volgare, un po'

prosaica, ma viva e palpitante.

Tutto il periodo napoleonico, nella vita, nell'arte, nella letteratura

fu l'apoteosi della forza, del vigore, della forma. La pittura, la

scultura, la moda idoleggiarono la bellezza esteriore; e quell'aura

di rinnovato ellenismo, che aleggiò da per tutto, ricoperse con gli

studiati lenocinii d'un'arte mascherata all'antica il sensualismo, che

il settecento aveva incipriato con la galanteria. Scomparso l'_eroe_

— o l'_eroe de' farabutti_ come lo chiamava il D'Elci — il sensualismo

rimase. Non più guerre, non più quei macelli di giovine carne umana che

lasciavano tanti vuoti dolorosi nelle famiglie e nel censimento: seguì

la gioia del vivere, un senso di liberazione, come di chi si toglie

un incubo doloroso; e il desiderio del piacere — l'_epicureismo_ del

D'Elci, — prese il sopravvento. Si cominciò a ballare e a godersela al

_Congresso di Vienna_, mentre tutta Europa attendeva ansiosa il proprio

assetto definitivo. Ma sì! chi poteva frenare quegl'impeti folli?

Poi seguiron le restaurazioni; la religione riebbe il disopra, riprese

a poco a poco il suo impero: le leggi, i motupropri tentarono rimettere

le nuove generazioni, dopo tanti anni di sregolatezze giacobine e

soldatesche, nella vecchia carreggiata. Ma ci volevano altro che le

prediche del Presidente del Buon Governo e le musonerie del Granduca!

_Il mondo va da sè_, ripeteva con la sua ghigna sarcastica il conte

Fossombroni, e dai rapporti della polizia lo sapeva lui dove andasse.

Perchè il paterno regime di Ferdinando III e di Leopoldo II ebbe sempre

gran cura di sapere a puntino ciò che si faceva nelle famiglie, nelle

dimore patrizie e nelle case dei cittadini. Fioccavano le denunzie

anonime: si mettevano in moto gli emissari, si riferiva, si scriveva,

si chiamavano i colpevoli a Palazzo Nonfinito o negli Ufizi dei

Commissari: e lì grandi lavate di capo e minacce di sfratto pei non

regnicoli e per gli altri minacce di clausure in conventi e d'esercizi

spirituali in qualche casa di novizi. La gente stava a sentire,

lasciava passar la burrasca: e poi daccapo, come prima, se non peggio

di prima!

L'esempio, diciamolo pure, veniva dall'alto, non dalla Corte però;

anche i Vicari e i Ciambellani e i Podestà e i Governatori erano spesso

soggetto d'inquisizioni, e la loro domestica infelicità era argomento

d'inchieste e di sopraccapi per i Ministri e per lo stesso Granduca.

Chi legga le polverose filze della Presidenza del Buon Governo

troverebbe talvolta particolari curiosi. Oh, l'occhio della Polizia è

come quello di Dio, e vede attraverso le pareti, nei salotti eleganti,

nelle alcove discrete; e il buon pastore di questo gregge toscano

doveva pur confessare a sè stesso d'aver nel branco parecchie pecore

matte!

Ma, in buon punto, capitarono a Firenze i forestieri e dilagò la

colluvie de' romanzi sentimentali: tutto allora cambiò, a poco a poco,

carattere, e la passione accese i cuori, e l'amore bell'e fatto dei

romanzi, il misticismo, l'ideale fu come un balsamo salutare, che calmò

gli ardori troppo scomposti. L'amore bell'e fatto, rese inutile quello

da farsi: o almeno lo rivestì d'un velo d'idealità vereconda. E la moda

aiutò, cooperò alla riforma: non più le vesti attillate e discinte che

consentivano ogni linea della persona. La Rivoluzione, ne' suoi impeti

selvaggi, aveva spazzato via i guardinfanti, i _paniers_, i busti che

stringevano i fianchi e la vita. Durante l'Impero non fu possibile la

restaurazione del busto, perchè Mad. de Longuéville e l'Imperatrice, la

cui vita era corta e tozza, vi si opposero recisamente. Più tardi, dopo

il 1820, e trionfalmente nel 1825, riapparve con le sue stecche, co'

suoi legacci, con le sue morse di ferro, chi sapeva con arte comprimere

i superbi, sostenere i deboli e gli smarriti, sostituire gli assenti.

— La gemma rientrò nel suo astuccio; e sotto le sapienti corazze fu più

malagevole trovar la via dei deboli cuori.

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte 1 Conferenze fiorentine - Storia · 第 23 / 29 题