_Signore e Signori,_
Il 17 settembre 1814 non fu a Firenze un sabato come tutti gli altri.
Sin dall'aurora la gente era tutta in moto, e così dalle povere
impannate delle casupole, come di dietro alle vetrate co' piombi delle
case civili e dei palazzi, le fiorentine sempre curiose allungavano
gli occhi per guardar giù nelle strade formicolanti di popolo: di
contadini in calzon corti, di villane infioccate, di birri, di preti
con gli abiti di tutti i colori consentiti dalla licenza francese, e di
soldati delle milizie toscane e tedesche, i quali, al suono dei pifferi
e dei tamburi, movevano dalla gran guardia di Palazzo Vecchio e dalle
caserme verso il Duomo e Porta a S. Gallo. Molta la gente a cavallo,
moltissime le carrozze padronali con i _lacchè_ a cassetta e in piedi
sul predellino di dietro; e procedevano a stento fra il pigia pigia
della folla, gravi, pesanti, massiccie come cariaggi, portando quasi
in pompa dame e cavalieri, sgargianti negli abiti di gala che alla
Restaurazione aveva legato l'Impero.
Alle ore sette, le milizie erano già schierate lungo le vie e
nell'interno del Duomo: la calca cresceva, e il mareggiare delle teste
refluiva verso Porta a S. Gallo; e, più oltre, attraverso all'Arco
trionfale e su per il Ponte Rosso, si stendeva a perdita d'occhio lungo
la via Bolognese. In mezzo alle file dei soldati, passavano staffieri a
cavallo, battistrada, carrozzoni di gala con cerimonieri, ciambellani,
magistrati, ufficiali. Alle otto, col primo colpo di cannone sparato
da Belvedere, le campane di tutte le chiese cominciarono a suonare,
annunziando ai fedeli toscani che S. A. I. e R. l'Arciduca Granduca di
Toscana Ferdinando III, movendo dalla villa Capponi alla Pietra, dove
aveva fatto breve sosta per riposarsi e cambiarsi gli abiti da viaggio,
stava per arrivare a Firenze. Ricevuto dal suo nuovo gran Ciambellano,
cav. Amerigo Antinori, e dai due ciambellani di servizio di settimana,
Tommaso Corsi e Silvestro Aldobrandini, il Granduca, il cui viaggio
da Firenzuola in poi era stato un continuo trionfo, dopo aver vestito
il suo grande uniforme, prese posto nella sua _muta_ a sei cavalli
infioccata a gala, in compagnia del maggiordomo maggiore don Giuseppe
Rospigliosi e del gran Ciambellano cav. Amerigo Antinori.
A questa seguiva un'altra _muta_ a sei cavalli, in cui erano i due
ciambellani di servizio Corsi e Aldobrandini, insieme con i due
ciambellani Bodech e Reinack, che il Granduca avea condotto seco da
Wisbourg. Intorno all'equipaggio del sovrano galoppavano, superbi delle
monture rosse e delle lucerne piumate, dodici uffiziali del nuovo corpo
dei dragoni, e alla portiera il Maggiore che li comandava. Lungo la
strada, tra il fragor delle campane e il rombo de' cannoni, tra il
vocìo e gli evviva della folla, udivi i comandi degli ufiziali che
ordinavano di _presentare le armi_; e giù dalla scesa del Pellegrino
si avanzava entro un nuvolo di polvere, scortata dai dragoni e
tutta splendente e luccicante al sole, la carrozza del Principe. Gli
_evviva_, i battimani, le grida scomposte ma fervide, aumentarono
coll'ingrossar della folla.
Giunto il Sovrano alla Porta a S. Gallo, il già senatore Girolamo
Bartolommei, gonfaloniere del Comune di Firenze, i Priori e il
Magistrato civico, fattisi incontro al Granduca, gli presentarono le
chiavi della città. Voleva il Gonfaloniere in quel punto pronunziare il
discorso già preparato; ma la commozione che provò il valent'uomo come
quella onde fu preso il Sovrano, troncò ad ambedue la voce, e le sole
lacrime del Gonfaloniere e dei Priori furon l'omaggio ch'essi seppero
rendere in nome della città all'amatissimo Principe.
La scena può parer comica, poichè risveglia il ricordo di tanti altri
ingressi burleschi, di tanti discorsi di gonfalonieri e di sindaci che
non furon troncati dalle lagrime, bensì dagli sbadigli e dalle risa. Ma
possiamo esser certi che quelle lagrime de' magistrati fiorentini eran
vere, sgorganti dal cuore, e che le accoglienze ch'ebbe Ferdinando III
in Firenze e in tutta Toscana, quando vi rimise il piede dopo quindici
anni di esilio, erano spontanee e sincere.
L'entrata del Granduca somigliò ad un trionfo, come il suo ritorno
nei dominî toltigli dall'invasione francese parve opera di giustizia
riparatrice. Il buon popolo fiorentino l'avea veduto lasciare la
reggia e Firenze una triste mattina del marzo 1799, e con lacrime aveva
accompagnato la sua dipartita. Ferdinando avea preso la via di Vienna,
rassegnato e fidente, raccomandando a' sudditi di rimanersene in calma,
e di confidare nella Provvidenza. Ora, dopo tanti rivolgimenti, dopo
tante scosse e così rumorose cadute, egli tornava come un padre che
rientri in casa sua, con la coscienza di non aver rimproveri da farsi,
con la fiducia di poter essere ancora amato dai sudditi.
L'ingresso in città fu fatto in gran pompa. Sulla Piazza di S. Marco,
trasformata in anfiteatro, sorgeva un gruppo trionfale rappresentante
la Vittoria, la Concordia, la Giustizia e la Pace che conducevano
il carro su cui sedeva Ferdinando III. I più illustri artisti
dell'Accademia avevan lavorato a cotesto gruppo e a tutte quelle
simboliche architetture: il Morrocchesi, Pietro Bagnoli, Francesco
Benedetti, perfino i cherici del Collegio Eugeniano, avevano cantato
il ritorno dell'_ottimo_, del _desideratissimo_ Principe. Dalla Porta
a S. Gallo al Duomo, dov'ebbe la benedizione, dal Duomo a Pitti, e poi
la sera alle Cascine e per le vie di Firenze, e il giorno appresso e
in quelli in che celebraronsi le feste date dalla Comunità col palio
dei Cocchi in piazza S. Maria Novella, con illuminazioni e fuochi
d'artifizio, gli evviva, gli applausi e le grida gioiose non ebbero
freno. L'arciduca Leopoldo principe ereditario, le arciduchesse Maria
Teresa e Luisa, che arrivaron dipoi, ebbero anch'esse accoglienze
festose, e plausi e acclamazioni. Il canto de' poeti rispecchiava i
sentimenti del popolo:
Regna e tramanda nell'augusta prole
Le tue virtù; basta che a te somigli.
Tu lei volesti, e _te_ l'Etruria vuole.
Più numerosa gente altri si pigli,
Più fida no, nè più in amor sincera:
Maggior d'ogni altro è chi sui cori impera!
Il ritorno di Ferdinando III chiudeva per Firenze un periodo sciagurato
pieno di rivoluzioni, di rimescolii e di paure. In quei quindici anni
quante scosse e quante commozioni, quanti ingressi trionfali e quante
fughe paurose e precipitose! Nel 1799 il generale Gaultier dà lo
sfratto al Granduca, pianta gli alberi della libertà sulle piazze di
S. Maria Novella e S. Croce, arresta alla Certosa quel povero vecchio
cadente del pontefice Pio VI e lo spedisce prigioniero in Francia
a morirvi d'angoscia, spoglia la galleria e la reggia de' Pitti de'
suoi capolavori, e pochi mesi dopo, il 5 luglio 1799, sgombra con le
sue milizie Firenze. Tornano gli Austriaci e restaurano il governo di
Ferdinando III, mentre le frotte dei contadini insultavano e rubavano
quanti aveano al governo francese aderito. Ma seguono le vittorie
sfolgoranti del Bonaparte e, dopo Marengo, gli Austriaci sloggiano alla
lor volta; e Firenze vede, il 15 ottobre 1800, l'entrata del generale
Dupont, e poi quella del Miollis, l'amico di Corilla Olimpica; e il 27
marzo 1801, Giovacchino Murat, che in nome del cognato Bonaparte prende
il comando della Toscana.
Il 12 agosto altro ingresso trionfale! Ricordate? la Toscana, col
trattato di Madrid, era stata trasformata in _regno d'Etruria_, e
Lodovico di Borbone, già duca di Parma, veniva a prenderne possesso.
Regno breve e inglorioso: il 29 maggio 1803, morto Lodovico, gli
succedè l'infante Carlo Lodovico suo figlio col titolo di _secondo Re
d'Etruria_, e questi, il 10 dicembre 1807, parte da Firenze con Maria
Luisa sua madre per occupare un altro regno, quello di Lusitania,
largitogli dall'imperatore Napoleone, nel cui nome il generale
Reille occupava Firenze. Il 24 maggio 1808, la Toscana, divisa in
tre dipartimenti dell'_Arno_, del _Mediterraneo_ e dell'_Ombrone_, fu
riunita all'Impero e governata da una Giunta di governo, preseduta dal
barone Menou, generale delle truppe francesi. Neppure un anno dopo, il
3 marzo 1809, i tre dipartimenti furon trasformati in _granducato_,
e ne fu investita Elisa, sorella dell'Imperatore, sposa a Felice
Baciocchi, principessa di Piombino e duchessa di Lucca. Il 1º aprile,
Elisa faceva il suo ingresso in Firenze, che di lei e del suo governo
ricordava più tardi con piacere due cose: le riviste militari ch'ella
passava a cavallo, seguìta dal marito Felice, — e i lampioni a olio
messi a spese del Comune per le vie della città dopo il 1809. Ma scorsi
appena cinque anni dalla sua venuta, il 1º febbraio 1814, alle nove e
mezzo della mattina essa fuggiva alla volta di Lucca, dove aveva già
spedito la principessina sua figlia e di nottetempo parecchi carri
pieni d'argenterie e di cose preziose.
Quell'anno 1814 fu veramente pieno d'eventi, e per Firenze di curiose
sorprese. I Francesi eran quasi tutti partiti, assai prima di Madama
Elisa, ed entravano le truppe napoletane col Maresciallo di campo
Minutolo, che in nome del Murat, anzi di _Gioacchino Napoleone Re delle
Due Sicilie_, prendeva possesso della città. Al Minutolo succedeva il
Lechi, luogotenente generale comandante superiore della Toscana, che
dopo un blocco di 20 giorni e più, faceva, il 23 febbraio, evacuare
dalle fortezze da Basso e di Belvedere le guarnigioni francesi
rimastevi. Poi, quando già la Toscana era tutta occupata da milizie
napoletane, — in forza della convenzione di _Schiarino-Rizzino_ onde
il Murat dovette contentarsi del Reame di Napoli, — stabilita con
l'atto di Parma la reintegrazione di Ferdinando III in Toscana (20
aprile 1814), giunse il 26 aprile in Firenze il duca di Rocca Romana,
Commissario di S. M. il Re di Napoli, per la consegna della Toscana al
Commissario generale del granduca Ferdinando III. E in nome di questo,
il 1º maggio 1814, don Giuseppe Rospigliosi, come plenipotenziario, ne
prendeva possesso.
In quindici anni, dieci cambiamenti di governo! di che nella stampa
del tempo resta appena la traccia. L'unico foglio politico pubblicato
allora in Firenze, soltanto in una settimana del febbraio 1814 muta
tre volte il titolo, e da _Giornale del dipartimento dell'Arno_, come
si chiamava il 3 febbraio, diventa il 5 febbraio _Giornale politico
di Firenze_, e il 10 _Gazzetta di Firenze_. Ma se cambia di titolo non
cambia di proprietario, e seguita a stamparsi da Giuseppe Fantosini da
S. Maria in Campo. Cambino pure i governi, ma gli uomini di carattere,
i tipografi d'allora, non lo cambian davvero!
La restaurazione voleva dire per i toscani il benessere, la pace,
la tranquillità. Del governo francese e del napoleonico, piuttosto
che certe benefiche riforme legislative, ricordavano le spoliazioni
vandaliche de' musei, le leve forzate di tanta florida gioventù mandata
a morir lungi da' suoi, le imposizioni continue, intollerabili, le
persecuzioni ai religiosi ed ai preti, l'infrancesamento della pubblica
cosa, l'obbligo di rinunziare alla lingua nativa, e la soggezione ad un
padrone lontano.
I Toscani, per l'indole loro, per tradizioni antiche, per lingua,
si sono sempre sentiti anzitutto _toscani_, e poco o punto disposti
ad imbrancarsi con altra gente e a perdersi nella gran confusione di
mescolanze diverse, tramezzo alle quali rischiavano di rimanere, nella
loro, non so se timidità o selvatichezza, un po' sopraffatti. L'unità
napoleonica o murattiana non poteva a loro gradire, massime scorgendone
da presso piuttosto il danno che l'utile. Essi ricordavano, a proposito
di riforme, quelle iniziate da Pietro Leopoldo e lasciate in retaggio
da lui a Ferdinando: ricordavano gli anni prosperevoli, i raccolti
abbondanti non disertati dalle milizie straniere, non occhieggiati
dall'avido fisco: ricordavano il Principe che si mostrava a' sudditi
semplice, buono, alla mano, come un padrone amorevole, e del paterno
regime amavano la pacatezza e magari la severità, magari l'arbitrio,
perchè le busse del babbo non sono offesa, ma meritato castigo.
La stessa scioltezza del vivere ch'era diventata soverchia e
stomachevole, massime fra quelli che aveano buttato il saio o il
collare alle ortiche, faceva desiderare il ritorno all'antico. E più
dovevano augurarlo e pregarlo i nobili che del Codice Napoleone, in
cambio del divorzio, di cui non avevano mai sentito il bisogno, videro
distruggere le antiche prerogative, per giovare a' nuovi favoriti della
fortuna. L'abolizione degli ordini religiosi e l'incameramento dei beni
loro avea scosso la proprietà: la mancanza di braccia, tolte dalle leve
ai lavori dei campi, nociuto all'agricoltura. Le guerre napoleoniche
nelle quali si combatteva in terre remote per l'ambizione di un uomo,
costavano troppo buon sangue toscano, e nelle famiglie lasciavano
troppi vuoti che non era agevole colmare.
«Ferdinando III, ammaestrato dagli avvenimenti, era tornato dall'esilio
in Toscana più desideroso di pace che di potenza, risoluto di obbedire
alla mitezza della propria indole, anzi che agl'imprudenti rancori
del Metternich»[3]. Toscano com'era d'indole e di rimembranza, e in
Austria negletto, aveva in uggia i Tedeschi «ch'ei chiamava _legnosi_,
e la Corte di Vienna, le cui alterigie, i sussieghi, la grulla rigidità
delle cerimonie gli destavano insieme riso e pietà.» A Salisburgo, di
cui gli dettero a gran stento la possessione, dolevasi del clima, della
solitudine e del sito della città, — della mancanza di gelati e del non
vedere italiani.
Nominò segretario di Stato il conte Vittorio Fossombroni e gli
dette per compagni nel ministero, ma con minor grado, don Neri dei
principi Corsini per l'interno e Leonardo Frullani per le finanze. Il
Fossombroni, matematico e idraulico valentissimo, «fu quel che poteva
essere, dopo il 1815, il ministro di un principe mite nella più mite
provincia d'Italia.»
Principe e Ministro andavano pienamente d'accordo nel non voler
compromettere la dignità del sovrano e l'indipendenza dello Stato.
Ferdinando III era franco e non celava la sua ammirazione per
Napoleone, al quale soltanto, e non al fratello, dovette il principato
di Wurtzburgo, datogli in retaggio per il trattato di Luneville.
A quelli che per aver titolo ad ottener da lui grazie od impieghi,
vantavansi di non aver mai servito l'Usurpatore, rispondeva: «Faceste
male: l'ho servito io, potevate servirlo anche voi.» Avverso alla
politica di Metternich, che credeva nociva agl'interessi della sua
Casa, e geloso della propria indipendenza, una volta che il conte di
Fiquelmont, ministro d'Austria, cercava di mettergli in sospetto alcuni
dei più segnalati cittadini, il Granduca rispose: «Ella faccia sapere
al suo _sovrano_, come io farò sapere _a mio fratello_ che de' miei
sudditi io solo dispongo e rispondo.»
Con minor fierezza, anzi con una mellifluità quasi canzonatoria,
il rappresentante di cotesto principe alla buona, ch'era un uomo di
spirito oltre ad esser un dotto, e a cui la matematica aveva appreso
l'equazione fra la politica e il buon senso, al Ministro d'Austria
che pretendeva 300,000 scudi per non so quali crediti vantati
dall'Imperator d'Austria, rispose:
— Eccellenza, si potrebbe disputare se S. M. debba avere questi
quattrini; ma si perderebbe tempo, perchè tanto io i 300,000 scudi non
li ho.
— Ma S. M. l'Imperatore li vuole....
— Eccellenza, e se a S. M. l'Imperatore saltasse in testa di volere da
me 300,000 elefanti? Io non potrei che rispondere: Eccellenza, non li
ho.
— Ma io debbo scrivere a Vienna....
— V. E. scriva che il ministro Fossombroni è sempre pronto a compiacere
S. M. l'Imperatore, qualunque sia la cosa che si degni di chiedergli;
ma che per il momento si trova a corto così di scudi come di
elefanti. —
Un altro aneddoto che dipinge l'uomo. Il suo segretario particolare
(allora si chiamavano più modestamente _commessi fiduciari_) gli portò
un giorno molte carte da firmare; e poi — come successe più tardi
a un ministro di Vittorio Emanuele famoso per le sue distrazioni —
scambiando il calamaio col vaso del polverino, macchiò d'inchiostro
tutti quei fogli. L'impiegato rimasto di sale, si lasciò scappare un:
— E ora?
— E ora, — rispose con l'usata bonarietà il ministro Fossombroni, — si
va a desinare.
— Ma, e gli affari?
— Domani, mio caro, domani. Il desinare brucia e lo Stato no. —
E per quel giorno — scrive l'arguto figlio di quel segretario — le
staffette non partirono e la Toscana si governò da sè e nessuno se ne
risentì.
_Il mondo va da sè_, soleva affermare il Fossombroni, che cotesta
massima considerava un assioma di profonda politica. Di che molti oggi,
anche ministri, lo han censurato.
Ma, secondo me, è bene che così vada. Sarebbe peggio, se lo dovessero
mandare i ministri!
Checchè altri opini, la Toscana sotto il governo restaurato di
Ferdinando III visse anni felici di prosperità materiale, di liberale
mitezza, con leggi, se non in tutto buone, certamente applicate con
grande moderazione. Uno Stato compreso — come diceva il Niccolini
— tra Orbetello e Scaricalasino, non era difficile a governare. Il
popolo, de' trambusti passati si rifaceva nella tranquillità, un
po' supina, se vuolsi, di quegli anni, ma onesta e sicura; contro le
inframmettenze e le prepotenze dell'Austria, vegliavano il Sovrano e
i Ministri. L'aristocrazia accarezzata a Corte era tenuta lontana da
ogni ingerenza che potesse parere soverchia: favorita la piccola gente:
gl'ingegni mezzani e pieghevoli lusingati con accorte blandizie: gli
esuli e i liberali sorvegliati senza eccessivi rigori: si voleva, e si
ottenne, che i Toscani d'ogni condizione, d'ogni classe, d'ogni età,
riuniti nell'amore del Sovrano e del pubblico bene, formassero una
sola famiglia. Al Granduca era grato il riposo e il vivere lieto: del
principato amava più i comodi che le cure: gli piacevano gli ozi delle
villeggiature medicee, nelle quali gradiva la compagnia degli uomini
colti, come Gino Capponi, che fu suo ciambellano.
Racconta il Capponi che una volta al Poggio a Caiano andarono in gran
fretta da Firenze i Ministri per tenere un consiglio straordinario.
Partiti i Ministri, il Granduca chiamò il Capponi nella sala stessa
dov'erasi adunato il Consiglio, parata d'un drappo di seta a fiorami,
e mostrandogli certe rose che ricorrevano di tratto in tratto nel
tessuto, gli domandò se gli pareva che avessero tutte un ugual numero
di foglie; ed avendo il Capponi risposto affermativamente: «Lei
sbaglia, riprese il Granduca, perchè in quell'angolo ce n'è una che ha
una foglia di meno, forse per malefatta del tessitore.»
Ed era vero; ma il Granduca, per essersene accorto, doveva, durante il
consiglio, aver badato più a quelle foglie che agli affari di Stato.