Ma questa unità d'Italia, che si è svolta latente, avanzando sempre
per progressi e regressi, finchè, giunta l'ora sua, si è rivelata come
il termine destinato e non removibile, al quale, e solo a quello,
si doveva arrivare; questa unità, che già da secoli sarebbe stata
l'ordine, quando gli elementi dell'organismo nazionale si attraevano
per natura, e per contingenza si respingevano; sarebbe stata la pace,
quando le discordie bruttavano di sangue fraterno le nostre contrade;
sarebbe stata la forza, quando gli stranieri vi calavano alla preda; la
unità nazionale fu, siccome quella necessità che era, fu ella intuita
da quel grande anticipatore dei fatti umani, che è l'umano pensiero?
fu, in quel doloroso secolare problema di «essere o non essere» che
pareva sciogliersi col «morire, dormire.... null'altro», fu ella il
sublime «sognare forse» con che Amleto riattacca il filo della vita?
sorrise la unità nostra alla fantasia di quei profeti delle nazioni,
che sono i grandi poeti? suscitò, prima del secol presente, alcuni di
quei generosi tentativi, la cui vittima trasmette all'avvenire, con
la vendetta, la riuscita? A queste domande fu risposto con più d'una
di quelle diligenti e sottili analisi che caratterizzano gli studi
nostri in questo scorcio di secolo; e che a me, nel conferire, gentili
Signore, con voi, altra parte non lasciano che di condensarne in breve
tratto le conchiusioni somme, e lumeggiarne qualche figura.
Quella «umile Italia», che i compagni d'Enea salutano, nel verso di
Virgilio, dall'alto mare, come la meta della venturosa peregrinazione
in cerca d'una patria seconda; e che nel verso di Dante accomuna
gli eroi della guerra laziale, «Camilla Eurialo Turno e Niso», coi
nuovi destini italici, che il Poeta dei Guelfi Bianchi augura dalla
ricacciata della negra Lupa curiale nell'inferno per opera del Papa
Angelico che il Medio Evo inutilmente aspettò; è, quella Italia de'
due sacri poeti di nostra gente, è, ben dessa, la figura d'una patria
unica, che si sposò fedelmente alle immaginazioni di quanti, con
dolente pietà di figliuoli o con fierezza di propugnatori del materno
diritto, han poetato di patria nella lingua del sì. Patria unica, che
si sovrapponeva idealmente alle condizioni di fatto della penisola
italiana. Dante, che sollecita l'Imperatore a «drizzare Italia», e
compiange che non sia ancora a ciò «disposta» questa «Italia, serva»
non tanto, per allora, di genti straniere, quanto della guerra
intestina che «intorno dalle prode delle sue marine», e nel «seno»
suo, la diserta: — il Petrarca, che su «le piaghe di quel bel corpo»
sospira, e vuol essere interprete delle «speranze» che dalle rive del
Tevere, dell'Arno, del Po congiuntamente si levano a Dio: — l'Ariosto,
che impreca alla calata delle «Arpie» straniere sulle mense d'Italia,
invocando il giorno ch'ella richieda ai «figli neghittosi» la sua
libertà: — il Tasso che vagheggia la unione delle «voglie divise e
sparse» da tutto il paese che «i monti e i fiumi» dividere non possono,
perchè «quel che partì natura, amor congiunge»: — e nello sfacelo
d'Italia lungo il Cinquecento fatale, la voce d'un virtuoso prelato, il
Guidiccioni, che in nobilissimi versi consacra al medesimo rimpianto
la violata libertà nazionale e il disonor dell'Impero e la fede
pericolante di Cristo: — e poi, nell'aggravarsi della servitù e della
decadenza, i cortigiani stessi di quei principati sotto tutela, levarsi
contro la obbrobriosa tirannide iberica, e convertire come il Tassoni
la poesia giocosa in filippiche per il conculcato diritto d'Italia,
e volgersi con arcano presentimento a un Duca irrequieto e valoroso
di casa Savoia, Carlo Emanuele I, che risponde ancor egli con versi
italiani: — e da quelle medesime aule, sia di corte sia d'accademia,
qualche alata apostrofe di retorica generosa, o sulla culla d'un
Principe pur di cotesta Casa acclamare col Manfredi «Italia, Italia, il
tuo soccorso è nato», o deplorare nel sonetto del Filicaia la «funesta
bellezza» che le ha tirato addosso, con le straniere cupidigie, la
condanna di «servir sempre o vincitrice o vinta»: — finchè l'Alfieri,
prenunciatore della libertà che si approssima, dedichi l'opera sua
tragica e fatidica «al popolo italiano futuro»: — è tutta, insomma,
una non interrotta comunicazione come di una sacra parola, di secolo in
secolo, da Dante all'Alfieri, la quale attesta e proclama una Italia,
che impedita d'essere nel fatto, vive, come nel decreto divino, così
nel cuore e nella fantasia de' suoi fedeli poeti.
E non per questo diremo che la poesia d'Italia fosse una cospirazione
a conseguire in effetto l'unità politica della patria italiana;
tradurre in atto, con determinati mezzi e deliberata intenzione, quel
sentimento italico che empiva i petti e li dilatava in un'aspirazione
generosa, o vibrava nei raggi luminosi della visione poetica. A noi,
che scendiamo ormai la curva del mezzo secolo nella vita civile della
patria costituitasi libera ed una, non si addicono davvero, se anche
fossero ormai possibili, certi entusiasmi, ne' quali, aspettando i
nuovi tempi, o nella prima esultanza dell'avvento loro, si compiacque
l'accademia e la scuola d'allora; quando Italia libera ed una pareva
la parola d'ordine che le fide scolte del pensiero italiano si fossero
trasmesse perpetuamente dall'uno all'altro dei vigilati posti d'arme;
e la rivelazione dei precursori vaticinati, nuova maniera di oroscopia
a rovescio, addiveniva esercizio di fantasie quotidiane; e quel povero
Veltro dantesco «salute dell'umile Italia» veniva tramutato in tuttociò
che tornasse opportuno farlo essere, ma soprattutto nella figura del Re
liberatore: di che la Maestà di Vittorio Emanuele è lecito credere che
sotto i gran baffi molto di cuore ridesse.
La poesia, o, altramente atteggiato, il saluto del pensiero italiano,
non mancò (questo è vero; e i moderni studi critici ne hanno aggiunto
preziosi documenti ai già noti) non mancò di augurare, od anco di
secondare, a più d'una di quelle che potremmo chiamar geste regionali,
non molte del resto, che in diversi momenti della storia d'Italia,
allettarono questa o quella, più o meno generosa o interessata,
iniziativa, sia di principi, sia di tribuni o cospiratori.
Se anche non è a Cola di Rienzo che il Petrarca abbia indirizzata
l'altra delle sue magnanime canzoni italiche, certo accompagnò con
altre espresse manifestazioni la impresa repubblicana di lui; la
quale, come già quasi quattro secoli prima quella di Crescenzio,
poteva, col mutare le condizioni di Roma rispetto al Papato, aprire
nuove strade ai destini d'Italia. Ed era naturale che il Petrarca, sì
gagliardamente compreso di patriottica latinità, e così fervidamente
intento a restaurarla negli studi, si volgesse, con la mobile fantasia,
ad accogliere, come una promessa di rinnovamento italico anche
negli ordini civili, qualsifosse evento o persona, che più o meno
direttamente accennassero a tanto: fosse oggi quel suo re angioino
Roberto, che nel trono di Napoli, e nel capitanato di Parte Guelfa
in tutta Italia, avrebbe avuto (se non era il «re da sermone» ben
proverbiato da Dante) solido fondamento alle medesime ambizioni di
supremazia italica, che su codesto trono avean circondata la corona
di Federigo II re ghibellino; o fosse domani l'Impero, se anche nella
persona del più dappoco di tutti quei Cesari posticci, Carlo IV di
Lussemburgo.
Nel modo stesso, quando, pochi anni dopo, un'altra ambizione,
e ben altramente audace e invasiva, quella del Conte di Virtù
Giangaleazzo Visconti, fattosi con le armi il ducato di Milano,
compratane dall'Impero l'investitura, sentì angusti i confini del Po e
dell'Appennino; — e fu quello, in tutta la triste storia frammentaria
delle Signorie e Principati domestici, il solo momento che una di
codeste avventure (poichè non fu la sola) per una piccola tirannide più
o meno italica parve poter essere generatrice d'una forza concentrativa
e unitaria in benefizio della nazione; — non più allora la voce di
alcun grande poeta, ma voci molte di minori si levarono; non tutte di
consenso e d'applauso, ma tutte di apprensione per cosa grande e vitale
alla patria italiana. E come in nome d'Italia («Sappi ch'i' sono Italia
che ti parlo») avevano vituperato quel «di Lucimburgo ignominioso
Carlo»; così ora a questa nuova, ma non degna, speranza d'Italia e di
Roma esclamavano:
Roma vi chiama: — o Cesar mio novello,
I' sono ignuda, e l'anima pur vive:
Or mi coprite col vostro mantello.
Poi francherem colei, che Dante scrive
Non donna di provincie, ma bordello;
E piane troverem tutte sue rive.
Non degna speranza, e ambizioni bieche, codeste del Visconti: alle
quali il più libero de' nostri Comuni, Firenze, nido e seggio ormai
d'italianità intellettuale, contrastò fieramente, nel nome di quella
tradizione di libertà municipali, che si era concretata in centri a
raggio anche men che regionale, Stati sia di Popolo, sia di Signore o
Tiranno; fronteggianti l'uno l'altro, e amici e bonvicini non a più
larga stregua che del respettivo tornaconto. Tale tradizione, era,
un secolo appresso, da Lorenzo de' Medici fermata e consolidata in
equilibrio, ma pe' soli pochi anni che al Pericle fiorentino bastò la
vita per la vagheggiata grandezza di questa Atene fatta retaggio suo e
de' suoi. Cotesto equilibrio di Stati (che il Guicciardini nel Proemio
alla sua storia descrive) imperniato da Lorenzo nella intrinsichezza
con Roma papale, e il cui turbamento, loscamente macchinato dal Moro,
segna l'era nefasta della intrusione straniera nelle cose d'Italia,
fu pur sempre bilanciamento di soli interessi. E ben si addiceva ne
descrivesse i congegni il Guicciardini, questo grande scettico della
unità di nazione in omaggio alla libertà dei municipii, contro la
quale finì egli poi ministro di tirannide; lo descrivesse con quel suo
tatto pratico schivo d'ogni idealità, e con la sua impassibile Liviana
magnificenza. L'equilibrio che possiamo, da Cosimo il Vecchio al
magnifico Lorenzo, chiamare Mediceo, fu maneggiato con quel sentimento
pagano di realtà, o quotidiana o archeologica, che caratterizza la
politica e la cultura dell'umanismo: e come indarno vi cercheremmo
un'alta ispirazione, che dal passato domestico e d'ieri aleggi verso
l'avvenire della patria, così da nessuno dei togati umanisti esce pur
uno di que' magnanimi accenti d'evocazione, ne' quali il Petrarca,
iniziatore di cotesta scuola, con tanta passione congiungeva la Roma
antica dominatrice del mondo e quella ch'egli avrebbe voluto veder
risorgere, Roma _italiana_ e _cristiana_, dalle gloriose rovine.
Gli accademici vivono nell'antico; i politici lavorano al presente,
con tutte le brutali energie della forza e le perfidie sanguinose
della frode: finchè un generato e da quelle accademie e da quelle
cancellerie, ma sovrano intelletto, Niccolò Machiavelli; — dopo avere
nelle ambascerie del suo Comune esercitato le arti di cotesta politica,
e nel silenzio campestre del suo studiolo investigato ansiosamente
sulle storie di Roma repubblicana il segreto della potenza e della
grandezza; — testimone e sperimentatore, e complice egli stesso, di
quella collisione di forze, tutte insieme ripugnanti e discordi ad
unificarsi, od anche soltanto ad unirsi, e nessuna valida a subordinare
le altre o a schiacciarle; — consapevole di quanto egli valga, e
fremente di nulla potere; — ficcherà, egli solo fra tutti gli uomini
del suo tempo, l'acuto sguardo nell'avvenire, nell'avvenire disperato
e lontano; e lo invocherà, e lo attrarrà a sè, con le più generose
parole forse che mai, duranti i secoli che Italia non fu, siano uscite
da petto italiano. «Provvedetevi» dice egli a quel suo Principe, che
nè un Borgia nè un Medici erano degni di essere, nè doveva essere ciò
che egli allora era condotto a volere che fosse «Provvedetevi d'armi
proprie.... che si vedano comandare da loro Principe.... per potersi
con virtù italiana difendere dagli stranieri.... Era necessario che
l'Italia si conducesse ne' termini presenti, e che la fusse più schiava
che gli Ebrei, più serva che i Persi, più dispersa che gli Ateniesi;
senza capo, senz'ordine; battuta, spogliata, lacera, corsa; ed avesse
sopportato d'ogni sorta rovine.... Vedesi come la prega Dio che le
mandi qualcuno che la redima.... Vedesi ancora tutta prona e disposta
a seguire una bandiera, purchè ci sia alcuno che la pigli.... L'Italia
vegga dopo tanto tempo apparire un suo redentore. Nè posso esprimere
con quale amore ei fussi ricevuto in tutte le provincie...; con
qual sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che
lacrime. Quali porte se gli serrerebbono? quali popoli gli negherebbono
la obbedienza? quale invidia se gli opporrebbe? quale italiano gli
negherebbe l'ossequio?...» Parole fatidiche, le quali non possiamo noi
Italiani ripetere senza che il cuore presti alla voce il suo accento;
ma che sopraffatte, vivente pure il Machiavelli, dalla violenza delle
due grandi Potestà in nome di Roma contro l'Italia alleate, non osò
egli stesso riadattare a un altro Medici, il condottiero delle Bande
Nere, che con ben altra vigoria avrebbe alzata quella bandiera,
se bandiera solamente soldatesca fosse potuta essere: nè furono
certamente, coteste parole, nemmen ripensate negli efimeri episodii
che quel medesimo secolo ebbe, di qualche cospirazione (quella del
Morone, quella del Burlamacchi) contro la signoria straniera. Solo ai
giorni nostri, sugli albori ancora incerti del risorgimento nazionale,
il Gioberti le convertiva in apostrofe a Carlo Alberto, quando ancora
nè il Re aveva vinti gl'intimi contrasti che formavano il suo segreto,
nè al filosofo stava in cospetto, come poi sull'estremo limitare della
vita, la visione della nuova Italia. Pochi anni ancora: e il successore
di quel Re ebbe adempito, fra il 59 e il 70, il vaticinio di Niccolò
Machiavelli.
Nè questa volta erano fatti moderni, ai quali, dopo il grande lavorio
di tutta una letteratura civile, quanta intercede dall'Alfieri al
Carducci, fosse adattato quasi per parafrasi un simbolo tradizionale
della nostra storia e della nostra poesia. Non era l'aquila cesarea di
Dante, addestrata col logoro retorico a roteare in larghi giri attorno
alla corona dell'Italia plebiscitaria, e librar goffamente su quella
corona le vecchie ali spennacchiate: non la navicella d'Enea navigante
dalla Sicilia alle foci del Tevere con seco i fati latini, che
mostrasse il solco a quella sulla quale Garibaldi e i suoi Mille dallo
scoglio di Quarto cercavano «l'isola del fuoco», per muovere di laggiù,
con l'Italia di Vittorio Emanuele sulle invitte spade, verso Roma
destinata. Erano, questa volta, senza simboli e senza interpretazioni,
tali quali il Segretario fiorentino aveva, con fioca o forse già
soffocata speranza, invocato, erano finalmente l'Italia redenta e il
suo Re.
È poi notabile, che se altre voci, di ben minore portata, si levarono
in quel triste splendido secolo iniziativo del nostro servaggio, mosse
da affetto di patria ad augurare dondechessia un liberatore, non furono
indirizzate verso quella regione d'Italia di dove la Provvidenza dovea
suscitarlo. Scriveva Benedetto Varchi, rilevando l'interessata politica
di Venezia nelle cose italiane, e altresì la necessità d'una egemonia
nazionale sulle forze vive della penisola, «non essere le fatiche e
gl'infortunii d'Italia mai per cessare, infino che i Veneziani (poichè
sperare da' Pontefici un cotal benefizio non si dee) o alcuno prudente
e fortunato principe non ne prenda la signoria»: e ciò, forse, con
qualche intenzione, del tutto cortigiana, al suo duca Cosimo de'
Medici; certo, con nessuna ai duchi di Savoia. Nè altri che Venezia
e i Pontefici, «Marco e Piero», pensava il Guidiccioni possibili
propugnatori dell'indipendenza italica: ma soggiungeva dolorosamente,
non avere speranza alcuna dell'opera loro. Nel quale concetto dovevano
quei nostri del Cinquecento essere indótti dal considerare lo Stato
ecclesiastico e il dominio di San Marco siccome le sole provincie
d'Italia, cui non investisse quel complicato intrico d'interessi
dinastici paesani, alleati sinistramente con la rapacità straniera,
nelle maglie del quale era irretita, per tutto il rimanente, la patria
nostra infelice. Ma e il Guidiccioni e il Varchi, uomini di chiesa
ambedue, sentivano pure, quanto ai Pontefici, come questa potenziale
attitudine del loro Principato a benefizio d'Italia fosse da altre
condizioni storiche o contingenze di fatto impedita: il che si era
veduto in Giulio II, e si vide poi in Paolo IV; confermandosi sempre
la tremenda sentenza con la quale il Machiavelli e il Guicciardini
ebbero, quasi con identiche parole, condannata la Signoria temporale
dei Pontefici e la corrottissima Curia, dello avere e fatto «diventar
gl'Italiani senza religione e cattivi» e «impedita l'unione d'Italia».
E quando il Gioberti disegnò e radiosamente colorì l'apoteosi civile
del Papato, non però gli resse l'entusiasmo, nè gli bastò l'eloquenza,
ad attribuirgli una iniziativa che innanzi tutto bisognava fosse
guerriera; ma di questa riconobbe e i caratteri storici e le condizioni
giuridiche nel suo Piemonte, anche senza evocare, come avrebbe potuto,
le tradizioni di quella che, gesta ambiziosa e di ereditaria ambizione,
ma fu pur gesta d'indipendenza italiana, di Carlo Emanuele I. D'allora
in poi, dico dal 1848, fu nella egemonia subalpina fermato il concetto,
e anticipato con auspicii immanchevoli il fatto, prima, dell'unione,
poi dell'unità, d'Italia: di questa unità, alla quale fin dal 1821
era volato il verso di Alessandro Manzoni; della unità italiana, in
nome della quale, nel 31, a Carlo Alberto che ascendeva il trono,
Giuseppe Mazzini avea mandato il saluto o la minaccia (scegliesse egli)
del pensiero italiano; di questa sacra unità, che il venerando Gino
Capponi (raccolgo dalle labbra di lui una parola non dimenticabile)
diceva essere stata, agli uomini della sua generazione, il primo dei
desiderii, l'ultima, perchè la più bella, delle speranze.