Conquistata, più faticosamente che tutto il resto del mondo, dalla
predestinata fra le città sue ad essere, di civiltà in civiltà,
l'urbe mondiale; l'Italia, che da questa sua figlia superba, Roma,
non aveva potuto avere una unità latina, vi si trovò (strano a
dirsi) più prossima, dopo che il giardino peninsulare, dalle valli
gallo-padane alla costiera greco-italica, venne a mano dei Barbari,
che vi eseguivano ferocemente le vendette della umanità conculcata. Da
Teodorico a Carlo Magno, la storia di cotesti Barbari, che con Odoacre
avean rovesciato il simulacro d'Impero rimasto a Roma disfatta, è pure,
ciò che non era mai stata la storia dell'Impero, una storia d'Italia;
e la gesta Gotica, e la rivendicazione Bizantina, e il poderoso regno
Longobardico, hanno sempre per obietto e subietto, sia regno, sia
esarcato, siano ducati in vincolo di regia signoria, hanno, dico, per
loro base, uno stato e dominio italiano. È quindi fatalmente logico,
che col restaurarsi dell'Impero d'Occidente, tale condizione di cose,
nata dalle rovine di quello, si muti: sotto il quale rispetto, la
caduta dei Longobardi, quando anche si giungesse a provare che le loro
relazioni con le plebi latine furono assolutamente di tiranni verso
schiavi, riman tuttavia la caduta d'una forza, assimilatrice, fosse
pur violenta, di elementi italiani a costituire nazione italiana.
Catastrofe degna, invero, che il più grande Poeta nostro di questa
età ripensatrice del passato, il Manzoni, vi abbia esercitate sopra le
mirabili facoltà dell'acume suo critico, per circondarla poi di tanta
pietà, quanta emana dalla virtù guerriera di Adelchi, dalle cocenti
lacrime del vecchio re tradito e consegnato, dalla perdonatrice agonia
della ripudiata Ermengarda.
Carlo Magno restaura nominalmente l'Impero, e instaura effettivamente
il Papato politico: e condanna l'Italia a neanche pensare l'unità
sua di nazione: subordinare il concetto della libertà ai diritti
supremi di cotesto Impero ideale; di cui addiviene «il giardino»,
ma non la casa; e la propria indipendenza tollerare mescolata alle
vicende di esso e alle relazioni di esso coi Pontefici, diventati
per donazione, questa volta non fittizia pur troppo (sebbene mal
definita e sin da principio litigiosa), sovrani in Italia, senza ch'e'
possano mai, perchè obbligati al loro universal magistero affermarsi
ed operare da sovrani italiani. E da Carlo Magno, attraverso a quella
sua fantasmagoria di Regno Italico associato alla dignità Imperiale,
e poi per gli Ottoni, gli Svevi, gli Asburgo, i Lussemburgo, gli
Austriaci, sino a Carlo V, l'Impero e il Papato politico sovrastanno
alla vita italiana di ben sette secoli; lungo i quali la evoluzione
del Comune, feconda di operosità sociale, splendida di rinnovata
civiltà, si compie energicamente, e si dissolve nei Principati, senza
che nessuna delle maggiori Repubbliche, nessuna di quelle ambizioni
comitali o durali, nessuna di quelle avventure di regia conquista dopo
che sul cadere del secolo XV l'Alpe è dischiusa novamente alle armi
straniere, raccolga intorno a sè in un concetto o in un proposito,
foss'anche solamente d'una lega nazionale, l'Italia. Vengono sì a
questa Italia i Cesari tedeschi a cingervi la corona di Roma: ma una
corona storica: poichè l'«alma Roma» è diventata in realtà «il loco
santo» dove il Papa incoronatore pontefica e, non senza contrasti anche
sanguinosi, signoreggia e regna: e Cesare e Papa, sovrani e signorie
regionali comunali, ciascuno procacciante per sè, sono, rispetto
all'italianità della penisola, altrettante forze negative, il cui
positivo resultato è che una Italia non sia. Non sia: mentre fra i
contrasti di coteste forze, nell'esercizio delle quali è trasferita
e dispersa la legittima virtù dell'esser suo di nazione, tuttavia si
contesse l'istoria d'Italia: atteggiandosi spesso il Papato politico
a propugnatore di diritti italici, e talvolta l'Impero accennando
a voler essere, non una nominalità, bensì una cosa, italiana: ma in
effetto ambedue le istituzioni subordinando ciascuna all'immanente
interesse proprio queste mutabili contingenze della loro politica.
Così nella rivendicazione che le città della gloriosa Lega lombarda
fanno dei loro diritti contro l'Impero ferocemente invasore,
Alessandro III benedice le loro armi contro il comune nemico: ma appena
riconciliato col Barbarossa, abbandona i vincitori di Legnano, che
la pace di Costanza restituirà fedeli al Cesare inutilmente vinto.
Così Innocenzo III seconderà l'impresa italica di Ottone IV, favorirà
altresì fino ad un certo segno le libertà dei Comuni; ma l'una cosa
e l'altra sottoponendo a quel preconcetto di teocrazia, che iniziato
vigorosamente dall'austero e virtuoso Gregorio VII, non sarà da
Innocenzo sospinto alla massima altezza, che per finire, non ancor
passati cent'anni, nelle mondane macchinazioni di Bonifazio VIII tanto
ignobilmente, quanta è la distanza morale che disgiunge il trionfo
di Canossa dallo sfregio d'Anagni. Che se guardiamo agli imperatori,
e propriamente ai tre che soli, forse, ebbero ed accettarono dai
fatti occasione ed impulso a favorire in Italia un assetto politico
nazionale, Ottone IV, Federigo II, Arrigo VII, l'opera loro, ove ben si
consideri, non assunse mai il carattere d'una obiettiva costituzione
delle cose italiane, qualunque dovesse poi o potesse essere la forma
del reggimento; ma fu piuttosto un destreggiarsi tra la fazione loro
imperiale e quella chiesastica, con intenzioni più o men generose
verso la libertà popolare. Le quali buone intenzioni certo non
mancarono nemmeno ad alcuni Pontefici; però fatalmente negli uni e
negli altri, pontefici o imperatori, vincolate a ciò: che quel doppio
diritto pontificio e cesareo si sovrapponesse al fatto, di per sè
non giuridico, dell'esserci questa Italia, le cui cittadinanze, mal
compaginate di elementi latini e barbarici, travagliate fra impossenti
grandigie feudalesche e irrequiete democrazie, gran mercè se avessero
balìa d'insanguinare con le loro discordie le bandiere, neanch'esse
italiane, anzi mancipate esse pure o all'Impero o alla Chiesa, le
bandiere malaugurate di Ghibellino e di Guelfo.
Quando poi dai Comuni, pel gradino delle Signorie, si ascese ai
Principati, l'una e l'altra delle due grandi Potestà politiche
preoccupanti le funzioni vitali dell'organismo italiano, si trovarono
a molto miglior agio per maneggiare e patteggiare le respettive
ambizioni. E d'allora in poi l'Impero tradizionale si straniò
sempre più dall'Italia, ma sanzionando e convalidando i Principati
che a ventura se la spartivano, ed esso rimanendo come quasi un
padrone locatore di questa sua ideale proprietà. Nei Pontefici poi
fermentarono sempre più acremente i maligni umori, pei quali sullo
spirituale prevalse il politico o, a dirlo con appropriata parola,
la mondanità: la mondanità che rinnegava il santo vangelo di Cristo —
non essere di questo mondo il suo regno —; la mondanità, che cooperò
all'annullamento di quel grande moto di civiltà cristiana, che vollero,
e avrebber potuto, essere le Crociate; la mondanità, che dopo aver
cagionato Avignone e lo scisma d'Occidente, segnò il ritorno della
sede pontificia al legittimo centro della cattolica civiltà. Roma,
lo segnò e lo disonorò con le spedizioni di sanguinarii Legati per
tutta Roma-magna: in quella Romagna dove un secolo appresso il duca
Valentino avrebbe, condegnamente al padre suo papa Borgia, menata la
infausta gesta del poter temporale, e Giulio II avrebbe sfruttato, a
solo benefizio di questo malaugurato potere, il nobilissimo sentimento
della nazionale indipendenza. Infausto il poter temporale, alla
Chiesa, poichè assorbiva in una signoria del tutto secolaresca le
aspirazioni teocratiche, che, se non evangeliche, erano state almeno
sacerdotali: infausto all'Italia, nella quale cotesto fatto suggellava
la impossibilità di essere nazione una ed intera; pregiudicandosene
poi immensamente la religione, in quanto si mescolavano le cose dello
spirito e gl'interessi materiali, con scandalo delle anime pie e dei
più nobili intelletti. E lo scandalo addivenne presto una irreparabile
calamità della Chiesa, quando nello splendido pontificato mediceo di
Leone X dilagata la corruzione, se ne rompeva con la Protesta nordica
l'unità religiosa, che lo Scisma orientale aveva già lacerata.
E intanto la barbarie Musulmana, invano deprecata dall'ultimo e quasi
postumo Papa Crociato, il buono e magnanimo Pio II, si era insediata
minacciosa di qua dal Bosforo, calpestando le ultime realtà dell'Impero
latino e cristiano: la barbarie Musulmana: questa sozza, che troppo
lungamente si è poi alimentata di sangue cristiano.... e di egoismo
europeo. Fra la Protesta di Lutero e a pochi anni di distanza l'Assedio
di Firenze: fra il papato di Leone e l'altro quasi immediato papato
mediceo di Clemente VII, alle cui mani le orde imperiali rinnovano col
Sacco di Roma le geste dei Goti e dei Vandali; patiscono gli estremi
danni, degnamente congiunte, le due divine animatrici di tanta italiana
grandezza nell'età dei Comuni, la fede e la libertà. Il rogo del
Savonarola, che ha sperato di salvarle insieme, illumina sinistramente
la loro rovina, e investe di sanguigni riflessi la corona dei Cesari
che papa Clemente pone sul capo di Carlo V, il gran bargello d'Europa;
corona consacrata da mani fatte a ciò degne pel consumato matricidio
fiorentino! Oggi cotesti due pontefici, Leone e Clemente, riposano
l'uno dirimpetto all'altro nella Minerva di Roma: ma l'urna che in
mezzo ai due monumenti superbi custodisce alla pia ombra dell'altare le
ossa verginali di Caterina senese, l'eroina dell'amore e della carità,
che ben altro sperò alla fede di Cristo riconducendone da Avignone a
Roma i vicarii, cotesta urna in mezzo a quelle due statue, inchiude
la più acerba condanna che, in nome di tuttociò che è santo, possa
aggravarsi sul papato mondano e politico.
Con la caduta della libertà d'Italia, e la consegna di lei schiava
e mutilata nelle mani dei non aventi, dinanzi all'eterna giustizia,
alcun diritto su lei, la storia de' suoi Popoli cessa per non essere
più che la storia de' suoi Stati. E possiamo dire de' suoi Principi:
e principi stranieri più o meno, o portati o retti dallo straniero:
senza che facciamo grande torto al poco, e non bene, sopravvissuto
di Stati repubblicani: sol che si rilevino (oltre quella, tutta a
sè, dello Stato Ecclesiastico) due eccezioni gloriose: — una grande
Repubblica, Venezia, cui l'intendimento all'Oriente alienò, ne' secoli
suoi vigorosi, da qualsiasi egemonia italica; e che, rinchiusa nel suo
aristocratico pomerio, fu distrutta di lenta decrepitezza anche prima
che d'un colpo a tradimento finita; — e un Ducato alpigiano, domestico
retaggio di valorosi, che bilanciate alcun poco le proprie aspirazioni
fra il di là e il di qua de' suoi monti, si affermava risolutamente
italiano, quando appunto addosso all'Italia si aggravò la servitù: e
sulla fronte di quei Duchi la corona di Re era predestinata a divenire
la corona popolare d'Italia.
Ma prima che ciò fosse, doveva l'Italia discendere tutta intera la
via dolorosa della politica decadenza, sino all'annientamento suo
in espressione geografica, terra di morti, nazione da carnevale,
paese (tutt'al più) dove i poeti venissero a veder fiorire il cedro e
l'arancio, il mirto e l'alloro: dovevano i suoi Stati esser ridotti
alla condizione di merce quotabile e permutabile nel mercato della
diplomazia europea: dovevano, non per la gloria del nome italiano,
ma per la vita nostra utile di nazione, andar frustrati e dispersi
il lavorio scientifico sperimentale del secolo XVII; il movimento di
civili e sociali riforme del XVIII, che anticipava negli ordini ideali
la rivoluzione francese; e finalmente, doveva non essere per l'Italia
che una fuggitiva luminosa meteora il grande travolgimento napoleonico:
nel quale però il braccio italiano si ritemprava alle armi, e il
Regno italico non rinnovava soltanto una memoria od un nome che suona
nazione, ma rifioriva senno e operosità di cittadinanza cosciente, e
la corona di Monza cingeva, per que' pochi anni di gloria e di ebra
violenza, la fronte cesarea dell'abolitore del Sacro Romano Impero.
Col secondo decennio del secolo che ora tramonta, e propriamente con
l'infausto 1815, il ribadimento delle imperiali catene trisecolari,
la servitù dei popoli concordata in Santa Alleanza dalle Potenze,
la sanzione del Pontefice, restaurato re, a quest'altra riattiva
violenza, furono i provvidenziali flagelli, sotto il cui stimolo la
coscienza nazionale si svegliò finalmente, per non assopirsi più mai.
Ammaestrava gl'Italiani tutto un passato d'illusioni, di sventure,
di errori, di colpe, dominato fatalmente dalla bugiarda idealità
dell'Impero, che subordinando l'Italia ad una sopravvivenza nominale
di Roma pagana, aveva insieme e impedito la sua personalità reale di
nazione moderna, e soggettata la Chiesa di Gesù alle funzioni d'un
ministero essenzialmente politico. Ammaestramento che era sublimato
dalle eroiche prove, confermato dalle repressioni sanguinose,
consacrato dal martirio: le fosse dello Spielberg, le forche di Modena,
i Bandiera fucilati a Cosenza, preparavano l'era nuova d'Italia. Il
moto dei popoli sforzava la coscienza dei principi: e la prima guerra
d'indipendenza, che si svolge tra la benedizione del Pontefice piamente
ribelle, per breve ora, all'Impero, e il sacrifizio del Re che, devoto
al patto giurato, non abbandona il campo dell'ultima battaglia che per
cercare l'esilio di Oporto; quella prima guerra, in cui tutta Italia,
se non ancora con le armi, ma coi cuori, combatte; alla quale Milano
dà le cinque giornate, Toscana i giovanetti veterani di Curtatone e
Montanara, Messina Venezia Roma gli assedii gloriosi, Palermo e Bologna
i vittoriosi impeti del braccio plebeo, Brescia lo strazio de' suoi
eroici insorti, Napoli le sue galere nobilitate dal fior dell'ingegno
e del cuore, e il Piemonte tutto sè stesso: quella guerra, di nazione
e di popolo, annunzia al mondo che l'Italia ha finalmente ritrovato
il vero esser suo. La sconfitta delle armi è vittoria dell'idea: lo
spergiuro dei Principi, legittimi per convenzione diplomatica, ma
non nel diritto storico della nazione, toglie di mezzo il generoso
equivoco di quel primo movimento: e la questione italiana, imposta
ormai alla vecchia tenace Europa di Carlo V e di Metternich, la
questione italiana maturata con ben altri auspicii nel decennio di
preparazione alla guerra seconda, trionferà in questa e nelle sue
conseguenze, e trionferanno con essa il diritto e la civiltà. Nel
marzo del 1861 l'Italia, nel suo primo parlamento, proclama il suo Re
e la sua capitale. E quando l'Emanuele della nazione mancherà, innanzi
tempo, ai destini di lei rivendicata e costituita, non ne accoglieranno
la salma lacrimata i sotterranei dell'avita Superga, ma il Pantheon
d'Agrippa, il grande monumento imperiale, darà in Roma cattolica la
tomba legittima all'unificatore d'Italia: legittima in Roma, e non
altrove che in Roma, al cui nome politicamente abusato fu incatenata
per secoli, con doppia catena, la statuale esistenza d'Italia e la sua
unità di nazione.
Se l'alba d'un lieto giorno spunterà mai, che annunzi conciliate,
nell'augusta serena libertà del pensiero, le energie della fede e della
scienza verso il divino ignoto che, volenti o ribelli, consapevoli o
ignari o dimentichi, ci predomina tutti; quel giorno incoroneranno
quella tomba i fiori d'una primavera italica, che noi non siamo
destinati a vedere; e la civiltà umana, novellamente attratta verso la
cosmopoli eterna, segnerà forse dall'unità d'Italia un nuovo ordine di
secoli, nel quale sia restituita ai popoli anche la consolatrice unità
del consentire almeno in una speranza non offuscata da vapori mondani.