III.

Conquistata, più faticosamente che tutto il resto del mondo, dalla

predestinata fra le città sue ad essere, di civiltà in civiltà,

l'urbe mondiale; l'Italia, che da questa sua figlia superba, Roma,

non aveva potuto avere una unità latina, vi si trovò (strano a

dirsi) più prossima, dopo che il giardino peninsulare, dalle valli

gallo-padane alla costiera greco-italica, venne a mano dei Barbari,

che vi eseguivano ferocemente le vendette della umanità conculcata. Da

Teodorico a Carlo Magno, la storia di cotesti Barbari, che con Odoacre

avean rovesciato il simulacro d'Impero rimasto a Roma disfatta, è pure,

ciò che non era mai stata la storia dell'Impero, una storia d'Italia;

e la gesta Gotica, e la rivendicazione Bizantina, e il poderoso regno

Longobardico, hanno sempre per obietto e subietto, sia regno, sia

esarcato, siano ducati in vincolo di regia signoria, hanno, dico, per

loro base, uno stato e dominio italiano. È quindi fatalmente logico,

che col restaurarsi dell'Impero d'Occidente, tale condizione di cose,

nata dalle rovine di quello, si muti: sotto il quale rispetto, la

caduta dei Longobardi, quando anche si giungesse a provare che le loro

relazioni con le plebi latine furono assolutamente di tiranni verso

schiavi, riman tuttavia la caduta d'una forza, assimilatrice, fosse

pur violenta, di elementi italiani a costituire nazione italiana.

Catastrofe degna, invero, che il più grande Poeta nostro di questa

età ripensatrice del passato, il Manzoni, vi abbia esercitate sopra le

mirabili facoltà dell'acume suo critico, per circondarla poi di tanta

pietà, quanta emana dalla virtù guerriera di Adelchi, dalle cocenti

lacrime del vecchio re tradito e consegnato, dalla perdonatrice agonia

della ripudiata Ermengarda.

Carlo Magno restaura nominalmente l'Impero, e instaura effettivamente

il Papato politico: e condanna l'Italia a neanche pensare l'unità

sua di nazione: subordinare il concetto della libertà ai diritti

supremi di cotesto Impero ideale; di cui addiviene «il giardino»,

ma non la casa; e la propria indipendenza tollerare mescolata alle

vicende di esso e alle relazioni di esso coi Pontefici, diventati

per donazione, questa volta non fittizia pur troppo (sebbene mal

definita e sin da principio litigiosa), sovrani in Italia, senza ch'e'

possano mai, perchè obbligati al loro universal magistero affermarsi

ed operare da sovrani italiani. E da Carlo Magno, attraverso a quella

sua fantasmagoria di Regno Italico associato alla dignità Imperiale,

e poi per gli Ottoni, gli Svevi, gli Asburgo, i Lussemburgo, gli

Austriaci, sino a Carlo V, l'Impero e il Papato politico sovrastanno

alla vita italiana di ben sette secoli; lungo i quali la evoluzione

del Comune, feconda di operosità sociale, splendida di rinnovata

civiltà, si compie energicamente, e si dissolve nei Principati, senza

che nessuna delle maggiori Repubbliche, nessuna di quelle ambizioni

comitali o durali, nessuna di quelle avventure di regia conquista dopo

che sul cadere del secolo XV l'Alpe è dischiusa novamente alle armi

straniere, raccolga intorno a sè in un concetto o in un proposito,

foss'anche solamente d'una lega nazionale, l'Italia. Vengono sì a

questa Italia i Cesari tedeschi a cingervi la corona di Roma: ma una

corona storica: poichè l'«alma Roma» è diventata in realtà «il loco

santo» dove il Papa incoronatore pontefica e, non senza contrasti anche

sanguinosi, signoreggia e regna: e Cesare e Papa, sovrani e signorie

regionali comunali, ciascuno procacciante per sè, sono, rispetto

all'italianità della penisola, altrettante forze negative, il cui

positivo resultato è che una Italia non sia. Non sia: mentre fra i

contrasti di coteste forze, nell'esercizio delle quali è trasferita

e dispersa la legittima virtù dell'esser suo di nazione, tuttavia si

contesse l'istoria d'Italia: atteggiandosi spesso il Papato politico

a propugnatore di diritti italici, e talvolta l'Impero accennando

a voler essere, non una nominalità, bensì una cosa, italiana: ma in

effetto ambedue le istituzioni subordinando ciascuna all'immanente

interesse proprio queste mutabili contingenze della loro politica.

Così nella rivendicazione che le città della gloriosa Lega lombarda

fanno dei loro diritti contro l'Impero ferocemente invasore,

Alessandro III benedice le loro armi contro il comune nemico: ma appena

riconciliato col Barbarossa, abbandona i vincitori di Legnano, che

la pace di Costanza restituirà fedeli al Cesare inutilmente vinto.

Così Innocenzo III seconderà l'impresa italica di Ottone IV, favorirà

altresì fino ad un certo segno le libertà dei Comuni; ma l'una cosa

e l'altra sottoponendo a quel preconcetto di teocrazia, che iniziato

vigorosamente dall'austero e virtuoso Gregorio VII, non sarà da

Innocenzo sospinto alla massima altezza, che per finire, non ancor

passati cent'anni, nelle mondane macchinazioni di Bonifazio VIII tanto

ignobilmente, quanta è la distanza morale che disgiunge il trionfo

di Canossa dallo sfregio d'Anagni. Che se guardiamo agli imperatori,

e propriamente ai tre che soli, forse, ebbero ed accettarono dai

fatti occasione ed impulso a favorire in Italia un assetto politico

nazionale, Ottone IV, Federigo II, Arrigo VII, l'opera loro, ove ben si

consideri, non assunse mai il carattere d'una obiettiva costituzione

delle cose italiane, qualunque dovesse poi o potesse essere la forma

del reggimento; ma fu piuttosto un destreggiarsi tra la fazione loro

imperiale e quella chiesastica, con intenzioni più o men generose

verso la libertà popolare. Le quali buone intenzioni certo non

mancarono nemmeno ad alcuni Pontefici; però fatalmente negli uni e

negli altri, pontefici o imperatori, vincolate a ciò: che quel doppio

diritto pontificio e cesareo si sovrapponesse al fatto, di per sè

non giuridico, dell'esserci questa Italia, le cui cittadinanze, mal

compaginate di elementi latini e barbarici, travagliate fra impossenti

grandigie feudalesche e irrequiete democrazie, gran mercè se avessero

balìa d'insanguinare con le loro discordie le bandiere, neanch'esse

italiane, anzi mancipate esse pure o all'Impero o alla Chiesa, le

bandiere malaugurate di Ghibellino e di Guelfo.

Quando poi dai Comuni, pel gradino delle Signorie, si ascese ai

Principati, l'una e l'altra delle due grandi Potestà politiche

preoccupanti le funzioni vitali dell'organismo italiano, si trovarono

a molto miglior agio per maneggiare e patteggiare le respettive

ambizioni. E d'allora in poi l'Impero tradizionale si straniò

sempre più dall'Italia, ma sanzionando e convalidando i Principati

che a ventura se la spartivano, ed esso rimanendo come quasi un

padrone locatore di questa sua ideale proprietà. Nei Pontefici poi

fermentarono sempre più acremente i maligni umori, pei quali sullo

spirituale prevalse il politico o, a dirlo con appropriata parola,

la mondanità: la mondanità che rinnegava il santo vangelo di Cristo —

non essere di questo mondo il suo regno —; la mondanità, che cooperò

all'annullamento di quel grande moto di civiltà cristiana, che vollero,

e avrebber potuto, essere le Crociate; la mondanità, che dopo aver

cagionato Avignone e lo scisma d'Occidente, segnò il ritorno della

sede pontificia al legittimo centro della cattolica civiltà. Roma,

lo segnò e lo disonorò con le spedizioni di sanguinarii Legati per

tutta Roma-magna: in quella Romagna dove un secolo appresso il duca

Valentino avrebbe, condegnamente al padre suo papa Borgia, menata la

infausta gesta del poter temporale, e Giulio II avrebbe sfruttato, a

solo benefizio di questo malaugurato potere, il nobilissimo sentimento

della nazionale indipendenza. Infausto il poter temporale, alla

Chiesa, poichè assorbiva in una signoria del tutto secolaresca le

aspirazioni teocratiche, che, se non evangeliche, erano state almeno

sacerdotali: infausto all'Italia, nella quale cotesto fatto suggellava

la impossibilità di essere nazione una ed intera; pregiudicandosene

poi immensamente la religione, in quanto si mescolavano le cose dello

spirito e gl'interessi materiali, con scandalo delle anime pie e dei

più nobili intelletti. E lo scandalo addivenne presto una irreparabile

calamità della Chiesa, quando nello splendido pontificato mediceo di

Leone X dilagata la corruzione, se ne rompeva con la Protesta nordica

l'unità religiosa, che lo Scisma orientale aveva già lacerata.

E intanto la barbarie Musulmana, invano deprecata dall'ultimo e quasi

postumo Papa Crociato, il buono e magnanimo Pio II, si era insediata

minacciosa di qua dal Bosforo, calpestando le ultime realtà dell'Impero

latino e cristiano: la barbarie Musulmana: questa sozza, che troppo

lungamente si è poi alimentata di sangue cristiano.... e di egoismo

europeo. Fra la Protesta di Lutero e a pochi anni di distanza l'Assedio

di Firenze: fra il papato di Leone e l'altro quasi immediato papato

mediceo di Clemente VII, alle cui mani le orde imperiali rinnovano col

Sacco di Roma le geste dei Goti e dei Vandali; patiscono gli estremi

danni, degnamente congiunte, le due divine animatrici di tanta italiana

grandezza nell'età dei Comuni, la fede e la libertà. Il rogo del

Savonarola, che ha sperato di salvarle insieme, illumina sinistramente

la loro rovina, e investe di sanguigni riflessi la corona dei Cesari

che papa Clemente pone sul capo di Carlo V, il gran bargello d'Europa;

corona consacrata da mani fatte a ciò degne pel consumato matricidio

fiorentino! Oggi cotesti due pontefici, Leone e Clemente, riposano

l'uno dirimpetto all'altro nella Minerva di Roma: ma l'urna che in

mezzo ai due monumenti superbi custodisce alla pia ombra dell'altare le

ossa verginali di Caterina senese, l'eroina dell'amore e della carità,

che ben altro sperò alla fede di Cristo riconducendone da Avignone a

Roma i vicarii, cotesta urna in mezzo a quelle due statue, inchiude

la più acerba condanna che, in nome di tuttociò che è santo, possa

aggravarsi sul papato mondano e politico.

Con la caduta della libertà d'Italia, e la consegna di lei schiava

e mutilata nelle mani dei non aventi, dinanzi all'eterna giustizia,

alcun diritto su lei, la storia de' suoi Popoli cessa per non essere

più che la storia de' suoi Stati. E possiamo dire de' suoi Principi:

e principi stranieri più o meno, o portati o retti dallo straniero:

senza che facciamo grande torto al poco, e non bene, sopravvissuto

di Stati repubblicani: sol che si rilevino (oltre quella, tutta a

sè, dello Stato Ecclesiastico) due eccezioni gloriose: — una grande

Repubblica, Venezia, cui l'intendimento all'Oriente alienò, ne' secoli

suoi vigorosi, da qualsiasi egemonia italica; e che, rinchiusa nel suo

aristocratico pomerio, fu distrutta di lenta decrepitezza anche prima

che d'un colpo a tradimento finita; — e un Ducato alpigiano, domestico

retaggio di valorosi, che bilanciate alcun poco le proprie aspirazioni

fra il di là e il di qua de' suoi monti, si affermava risolutamente

italiano, quando appunto addosso all'Italia si aggravò la servitù: e

sulla fronte di quei Duchi la corona di Re era predestinata a divenire

la corona popolare d'Italia.

Ma prima che ciò fosse, doveva l'Italia discendere tutta intera la

via dolorosa della politica decadenza, sino all'annientamento suo

in espressione geografica, terra di morti, nazione da carnevale,

paese (tutt'al più) dove i poeti venissero a veder fiorire il cedro e

l'arancio, il mirto e l'alloro: dovevano i suoi Stati esser ridotti

alla condizione di merce quotabile e permutabile nel mercato della

diplomazia europea: dovevano, non per la gloria del nome italiano,

ma per la vita nostra utile di nazione, andar frustrati e dispersi

il lavorio scientifico sperimentale del secolo XVII; il movimento di

civili e sociali riforme del XVIII, che anticipava negli ordini ideali

la rivoluzione francese; e finalmente, doveva non essere per l'Italia

che una fuggitiva luminosa meteora il grande travolgimento napoleonico:

nel quale però il braccio italiano si ritemprava alle armi, e il

Regno italico non rinnovava soltanto una memoria od un nome che suona

nazione, ma rifioriva senno e operosità di cittadinanza cosciente, e

la corona di Monza cingeva, per que' pochi anni di gloria e di ebra

violenza, la fronte cesarea dell'abolitore del Sacro Romano Impero.

Col secondo decennio del secolo che ora tramonta, e propriamente con

l'infausto 1815, il ribadimento delle imperiali catene trisecolari,

la servitù dei popoli concordata in Santa Alleanza dalle Potenze,

la sanzione del Pontefice, restaurato re, a quest'altra riattiva

violenza, furono i provvidenziali flagelli, sotto il cui stimolo la

coscienza nazionale si svegliò finalmente, per non assopirsi più mai.

Ammaestrava gl'Italiani tutto un passato d'illusioni, di sventure,

di errori, di colpe, dominato fatalmente dalla bugiarda idealità

dell'Impero, che subordinando l'Italia ad una sopravvivenza nominale

di Roma pagana, aveva insieme e impedito la sua personalità reale di

nazione moderna, e soggettata la Chiesa di Gesù alle funzioni d'un

ministero essenzialmente politico. Ammaestramento che era sublimato

dalle eroiche prove, confermato dalle repressioni sanguinose,

consacrato dal martirio: le fosse dello Spielberg, le forche di Modena,

i Bandiera fucilati a Cosenza, preparavano l'era nuova d'Italia. Il

moto dei popoli sforzava la coscienza dei principi: e la prima guerra

d'indipendenza, che si svolge tra la benedizione del Pontefice piamente

ribelle, per breve ora, all'Impero, e il sacrifizio del Re che, devoto

al patto giurato, non abbandona il campo dell'ultima battaglia che per

cercare l'esilio di Oporto; quella prima guerra, in cui tutta Italia,

se non ancora con le armi, ma coi cuori, combatte; alla quale Milano

dà le cinque giornate, Toscana i giovanetti veterani di Curtatone e

Montanara, Messina Venezia Roma gli assedii gloriosi, Palermo e Bologna

i vittoriosi impeti del braccio plebeo, Brescia lo strazio de' suoi

eroici insorti, Napoli le sue galere nobilitate dal fior dell'ingegno

e del cuore, e il Piemonte tutto sè stesso: quella guerra, di nazione

e di popolo, annunzia al mondo che l'Italia ha finalmente ritrovato

il vero esser suo. La sconfitta delle armi è vittoria dell'idea: lo

spergiuro dei Principi, legittimi per convenzione diplomatica, ma

non nel diritto storico della nazione, toglie di mezzo il generoso

equivoco di quel primo movimento: e la questione italiana, imposta

ormai alla vecchia tenace Europa di Carlo V e di Metternich, la

questione italiana maturata con ben altri auspicii nel decennio di

preparazione alla guerra seconda, trionferà in questa e nelle sue

conseguenze, e trionferanno con essa il diritto e la civiltà. Nel

marzo del 1861 l'Italia, nel suo primo parlamento, proclama il suo Re

e la sua capitale. E quando l'Emanuele della nazione mancherà, innanzi

tempo, ai destini di lei rivendicata e costituita, non ne accoglieranno

la salma lacrimata i sotterranei dell'avita Superga, ma il Pantheon

d'Agrippa, il grande monumento imperiale, darà in Roma cattolica la

tomba legittima all'unificatore d'Italia: legittima in Roma, e non

altrove che in Roma, al cui nome politicamente abusato fu incatenata

per secoli, con doppia catena, la statuale esistenza d'Italia e la sua

unità di nazione.

Se l'alba d'un lieto giorno spunterà mai, che annunzi conciliate,

nell'augusta serena libertà del pensiero, le energie della fede e della

scienza verso il divino ignoto che, volenti o ribelli, consapevoli o

ignari o dimentichi, ci predomina tutti; quel giorno incoroneranno

quella tomba i fiori d'una primavera italica, che noi non siamo

destinati a vedere; e la civiltà umana, novellamente attratta verso la

cosmopoli eterna, segnerà forse dall'unità d'Italia un nuovo ordine di

secoli, nel quale sia restituita ai popoli anche la consolatrice unità

del consentire almeno in una speranza non offuscata da vapori mondani.

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte 1 Conferenze fiorentine - Storia · 第 10 / 29 题