Se non che all'unità politica avea precorso da secoli l'unità
intellettuale: l'unità che emerge dal solo fatto del concepire e
rappresentare, e il concetto e l'immagine atteggiare esteriormente
secondo un ideale e sopr'uno stampo, che è quello e non altro che
quello. Nella parola de' suoi poeti, nella mente de' suoi pensatori,
nei miracoli dell'arte emulatrice a quella di Grecia e di Roma, nella
sospirosa melodia de' suoi canti, nella musica perpetua della sua
lingua, l'Italia sempre era stata, e splendidamente era stata. Il
sentimento di questa immanente sopravvivenza ai fenomeni transitorii,
anche nei tempi più depressi e desolati della nostra storia, si salvò
sempre, e con esso fu salva la parte di noi più preziosa: la coscienza
di essere, ed esser noi. Non eravamo «in eterno periti», come nella
voce di Giacomo Leopardi sonava nel 1818 il pianto d'Italia serva: «In
eterno perimmo?»: poichè, rispondeva il poeta,
Voi, di che il nostro mal si disacerba,
Sempre vivete, o care arti divine,
Conforto a nostra sventurata gente,
Fra l'itale ruine
Gl'itali pregi a celebrare intente.
E salutava il sorgere nel tempio di Santa Croce d'un altro di quei
monumenti, dai quali, e dalla storia del nostro pensiero, aveva Ugo
Foscolo invocati gli auspicii al risorgimento d'Italia.
Ben può oggi affermarsi, che il primo passo alla unificazione
politica fu, in quei primi decennii del secolo, la restaurazione
della italianità nel pensiero e nella lingua: della qual restaurazione
furono benemeriti anche tali che, nelle conseguenze sue estreme, non
avrebber certo voluta preparare l'altra unità; ma questa aveva, lo
abbiamo veduto, ragioni di necessità e di diritto che di secolo in
secolo l'hanno avviata e guidata, spingendola innanzi anche quando è
sembrato che ristesse e indietreggiasse, finchè si sia potuto dire:
Siam giunti, e qui stiamo: _hic manebimus optime_! Non pensava certo
a un'Italia dell'avvenire, o ne avrebbe avuto sgomento, il buon padre
Cesari, quando straniandosi valorosamente dal gergo italo-franco
che aveva finito col sostituirsi alla lingua italiana, scriveva le
novellette boccaccevoli, o assettava nel suo artefatto trecento Orazio
e Cicerone, e nel volgar fiorentino del Cinquecento manipolava la
commedia latina: ed è certo altresì che la _Proposta_ di correzioni al
Vocabolario, con la quale il Monti si atteggiò a guerra di lombardo
a toscani, attesta, più ancora che della sua dottrina di lingua e
vivacità di spiriti indomita, della senile sua incoscienza politica.
Ma bene a questa Italia aveva pensato l'Alfieri, quando protestava
contro la soppressione che i pedanti della filosofia riformatrice avean
fatto dell'Accademia della Crusca: ci pensava il Foscolo quando si
appellava alla nazione, dalla sentenza del Gran Consiglio Cisalpino
contro la lingua latina: era purista cittadino il Giordani, quando
incorando negli amici suoi lo stile greco e la lingua del Trecento,
si sottoscrive fratello nel nome dell'«augusta e cara nostra mamma
l'Italia»: e filologia preveggente era quella di Niccolò Tommasèo,
il quale dalla critica delle dottrine del Perticari, dalla vagliatura
fiorentina dei sinonimi, dovea condursi con Daniele Manin al Palazzo
dei Dogi, prigioniero prima, poi Ministro della Repubblica, e, fino
agli estremi delle armi del colèra e della fame, sostenitore d'un
diritto nazionale che al Dalmata si era fin da giovanetto fatto
sentire nel caro idioma d'Italia. Sì, il purismo è stato anch'esso
una potenza benefica alla costituzione della patria, ravvivando e
rivendicando le ragioni della lingua, dagli stranieri influssi e
preponderanze corrotta: al corpo poi, così risanato, un possente
interprete del pensiero e del sentimento umani, restituiva il vivo
alito della toscanità, cioè dell'idioma d'Italia: Alessandro Manzoni.
La unità idiomatica avea suggellato del suo stampo il Poema, sul cui
fondo, disteso fra «cielo e terra», rilevava in figure immortali il
Medio Evo italiano: la unità idiomatica, ricondotta al suo principio
vivente, reintegrò quel medesimo suggello sopra un altro, esso pure
grande poema, dove la servitù e la corruttela italiana, lungo i più
lacrimevoli anni suoi, era ritratta e condannata nella storia di due
egualmente immortali figure, di due poveri perseguitati Promessi Sposi
del contado lombardo. Ed è questa italianità, di pensiero e di forma,
che noi dobbiamo oggi, insieme con la unità che ce la garantisce,
custodire gelosamente e propugnare: è questa italianità che noi con
trepido affetto consegnamo, raccomandiamo, ai nostri figliuoli. La
santa centenaria bandiera, per la quale combattono, soffrono, muoiono
da eroi, i nostri soldati, non si difende solamente sui campi di
battaglia: ogni cittadino operante è per essa soldato.
Altezze Reali, Signore, Signori,
Quella «storia ideale eterna» che Giambatista Vico idealeggiava, «sopra
la quale corrono in tempo tutte le nazioni», assunse nell'alta mente
di lui, la figura d'un circolo: dove però il corso dal male al bene
soggiacerebbe alla legge del ricorso dal bene al male; e simbolo della
vita civile, sarebbe quella linea circolare che «sè in sè rigira», e
a cui gli Aristotelici attribuivano maggior perfezione che non alla
linea retta, apponendo a questa la manchevolezza dell'essere non
finita. Ma Galileo rispose agli Aristotelici; e le teorie del Vico,
detrattone quel che di _a priori_ scolastico si aggravava sopr'esse,
possono conciliarsi con una legge positiva di progresso, che saldi in
armonia scientifica le tradizioni e le speranze del genere umano. Pure,
se ad un elemento della vita delle nazioni rimane tuttavia adattabile
puntualmente cotesta imagine vichiana del circolo, è a quell'elemento
che in sè comprende i caratteri essenziali e distintivi di ciascuna
nazione, pe' quali esse rassomigliano a un conserto di famiglie, il cui
padre unico sovrasta alle cose terrene. Nel circolo della italianità,
nessun progresso è interdetto alla patria nostra: sfasciandosi quello,
i movimenti non avrebbero più nè cammino diritto nè meta sicura.
Il pensiero e la lingua, gli studi del vero e le arti del bello,
le istituzioni e le leggi, descrivono la circonferenza di cotesto
circolo: ma nel centro sta, somma di tutte le forze, principio di vita
necessario, fortezza ed altare, l'unità della Patria.