CAP. LXX.

_Novità fatte in Ravenna._

Essendo venuta in Ravenna la novella, come la gente del legato aveano

per forza vinta la murata di Cesena, il signore di Ravenna, ch’allora

era all’ubbidienza del legato, comandò che i cittadini ne facessono

festa di fuoco e di luminaria. E però domenica, a dì 28 di maggio,

i cittadini si radunarono insieme per le contrade e per le piazze,

e festeggiavano: e nelle loro radunanze cominciarono a mormorare

contro a messer Bernardino da Polenta loro signore per le gravezze che

faceva, perocchè in breve tempo avea fatto pagare dell’estimo loro

in tre paghe libbre sette soldi dieci per libbra, onde generalmente

i cittadini erano mal contenti. E cominciato il bollore negli animi,

riscaldato col fuoco della festa, e facendosi alcuno caporale,

cominciò a gridare: Viva il popolo, e muoia l’estimo, e le gabelle. E

crescendo la boce, e multiplicando la gente al romore, il popolo corse

all’arme, e cominciossi a riducere in sulla piazza, e multiplicare le

grida. Il signore sentendo le grida mandò là due suoi famigli, l’uno

appresso l’altro, i quali giunti alla piazza furono morti dal popolo.

Il tiranno sentendo procedere la cosa da mala parte s’armò con sua

famiglia, e montato a cavallo corse alla piazza. Il popolo si rivolse

coll’arme contro a lui per modo, che per campare la persona si ritornò

nel castello; e accolto maggiore aiuto, da capo tornò alla piazza per

modo di volere acquetare il popolo: ma crescendo più il furore, fu

costretto per altra via ritornare a una postierla del castello; ma i

vili servi di quello popolazzo, avendo la libertà nelle proprie mani,

non la seppono per propria pigrizia seguitare, che al tutto erano

signori. E però, come si venne facendo notte, senza ordine e senza

capo cominciarono ad abbandonare la piazza, e tornarsi a casa, come

si tornassono da uno giuoco, e pochi furono quelli che vi rimasono,

e male provveduti. Per la qual cosa nella mezza notte uno fratello

bastardo del signore con venticinque masnadieri sì fedì di subito in

quel popolo stordito, e il signore con pochi a cavallo stava alla porta

del castello per riscuotere i suoi; ma i vili popolari, essendo ancora

in grande numero, senza fare resistenza si lasciarono percuotere, e

uccidere, e cacciare da que’ pochi assalitori, e abbandonata la piazza,

si tornarono a casa. La mattina vegnente il signore mandò per certi

cittadini, i quali come usciti d’ebrietà, e assicurati v’andarono; e

avendo i primi, mandò per anche, e raunonne in sua forza, centoventi e

più, i quali messi in prigione corse la terra; e appresso per diversi

modi gran parte ne fece morire, e degli altri fece danari. E da indi

innanzi fu più fortemente dal suo popolo ubbidito, temuto, e ridottato.

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 248 / 289 题