CAP. XVIII.

_La sconfitta del re di Francia e sua gente._

Avendo il valoroso duca di Guales già sbarattate le due prime schiere

de’ nemici, e veduto che la terza schiera, ov’era il figliuolo e ’l

fratello del re con cinquemila cavalieri, per paura s’erano fuggiti

senza dare o ricevere colpo, prese speranza dell’incredibile vittoria,

e con molta baldanza tutti in uno drappello fatto s’addirizzarono ad

andare a combattere la grossa schiera del re. Il quale re, avendosi

messe innanzi l’altre schiere, si pensò, per ritenere più ferma la

baronia, di scendere a piè, e così fece. E vedendosi venire addosso

gl’Inghilesi e’ Guasconi con gran baldanza, e avendo saputa la fuga

del figliuolo e del fratello non invilì, ma virtuosamente confortando

i suoi baroni che gli erano di presso, si fece innanzi a’ nemici per

riceverli alla battaglia coraggiosamente. Il duca co’ suoi franchi

cavalieri, e sperti in arme a quel tempo più ch’e’ Franceschi, e

cresciuti nella speranza della vittoria, si fedirono aspramente nella

schiera del re. Quivi erano di valorosi baroni e di pro’ cavalieri;

e sentendovi la persona del re, faceano forte e aspra resistenza, e

mantennono francamente lo stormo, abbattendo, tagliando e uccidendo

di loro nemici; ma perocchè fortuna favoreggiava gl’Inghilesi, molti

Franceschi come poteano ricoverare a cavallo si fuggivano, senz’essere

perseguitati; che la gente del duca non si snodava, e la schiera del

re al continovo mancava; e ’l re medesimo, conoscendo già la vittoria

in mano de’ suoi nemici, non volendo per viltà di fuga vituperare

la corona, fieramente s’addurò alla battaglia, facendo grandi cose

d’arme di sua persona; ma sentendosi allato messer Gianni suo piccolo

figliuolo, comandò che fosse menato via e tratto della battaglia; il

quale per comandamento del re essendo montato a cavallo con alquanti

in sua compagnia, e partito un pezzo, il fanciullo ebbe tanta onta

di lasciare il padre nella battaglia che ritornò a lui, e non potendo

adoperare l’arme, considerava i pericoli del padre, e spesso gridava:

Padre, guardatevi a destra, o a sinistra o d’altra parte, come vedea

gli assalitori; ed essendo appresso del re messer Ruberto di Durazzo

della casa reale di Puglia, ch’avea aoperate sue virtù come paladino,

e lungamente con altri baroni difesa la battaglia, e morti e magagnati

assai di quelli ch’a loro si strigneano, in fine abbattuti e morti

intorno al re, il re fu intorniato dagl’Inghilesi e da’ Guasconi, e

domandato fu che si dovesse arrendere; ed egli vedendosi intorneato

de’ suoi baroni e nimici morti e de’ nemici vivi, e fuori d’ogni

speranza di potere più sostenere la battaglia, s’arrendè per sua voce

a’ Guasconi, e lasciò l’arme sotto la loro guardia: e ’l suo piccolo

figliuolo di corpo, e grande d’animo, non si voleva arrendere, ma

pregato, e ricevuto comandamento dal padre che s’arrendesse, così fece;

e questo fu il fine della disavventurata battaglia per li Franceschi, e

d’alta gloria per gl’Inghilesi.

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 196 / 289 题