_La sconfitta del re di Francia e sua gente._
Avendo il valoroso duca di Guales già sbarattate le due prime schiere
de’ nemici, e veduto che la terza schiera, ov’era il figliuolo e ’l
fratello del re con cinquemila cavalieri, per paura s’erano fuggiti
senza dare o ricevere colpo, prese speranza dell’incredibile vittoria,
e con molta baldanza tutti in uno drappello fatto s’addirizzarono ad
andare a combattere la grossa schiera del re. Il quale re, avendosi
messe innanzi l’altre schiere, si pensò, per ritenere più ferma la
baronia, di scendere a piè, e così fece. E vedendosi venire addosso
gl’Inghilesi e’ Guasconi con gran baldanza, e avendo saputa la fuga
del figliuolo e del fratello non invilì, ma virtuosamente confortando
i suoi baroni che gli erano di presso, si fece innanzi a’ nemici per
riceverli alla battaglia coraggiosamente. Il duca co’ suoi franchi
cavalieri, e sperti in arme a quel tempo più ch’e’ Franceschi, e
cresciuti nella speranza della vittoria, si fedirono aspramente nella
schiera del re. Quivi erano di valorosi baroni e di pro’ cavalieri;
e sentendovi la persona del re, faceano forte e aspra resistenza, e
mantennono francamente lo stormo, abbattendo, tagliando e uccidendo
di loro nemici; ma perocchè fortuna favoreggiava gl’Inghilesi, molti
Franceschi come poteano ricoverare a cavallo si fuggivano, senz’essere
perseguitati; che la gente del duca non si snodava, e la schiera del
re al continovo mancava; e ’l re medesimo, conoscendo già la vittoria
in mano de’ suoi nemici, non volendo per viltà di fuga vituperare
la corona, fieramente s’addurò alla battaglia, facendo grandi cose
d’arme di sua persona; ma sentendosi allato messer Gianni suo piccolo
figliuolo, comandò che fosse menato via e tratto della battaglia; il
quale per comandamento del re essendo montato a cavallo con alquanti
in sua compagnia, e partito un pezzo, il fanciullo ebbe tanta onta
di lasciare il padre nella battaglia che ritornò a lui, e non potendo
adoperare l’arme, considerava i pericoli del padre, e spesso gridava:
Padre, guardatevi a destra, o a sinistra o d’altra parte, come vedea
gli assalitori; ed essendo appresso del re messer Ruberto di Durazzo
della casa reale di Puglia, ch’avea aoperate sue virtù come paladino,
e lungamente con altri baroni difesa la battaglia, e morti e magagnati
assai di quelli ch’a loro si strigneano, in fine abbattuti e morti
intorno al re, il re fu intorniato dagl’Inghilesi e da’ Guasconi, e
domandato fu che si dovesse arrendere; ed egli vedendosi intorneato
de’ suoi baroni e nimici morti e de’ nemici vivi, e fuori d’ogni
speranza di potere più sostenere la battaglia, s’arrendè per sua voce
a’ Guasconi, e lasciò l’arme sotto la loro guardia: e ’l suo piccolo
figliuolo di corpo, e grande d’animo, non si voleva arrendere, ma
pregato, e ricevuto comandamento dal padre che s’arrendesse, così fece;
e questo fu il fine della disavventurata battaglia per li Franceschi, e
d’alta gloria per gl’Inghilesi.