CAP. XIII.

_Diceria che fece il prenze di Guales a’ suoi._

Il cardinale di Pelagorga avuta la risposta dal re di Francia e

dal suo consiglio contradia al suo trattato e alla sua opinione,

avendo singulare affezione al giovane duca, in cui avea trovato

molta liberalità, parendogli sconvenevole se colla sua bocca non gli

rispondesse, il dì medesimo valicò nel suo campo: ed essendo innanzi

al duca ch’attendea la fermezza della pace, il cardinale gli disse:

Sire, io ho assai travagliato per poterti recare pace, ma non ho

potuto per alcuna maniera; e però a te conviene procacciare d’essere

valente prenze, e pensare alla tua difesa colla spada in mano, perocchè

alla battaglia ti conviene venire co’ Franceschi, rimossa ogni altra

speranza d’accordo o di pace. Udendo questa parola il magnanimo duca,

non perdè in atto o in segno sua virtù, anzi disse: Voi ci potete

essere testimonio, che dalla nostra parte non è mancata la concordia

alla quale con pura fede ci recavamo; ora che da’ nostri avversari

manca, prendiamo fidanza che Iddio sia dalla nostra parte. E dato

con reverenza congio al cardinale, di presente ebbe i suoi baroni e’

suoi capitani de’ cavalieri e degli arcieri inghilesi e guasconi, e

manifestò loro l’intenzione del re di Francia e del suo consiglio,

e come al mattino attendessono la battaglia, con franche e signorili

parole dicendo, come Iddio e la ragione era dalla loro parte, e che

però catuno prendesse cuore e ardire, e inanimasse sè e’ suoi a ben

fare; e ricordassonsi come i Franceschi vinti e sconfitti più volte

da loro, non avrebbono cuore di sostenere la battaglia. E oltre a ciò

disse: Signori e compagni, non dimenticate il luogo ove fortuna ci

ha inchiusi, nel quale se noi vogliamo stare alla difesa, avendo la

forza de’ nemici nostri a petto, in breve ci manca la vittuaglia, e di

niuna parte ci può venire, perchè noi e’ nostri cavalli verremo meno di

fame, e saremo vilissima preda a’ nostri nemici. E nel partire non si

vede salvamento, avendo al fuggire lungo il cammino per le terre de’

nostri nemici d’ogni parte, e così gran forza qui, e de’ nemici alle

spalle, anzi possiamo essere molto certi, che dando loro le reni, ci

faranno morire a gran tormento; e però niuna speranza di salute rimane

dalla nostra parte, se non di combattere francamente, e procurare colla

virtù dell’indurata fortezza delle nostre braccia abbattere la delicata

e apparente pompa de’ nostri avversari; e quanto la loro potenza e

numero di cavalieri e di sergenti è maggiore, tanto conviene in noi

più accendere l’animo a dimostrare nostra virtù: e se fortuna ci pur

volesse abbattere, facciamo sì ch’a’ nostri nemici rimanga dolorosa

vittoria, e a noi eterno nome di valorosa cavalleria. E confortata

e inanimata la sua gente, comandò ch’al mattino tutta la preda loro

delle cose grosse fosse recata nel campo, e messa fuori tra loro e’

nemici, e fattone tre monti, e che la notte stessono in buona guardia,

e confortassono loro e’ loro cavalli, sicchè al mattino si trovassono

forti e acconci alla battaglia;

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 191 / 289 题