_Come si reggeano gli Ungheri in oste._
E’ pare cosa maravigliosa agl’Italiani ne’ nostri dì, a udire la
moltitudine de’ cavalieri che seguitano il re d’Ungheria quando cavalca
in arme contro i suoi nemici. E però, avvegnachè gli antichi fossono di
queste cose più sperti, per lo lungo trapassamento di quella memoria
qui ne rinnoveremo alcuna cosa, per levare l’ammirazione de’ moderni.
Gli Ungheri sono grandissimi popoli, e quasi tutti si reggono sotto
baronaggi, e le baronie d’Ungheria non sono per successione nè a vita,
ma tutte si danno e tolgono a volontà del signore: e hanno per loro
antica consuetudine ordinate quantità di cavalieri, de’ quali catuno
barone, e catuno comune hanno a servire il loro re quando va o manda
in fatti d’arme, sicchè il numero e ’l tempo del servigio catuno sa
che l’ha a fare. E perocchè alla richiesta del signore subitamente
senza soggiorno o intervallo conviene che sieno mossi, per questo quel
comune e quello barone ha diputato quelli che a quel servigio debbino
continovo stare apparecchiati di doppi cavalli, e chi di più, e di loro
leggieri armi da offendere, cioè l’arco colle frecce ne’ loro turcassi,
e una spada lunga a difensione di loro persone. Portano generalmente
farsetti di cordovano, i quali continovano per loro vestimenta, e
com’è bene unto, v’aggiungono il nuovo, e poi l’altro, e appresso
l’altro, e per questo modo gli fanno forti e assai difendevoli. La
testa di rado armano, per non perdere la destrezza del reggere l’arco,
ov’è tutta la loro speranza. Gli Ungheri hanno le gregge de’ cavalli
grandissime, e sono non grandi, e co’ loro cavalli arano e governano
il lavorio della terra, e tutte loro some sono carrette, e tutti gli
nudriscono a stare stretti insieme, e legati per l’uno de’ piedi,
sicchè in catuna parte con uno cavigliuolo fitto in terra li possono
tenere, e il loro nudrimento è l’erba, fieno e strame con poca biada;
massimamente quando usano d’andare verso levante, e valicare i lunghi
diserti. E andando verso que’ paesi, usano selle lunghe a modo di
barde, congiunte con usolieri; e quando sono in que’ cammini disabitati
e ne’ loro eserciti, l’uomo e ’l cavallo in sul campo a scoperto cielo
fanno un letto senz’altra tenda, e in tempo sereno aprono le bande
delle loro selle a modo di barda, e fannosene materasse, e sopr’esse
dormono la notte; e se ’l tempo è di piova, che di rado avviene, o
dell’una parte o d’amendue si fanno coperta, e’ loro cavalli usi a ciò
non si curano di stare al sereno e alla piova, e non hanno danno in
que’ paesi che di rado vi piove; altrove non è così, ma pure comportano
meglio i disagi; e molti ne castrano, che si mantengono meglio, e
sono più mansueti. Di loro vivanda con lieve incarico sono ne’ diserti
ben forniti, e la cagione di ciò e la loro provvisione è questa; che
in Ungheria cresce grande moltitudine di buoi e di vacche, i quali
non lavorano la terra, e avendo larga pastura, crescono e ingrassano
tosto, i quali elli uccidono per avere il cuoio, e ’l grasso che
fanno ne fanno grande mercatanzia, e la carne fanno cuocere in grandi
caldaie; e com’ell’è ben cotta e salata la fanno dividere dall’ossa,
e appresso la fanno seccare ne’ forni o in altro modo, e secca, la
fanno polverezzare e recare in sottile polvere, e così la serbano; e
quando vanno pe’ deserti con grande esercito, ove non trovano alcuna
cosa da vivere, portano paiuoli e altri vasi di rame, e catuno per
sè porta uno sacchetto di questa polvere per provvisione di guerra, e
oltre a ciò il signore ne fa portare in sulle carrette gran quantità;
e quando s’abbattono alle fiumane o altre acque, quivi s’arrestano,
e pieni i loro vaselli d’acqua la fanno bollire, e bollita, vi
mettono suso di questa polvere secondo la quantità de’ compagni che
s’accostano insieme; la polvere ricresce e gonfia, e d’una menata o di
due si fa pieno il vaso a modo di farinata, e dà sustanza grande da
nutricare, e rende gli uomini forti con poco pane, o per se medesima
senza pane. E però non è maraviglia perchè gran moltitudine stieno
e passino lungamente per li diserti senza trovare foraggio, che i
cavalli si nutricano coll’erbe e col fieno, e gli uomini con questa
carne martoriata. Ma ne’ nostri paesi, ove trovano il pane e ’l vino
e la carne fresca, infastidiscono il loro cibo, il quale per dolce
usano ne’ deserti; e però mutano costume, e non saprebbono vivere di
quell’impastata vivanda, e però non potrebbono in tanto numero ne’
nostri paesi durare, che le città e le castella sono forti, e i campi
stretti e le genti provvedute; e però avviene, che quanti più in numero
di qua ne passano, più tosto per necessità di vita si confondono. La
loro guerra non è in potere mantenere campo, ma di correre e fuggire e
cacciare, saettando le loro saette, e di rivolgersi e di ritornare alla
battaglia. E molto sono atti e destri a fare preda e lunghe cavalcate,
e molto magagnano colle saette gli altrui cavalli e le genti a piede, e
per tanto sono utili ove sia chi possa tenere campo, perocchè di fare
guerra in corso e tribolare i nemici d’assalto sono maestri, e non
si curano di morire, e però si mettono a ogni gran pericolo. E quando
le battaglie si commettono, sempre gli Ungheri si tengono per loro, e
combattono, partendosi a dieci o quindici insieme, chi a destra e chi a
sinistra, e corrono a fedire dalla lunga con le loro saette, e appresso
in su’ loro correnti cavalli si fuggono, e solieno andare senza insegna
o alcuna bandiera, e senza stromento da battaglia, e a certa percossa
di loro turcassi s’accoglievano insieme. Abbianne forse oltre al
dovere stesa nostra materia, ma perchè in questo nostro tempo si sono
cominciati a stendere nelle italiane guerre, non è male a sapere loro
condizione.