CAP. LIV.

_Come si reggeano gli Ungheri in oste._

E’ pare cosa maravigliosa agl’Italiani ne’ nostri dì, a udire la

moltitudine de’ cavalieri che seguitano il re d’Ungheria quando cavalca

in arme contro i suoi nemici. E però, avvegnachè gli antichi fossono di

queste cose più sperti, per lo lungo trapassamento di quella memoria

qui ne rinnoveremo alcuna cosa, per levare l’ammirazione de’ moderni.

Gli Ungheri sono grandissimi popoli, e quasi tutti si reggono sotto

baronaggi, e le baronie d’Ungheria non sono per successione nè a vita,

ma tutte si danno e tolgono a volontà del signore: e hanno per loro

antica consuetudine ordinate quantità di cavalieri, de’ quali catuno

barone, e catuno comune hanno a servire il loro re quando va o manda

in fatti d’arme, sicchè il numero e ’l tempo del servigio catuno sa

che l’ha a fare. E perocchè alla richiesta del signore subitamente

senza soggiorno o intervallo conviene che sieno mossi, per questo quel

comune e quello barone ha diputato quelli che a quel servigio debbino

continovo stare apparecchiati di doppi cavalli, e chi di più, e di loro

leggieri armi da offendere, cioè l’arco colle frecce ne’ loro turcassi,

e una spada lunga a difensione di loro persone. Portano generalmente

farsetti di cordovano, i quali continovano per loro vestimenta, e

com’è bene unto, v’aggiungono il nuovo, e poi l’altro, e appresso

l’altro, e per questo modo gli fanno forti e assai difendevoli. La

testa di rado armano, per non perdere la destrezza del reggere l’arco,

ov’è tutta la loro speranza. Gli Ungheri hanno le gregge de’ cavalli

grandissime, e sono non grandi, e co’ loro cavalli arano e governano

il lavorio della terra, e tutte loro some sono carrette, e tutti gli

nudriscono a stare stretti insieme, e legati per l’uno de’ piedi,

sicchè in catuna parte con uno cavigliuolo fitto in terra li possono

tenere, e il loro nudrimento è l’erba, fieno e strame con poca biada;

massimamente quando usano d’andare verso levante, e valicare i lunghi

diserti. E andando verso que’ paesi, usano selle lunghe a modo di

barde, congiunte con usolieri; e quando sono in que’ cammini disabitati

e ne’ loro eserciti, l’uomo e ’l cavallo in sul campo a scoperto cielo

fanno un letto senz’altra tenda, e in tempo sereno aprono le bande

delle loro selle a modo di barda, e fannosene materasse, e sopr’esse

dormono la notte; e se ’l tempo è di piova, che di rado avviene, o

dell’una parte o d’amendue si fanno coperta, e’ loro cavalli usi a ciò

non si curano di stare al sereno e alla piova, e non hanno danno in

que’ paesi che di rado vi piove; altrove non è così, ma pure comportano

meglio i disagi; e molti ne castrano, che si mantengono meglio, e

sono più mansueti. Di loro vivanda con lieve incarico sono ne’ diserti

ben forniti, e la cagione di ciò e la loro provvisione è questa; che

in Ungheria cresce grande moltitudine di buoi e di vacche, i quali

non lavorano la terra, e avendo larga pastura, crescono e ingrassano

tosto, i quali elli uccidono per avere il cuoio, e ’l grasso che

fanno ne fanno grande mercatanzia, e la carne fanno cuocere in grandi

caldaie; e com’ell’è ben cotta e salata la fanno dividere dall’ossa,

e appresso la fanno seccare ne’ forni o in altro modo, e secca, la

fanno polverezzare e recare in sottile polvere, e così la serbano; e

quando vanno pe’ deserti con grande esercito, ove non trovano alcuna

cosa da vivere, portano paiuoli e altri vasi di rame, e catuno per

sè porta uno sacchetto di questa polvere per provvisione di guerra, e

oltre a ciò il signore ne fa portare in sulle carrette gran quantità;

e quando s’abbattono alle fiumane o altre acque, quivi s’arrestano,

e pieni i loro vaselli d’acqua la fanno bollire, e bollita, vi

mettono suso di questa polvere secondo la quantità de’ compagni che

s’accostano insieme; la polvere ricresce e gonfia, e d’una menata o di

due si fa pieno il vaso a modo di farinata, e dà sustanza grande da

nutricare, e rende gli uomini forti con poco pane, o per se medesima

senza pane. E però non è maraviglia perchè gran moltitudine stieno

e passino lungamente per li diserti senza trovare foraggio, che i

cavalli si nutricano coll’erbe e col fieno, e gli uomini con questa

carne martoriata. Ma ne’ nostri paesi, ove trovano il pane e ’l vino

e la carne fresca, infastidiscono il loro cibo, il quale per dolce

usano ne’ deserti; e però mutano costume, e non saprebbono vivere di

quell’impastata vivanda, e però non potrebbono in tanto numero ne’

nostri paesi durare, che le città e le castella sono forti, e i campi

stretti e le genti provvedute; e però avviene, che quanti più in numero

di qua ne passano, più tosto per necessità di vita si confondono. La

loro guerra non è in potere mantenere campo, ma di correre e fuggire e

cacciare, saettando le loro saette, e di rivolgersi e di ritornare alla

battaglia. E molto sono atti e destri a fare preda e lunghe cavalcate,

e molto magagnano colle saette gli altrui cavalli e le genti a piede, e

per tanto sono utili ove sia chi possa tenere campo, perocchè di fare

guerra in corso e tribolare i nemici d’assalto sono maestri, e non

si curano di morire, e però si mettono a ogni gran pericolo. E quando

le battaglie si commettono, sempre gli Ungheri si tengono per loro, e

combattono, partendosi a dieci o quindici insieme, chi a destra e chi a

sinistra, e corrono a fedire dalla lunga con le loro saette, e appresso

in su’ loro correnti cavalli si fuggono, e solieno andare senza insegna

o alcuna bandiera, e senza stromento da battaglia, e a certa percossa

di loro turcassi s’accoglievano insieme. Abbianne forse oltre al

dovere stesa nostra materia, ma perchè in questo nostro tempo si sono

cominciati a stendere nelle italiane guerre, non è male a sapere loro

condizione.

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 147 / 289 题