CAP. XVII.

_Di nuove rivolture della gran compagnia._

Stando la compagnia del conte di Lando a vernare in Puglia con grande

abbondanza d’ogni bene da vivere, aspettando dal re Luigi la moneta

promessa, per lo patto ch’avea di doversi partire al maggio prossimo

e uscire del regno, una parte di loro con certi conestabili intorno

di cinquecento barbute, contentandosi male d’aversi a partire del

paese, senza tenere promessa al re o fede all’altra compagnia si

rubellarono da essa, e accostati al conte di Minerbino detto Paladino,

se n’andarono per sua condotta in terra d’Otranto, ove per lunghi tempi

passati non era sentita guerra, e di presente presono due castella nel

paese piene di molta vittuaglia, e preda quanta ne poterono guardare

di bestiame grosso e minuto, del quale poterono avere l’uso, ma non

danari. Il conte di Lando si dolse al re Luigi del tradimento fatto per

costoro, e offerse sè e l’altra compagnia al servigio del re contro a

que’ ribelli, e contro a tutti i baroni che non volessono ubbidire alla

corona. Il re, e il suo consiglio, e il gran siniscalco, credendosi

fare meno male, accettarono la profferta, e una parte della compagnia

con certa condotta de’ suoi uficiali mandò in Abruzzi per fare ubbidire

alquanti comuni e baroni, i quali così rubavano e predavano il paese

come se fossono nel servigio della compagnia e non in quello del re,

e tanto più sicuramente, perchè niuno s’era provveduto contro a loro:

e quelli ch’erano rimasi col conte di Lando volevano pur vivere largo

all’altrui spese. E così nella concordia, come nella guerra, erano

d’ogni parte i regnicoli mal trattati.

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 110 / 289 题