_Di nuove rivolture della gran compagnia._
Stando la compagnia del conte di Lando a vernare in Puglia con grande
abbondanza d’ogni bene da vivere, aspettando dal re Luigi la moneta
promessa, per lo patto ch’avea di doversi partire al maggio prossimo
e uscire del regno, una parte di loro con certi conestabili intorno
di cinquecento barbute, contentandosi male d’aversi a partire del
paese, senza tenere promessa al re o fede all’altra compagnia si
rubellarono da essa, e accostati al conte di Minerbino detto Paladino,
se n’andarono per sua condotta in terra d’Otranto, ove per lunghi tempi
passati non era sentita guerra, e di presente presono due castella nel
paese piene di molta vittuaglia, e preda quanta ne poterono guardare
di bestiame grosso e minuto, del quale poterono avere l’uso, ma non
danari. Il conte di Lando si dolse al re Luigi del tradimento fatto per
costoro, e offerse sè e l’altra compagnia al servigio del re contro a
que’ ribelli, e contro a tutti i baroni che non volessono ubbidire alla
corona. Il re, e il suo consiglio, e il gran siniscalco, credendosi
fare meno male, accettarono la profferta, e una parte della compagnia
con certa condotta de’ suoi uficiali mandò in Abruzzi per fare ubbidire
alquanti comuni e baroni, i quali così rubavano e predavano il paese
come se fossono nel servigio della compagnia e non in quello del re,
e tanto più sicuramente, perchè niuno s’era provveduto contro a loro:
e quelli ch’erano rimasi col conte di Lando volevano pur vivere largo
all’altrui spese. E così nella concordia, come nella guerra, erano
d’ogni parte i regnicoli mal trattati.