_Come il conte Paffetta fu da’ Pisani messo in prigione._
Egli è assai utile cosa agli uomini considerare contro alla malizia e
alla superbia de’ grandi cittadini, quando possono far male e abbattere
gli altri, ch’e’ medesimi sono sottoposti a quella medesima calamità
e fortuna; ma provarlo per esperienza gli ne fa più certi, e a quelli
c’hanno a venire ne rimane migliore esempio. Detto abbiamo come la
malizia di messer Paffetta conte di Montescudaio cittadino di Pisa,
colla perversa operazione fece morire e cacciare i Gambacorti di Pisa,
e sè fece il maggiore di quella città; avvenne che gli altri cittadini,
cui egli avea rimessi al governamento del comune, parendo loro che
messer Paffetta fosse troppo grande, si legarono e feciono setta
contro a lui segretamente, e un dì, essendo messer Paffetta andato
agli anziani, come ordinato era, gli anziani mandarono di subito a
fare pigliare certi cittadini caporali della sua setta e stretti suoi
confidenti, e altri di suo seguito intorno di cinquanta, e di presente
li mandarono a’ confini, facendoli uscire della città, e messer
Paffetta con alcuno altro mandarono in prigione nell’Agosta a Lucca;
e messolo in carcere sotto buona guardia, rivocarono i confini agli
altri e fecionli ritornare, senza fare altra novità o mutazione di loro
stato. Parve a tutti rimanere più sicuri, e in migliore essere nella
cittadinanza, che in prima; e questo fu all’entrata del mese d’aprile,
e ancora non era compiuto l’anno ch’egli avea abbattuti i Gambacorti
e gli altri buoni cittadini di Pisa. Era in Pisa il vicario sostituto
del vicario dell’imperadore, il quale consentì a tutto, essendoli fatto
intendere che messer Paffetta volea con certo trattato dare Pisa a’
signori di Milano: grande loro amico era, ma altro vero non se ne potè
trovare; e stato alquanto in prigione, per tema che l’imperadore non lo
ne facesse trarre, o i signori di Milano, di veleno, o d’altra violente
morte, celatamente lo feciono morire in prigione.