_Come la gente del Biscione prese le mura di Bologna e furono cacciati._
Poco addietro ci ricorda, che noi trattammo de’ duemila cavalieri e
de’ molti masnadieri che messer Bernabò avea mandati sopra Bologna,
e le mute che fatte aveano di luogo in luogo; all’ultimo, all’uscita
del mese d’agosto del detto anno, erano tornati al borgo a Panicale
forniti di molte scale, e bolcioni ferrati da cozzare mura della città,
e di queste cose il signore di Bologna non si prendeva guardia. E però
una notte ordinata tutta l’oste se ne venne alle mura di Bologna dalla
parte del prato, dov’era più solitario, ed ebbono poste le scale alle
mura, e di subito vi montarono suso più di dugento cavalieri armati,
ch’erano smontati de’ cavalli, e assai masnadieri, e traboccate le
guardie che vi trovarono dalle mura in terra, cominciarono a perquotere
le mura co’ bolcioni tanto che già l’aveano forate e aperte le mura da
piè, innanzi che ’l signore o i cittadini se n’avvedessono, e alquanti
per gagliardia erano scesi dentro e entrati per la piccola rottura;
e parendo agli assalitori avere la forza delle mura e l’entrata,
avvisando che dentro fosse dato loro alcuno aiuto per lo loro trattato,
cominciarono a gridare ad alte boci: Vivano i popolani, e muoia il
signore. A questo romore il popolo si cominciò a sentire, e ogni uomo
a prendere l’arme, e certe masnade di fanti a piè toscani con alquanti
cittadini trassono in quella parte ov’erano i nemici, e quanti ne
trovarono a basso entrati uccisono, e ingrossandosi alla difesa quelli
della terra a cavallo e a piè, con molti balestrieri cacciarono a terra
quelli ch’erano montati su per le mura; e avvedendosi i capitani della
gente di messer Bernabò, che per lo fallo dell’affrettato romore la
città era difesa, con vergogna sonarono a ricolta e tornarsi al borgo a
Panicale, e indi cavalcate le contrade d’intorno, e fatto assai danno
d’arsione presono loro cammino e andarono a Milano; e il signore di
Bologna, vedendo il pericolo ch’avea corso, prese miglior guardia.