CAP. LIV.

_Come l’imperadore e l’imperadrice si partirono per tornare in

Alamagna._

Avendo l’imperadore col senno e colla provvedenza alamannica presa la

corona dell’imperio, e guidati i fatti degl’Italiani come nel nostro

trattato è raccontato, essendosi ridotto a Pietrasanta, l’imperadrice

sollecitando che si tornasse nella Magna, a dì 11 di giugno del detto

anno si partì di là con milledugento cavalieri di sua gente, e tenne

la via di Lombardia; e giugnendo alle terre de’ signori di Milano

non potè in alcuna entrare, ma a tutte trovò le porte serrate, e le

mura e le torri piene d’uomini armati alla guardia colle balestra,

e col saettamento apparecchiato. E giugnendo a Cremona, ch’è grossa

città, volendovi entrare dentro, fu ritenuto alla porta per spazio di

due ore innanzi che vi potesse entrare; poi ebbe licenza d’andarvi

la sua persona con alquanta compagnia senza alcuna gente armata; e

strignendolo la necessità, per non mostrare d’avere dimenticata la pace

che la sua persona avea voluto trattare tra’ Lombardi, vi si mise ad

entrare, e stettevi la notte e il dì seguente, continovo le porti della

città serrate, e di dì e di notte i soldati armati facendo continova

guardia. E ragionando l’imperadore con certi che v’erano per i signori

di Milano, di volere trattare della pace tra’ Lombardi, gli fu detto

da parte de’ signori, che non se ne dovesse affaticare. E però la

mattina vegnente, avendo già preso di se alcuno sospetto, s’uscì della

città, e cavalcò a Soncino. Ivi fu ricevuto con pochi disarmati e con

grandissima guardia: e vedendosi così onorare ora ch’era imperadore

nella forza de’ tiranni di Milano, molto pieno di sdegno s’affrettò

di tornare in Alamagna, ove tornò colla corona ricevuta senza colpo

di spada, e colla borsa piena di danari avendola recata vota, ma con

poca gloria delle sue virtuose operazioni, e con assai vergogna in

abbassamento dell’imperiale maestà.

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 58 / 289 题