_Come l’imperadore e l’imperadrice si partirono per tornare in
Alamagna._
Avendo l’imperadore col senno e colla provvedenza alamannica presa la
corona dell’imperio, e guidati i fatti degl’Italiani come nel nostro
trattato è raccontato, essendosi ridotto a Pietrasanta, l’imperadrice
sollecitando che si tornasse nella Magna, a dì 11 di giugno del detto
anno si partì di là con milledugento cavalieri di sua gente, e tenne
la via di Lombardia; e giugnendo alle terre de’ signori di Milano
non potè in alcuna entrare, ma a tutte trovò le porte serrate, e le
mura e le torri piene d’uomini armati alla guardia colle balestra,
e col saettamento apparecchiato. E giugnendo a Cremona, ch’è grossa
città, volendovi entrare dentro, fu ritenuto alla porta per spazio di
due ore innanzi che vi potesse entrare; poi ebbe licenza d’andarvi
la sua persona con alquanta compagnia senza alcuna gente armata; e
strignendolo la necessità, per non mostrare d’avere dimenticata la pace
che la sua persona avea voluto trattare tra’ Lombardi, vi si mise ad
entrare, e stettevi la notte e il dì seguente, continovo le porti della
città serrate, e di dì e di notte i soldati armati facendo continova
guardia. E ragionando l’imperadore con certi che v’erano per i signori
di Milano, di volere trattare della pace tra’ Lombardi, gli fu detto
da parte de’ signori, che non se ne dovesse affaticare. E però la
mattina vegnente, avendo già preso di se alcuno sospetto, s’uscì della
città, e cavalcò a Soncino. Ivi fu ricevuto con pochi disarmati e con
grandissima guardia: e vedendosi così onorare ora ch’era imperadore
nella forza de’ tiranni di Milano, molto pieno di sdegno s’affrettò
di tornare in Alamagna, ove tornò colla corona ricevuta senza colpo
di spada, e colla borsa piena di danari avendola recata vota, ma con
poca gloria delle sue virtuose operazioni, e con assai vergogna in
abbassamento dell’imperiale maestà.