_Come furono decapitati i Gambacorti._
Avendo l’imperadore presi i Gambacorti e gli altri nominati cittadini,
e fattili contradi alla maestà imperiale ov’erano fedeli, e rubelli
ov’erano amici, a suggestione del conte Paffetta e di messer Lodovico
della Rocca, come detto è, essendo racquetato il tumulto del popolo, e
l’imperadore nell’animo quieto per coprire il notorio fallo, e perchè
dimostrare si potesse più certo, volendo giustificare la sua inconsulta
impresa, essendo dal cominciamento della loro presura ciascuno
racchiuso di per se senza sapere l’uno dell’altro, li fece disaminare
a un giudice d’Arezzo, acciocchè potesse formare l’inquisizione
contro a loro per poterli giudicare colpevoli. E avendoli disaminati
senza martorio, e appresso con tormento, ciascuno disse per forza di
tormento ciò che ’l giudice volle che dicessono, acciocchè li potesse
condannare colpevoli, come sapea la volontà del signore; e nondimeno
pubblicato il processo si trovò, che l’uno non avea detto come l’altro,
ma diversamente: l’uno, come avea trattato col comune di Firenze, e
che dovea mandare la sua cavalleria in Valdarno, e non conchiudea;
e l’altro nominò che ’l trattato era con tre cittadini di Firenze,
e nominolli per nome, e non sapea dire il modo; e l’altro si trovò
ch’avea detto per un altro modo: e così esaminati tutti, non era nel
processo convenienza salvo che in una cosa, che tutti, vedendo che a
diritto o a torto convenia loro morire, per non essere più tormentati,
confessarono a volontà del giudice ch’aveano voluto tradire e uccidere
l’imperadore e la sua gente. Il furore del romore mosso in Pisa
era sì manifesto che non fu di loro operazione, che ’l processo nol
potea contenere. I tre cittadini di Firenze nominati per Franceschino
erano tali, che niuno sospetto ne cadde nel cospetto dell’imperadore:
nondimeno non lasciò trarre del processo i loro nomi, anzi convenne che
si appresentassono in giudicio in Samminiato del Tedesco, allora terra
libera dell’imperadore, e per sentenza imperiale furono dichiarati non
colpevoli e prosciolti. E allora veduto pe’ savi tutto il processo,
fu manifesto che i presi per ragione non doveano esser giudicati
colpevoli; ma gli sventurati Gambacorti, ch’aveano tanto tempo retta la
città di Pisa in singolare buono stato, e onorato l’imperadore sopra
gli altri cittadini, in parlamento fatto a dì 26 di maggio predetto
furono giudicati traditori dell’imperiale maestà, Franceschino Lotto e
Bartolommeo Gambacorti fratelli carnali, e Cecco Cinquini e ser Nieri
Papa, Ugo di Guitto e Giovanni delle Brache, tutti grandi popolani di
Pisa: e armato il maliscalco con cinquecento cavalieri tedeschi furono
menati in camicia cinti di strambe e di cinghie, e a modo di vilissimi
ladroni tirati e tratti da’ ragazzi, furono così vilmente condotti dal
duomo di Pisa alla piazza degli anziani, scusandosi fino alla morte non
colpevoli, e scusando il comune di Firenze e i tre cittadini nominati;
e ivi involti nel fastidio della piazza e nel sangue l’uno dell’altro
furono decapitati, e gli sventurati corpi maculati dalla bruttura
del sangue per comandamento dell’imperadore stettono tre dì in sulla
piazza senza essere coperti o sepolti: la cui morte, in vituperio del
cardinale legato del papa, e in abbassamento della gloria imperiale,
diede ammaestramento a’ popoli che voleano vivere in libertà e a’
rettori di quelli, di non doversi potere fidare alle promesse imperiali
nello stato delle loro signorie, nè nel grande stato cittadinesco
alcuno singulare onorato cittadino, perocchè l’invidia spesso per non
provvedute vie è cagione di grandi ruine. Per la morte di costoro, e
per la paura conceputa nel petto dell’imperadore, messer Paffetta e
messer Lodovico della Rocca rimasono i maggiori governatori di Pisa, ma
tosto sentì messer Paffetta la volta della fallace fortuna, come al suo
tempo appresso racconteremo.