CAP. XXXVII.

_Come furono decapitati i Gambacorti._

Avendo l’imperadore presi i Gambacorti e gli altri nominati cittadini,

e fattili contradi alla maestà imperiale ov’erano fedeli, e rubelli

ov’erano amici, a suggestione del conte Paffetta e di messer Lodovico

della Rocca, come detto è, essendo racquetato il tumulto del popolo, e

l’imperadore nell’animo quieto per coprire il notorio fallo, e perchè

dimostrare si potesse più certo, volendo giustificare la sua inconsulta

impresa, essendo dal cominciamento della loro presura ciascuno

racchiuso di per se senza sapere l’uno dell’altro, li fece disaminare

a un giudice d’Arezzo, acciocchè potesse formare l’inquisizione

contro a loro per poterli giudicare colpevoli. E avendoli disaminati

senza martorio, e appresso con tormento, ciascuno disse per forza di

tormento ciò che ’l giudice volle che dicessono, acciocchè li potesse

condannare colpevoli, come sapea la volontà del signore; e nondimeno

pubblicato il processo si trovò, che l’uno non avea detto come l’altro,

ma diversamente: l’uno, come avea trattato col comune di Firenze, e

che dovea mandare la sua cavalleria in Valdarno, e non conchiudea;

e l’altro nominò che ’l trattato era con tre cittadini di Firenze,

e nominolli per nome, e non sapea dire il modo; e l’altro si trovò

ch’avea detto per un altro modo: e così esaminati tutti, non era nel

processo convenienza salvo che in una cosa, che tutti, vedendo che a

diritto o a torto convenia loro morire, per non essere più tormentati,

confessarono a volontà del giudice ch’aveano voluto tradire e uccidere

l’imperadore e la sua gente. Il furore del romore mosso in Pisa

era sì manifesto che non fu di loro operazione, che ’l processo nol

potea contenere. I tre cittadini di Firenze nominati per Franceschino

erano tali, che niuno sospetto ne cadde nel cospetto dell’imperadore:

nondimeno non lasciò trarre del processo i loro nomi, anzi convenne che

si appresentassono in giudicio in Samminiato del Tedesco, allora terra

libera dell’imperadore, e per sentenza imperiale furono dichiarati non

colpevoli e prosciolti. E allora veduto pe’ savi tutto il processo,

fu manifesto che i presi per ragione non doveano esser giudicati

colpevoli; ma gli sventurati Gambacorti, ch’aveano tanto tempo retta la

città di Pisa in singolare buono stato, e onorato l’imperadore sopra

gli altri cittadini, in parlamento fatto a dì 26 di maggio predetto

furono giudicati traditori dell’imperiale maestà, Franceschino Lotto e

Bartolommeo Gambacorti fratelli carnali, e Cecco Cinquini e ser Nieri

Papa, Ugo di Guitto e Giovanni delle Brache, tutti grandi popolani di

Pisa: e armato il maliscalco con cinquecento cavalieri tedeschi furono

menati in camicia cinti di strambe e di cinghie, e a modo di vilissimi

ladroni tirati e tratti da’ ragazzi, furono così vilmente condotti dal

duomo di Pisa alla piazza degli anziani, scusandosi fino alla morte non

colpevoli, e scusando il comune di Firenze e i tre cittadini nominati;

e ivi involti nel fastidio della piazza e nel sangue l’uno dell’altro

furono decapitati, e gli sventurati corpi maculati dalla bruttura

del sangue per comandamento dell’imperadore stettono tre dì in sulla

piazza senza essere coperti o sepolti: la cui morte, in vituperio del

cardinale legato del papa, e in abbassamento della gloria imperiale,

diede ammaestramento a’ popoli che voleano vivere in libertà e a’

rettori di quelli, di non doversi potere fidare alle promesse imperiali

nello stato delle loro signorie, nè nel grande stato cittadinesco

alcuno singulare onorato cittadino, perocchè l’invidia spesso per non

provvedute vie è cagione di grandi ruine. Per la morte di costoro, e

per la paura conceputa nel petto dell’imperadore, messer Paffetta e

messer Lodovico della Rocca rimasono i maggiori governatori di Pisa, ma

tosto sentì messer Paffetta la volta della fallace fortuna, come al suo

tempo appresso racconteremo.

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 41 / 289 题