CAP. XXXVI.

_Come i Sanesi feciono rinunziare la signoria al patriarca._

Avuti ch’ebbono i dodici nuovi ufiziali di Siena, a dì 26 di maggio

detto, la risposta dall’imperadore, feciono loro generale consiglio,

nel quale il minuto popolo e gli artefici furono per comune, ma non

così gli altri cittadini, e nella loro presenza feciono venire il

patriarca, il quale come loro signore venne colla bacchetta in mano;

ed essendo nel consiglio, disonestamente gli feciono rendere la

bacchetta, e rinunziare alla singulare signoria che data gli aveano

a richiesta dell’imperadore, e fecionne trarre pubblichi istromenti a

più notai. E fatto questo, parendo al patriarca essere in vergognoso

e non sicuro partito tra le mani dello scondito popolazzo cui egli

mattamente avea esaltato, domandò di potersene andare all’imperadore

con sicuro condotto; fugli risposto, che tanto gli conveniva stare

che le loro castella fossono restituite nella guardia del comune:

avendo con suo mandato e colle sue lettere mandato gente a prenderle,

nondimeno gli convenne contro a sua voglia due dì attendere: poi

a dì 27 di maggio del detto anno in fretta si mise a cammino per

ritornarsi all’imperadore. I Massetani e quelli di Montepulciano

lasciarono partire la gente dell’imperadore, e però non accettarono

la signoria de’ Sanesi a quella volta. Per queste rivolture di Pisa e

di Siena in così pochi giorni dopo la coronazione dell’imperadore si

può comprendere, come altre volte abbiamo contato, che il reggimento

della gente tedesca è strano agl’Italiani, e non si sanno reggere nè

provvedere; e però è poco savio chi si sottomette alla loro suggezione,

che non tengono fede a mantenere lo stato che trovano, e da loro non

sanno governare i popoli, e però di necessità seguitano pericolose

rivoluzioni de’ liberi comuni, e quello ch’è detto, e quello che

seguita, sono manifesti esempi del nostro consiglio.

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 40 / 289 题