_Come fur arse le case de’ Gambacorti._
Il conte Paffetta e messer Lodovico della Rocca avendo accolto loro
seguito, e la gente e l’insegna dell’imperadore, i quali il dì aveano
perseguitati e morti, ora per loro sagace industria li traevano
alla morte de’ loro cittadini, e gridando viva l’imperadore, molta
gente di loro seguito ragunata contro a lui rivolsono contro a’
Gambacorti, e contro a’ buoni cittadini ch’erano tratti senza loro
saputa o procaccio alle loro case. E venendo a valicare i ponti
dell’Arno, trovarono alcuna lieve resistenza di gente ignorante del
fatto, e tra loro non era alcuno de’ Gambacorti, in manifesto segno
che quel dì era terminato alla loro ruina; perocchè se alcuno di
quella casa fosse comparito in arme, tanti e tali erano i cittadini
tratti per difenderli, ch’avrebbono ributtati i loro avversari e la
gente dell’imperadore al Ponte vecchio e al Ponte della spina; ma non
apparendo alcuno de’ Gambacorti, il Paffetta e messer Lodovico colla
cavalleria dell’imperadore furono lasciati passare, e addirizzaronsi
verso casa i Gambacorti, e trovandole senza alcuna difesa, le feciono
rubare e appresso ardere; e per questo inopinato furore presi i non
colpevoli Gambacorti con certi altri loro amici, e arse le case,
diedono per quella giornata, a dì 21 di maggio del detto anno, riposo
al furore dello scommosso popolo. I presi furono Franceschino, Lotto,
Bartolommeo, Piero e Gherardo de’ Gambacorti; e gli altri cittadini di
loro seguito furono ser Benincasa Giunterelli notaio della condotta,
Cecco Cinquini, ser Piero dell’Abate, ser Nieri Papa, Neruccio
Mestondine, Neri di Lando da Faggiuola, Ugo di Guitto, e Giovanni
delle Brache, messer Guelfo de’ Lanfranchi, e messer Piero Baglia
de’ Gualandi, messer Rosso de’ Sismondi e Francesco di Rossello. E
avvegnachè tutti questi fossono in questo dì presi, nondimeno non però
tutti furono giudicati dall’imperadore, come appresso diviseremo nei dì
della loro condannazione.