CAP. XXXII.

_Come furono in Pisa presi i Gambacorti._

Dopo la novità dell’arsione sopraddetta e della morte di messer

Francesco Castracane, essendo il popolo insollito, e malcontento e

sospettoso de’ fatti di Lucca, sopravvenne, che le some degli arnesi

e dell’armadure de’ loro cittadini ch’erano stati alla guardia

dell’Agosta in Lucca tornavano, avendo rassegnata la guardia di quella

alla gente dell’imperadore. I Pisani della setta de’ raspanti, per

le cui contrade le some passavano, facendosene capo il Paffetta,

cominciarono a levare il romore contro all’imperadore, e ogni uomo

s’andò ad armare; la gente dell’imperadore veggendo questa novità

s’armarono, e montarono a cavallo in diverse contrade com’erano

albergati, e tutti traevano al duomo dov’era il loro signore. I

cittadini gli lanciavano, e assalivano, e uccidevano per le vie

come fossono loro nemici, e in questo primo romore in più contrade

furono morti più di centocinquanta cavalieri tedeschi di quelli

dell’imperadore. L’imperadore vedendosi a questo pericolo, e mal

fornito a fare resistenza al furore del commosso popolo, s’era armato

e diliberato di volersi partire con la sua gente ch’avea raccolta

al duomo. De’ Gambacorti, ciò era Franceschino e Lotto, quand’era

questo romore si trovarono in casa l’imperadore con certi altri

cittadini senz’arme; e Bartolommeo e Piero, maravigliandosi di questo

subito romore, si racchiusono in casa il cardinale d’Ostia legato

del papa. I grandi e i buoni cittadini che non sapeano la cagione

del romore traevano a casa i Gambacorti; e nel vero, se alcuno di

loro fosse uscito fuori di casa armato, non ne dubito, che tanto e

tale era il seguito de’ buoni cittadini, che la città di Pisa avrebbe

preso quel partito ch’e’ Gambacorti avessono voluto, ma la loro mala

provvedenza coperta da semplice ignoranza li condusse alla loro ruina,

e la sagace malizia de’ loro avversari li fece signori. Il conte

Paffetta e messer Lodovico della Rocca, ch’erano stati i movitori

di questo romore, avvedendosi che la maggior forza de’ cittadini

traevano a casa i Gambacorti, e che quelli della casa per folle

consiglio non comparivano a farsi capo de’ cittadini, s’avvisarono

d’abbatterli per malizia in quello furore, coll’aiuto della paura

che sentivano ch’avea l’imperadore che cercava di volersi partire;

e per fornire loro intendimento, acciocchè ’l romore mosso per loro

non tornasse in loro confusione, cambiarono la voce, e mostrandosi

aiutatori dell’imperadore, con gran compagnia di loro seguito armati

s’appresentarono dinanzi dall’imperadore, e dissono: Signor nostro,

voi siete tradito da’ Gambacorti e dalla loro setta, perchè non pare

loro essere signori di Pisa come e’ solieno, e per questa cagione hanno

fatto levare questo romore e uccidere la vostra gente, e alle loro case

hanno raccolto in arme la maggior forza de’ cittadini; dicendoli, che

se per lui a questo punto non si mettesse riparo, egli e sua gente era

in grave pericolo a campare del loro furore, ed eglino medesimi co’

loro seguaci erano in grave pericolo di morte e d’essere cacciati di

Pisa: e detto questo, s’offersono all’imperadore, e dissono; Se voi ci

volete dare l’aiuto del vostro maliscalco e parte di vostre masnade,

recheremo tosto al niente la parte de’ Gambacorti, e voi faremo libero

signore di Pisa. L’imperadore avendo il suo senno intenebrato, e

sviato da se per la via della paura, indiscretamente diede fede alla

manifesta iniquità di costoro, e non volle la cosa ricercare con alcuna

ragione o verità del fatto; ma in quello stante prese parte, e fecesi

nemico de’ suoi fedeli e innocenti amici, e amico di coloro che gli

erano stati avversari, e diede le sue masnade e il suo maliscalco a

seguitare messer Paffetta, e messer Lodovico e la loro setta contro a’

Gambacorti, i quali senz’arme avea ne’ suoi palagi e in casa ignoranti

di questo fatto, e per suo comandamento fece ritenere Franceschino

e Lotto ch’avea in casa, e al legato mandò per gli altri ch’erano

là fuggiti udendo il romore sotto le sue braccia, e fu di tanta vile

condizione, che di presente glie le mandò, in gran disonore e infamia

del suo cappello e della libertà di santa Chiesa; e così fece di più

altri cittadini, che a lui erano fuggiti per tema del romore.

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 36 / 289 题