_Come i Pisani per gelosia furono in arme._
Essendo venuta la novella della morte di messer Francesco Castracani
a Pisa, la setta de’ raspanti cui e’ favoreggiava si cominciarono a
dolere fortemente, e dire che questa era stata operazione della parte
de’ Gambacorti, ma ciò non era vero; nondimeno l’imperadore se ne fece
grande maraviglia, e tutta la città ne prese conturbazione, e crebbene
l’izza delle loro sette. E stando la città in questo bollimento, a dì
20 del detto mese di maggio improvviso s’apprese fuoco nel palagio del
comune ove abitava l’imperadore, e senza potervi mettere rimedio arse
tutta la camera dell’arme del comune ch’era in quel palagio, ove arsono
tutte le buone belestra, tende, e trabacche, e padiglioni, e l’altre
armadure che v’erano, che niuna ne potè campare. E per questa cagione
convenne che l’imperadore andasse ad abitare al duomo, e ’l popolo
tutto sotto l’arme tra per l’una cagione e per l’altra stava in gelosia
e in sospetto, e per questo modo stette armato il dì e la notte. La
mattina vegnente rassicurata la gente lasciarono l’arme quetamente, e
catuno intese a’ suoi mestieri. E in quella mattina ebbe l’imperadore
novelle della novità di Siena, che gli dierono assai malinconia e
pensiero, e più perchè si trovava fortuneggiare in Pisa, e mal fornito
di gente d’arme da potere provvedere e riparare alle fortune che si
vedea apparecchiare. Allora cominciò a potere conoscere che l’avarizia
era nimica d’ogni buona provvisione.