_Come morì il duca di Pollonia._
Il duca Stefano di Pollonia cugino dell’imperadore, giovane virtudioso
e di grande autorità, avendo vaghezza di venire a Firenze per suo
diporto, e lasciato l’imperadore a Pisa, venne con sua compagnia di
giovani baroni a Firenze, ove fu ricevuto a grande onore; ed essendo il
gran siniscalco del Regno messer Niccola Acciaiuoli a Firenze, gli fece
compagnia festeggiando per la città. E avendo ricevuto onore di corredi
da’ signori e dal gran siniscalco, e compiaciutosi molto co’ cavalieri
e gentili uomini, e nella cittadinanza de’ Fiorentini e a più feste,
tornato a Pisa all’imperadore si lodò molto de’ Fiorentini, e magnificò
il nome della nostra città in molte cose, e dopo pochi dì cadde malato
in Pisa, e d’una continua febbre in sette dì passò di questa vita.
Dissesi ch’avea mangiato in Pisa d’un’anguilla, e che immantinente
ammalò, ma la continua più ch’altro il trasse a fine; della cui morte
fu gran danno, perocch’era barone di grande aspetto. Della morte di
costui molto si dolse l’imperadore, ma l’imperadrice vedendolo morire
così brevemente impaurì molto, e stimolava l’imperadore di ritornare
nella Magna, e molti baroni e cavalieri per la morte del duca Stefano
abbandonarono l’imperadore e tornaronsi in Alamagna, e lasciaronlo
con poca gente. E ’l sire della Lippa, uno dei maggiori signori di
Boemia, essendo malato a Pisa si fece conducere a Firenze, e giunto
nella città, e venuto a notizia de’ signori, di presente il feciono
albergare nel vescovado con tutta sua famiglia, che non v’era il
vescovo, e fornironlo di buone letta e di tutto ciò che a bene stare
gli bisognava, e ordinarongli i migliori medici della città alla
provvisione e consiglio della sua sanità, e continovo sera e mattina
gli faceano apparecchiare delle loro dilicate vivande e de’ loro fini
vini. E tanta fede aggiunta col suo piacere ebbe il nostro comune,
che di lunga malattia e quasi incurabile, non pensando potere campare
altrove, come fu piacere di Dio prese perfetta sanità nella città
di Firenze, e guarito, fu onorato di doni e d’altre cose dal nostro
comune. Per le quali cose fatto singulare amico del nostro comune e
de’ suoi cittadini, soggiornò nella città a suo diletto infino alla...,
tanto che fu tornato nella sua fortezza: poi ebbe dal comune i danari
che i Fiorentini gli aveano promessi per l’imperadore, come innanzi
racconteremo.