_Come i capi de’ ghibellini d’Italia si dolsono all’imperadore._
In questi medesimi dì, all’entrante di maggio, i caporali di
parte ghibellina ch’erano venuti alla coronazione dell’imperadore,
aspettandone la loro esaltazione e l’abbassamento di parte guelfa in
Toscana, e vedendo per opera il contradio, si raunarono insieme in
una chiesa di Siena, e ivi ricordarono tra loro tutte le persecuzioni
ricevute da’ guelfi per cagione dell’imperio, e le infamazioni de’
comuni di Toscana, e spezialmente del comune di Firenze, per le
resistenze fatte agl’imperadori; e avendo raccolta loro materia da
dire, feciono quelle cose pronunziare nel cospetto dell’imperadore
al prefetto di Vico; il quale saviamente in prima raccontò la fede,
l’amore, i servigi che i ghibellini d’Italia aveano portato e fatto
per i tempi passati di quanto avere si potea memoria agl’imperadori
alamanni, e in singularità all’imperadore Arrigo suo avolo, e come
i guelfi d’Italia aveano sempre fatto grave resistenza all’imperio,
e tra gli altri comuni più singolarmente e con maggior forza il
comune di Firenze; e come per operazione di quel comune l’imperadore
Arrigo suo avolo era morto, e le imperiali forze recate al niente;
e’ ghibellini sentendo l’avvenimento della sua signoria tutti erano
venuti in grande speranza, aspettando per lui essere esaltati, e
vedere la struzione de’ guelfi, e singolarmente del comune di Firenze
sempre ribello all’imperadore; e vedendo che per danari egli s’era
acconcio con quel comune, e a’ suoi fedeli ghibellini per sua venuta
non era seguito vendetta delle loro oppressioni e de’ danni ricevuti,
e le loro terre e castella perdute non erano racquistate, nè per suo
procaccio loro restituite, essendo perdute per volere mantenere la
parte imperiale, si maravigliavano forte, e molto più conoscendo che
il tempo era venuto che col loro aiuto, e delle città e castella di
Toscana tornate all’imperiale suggezione, e colla sua grande potenza,
e’ potea essere signore della città e de’ danari de’ Fiorentini, e per
un poco di danari avea fatto accordo con quel comune in poco onore
della maestà imperiale. L’imperadore, udite le dette cose, senza
ristrignersi ad altro consiglio o fare risponditore alcuno altro,
come signore facondioso d’intendimento e d’eloquenza, coll’animo
quieto parlando soavemente, disse: Noi sappiamo bene l’amore e la fede
ch’avete portata all’imperio, e’ servigi fatti al nostro avolo per voi
non possiamo dimenticare, perocchè scritti sono ne’ suoi annali. Appo
i nostri registri troviamo noi, che i mali consigli de’ ghibellini
d’Italia, avendo più rispetto al proprio esaltamento, e a fare le loro
proprie vendette, che all’onore e grandezza dell’imperadore Arrigo mio
avolo, il feciono male capitare, e non il comune di Firenze, nè alcuna
operazione di quel comune; e però non intendo in ciò seguitare vostro
consiglio: e frustrati della loro corrotta intenzione, mal contenti e
poco avanzati si tornarono in loro paese.