CAP. XXI.

_Come i capi de’ ghibellini d’Italia si dolsono all’imperadore._

In questi medesimi dì, all’entrante di maggio, i caporali di

parte ghibellina ch’erano venuti alla coronazione dell’imperadore,

aspettandone la loro esaltazione e l’abbassamento di parte guelfa in

Toscana, e vedendo per opera il contradio, si raunarono insieme in

una chiesa di Siena, e ivi ricordarono tra loro tutte le persecuzioni

ricevute da’ guelfi per cagione dell’imperio, e le infamazioni de’

comuni di Toscana, e spezialmente del comune di Firenze, per le

resistenze fatte agl’imperadori; e avendo raccolta loro materia da

dire, feciono quelle cose pronunziare nel cospetto dell’imperadore

al prefetto di Vico; il quale saviamente in prima raccontò la fede,

l’amore, i servigi che i ghibellini d’Italia aveano portato e fatto

per i tempi passati di quanto avere si potea memoria agl’imperadori

alamanni, e in singularità all’imperadore Arrigo suo avolo, e come

i guelfi d’Italia aveano sempre fatto grave resistenza all’imperio,

e tra gli altri comuni più singolarmente e con maggior forza il

comune di Firenze; e come per operazione di quel comune l’imperadore

Arrigo suo avolo era morto, e le imperiali forze recate al niente;

e’ ghibellini sentendo l’avvenimento della sua signoria tutti erano

venuti in grande speranza, aspettando per lui essere esaltati, e

vedere la struzione de’ guelfi, e singolarmente del comune di Firenze

sempre ribello all’imperadore; e vedendo che per danari egli s’era

acconcio con quel comune, e a’ suoi fedeli ghibellini per sua venuta

non era seguito vendetta delle loro oppressioni e de’ danni ricevuti,

e le loro terre e castella perdute non erano racquistate, nè per suo

procaccio loro restituite, essendo perdute per volere mantenere la

parte imperiale, si maravigliavano forte, e molto più conoscendo che

il tempo era venuto che col loro aiuto, e delle città e castella di

Toscana tornate all’imperiale suggezione, e colla sua grande potenza,

e’ potea essere signore della città e de’ danari de’ Fiorentini, e per

un poco di danari avea fatto accordo con quel comune in poco onore

della maestà imperiale. L’imperadore, udite le dette cose, senza

ristrignersi ad altro consiglio o fare risponditore alcuno altro,

come signore facondioso d’intendimento e d’eloquenza, coll’animo

quieto parlando soavemente, disse: Noi sappiamo bene l’amore e la fede

ch’avete portata all’imperio, e’ servigi fatti al nostro avolo per voi

non possiamo dimenticare, perocchè scritti sono ne’ suoi annali. Appo

i nostri registri troviamo noi, che i mali consigli de’ ghibellini

d’Italia, avendo più rispetto al proprio esaltamento, e a fare le loro

proprie vendette, che all’onore e grandezza dell’imperadore Arrigo mio

avolo, il feciono male capitare, e non il comune di Firenze, nè alcuna

operazione di quel comune; e però non intendo in ciò seguitare vostro

consiglio: e frustrati della loro corrotta intenzione, mal contenti e

poco avanzati si tornarono in loro paese.

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 25 / 289 题