I notai sono gente preziosa; sono gli uomini della buona fede in Grecia
come nella Svezia. Necessariamente non è ammissibile una buona fede
unica; il concetto varia da Atene a Stoccolma come variano il clima,
l’indole, le disposizioni, le abilità, le percezioni. Un gesto che
potrebbe chiamarsi piacevole e che farebbe sorridere il pubblico di
Atene scandalizzerebbe quello di Stoccolma. La buona fede o è troppo
buona o non lo è punto, secondo lo spirito che la informa. Ora i notai
sono i rappresentanti di codesto spirito. Gente preziosa, comunque sia.
A Tunisi la loro frequenza ne dimostra l’importanza. Hanno certe
botteguccie dalle imposte azzurre come le loro buone intenzioni;
siedono gravemente dietro il loro banco, uccellando. (Ogni bottega è
come una ragna. Vi si potrebbe scrivere sopra: Qui si uccella).
Hanno, posate su la stuoia accanto al sedile, le loro babbucce e hanno
a portata di mano una grande giara piena d’acqua. Portano gli occhiali
e lunghe barbe e pare meditino sul problema dell’universo.
L’atteggiamento dell’uomo che si dilunga verso le amare conclusioni
del pensiero e dell’uomo che gravita in un suo piccolo mondo oscuro,
quasi bestiale, è sempre lo stesso: Una maschera uguale per un uguale
silenzio.
L’Anima del Viandante.
L’anima del viandante è come una prora che solca il mare: incontro alle
tenebre e alle tempeste e incontro alle aurore. Scacciamo la tristezza,
su, anima mia; la vela si distende al respiro del mare.
Se l’acqua ristagna, imputridisce; compiamo il corso come le limpide
vene che vedemmo su le montagne della Norvegia lanciarsi dalle cime al
mare dirittamente, lungo le coste brulle.
Più ti dilunghi e più ti senti sola; il cerchio del tuo orizzonte non
si amplifica; tu porti con te il tuo confine.
Su, anima mia, triplica il giro delle tue illusioni intorno a te
stessa; vivi come vive la Terra per la propria atmosfera, nel vuoto
spazio tenebroso. Oggi, ad una fonte, oltre l’arco moresco di Sidi
Abdallah, su l’ora del crepuscolo, è riapparsa Hadda, fiore di
giovinezza.
Si è detersa i piccoli piedi alla fonte e le armille d’argento
tintinnivano su le fini caviglie.
Nessuno c’era all’intorno; unica voce quella dell’acqua azzurrina. Il
silenzio dell’ora e la dolcezza del fiore umano turbavano il pulsar
delle vene.
L’acqua cantava entro l’anfora sottile traboccando, come trabocca il
miele dagli otri, la dolcezza dagli occhi innamorati.
Nessuno l’ha veduta quand’ella ha sorriso; nessuno l’ha veduta quando
ha inchinato il mento al seno.
C’era una sola stella sopra le bianche cube di Melassìn.
L’Eternità.
Nel centro dell’Africa, in una parte remota e solitaria sorge una
grande montagna, nera come la notte, dura come il diamante. Un cavallo
lanciato al galoppo non potrebbe compierne il giro se non in due ore e
a un uomo saldo occorrerebbero quattro ore per dominarne la cima.
Ogni mille anni un uccelletto esiguo giunge alla montagna nera ad
affilarsi il becco.... ogni mille anni.
Ora sappi che quand’egli avrà consumata tutta la montagna, solo allora
e non prima sarà trascorso il primo attimo dell’eternità.