Tutto, al mondo, si consuma. Iddio è eterno. —

Questo raccontano i saggi agli uomini del deserto.

La Casa abbandonata.

Ho visitata una casa abbandonata; un antico palazzo arabo comprato

da un cristiano, consacrato al culto cristiano, deturpato da mani

cristiane per il futile motivo che mani cristiane lo avevano eretto

qualche centinaio d’anni fa quando i corsari saraceni battevano il mare

e traevano schiavi gli uomini delle nostre spiagge.

Un’epigrafe ampollosa, redatta nello stile dei vecchi quaresimali sta

sul muro sgretolato fra le piante rampicanti che vi si abbarbicano.

Che cosa dica precisamente non ricordo bene, ma pare che il compratore

fosse convinto di compire opera altamente meritoria verso la

Chiesa, riscattando da mani arabe il bel monumento per depredarlo e

saccheggiarlo e ridurlo a uno scheletro nudo.

Le vendette della fede hanno simili incoerenze: giusto perchè elevata

da mani cristiane la dolce casa doveva essere saccheggiata. Non

domandiamo un perchè nè cerchiamo la logica di tali fatti; potrebbe

dirsi fanatismo se non fosse ciò che oggi chiamano affarismo; un

affarismo ipocritamente beghino che rivolge al suo Dio occhi pietosi e

ne fa commercio.

Tutti i magnifici lavori in ceramica di cui si adornava questa casa

di letizia hanno esulato. Le belle stanze circondanti il _patio_,

i loggiati, le fontanelle, il _patio_ stesso serbano le tracce di

tale depredazione. Si è venduto tutto, non sono rimaste che le mura

dispoglie, i marmi bianchi e neri e la grazia architettonica che non

poteva essere incassata per qualche collezionista. Una malinconia viva;

come un volto sfregiato che non ha perduto il suo sorriso.

Nessuno abita il bel nido. Nel _patio_ quadrato, racchiuso fra

l’armonico giro degli archi moreschi, crescono erbacce e rovi; nelle

stanze polverose corrono ragni e topi.

Se gli uomini che credono in Dio rispettassero l’arte che non ha paese,

nè setta religiosa, nè intendimenti meschini! Essa potrebbe dimostrar

loro come esista in realtà, nell’anima umana, qualcosa che l’avvicina

ad una fede universa, che l’eleva ad una zona uguale nella quale non è

che una luce divina per tutti i nati di donna i quali abbiano cuore e

intendimento.

In via.

_Aprile._

Camminiamo con la primavera. Tunisi è scomparsa fra il bianco

mareggiare delle sue terrazze fiorite da gerani rossi, fra i minareti

quadrati e ottagonali, le cupole, le cube, le mezzelune e i globi

dorati. È scomparsa in fondo all’orizzonte.

Altre lagune, altri stagni sono passati, innanzi agli occhi miei

innamorati. Immense pianure verdi, circondate dai monti; piccole case

biancheggianti; esigui corsi d’acqua e vigneti e boschi d’ulivi e siepi

di fichi d’India. La campagna; la libertà primitiva.

Tribù di beduini sono accampate a grandi distanze. Di tanto in tanto,

su la linea piatta dell’orizzonte, un gruppo di tende ne indica la

presenza. Pascolano intorno mandre di buoi rossi e neri, pecore e

cammelli.

Fra le sterpaglie e i fichi d’India è apparso ad un tratto un

villaggetto arabo, una macchia bianca. Ad _Hamman-el-lif_ la pianura

si è estesa ancor più; un solo palmizio lontano ne interrompeva la

monotonia.

Altri paesi sono trascorsi, altri tempii, altre case. Una via

interminabilmente diritta va da un punto all’altro del cielo fra una

distesa di margherite rosse e di cardi azzurri.

I miei compagni di viaggio cambiano ad ogni stazione; si rinnovano come

l’acqua in una vasca, ma ciò non significa che l’ambiente sia puro.

Ebrei nella loro _dgebba_ ricamata; arabi con la cecìa e col turbante;

donne sdegnose e donne compiacenti! C’è chi dorme, c’è chi fuma, c’è

chi pensa con la testa inchina. Un grande odore di muschio aleggia

intorno con le mosche e la polvere. Ad ogni sussulto nel treno, un uomo

che sonnecchia si desta di soprassalto e spalanca gli occhi spaventati

guardandosi intorno, poi riprende a sonnecchiare. Si giunge, si

riparte, si ruzzola, ci si intontisce, ci si guarda, si sbadiglia.

[Illustrazione: Il Cantastorie.]

[Illustrazione: KAIRUAN. — Un _fùnduk_.]

[Illustrazione: Giovinette arabe tessitrici.]

[Illustrazione: Hadda, l’Almea.]

Alle singole stazioni le identiche scene: gente che scende, gente

che sale; parole scambiate sommessamente: un addio, un consiglio, un

augurio. Poi l’invito dei conduttori:

— _En voiture, s’il vous plaît!_

Un sibilo e via. Ricomincia il dondolio interrotto da sobbalzi e il

rumore monotono delle ruote su la via ferrata.

Ci si guarda sempre più stanchi.

Vorreste distendervi e non lo potete: avete accanto un grosso ebreo.

Il paesaggio? Sempre lo stesso! Nulla lo anima; almeno voi non vedete

nulla; tutto si dipinge del vostro dispetto. Una fila di beduini

inebetiti, laceri, sporchi, con la bocca aperta vi guarda ad ogni

passaggio a livello. Uno stupore vuoto come la loro bocca aperta; una

vivacità simile a quella dei loro dromedari.

Proprio incontro a voi un’araba si affanna a tirarsi le bende sul viso

per poco che l’occhio vi sfugga a guardarla.

Per rassicurarla le volgete le spalle e l’occhio vi corre al finestrino

senza volerlo.

Ecco: un palmizio spelacchiato, polveroso in mezzo a un’arida pianura;

vi pare un fruciandolo; poi lo sgorbio vegetale che si chiama fico

d’india: una mostruosità gibbosa, appiattita, contorta, irta di spine

come la castimonia di una brutta donna; e qualche _marabùt_; e qualche

beduino rimbecillito nel sole.

Tutto ciò non dà tregua.

Guardate con fissità le reticelle del vagone; porgete la tessera al

controllore che viene a bucarvela per la ventesima volta; vi stendete

un poco più appoggiando il capo alla spalliera.

Avete trovata la positura favorevole ecco.... nasce l’idea bella che vi

conduce al riposo del sonno.

Uno scrollone, un sobbalzo, una spinta. Vi ridestate spaurito.

Siete a una nuova stazione....

Vi trovate fra un monte di ceste e di stuoie; un nuovo viaggiatore è

seduto incontro a voi, anzi una viaggiatrice e vi guarda con un occhio

solo attraverso alle bende. E il caldo vi cuoce e un terribile tedio vi

assale.

Susa.

_Aprile._

Susa, la città saracena. Passa nella storia con molti nomi: _Adramatos,

Hadrumetum, Unurico polis, Djoerah, Soussa, Sisa, Sissa Negra_ e vai

dicendo.

Fu nel dominio di molti ma non ha serbato che il carattere saraceno.

Fondata dai fenici in epoca troppo remota per esser determinata,

passò dai Cartaginesi ai Romani, dai Romani ai Vandali, dai Vandali ai

Bisantini, ai Turchi, agli Arabi.

Gli arabi la dissero Djohera, pietra preziosa.

Una graziosa leggenda spiega come fosse chiamata in seguito, Susa.

“Un governatore arabo fece sospendere una volta, sopra Bab-el-Bahar,

una bella perla legata a un filo. Ora avvenne che, durante la notte, il

filo fosse tagliato.

“Appena sorse l’alba, la gente si avvide di ciò e andò intorno gridando

che un verme (_sussa_, in arabo) aveva mangiato il filo al quale era

sospesa la gemma.

“Da quel giorno, il nome di Susa è restato all’antica Hadrumetum„.

Per me rimane _Djohera_ il gioiello. Una gemma bianca incastonata

su l’orlo del mare turchino. È tutta bianca. L’immagine di una nube

che passa nel cielo mattutino di un maggio, ne dà la sensazione, non

foss’altro per ciò che è colore.

Si stende sopra un colle su la riva del mare, è piatta, le sue

bianche mura orlate paiono trine. A quando a quando dalla sua massa

frastagliata che sale dolcemente col salire del colle si leva un

palmizio, un minareto, una cuba, e sopra è il turchino del cielo

profondo, e sotto è il turchino del mare. Un nido fra due immensità

gioconde.

È il vero sorriso dell’oriente, una fra le immagini che assecondano

maggiormente il nostro sogno. In tutta la costa fra cielo e mare, non

ha sorella.

Nessun’altra città la supera in gaiezza serena nè in Siria, nè in

Egitto, nè in Algeria. È la gemma saracina: Djohera.

Intorno le si distende il Sahel dagli immensi oliveti.

L’Ombra del Mandorlo.

C’è, a Susa, una piccola fonte remota fra gli ulivi; la chiamano

l’_Ombra del Mandorlo_.

L’ho veduta ieri; vi sono giunto per caso, aggirandomi per le viottole

fra gli uliveti.

Ero felice, contento di un nulla, della chiara mattina. Mi è parso che

il sole sorgesse in me. La grande letizia del giorno si era trasfusa in

tutti i miei sensi; ho sentito l’anima mia, figlia del mondo, riempirsi

di luce come tutte le cose.

Ad un tratto un mormorio di acque correnti mi ha fatto sostare e, in

un lembo di terreno dispoglio, ho veduto un mandorlo e una piccola

fonte. Da questa derivava un ruscelletto gorgogliante che scorreva fra

ciottoli e fiori e si perdeva ben tosto sotto l’ombra degli ulivi. Il

mandorlo era in fiore.

Mi sono seduto all’ombra azzurrina, d’altro non mi importava: nè di

andare, nè di sapere dove ero; mi erano innanzi due cose vive, due

voci, due forze misteriose quanto il palpito del mio cuore: un albero e

una fonte.

El Djem.

El Djem ora non è che un villaggio arabo, un miserrimo villaggio,

un aggruppamento di sudicie tane. Fu già grande città e si chiamava

Thysdrus.

Ci siamo soffermati a guardare il grande anfiteatro che è il terzo nel

mondo per bellezza.

Tale monumento, che pare una copia del Colosseo, contava

sessantaquattro arcate. Fu costruito nel III secolo dall’imperatore

Gordiano.

Nel 689, dopo aver riportato numerosi successi sugli Arabi, la regina

dei Berberi, Damiah-el-Kahena, fu costretta a rinchiudersi nel detto

anfiteatro del quale fece distruggere le scalinate per otturare le

arcate inferiori.

La tradizione racconta che, obbligata dalla carestia, ella fece scavare

un sotterraneo che trovava sbocco a dodici chilometri da El Djem.

Tale sotterraneo, oggi in parte interrato, sembra essere l’avanzo

di un condotto d’acqua che permetteva di innondare l’arena per i

combattimenti navali.

Nel 1695 una banda di Arabi rivoltosi si rifugiò a El Djem.

Mohamed Bey assediò l’anfiteatro, lo tolse loro a viva forza e per

impedire che le larghe breccie fossero riparate fece distruggere tre

arcate.

Tale mutilazione forma un’entrata gigantesca all’immenso anfiteatro.

Tutto il suolo intorno ricopre le rovine di una grande città.

Scavando si sono trovati tesori. Quando vi siamo giunti fervevano le

opere di sterro.

Operai arabi e mori erano intenti a scavar larghe fosse, a trasportare

lontana la terra di rifiuto.

Passavano nel sole, fra gli archi, donne avvolte in un grande manto

vermiglio. Singolari fantasmi contro l’enorme rovina.

Intorno, la campagna è quasi brulla, sabbiosa e l’anfiteatro vi appare

come lo scheletro di una città sepolta.

La miseria che gli si intristisce ai piedi non lo adombra. Il suo

dominio è nell’immensità.

Monastir.

Si arriva fra gli ulivi. Monastir sorge sul mare. Abbiamo costeggiato

la _sebkra_, il lago salato; siamo passati sopra un vecchio ponte

romano, poi fra i gioiosi giardini di Skanes contro il mare.

Ancora una volta l’anima delle terre calde sorgeva in tutto il suo

fulgore.

Monastir è preceduta da una vasta necropoli e cinta da un giro di

bianche mura che la inghirlanda. Gruppi di palmizi le sovrastano.

Guerin dice che questa città racchiudeva, al tempo dell’invasione

araba, un monastero cristiano (_El Menstir_ che avrebbe dato il nome

alla città attuale) trasformato poi nella moderna _Casbah_ o fortezza.

La _Casbah_ è dominata da un’alta torre che si chiama _El-Nador_. Vi

saliamo per godervi il magnifico panorama.

Al nord si abbraccia tutta la costa e il Sahel: Hammamet, Hergla,

Hammam-Susa, Akuda, Susa; al sud la veduta si distende fino a Lemta.

Una delizia di sole e di verde, di azzurro e di bianco e d’oro. Città

candide e densi oliveti e colli perlacei e distese piatte dalle quali

il sole trae riflessi dorati. Non saprei paragonare tutto ciò se non al

sorriso di una giovinezza esuberante.

Sono luoghi e ore che lasciano per sempre in fondo all’anima la

nostalgia dell’oriente.

Più tardi visitiamo il palazzo della Karaia che appartenne al generale

tunisino Si Osmar.

Dal lato architettonico non presenta alcun interesse ma è magnifico il

luogo nel quale sorge.

Si eleva sopra una roccia che si avanza nel mare e sopra lunghe

gallerie nelle quali le onde si precipitano ululando.

Pare il nido di una procellaria. L’immensa distesa turchina gli sta

d’intorno.

Entrando nelle gallerie scavate dalle acque, ai piedi della roccia, si

ha l’illusione di visitare un antico stabilimento di bagni.

Vi sono sale e piscine d’acqua chiara. Uno, fra i suddetti trafori

naturali, è lungo sessanta metri.

Djeziret-el-K’mam.

Djeziret-el-K’mam, l’isola dei colombi, sorge di fronte a Monastir.

È un isolotto disabitato pieno di rovi e di sterpaglie. Solo le colombe

vi nidificano.

L’ho veduto di lontano, nel sole, fra un abbarbaglio di bianchi voli.

Nessuno vi approda. Vi cantano le allodole tutto l’anno.

Ustania.

Anche Ustania è un’isola che sorge di fronte a Monastir. Vi ho

approdato per osservarvi le caverne.

Si tratta di una cinquantina di caverne scavate in una rupe gigantesca.

È difficile stabilire quale sia stata l’origine e quale fosse la

destinazione di queste cinquanta camere quadrate. Dicono siano

di origine fenicia e si suppone servissero, nei primi tempi del

cristianesimo, di rifugio ai monaci.

Si tratta di un vero e proprio villaggio di Trogloditi con anditi,

camere comunicanti, scale sinuose scavate nella roccia. Un remotissimo

mondo che nessuno ha saputo vivificare.

Verso Thapsus.

Abbiamo proseguito fra il mare e i giardini; fra una rossa fiorita di

melograni e le vele bianche. Aranci e mandarini, gli alberi del sole,

ombreggiavano qualche solitario _marabùt_; grandi boschi di ulivi

mettevano sul cielo il loro tremolìo d’argento.

Vedevamo piccole case bianche e minuscole. A volte, vicino ad un

_ajbab_ (pozzo) si udiva il suono dei campani di un vecchio cammello

che faceva salire, girando, la _guerba_ stillante acqua.

Alcuni villaggi; alcune rovine.

Ecco _Lempta_ l’antica _Leptis parva_ dei Romani. Città formidabile un

tempo, ora misero aggruppamento di casette bianche.

_Leptis-Parva_ era una città molto più antica di Cartagine. Rimangono

i resti di un acquedotto, gli avanzi di un anfiteatro e qualche altra

rovina dispersa. Gli Arabi ne fecero scempio.

Nel villaggio moderno si eleva il _marabùt_ di un santone: Moudjadin,

che i nativi venerano grandemente.

Oltre Lempta si attraversano i villaggi di Saiada, Kasser Hellal e

Moknin per giungere a Tebulba, centro di una terra fecondissima ricca

di selve di aranci e di mandarini.

A Tebulba segue Bekalta ed è dopo tale villaggio, su la sinistra della

strada che conduce a Mahdia, che si trovano le rovine di Thapsus.

Sono abbandonate, nessuna cosa viva sorge intorno; dormono nel loro

silenzio.

Sotto le mura dell’antica città della quale non restano che pochi

ruderi fra le sterpaglie Cesare vinse Scipione.

Presso il capo Dimas si osservano ancora i resti di una diga in

muratura che si avanzava per buon tratto nel mare.

Enfida.

L’Enfida è un immenso dominio agricolo, fertilissimo; è uno dei centri

più ricchi della Tunisia. Ne ho un ricordo dolce di luce e di verde. Fu

rinomatissima fino dall’antichità.

“Le innumerevoli rovine romane che si incontrano ad ogni passo

testimoniano dell’antica prosperità di questo suolo.

“La Tunisia è, in realtà, la terra dei ricordi romani e bisantini.

La dolcezza del clima, la fertilità del suolo, la vicinanza della

Sicilia o della Grecia avevano determinato un grande movimento di

colonizzazione verso le due provincie romane Lengitana e Byzacena che

corrispondono alla Tunisia moderna.

“L’Enfida rappresenta la parte più ricca della Byzacena, che ebbe già

il nome di granaio di Roma.

“Uno storico romano ci dice che si poteva andare da Hadrumetum

a Cartagine all’ombra della città e dei giardini. Tale strada

meravigliosa attraversava in tutta la sua lunghezza l’Enfida.

[Illustrazione: SFAX. — Donne in un cimitero arabo.]

“Le rovine delle città, delle fortezze, dei ponti, delle ville, delle

tombe, delle cisterne, le innumerevoli rovine che ricoprono detto

territorio ci attestano della veridicità delle parole dello storico.

Diciassette città con una popolazione di non meno di diecimila abitanti

sono state ricostituite con le vestige sparse per il territorio

dell’Enfida e con l’aiuto degli antichi autori che ne fanno menzione.

“Citeremo la cittadella di Battaria in mezzo alle montagne; Ulisipena

col suo acquedotto che raccoglieva le acque di El-Garci; Grassum

nella quale si rifugiò Belisario dopo aver vinto i Vandali chiamati

dal patrizio Gregorio; Thac ricca di torri e di fortezze; Sedjermès

nella quale si trovano tuttavia gli avanzi di un tempio pagano, di una

basilica bisantina, la facciata del pretorio, un teatro, un tempio

cristiano ed altre innumerevoli costruzioni delle quali non restano

che fregi, capitelli, colonne infrante, architravi scolpiti e ammassi

di bianche pietre ricoperte dal lentisco o dagli olivi; Upenna con

le sue strane epigrafi; Mediocera, chiamata oggi _Ain-M’deker_ con le

sue belle tombe romane; Aphrodisium, la città di Venere (gli Arabi la

ribattezzarono _Sidi-Khalifat_) che mostra tuttavia gli avanzi del suo

tempio magnifico e del suo arco di trionfo, dorato da secoli di sole.„

L’Enfida non è che un’immensa necropoli; una terra magnifica depredata

già da barbare turbe, devastata dalla cieca bestialità di una razza

feroce uscita dal deserto come le cavallette.

Kairuan.

È la città araba per eccellenza, è la storia araba scritta dopo

il passaggio dei Vandali, coi resti della storia fenicia, romana,

bisantina.

Sorge in un’immensa pianura. I colli remoti s’intravvedono appena sul

terso cielo.

Lo storico arabo Bu-Dinar è il solo che attribuisca a Kairuan

un’origine anteriore all’invasione araba; però l’opinione più

accreditata la vuol fondata dal conquistatore Okba il quale avrebbe

fatto costruire la città santa nel bel mezzo di una inestricabile

foresta piena di serpi e di bestie feroci. Ciò fece, secondo la

tradizione, con l’aiuto del potere divino e per questo la città fu

dichiarata sacra.

I dati approssimativi storici, ci fanno noto che, abbattuta nel 703 e

nel 744 (d. C.), fu in gran parte ricostruita da Ziadet Allah, secondo

principe della dinastia degli Aglabiti.

Oggi conta all’incirca 24,000 abitanti; è una città bianca in mezzo

a una pianura immensa, senza alberi, mal coltivata; il nido di una

vita occulta, gelosa, strana che lascia nella mente nostra un ricordo

indefinibile quasi di sogno. Questo nido saraceno è incantevole con le

sue cupole e i minareti chiusi in una cinta di bianche mura smerlate.

Quando il sole sorge, il biancore delle case e dei tempii e delle mura

si cangia in rosa, in un pallido rosa diffuso; verso il tramonto tutto

si incendia e nella dolce ora del brevissimo crepuscolo l’ombra assume

il soave colore dell’ametista.

La città santa contiene non meno di 90 zanias e di 85 moschee. Fra

queste ultime le più importanti sono: la Grande Moschea; la Moschea del

Barbiere; la Moschea delle Sciabole e la Moschea delle Tre Porte. Nella

Grande Moschea sono raccolti capitelli sì disparati da abbracciare

cinque secoli di architettura.

Vi si trovano rappresentate la scuola africana e la scuola orientale e

vi si può osservare il degenerare dell’ordine ionico e corinzio.

Magnifiche colonne gemine di porfirio (un vero tesoro) stanno

all’entrata del santuario (_Djamâ-el-Kebir_). La Moschea delle Sciabole

non è notevole che per le sue cinque cupole; la Moschea delle Tre

Porte per la facciata nella quale sono murati frammenti di scultura

bisantina. Vien per ultima la Moschea del Barbiere, così detta perchè

vi si conserva e vi si venera Abu-Zema-el-ben-Aui che fu un compagno

del Profeta. La leggenda dice che questo Abu, ecc., ecc., avesse in

cura la barba di Maometto e vuole che, come talismano, serbasse e

custodisse tre peli della suddetta barba dai quali peli nacque la

grande venerazione che circonda il barbiere.

La moschea che ospita i suoi avanzi mortali è notevole per il minareto

quadrato, tutto adorno, nella parte superiore, da belle ceramiche verdi

e azzurre e per un gran patio sul quale si apre una specie di alta

loggia decorata con belle ceramiche antiche.

Ai fùnduk.

Questa sera tornando dalla visita alle moschee (alla Moschea del

Barbiere nè le ova di struzzo, nè la terra della Mecca, nè le

venerabili bagattelle adunate in onore dei tre santi peli mi hanno

commosso, bensì due occhi ingenui, chiari, azzurri che mi seguivano

ovunque sorridendo, gli occhi della piccola figlia del guardiano

che veniva dietro di noi, scalza, su le spesse stuoie) tornando sono

passato dal quartiere dei _fùnduk_. Una folla multicolore, urlante vi

era adunata; una folla cenciosa che aveva sul volto le stigmate della

fame.

Certi _fellàh_ che giungevano dall’interno, e fra piccoli e grandi

deserti avevano percorso centinaia e centinaia di chilometri, erano

talmente sparuti da far pietà; si reggevano a stento, inebetiti nello

stupore della fame.

Bisogna convenire che, fra gli arabi, il sentimento caritatevole non è

troppo diffuso.

Un simile spettacolo di miseria muta; un simile orrore di uomini e

donne e fanciulli assolutamente disfatti dai patimenti, accoccolati in

tutti gli angoli, fra i loro cenci luridissimi non destava l’attenzione

di alcuno, non spegneva nè un sorriso, nè una canzone. La carestia

è terribile quest’anno, nell’interno sono centinaia di creature che

muoiono di fame ma la cosa non commuove i ricchi arabi, non li commuove

neppure per lo spettacolo diretto che hanno sotto gli occhi, per la

fame che si trascina ai loro piedi languendo. Ci sono abituati; poi:

era scritto!...

Se tu muori nell’inedia ed io mi impinguo beatamente di ogni ben di

Dio: era scritto.

Nè tu nè io possiamo aver colpa di ciò: Allah vuole così.

Da tale comodissimo sistema deriva l’indifferenza bruta di coloro che

muoiono e di coloro che godono.

Il Governo della Reggenza distribuisce grano ai più poveri. La folla

si accalca dove si fanno tali distribuzioni. Ognuno reca un suo

sacchetto meschino. In prevalenza sono donne e fanciulli e attendono

senza impazienza, per ore ed ore, che la porta si apra, poi entrano,

poi ritornano con una manciata di grano senza essere nè più contenti,

nè più tristi. Può darsi che la disperazione della fame li tragga alla

rivolta? Non credo. Potranno sollevarsi domani se qualcuno approfitti

del loro fanatismo religioso per trarli al tumulto, alla guerra e

allora si faranno uccidere dal primo all’ultimo tranquillamente. Ma la

fame in sè, o un concetto astratto non può nè convincerli nè unirli.

Allah ha mandato la carestia perchè l’acqua non è discesa dal cielo per

mesi e mesi; essi debbono morire perchè Allah ha deciso così.

E li vedete aggruppati lungo le cancellate o i muri dei _fùnduk_,

accosciati su la terra, il capo raccolto in una piega del _burnus_,

muti, tranquilli, morenti. Il loro volto è tragico, sottile,

sparuto come il volto di un asceta, ombreggiato dalla barba incolta,

sinistramente vivo per gli occhi profondi.

Hanno venduto i cammelli, i montoni, gli arnesi di lavoro, tutto ciò

che avevano, li hanno ceduti per pochi soldi agli strozzini; non resta

loro che aspettare la volontà di Dio.

Qualcuno possiede ancora il cammello più vecchio, una bestia

pietosamente viva, un alto scheletro dalle immense piote e dalla pelle

scialba e l’ha trascinato al _fùnduk_ con l’estrema speranza di trovare

un compratore.

Non chiedono l’elemosina, non sanno mendicare, attendono raccolti e

stremati che qualcosa giunga: un po’ di pane o la morte.

Sul tramonto si levano e ripartono; ritornano ai loro attendamenti

nella campagna.

Li vedo allontanarsi sotto il cielo color sangue. Vanno lentamente

senza rivolgersi, ammantati nei loro cenci, solenni; è in realtà una

miseria dignitosa, sdegnosa, e vi desta tanta maggior pena quanto più

la sentite tale.

Pare che la campagna li inghiottisca nella sua luce di fuoco. Si vedono

per la strada polverosa le loro grandi orme uguali. Per le vie di

Kairuan o qui, nel quartiere dei _fùnduk_, vedrete molto difficilmente

un uomo mendicare. Se offrite accettano; ma non chiedono. Parlo dei

_fellàh_, dei contadini, non già degli altri che sono petulanti e

incontentabili. Vedete mendicare bensì le donne e i fanciulli e quelle

e questi non vi daranno tregua e se ne accontentate uno vi troverete

circondati da venti da trenta chè si moltiplicano come le mosche e come

le formiche.

Petulanti lo sono, ma con gli europei non già coi loro simili dai

quali sanno che poco o niente debbono aspettarsi. Se non vedono europei

siedono all’angolo di una via e cominciano una loro cantilena monotona

la quale non è quasi mai esaudita. Di tale gente seduta agli angoli

delle vie Kairuan è piena.

Ho veduto oggi una vecchia; era in realtà uno spettro. Sapendo inutile

ogni sua questua aveva adottato un metodo originale: innanzi alle

botteghe da fornaio che incontrava su la sua via si lasciava cadere

come stremata e, una volta caduta, se la gente non si occupava di

lei, si distendeva tutta quanta attraverso la via. Allora qualcuno

si soffermava, e con un motto e una risata la rimetteva in piedi e la

mandava per il suo destino.

Nessuno le ha dato un pane.

Nel mondo islamitico la pietà ha pochi seguaci.

La folla indifferente non si accorge dei morituri che le stanno

intorno; ascolta un novellatore il quale, battendo in cadenza sopra

un tamburo, racconta la storia degli Aglabiti; si sofferma sorridente

innanzi a un incantatore di serpenti. Due negri battono su certi loro

tamburelli cantando, un terzo suona una piccola cennamella, in terra

son le borse di cuoio nelle quali dormono i serpenti cobra. Un giovine

urlante e strepitante, danza intorno a tali borse e si accosta e fugge

invocando il nome di Maometto. Il suo volto è congestionato quantunque

riesca troppo evidente la commedia. Alla fine si protende, cauto,

afferra i cordoni di una borsa, li allenta, introduce una mano e estrae

un serpentello arroncigliato che depone in mezzo al circolo formato

dagli spettatori.

Da principio la bestia striscia lingueggiando, inebetita, e

l’incantatore le salta intorno urlando sempre più per impedirle di

prendere una qualsiasi direzione. Il fracasso musicale cresce di tono,

diventa frenetico. Come ne sono storditi gli astanti ne sarà stordito

il serpente e tale può essere il segreto dell’incantesimo. Ma ad un

tratto la brutta creatura nera pare cambi opinione, si ferma, si leva

su la coda, gonfia enormemente le borse disposte alla base del piccolo

cranio e assume un aspetto grottesco e mostruoso. Certo il ribrezzo

che desta anche senza tale apparato di guerra, si raddoppia. È come una

grande pistagna, una improvvisa deformità minacciosa. In tale assetto

il serpente si volge intorno, segue con gli occhi il suo incantatore,

lingueggia disperatamente, si avventa a mordere ma si ferma a mezza

strada.

La musica e folle è convulsionaria. Si inizia un dialogo rapidissimo

fra l’incantatore e i suonatori. Si invocano Maometto e i Santoni

perchè la cosa abbia ancor più del sopranaturale. Ad ogni nome di santo

la folla si tocca la fronte e si inchina mormorando.

È un miracolo. Iddio ha dato al giovane furibondo una potenza sovrumana

la quale ora non toglie che il suddetto giovine, scorto fra la folla

un europeo, non interrompa ogni cinque minuti il suo incantesimo per

chiedergli un altro soldo.

Ad un certo punto il congestionato si getta a terra carponi, urlando

sempre, si avvicina lentamente alla serpe che lo adocchia minacciosa,

gli arriva di fronte, fissandola negli occhi a un palmo di distanza

e la bestia si inarca, prende lo scatto al morso ma ancora una volta

si ferma a mezza strada vinta dall’immobile fermezza dell’avversario.

Le movenze di lei si addolciscono, cede il lingueggiare, come un

irrigidimento la prende; ristà diritta, immobile, impietrita. Gli occhi

negli occhi, la serpe e l’incantatore sostano così per qualche secondo.

La musica tace; solo dalla folla si leva un “oooh!...„ modulato e

prolungato.

Poi l’incantatore afferra la serpe dietro la testa, con un ago la

costringe ad aprir la bocca e la porta in giro per mostrare agli

increduli i lunghi denti del veleno.

Lo spettacolo è finito e ricomincia con due, con tre, con quattro

serpenti finchè un po’ di luce sia ancora nei cieli, finchè qualcuno

resti a gettar qualche cosa.

Mi allontano. Nelle immense campagne appaiono minareti neri. Il cielo è

di fiamma.

Passa un _bahlul_, un uomo coperto da una sola camicia e sporco come

non lo sanno essere che gli uomini. Il _bahlul_ è quella specie di

serio imbecille il quale serba la castità, non lavora, non si occupa

di nulla, non si lava, non si veste, non si pettina, non parla, non

sa niente, non si occupa di niente: dorme e cammina. Mangia se gli

danno da mangiare, ma glie ne danno sempre perchè è un _bahlul_. Un

sorriso ebete gli piega le labbra. È pieno di pidocchi ma tollera in

santa pace tale delizia. Il popolo lo ama, lo crede divino per la sua

lercia imbecillità e così sia! Entro in città, entro nella discreta

penombra delle vie. La folla dilegua, son quasi solo. Ogni tanto colgo

un dialogo sommesso o mi incrocio con un bimbo che rasenta il muro. In

un vicoletto, una donna velata parla piano con un giovine. Trascorrono

bianche ombre silenziose. Un abbaiare di cani dietro le porte, un gatto

che guizza via improvviso e silenzioso, un uscio che si chiude, un

busso di zoccoli che si allontana, ecco la vita di queste vie strette e

buie. A grandi distanze qualche fanale rompe l’oscurità.

Seguo il noto cammino fino alla porta saracena, alla rossa porta dalla

quale due grandi occhi mi spiano ansiosi, gli occhi di Chadliia, la

tutta amorosa.

Una sera avevo lasciato l’uscio dischiuso ed ella entrò e si tolse il

velo dalla faccia. Aveva sette piccoli cuori dipinti sul volto e sul

seno, sopra la pelle bruna.

Mi guardò con un sorriso triste. Rimase con me come una rondine

sperduta.

Il mulino.

Un antro polveroso e buio; si ode il tinnire assiduo di un campanaccio,

un tinnire ritmico misurato sopra un passo uguale. Mi soffermo e

aguzzo gli occhi per la tenebra. Non distinguo sul principio, fra il

pulviscolo bianco che aleggia per l’aria, se non un fioco lume appeso

ad una trave e un’aureola breve che gli fa ghirlanda, poi intravedo due

ombre.

La prima è quella di un uomo il quale, accoccolato sopra un

muricciuolo, pare legga; la seconda è quella di un mulo bendato che

gira lentamente a muovere una pesante mola. Distinguo pure, su la

polvere bianca, l’esiguo cerchio del suo andare. Esiguo sì, ma non

tanto ch’io possa vederlo distinto. A quando a quando, sotto il suono

intermittente del campanaccio, la bestia bendata esce dalla tenebra e

vi rientra.

[Illustrazione: Alle porte di Sfax.]

[Illustrazione: SFAX. — Lavandaie.]

[Illustrazione: SFAX. — Un mercato.]

L’opera è lenta e faticosa. Un arabo dorme su la porta del mulino e il

mugnaio che sorveglia la macinata, legge, nella penombra, un suo libro

ignoto, forse il Corano:

— Non vi è altro Dio che Iddio....

Un giro di macina, uno stridore, un bagliore sopra il grano che si

frantuma.

Facili misteri.

Una via compiutamente oscura. L’ultima lampada a petrolio è ormai

troppo lontana, per poter rischiarare anche debolmente la strada

inuguale, disselciata, piena di pozzanghere. Si ode dal Bacino degli

Aglabiti, dietro la Grande Moschea, il tremulo gracidare delle rane,

che infuria ed affievolisce assecondando gl’impeti del vento. Le case

sono basse; tutte chiuse, tutte oscure: dalla soglia alla terrazza.

Sul cielo notturno, luminoso di stelle e come di uno strano bagliore

fosforico, passano velocemente cumuli di nubi nere, dei quali possiamo

discernere la forma. Un esile quarto di luna appare e scompare fra gli

alti minareti e le cube; traspare dai veli di nebbie meno spessi, si

spegne per riaccendersi più in alto, sopra una guglia, come un falcetto

d’argento.

La mia guida ha acceso una lanterna, e procede diguazzando co’ suoi

grandi piedi fra le pozzanghere e la melma. Avvolta nel _burnus_

bianco, rialzato il cappuccio fioccuto, tace preoccupata dalle

difficoltà della via, mi lascia tranquillo. Da cinque ore ero costretto

ad ascoltarla; da cinque ore, trotterellando da un canto all’altro di

Kairnan, la città santa, mi aveva ripetuta in una lingua commista di

francese, di arabo e di italiano, la sua lezioncina alla quale m’ero

interessato fino ad un certo punto. Ora pare abbia definitivamente

esaurite le sue risorse ed io preferisco rimanere nella mia santa

ignoranza anzichè ridestare con una domanda improvvisa il sacro fuoco

di _Khalifa ben Gassem ben Si Krema_ soprannominato _Courage_. Perchè

i francesi lo abbiano battezzato _Courage_ non si sa. Non lo so io come

non lo sa il buon Khalifa. Quando gli chiedo di chiarirmi la ragione di

tale appellativo mi risponde con un sorriso indefinibile:

— Mi hanno chiamato così forse perchè sono coraggioso!

Ma io vedo bene che il buon Grassem non è perfettamente convinto

di tale sua virtù straordinaria e non insisto. È un uomo piuttosto

piccolo, con enormi baffi neri e sopracciglia marcatissime. La parte

pelosa del suo volto ha, in verità, un carattere eroico.

Non è eccessivamente forte; non è eccessivamente bello. Dispone di

due piote elefantesche e di una parlantina infaticabile. Come guida

possiede le qualità richieste.

E procediamo per le stradicciuole oscure, appena biancheggianti se

la luna si disveli e sorrida fra l’ardua grazia delle innumerevoli

moschee.

Nel tramonto rosso ma di un rosso violento che ha spento ogni altro

colore per avvolgere l’intera città come in una sola fiamma e farla

apparire tutta ardente agli occhi miei, tutta accesa a simiglianza

della mitica Dite, su lo sfondo di un cielo fatto più pallido da

quell’improvviso bagliore; nell’ora ultima del giorno allorquando il

grido nasale del _muezzin_, dall’alto delle moschee, chiama il popolo

alla preghiera, _Courage_ mi ha chiesto:

— Questa sera vuoi uscire?

— Certamente.

— Allora ti condurrò in una casa araba. Vedrai come si tessono i

tappeti di Kairuan.

Poi si è taciuto, mi ha fatto il cenno del silenzio, si è guardato

attorno sospettosamente, come se mi avesse promesso il vietato paradiso

delle Urì o fosse per violare ad un tratto, proprio per me che non ho

alcun titolo speciale a tal privilegio, le più rigide leggi maomettane.

Mi sono prestato al giuoco come gl’infiniti miei predecessori. Per

quanto sia battuto il campo di questo facile mistero qualcosa di nuovo

potrà apparirmi ed eccoci quindi per le vie oscure e deserte della

singolare città.

Qualche passante ci scivola vicino silenziosamente, avvolto e nascosto

negli ampi panneggiamenti del _burnus_ tanto da non poterne distinguere

neppur l’ombra del volto, appare ad un tratto giganteggiando nello

scarso lume della nostra lanterna, scivola nell’oscurità senza

guardarci. Qualche altro lume ondeggia più lontano: sbuca da un

vicoletto, palpita e si riflette su le pozzanghere, scompare. Udiamo lo

stridere e il cigolare delle vecchie porte scosse dal vento; è questa

l’unica voce delle case taciturne. Pare che qualcuno voglia forzare i

vecchi battenti sconnessi.

Passano due sacerdoti preceduti da un sudanese che reca una grande

lanterna infitta su la cima di un bastone. _Courage_ si precipita a

baciar loro la mano, si inchina, si umilia, mormora incomprensibili

parole. Essi non lo degnano di uno sguardo, seguitano il loro cammino

diritti ed impassibili nella loro immutabile dignità.

Proseguiamo, proseguiamo senza fine per l’inestricabile rete dei

vicoletti uguali fiancheggiati da case basse o da qualche moschea su

le scalinate della quale dormono, avviluppati nei loro cenci, i beduini

più poveri. Ad un punto mi accorgo che la mèta non deve essere lontana.

_Courage_ non cammina più in fretta, procede lentamente, sospettoso e

guardingo; colorisce piacevolmente la sua parte di violatore dei santi

precetti del Corano. Pericoli non ve ne sono perchè nessuno sorveglia

il nostro andare, ma è bene far intravvedere al viaggiatore nuovo una

infinita serie di possibilità nemiche. Ad un tratto il buon Khalifa

spegne la lanterna e mi porge la mano:

— Vieni con me, presto!

Ubbidisco. Ormai sono nelle sue mani e mi lascio guidare saltando da

pozzanghera a pozzanghera.

Una sosta. Non so da qual parte mi giunga il suono di un tamburello

e di una specie di salterio. Sono immerso nell’oscurità. Tutte le

stelle sono scomparse sotto le nubi nere. È un suono lento, grave,

a lunghe pause, a subite riprese. Il tamburello segna un ritmo di

danza sul quale il salterio ricama una semplice melodia; non più di un

tema ripreso su varie tonalità, difficilmente arricchito da qualche

sviluppo. Dapprima ne ricevo un’impressione penosa e monotona, ma

poi, a mano a mano, tale procedere lento e tranquillo, insistente e

languido mi affascina, tiene ridesta la mia attenzione. È il vibrare

continuo di tre o quattro note predominanti, gravi ed intense che si

intrecciano in vario modo assecondando il ritmo del tamburello. Poi

una voce chiara e squillante si leva; è la voce di una donna, di una

giovanetta. L’improvviso balzare di un fresco riso in una letizia

mattutina. Canta un’antica canzone moresca, una canzone d’amore. Forse

nella casa occulta, innanzi al patio ricco di colonne, fra tappeti e

candelabri di bronzo e lampade a tronco di piramide tutte arabeschi

e lucentezze, ella danzerà agitando (alte le nude braccia) seriche

stoffe vermiglie; danzerà fra i profumi dell’incenso e dell’ambra, del

muschio e del belzuino, le caratteristiche danze orientali assecondate

a meraviglia da questa musica singolare. Basterà al suo moto, un solo

tappeto, un niente, uno spazio tanto raccolto da poter raccogliere

null’altro che i suoi piccoli piedi; e gli occhi di lei, gemmanti, vivi

di un interno ardore, si fisseranno immobili come il bianco viso, fermo

nello smarrimento dell’ebbrezza. Poi il collo si snoda, e il torso e il

seno, senza che il capo ondeggi, trema e si agita come il giunco e come

il ligustro sotto l’impeto della fiamma; finchè la canzone si muore e

tutto si tace in un grido breve ed improvviso.

[Illustrazione: Una sposa beduina.]

[Illustrazione: Accampamento di beduini.]

[Illustrazione: Corfù.]

Fermi in mezzo alla via, udiamo questo grido e udiamo il cupo mormorio

degli spettatori dalla sala occulta aperta sui colonnati del _patio_.

La dolce voce che ha cantato una fra le più fresche e passionali

canzoni dell’oriente si è spenta in un singulto. Invano attendo che

risorga nella notte. _Courage_ mi trascina, mi sospinge verso la meta

non lontana.

Sostiamo alla porta di una casa silenziosa. _Courage_ si guarda

attorno una volta ancora, poi si decide e cautamente picchia tre colpi

ai quali succedono altri tre colpi. Una pausa. Qualcuno si avvicina

dall’interno, sosta dietro la porta chiusa. Un rapido dialogo si

inizia, poi un battente si dischiude appena, una mano mi afferra

dall’oscurità e mi trascina dentro. Non so dove si vada; siamo sempre

al buio. Attraversiamo un cortile, un’altra porta si dischiude.

Finalmente! Eccoci nel santuario.

Una lunga stanza bassa, dalle pareti bianche, dal soffitto rozzamente

dipinto in rosso e in verde. Schierati lungo il muro sono cinque

telai verticali; ad ogni telaio è una lampada fumigante ed una donna

accosciata sopra un piccolo tappeto, le gambe incrociate. Una vecchia

viene ad incontrarmi, si tocca la fronte e il petto poi si bacia la

mano e sorride, sorride sempre non abbandonandomi un attimo con gli

occhi.

— Che vuole costei? — chiedo a _Courage_.

— Dalle un franco.

È la prima tassa. Ubbidisco. Frattanto si ode l’infuriare dei telai.

Le piccole spole adorne di campanellini tintinnano e squillano

nell’affrettato lavoro. Pare il bubbolio di cinque sonagliere in un

trotterello cadenzato. Mi avvicino ad osservare; mi chino su la trama

dell’ordito per vedere in volto le tessitrici. Sono cinque giovinette

dai dodici ai quindici anni brune e piacenti, dagli occhi pieni di

sorrisi. Tessono, all’uso di Kairuan, certi loro tappeti di lana

dal disegno bizzarro e dai colori vivacissimi. È tutto un lavoro di

piccoli nodi su la trama distesa. E le mani scorrono rapide e le spole

squillano e tintinnano senza requie. Le cinque giovinette hanno il capo

avvolto in bende di seta dalle quali sorge, sopra alla fronte, un’onda

di capelli neri. Vestono una maglia, una specie di bolero adorno

di pagliuzze lucenti e un par di brache ampie e cadenti fino alla

caviglia. Sono scalze. Ad un tratto abbandonano il lavoro, infilano i

piedi in certi loro zoccoletti bene adorni e mi si affollano intorno

sorridendo e tendendo la mano. La legge di Maometto è violata, ma è

violata anche la legge della discrezione.

Lunghe, interminabili fila di dromedari che giungono dalle oasi si

accampano nei _fùnduk_ alla periferia della città; carovane di beduini,

di _fellàh_, povere, cenciose, aduste dai soli del deserto; una folla

meno ricca di quella di Tunisi ma più varia e più caratteristica anima

e percorre Kairuan, la città santa. Dal primo mattino fino alle ultime

ore della luce questa folla è in movimento, si incrocia, si urta,

si assiepa nei mercati, nei caffè, nei _fùnduk_, nelle moschee, ma

senza vociare, senza frastuono. L’arabo parla poco e sommessamente.

Può restare immobile per ore ed ore, raccolto in qualche angolo, le

gambe incrociate tra le pieghe del suo _burnus_ senza annoiarsi, senza

mostrare alcun segno di stanchezza. Pare concentrato in una meditazione

profonda e forse non pensa. È in uno stato di dormiveglia. Riposa. Così

le città arabe più popolose, per la natura stessa dei loro abitanti,

non conoscono il frastuono.

Kairuan, che è corsa da un fiotto continuo di gente, si può dire

relativamente una città silenziosa. E non vi è angolo di lei che

possa dirsi deserto. Dalle piccole vie alle arterie principali è

una fiumana continua che esce dalle moschee, entra per le case, si

disperde per le piazze, si sbanda sui mercati. La via più popolosa

è occupata per metà dai rivenditori che hanno distesa all’aperto la

loro mercanzia e vi si sono accoccolati in mezzo, sopra una piccola

stuoia, le gambe incrociate. Vendono in prevalenza generi alimentari:

peperoni rossi disseccati, cavoli, carni di montone, teste di montone

arrostite. In una botteguccia tanto angusta da potere accogliere appena

il proprietario, un enorme vaso pieno di _kuskus_, il caratteristico

manicaretto arabo, in attesa degli uomini sfama le mosche. I piccoli

caffè sono rigurgitanti. Dove non saprebbero stare cinque europei,

dieci arabi sanno adattarsi comodamente. E questa loro qualità di

usufruire del minimo spazio, fa sì che i loro caffè possono prosperare.

Si tolgono le ciabatte, si raccolgono su le stuoie l’uno vicino

all’altro come tanti sacchetti, si allineano sui sedili, lungo le

pareti e fanno scomparire le gambe, inutili appendici. Così nelle

botteghe da barbiere, dove osservo i pazienti farsi radere le gambe e

le braccia e nelle trattorie e in tutti i luoghi nei quali il pubblico

debba sostare. Giungono ondate di profumo. A passo a passo riesco sul

mercato, oltre la bella porta arcuata. La folla dirada come procedo

verso la sterminata campagna. Il sole tramonta, si infosca fra nubi

sanguigne.

Odo il grido del _muezzin_. Due _fellàh_ che sono per via si gettano a

terra, si prostrano, il capo volto verso la Mecca. Il cielo si illumina

ancor più di una fantastica luce abbagliante, poi, senza graduale

passaggio, quasi di repente, subentra il crepuscolo con la corona

delle prime stelle. Kairuan scompare, si raccoglie nella penombra

della tepida notte rabbrividendo fra i lunghi canti dell’amore e l’onda

persistente di tutti gli aromi delle terre calde.

Chadliia.

Parto. Nell’immensa pianura si odono belati di agnelli e il sommesso

parlare dei _fellàh_ che vanno al mercato. Il sole è appena sopra la

terra; illumina e non riscalda. Fa freddo. Dai sentieri fra i fichi

d’India appaiono cammelli e beduini.

Grandi distese di grano verdeggiano come lo smeraldo e, dall’alto, le

allodole salutano il sole e il loro nido.

Kairuan è tutta color di rosa, sola nell’immenso piano, senza

l’ombra di un albero. Una visione che commuove come nessun’altra, una

fantastica città d’amore in mezzo ai grani e alle acque stagnanti. La

penso e la vedo così perchè è strana e nuova per il mio ricordo, per

la mia conoscenza; non v’ha una linea nota; mi dà il brivido delle cose

belle e inattese.

Dolce città saracina ignota al mio sogno! Sorride nella molle carezza

del sole, chiusa sul suo mistero.

E mi allontano, mi allontano.

Tale è il destino del viandante.

Sorgere, tramontare, di terra in terra; raccogliere qualche fiore;

vivere brevemente la vita delle varie genti; andarsene con un ricordo

dolce nell’anima; lasciare, forse, nell’anima altrui un ricordo

altrettale.... non più.

Qualcuno saprà di avervi veduto; qualche altro penserà di non avervi

saputo che in sogno. Non rimarrà di voi che l’eco di una parola o di un

sorriso così come la luce di un astro remoto che vi brilla negli occhi

ma serba il suo segreto.

E mi allontano sempre più. Ecco un attendamento di beduini; quattro

fanciulle cantano ad una pozza e sciacquano i loro panni.

[Illustrazione: SFAX. — Un arrotino.]

Kairuan non è più di un nido di rose fra i grani ma io vedo tuttavia

una piccola porta moresca, rossa come il fiore del melograno e, nel

primo lucore dell’alba, mentre sono per varcare la soglia l’ultima

volta e per sempre, rivedo Chadliia, prona, la faccia su la terra,

piangere nella pena de’ suoi quattordici anni.

Povera cara usignoletta! Nessuno aveva pensato mai ch’ella avesse

un’anima e allo straniero che non la volle schiava aveva dato tutto il

suo amore riconoscente.

L’arabo e il dromedario.

Che la civiltà sia passata da questa terra e vi abbia lasciata

la propria impronta è indiscutibile; che gli arabi usufruiscano

tranquillamente e indifferentemente dei benefici che la civiltà stessa

ha portato loro è più che evidente, ma non è altrettanto evidente ed

indiscutibile l’apprezzamento che questo popolo, chiuso nella propria

tradizione, impassibile nel ferreo cerchio della sua legge fatale,

faccia o abbia fatto intorno a tale espandersi di energie superiori e

prepotenti.

A giudicare dalle apparenze, si direbbe che gli indigeni non

fossero nè scossi, nè sorpresi dalle nostre scoperte, dalle nostre

innovazioni, dal nostro quotidiano furore di vita. Si direbbe anzi

che essi ci considerassero con una certa tal quale pietà, fra ironica

e benigna, da vecchia gente che sa ormai cosa valga il mondo e che

non trova necessario prenderlo troppo seriamente. L’arabo genuino

assomiglia un poco al suo dromedario; gli assomiglia per l’indole,

se non per l’intelligenza. Ora il dromedario è una bestia impastata

di tranquilla beatitudine e di docile sdegno. Il deserto ne ha fatto

un filosofo come la natura ne ha fatto una creatura grottesca. Nulla

sorprende la sua indiscutibile fierezza; nessuna cosa inusitata può

farlo trasalire o meravigliare. Il dromedario è lento. Il dromedario

padroneggia i propri sentimenti. Un tardo volgere di quel suo muso

inalberato obliquamente sopra un collo a mezzaluna potrà significare

il colmo della sua sorpresa. Molte volte non fa che volgere la coda

a ciò che non rientra nell’ambito del suo mondo secolare, e in tale

gesto è lo sdegno del filosofo. Un’automobile non lo impaurisce, gli

ripugna. Un treno diretto non ridesta la sua attenzione. Egli vede

molte cose, troppe cose correre, precipitare in quel suo sterminato

mondo, del quale era un tempo l’unico dominatore, ma con tutto ciò

non modifica nè l’andatura, nè la particolare concezione della vita.

Se qualcuno vuol rompersi il collo se lo rompa, non per questo egli

ne sarà preoccupato o commosso. Se la disgrazia toccherà a lui, tanto

peggio. Gli europei han fatto sì che le acque sane non manchino; egli

continuerà a far le proprie provviste, per otto giorni, nella pozza più

fetida che incontrerà sul suo cammino. A che pro mutare? È forse ben

certo, il buon dromedario, che ciò che hanno istituito gli europei sia

stabilmente duraturo? Il suo cuore millenario non lo sollecita e non

lo sprona, anzi gli consiglia di non mutare ambio. Egli può guardare

le cose dall’alto; la natura lo ha favorito in ciò. Così passa fra

le automobili e i cavalli veloci, fra i treni e le varie macchine

strepitanti, ondulando lentamente nel suo passo grave, diritto il

muso innanzi a sè, non curandosi più del repentino impeto di una corsa

sfrenata di quel che non si curi di ciò che reca su la gobba. Bestia

magnificamente superiore che sarebbe ingiusto giudicare idiota, per

quanto anche l’idiozia abbia indiscutibili virtù.

Ora, come dicevo più sopra, l’arabo genuino assomiglia molto al suo

dromedario, tantochè sarebbe difficile decidere a tutta prima quale fra

i due sia più mussulmano. Da che dipenda tale somiglianza io non so e

non so neppure se il dromedario abbia imitato l’arabo o viceversa. Il

fatto sta che l’uomo e la sua bestia hanno l’identico temperamento.

Andando in automobile da Susa a Sfax per una via interminabilmente

diritta, aperta in gran parte in un piano brullo, sul quale rilucono a

grandi distanze gli stagni salsi, avemmo occasione, ad un certo punto,

di vedere in lontananza qualcosa che ci precedeva: non era più di una

piccola macchia nera sotto il sole. Il meccanico, pratico del paese e

degli abitanti, siccome aveva spinto la vettura a tutta velocità, non

pose tempo in mezzo e, data aria alla sirena, cominciò una sinfonia di

mugolii, di sibili acutissimi, di strappi e di singulti. La macchia

lontana si avvicinava con rapidità fulminea. Ben presto distinguemmo

di che si trattava. Era un beduino sul suo dromedario. Occupavano il

mezzo della strada e non si volsero neppure una volta a sogguardare.

In un battibaleno li raggiungemmo. Il meccanico dette i freni, sterzò

gridando, ma nello stesso punto il dromedario si spostò, si pose di

traverso e fu investito.

Tanto la bestia quanto l’uomo ruzzolarono a vari metri di distanza

oltre la strada. Balzammo in piedi impauriti; corremmo verso le vittime

quasi volontarie e.... Il beduino si era rialzato e stava rassettandosi

il _burnus_; il dromedario si levava allora. Tanto l’uno quanto l’altro

non dimostravano la benchè minima sorpresa. Erano tranquilli. Pareva

tornassero da una gita di piacere. E alle nostre sollecitazioni l’arabo

non rispose che una volta sola e molto brevemente:

— Era scritto!

Poi dopo una sommaria visita di ricognizione alla sua bestia, riprese

la strada e se ne andò senza fiatare.

Esempio mirabile di indifferenza e di rassegnazione. Ora, su

temperamenti simili, quale effetto può produrre la civiltà nostra?

Molto probabilmente un effetto nè benefico nè malefico. La civiltà non

penetra e non corrode queste genti. Scivola via e lascia il tempo che

trova.

Dal Corano alla Moschea.

A Kalaa Srira mi sono accostato oggi alla botteguccia di un libraio.

Un vecchio uomo, dalla barba veneranda, sedeva sopra una stuoia, sulla

soglia della sua piccola tana. Aveva le gambe incrociate, il volto

atteggiato alla più solenne tranquillità ch’io mi avessi mai veduta.

Vestiva una _dgebba_ di panno verde scuro ricamata in seta. Aveva sul

capo un turbante candidissimo. Intorno a lui giacevano cosparsi tanti

mucchietti di vecchi libri arabi. Mi ha lasciato considerare la sua

mercanzia senza muoversi e senza fiatare; solo, quando ho teso la mano

a prendere un volume rilegato in nero, mi ha respinto pronunziando

concitatamente una serie di frasi incomprensibili. Ho capito poi che

si trattava del Corano. È ben vero ch’egli non avrebbe peccato, tanto

sarebbe rimasto, per me, pien di mistero quel libro dagli inesplicabili

scarabocchi; ma tanto fa: io, come infedele, non potevo toccare, senza

profanarlo, il libro sacro. Mi sono allontanato dalla botteguccia

semioscura, dalla quale lo spirito di Maometto pareva mi guardasse

rabbiosamente e, per vie bianche e tranquille, letificate dal sole e

dall’azzurro, son giunto ad una piccola moschea. Passavan due donne

avvolte nel loro _sifseri_ nero.

Dalle mura di un giardino sovrastavan su la via i rami di un pesco in

fiore. Fra il bianco vivissimo dei muri e il caldo azzurro del cielo,

quei fiori acquistavano una grazia squisita. La primavera si affacciava

sorridendo oltre i vietati confini, soffusa di rosa come la giovinezza.

Mi sono seduto su la scalinata della moschea, senza pensare, assorto

in quell’improvvisa carezza di luce. Per molto tempo non ho udito

se non la eco di qualche voce lontana, voce velata di languore nella

calda giornata; per molto tempo ho sostato in una soave tranquillità di

pensiero e di spirito. Vedevo al mio fianco un minareto erigersi bianco

e disadorno nel sereno, pareva un nido di colombe, un alto nido su le

case raccolte. Poi un brusio, un busso di zoccoli si è avvicinato: la

porta della moschea si è aperta alle mie spalle. Qualcuno ha parlato

sussurrando. A tre, a quattro, a dieci sono sopraggiunti gli anziani e

i giovinetti. Li guardavo incuriosito, senza alcun’aria inquisitoria,

allorchè mi sono accorto di non essere guardato con altrettanta

semplicità. Ho sorpreso alcuni dialoghi concitati, alcuni occhi troppo

insistentemente fissi su la mia modesta persona finchè, non muovendomi

io dalla comoda positura prescelta, un giovane arabo mi si è avvicinato

e mi ha detto in puro francese:

— Voi non potete restare qui.

— Qui dove? Su gli scalini della moschea?

— Precisamente.

— E chi me lo proibisce?

— La nostra legge.

Mi sono alzato e per la seconda volta ho ripreso la strada. La legge

è la legge, sia cristiana come mussulmana, ed io, di fronte a questo

mondo, mi sono sentito un po’ come l’ebreo errante.

[Illustrazione: Il canale di Corinto col ponte della

ferrovia.]

[Illustrazione: In vista del canale di Corinto.]

[Illustrazione: Rovine di Adana dopo il massacro degli

Armeni.]

Così di città in città, di divieto in divieto, dovendo guardare

solamente da lontano questi benedetti tempii eternamente chiusi alla

nostra curiosità vagabonda, dovendo sostare con umile ossequio innanzi

a mille soglie vietate avevo finito per lasciar libero campo alla mia

fantasia e per figurarmi deliziosamente inverosimili le cose proibite.

Ma il giorno in cui sono entrato in una moschea, a Kairuan, il giorno

in cui ho varcato la soglia non più difesa, ho sentito morire in me un

incantesimo.

La grande moschea di Kairuan col suo immenso _patio_ lastricato di

marmo, col suo alto minareto che domina tutta la città, con le sue

innumerevoli colonne, vera selva di steli marmorei fioriti a sostenere

la grazia dell’arco moresco, mi ha stupito senza superare l’immagine

ch’io mutamente vagheggiavo.

Era il crepuscolo quando vi entrai. Da poco era finita la preghiera.

Nel _patio_, fiancheggiato da un loggiato, sostavano, conversando

sommessamente, alcuni _fellah_ dall’alto turbante. Una luce quasi

violacea scendeva con la penombra. Ebbi la sensazione di trovarmi

in una vastità raccolta entro la rovina di una bellezza antica,

di una bellezza nostra. Le colonne appaiate e i capitelli erano in

prevalenza romani; così il lastricato del _patio_, così il materiale

di costruzione e ciò che rimaneva di nostro aveva tuttavia la forza di

superare in bellezza le bianche cupole scannellate, il seguito degli

archi, i ricami del minareto. Nell’interno del tempio tale sensazione

non si modificò, anzi si accrebbe, chè nel fiorire interminato di

basse volte, l’unica cosa che richiamasse l’attenzione erano appunto le

colonne romane e i capitelli a foglia d’acanto. Due forme d’arte, le

espressioni di due anime antitetiche si trovavano in intimo contatto

senza fondersi, anzi l’una nella sua forza compiuta e possente

soverchiava l’altra e la immiseriva. Non nella grande moschea vasta e

taciturna io colsi l’intimo e sincero fascino dell’anima moresca, ma

più nella semplice e disadorna moschea delle Tre Porte e più ancora

in quella vietata di El Bey che si eleva nel sole in un seguito di

vaste terrazze e pare si perda come in un biancore diffuso quando

il sole l’avvolge. In queste ultime non confusione di stili e di

elementi disparati, non intromissione di un sentimento diverso in pieno

disaccordo con l’anima del luogo, ma il rivelarsi di un’arte indigena

che seppe e sa tuttavia esprimersi nelle sue schiette forme.

Giorno di preghiere.

Oggi è giorno consacrato alla preghiera per le donne. Da questa mattina

lunghe teorie di bimbe, di vecchie, di giovanette avvolte e velate

nei loro _sifseri_ bianchi, neri e rossi, escono dai vicoletti, si

incrociano su le piazze, si dirigono verso le campagne nelle quali

sorgono i _marabùt_ dalle piccole cube. I _marabùt_ sono costruzioni

minuscole, non più grandi di una modesta casa, dalla porticina

adorna di battenti policromi, dalla cupoletta imbiancata di calce.

Agli infedeli ne è vietato l’ingresso. Più che tempii, veramente,

sono tombe; tombe di Santoni sparse senza legge per la campagna

e nell’interno delle città. Là dove la morte colse l’uomo saggio,

venerato dal popolo, ivi sorse il _marabùt_ in segno di ricordo e

di venerazione. Alle donne sono vietate le moschee, agli uomini i

_marabùt_. Dove si accoglie un sesso l’altro non può stare. Allah non

ama le cose promiscue. Alcuni fra questi tempii singolari sono cinti da

piccole mura, altri sorgono fra i fichi d’India, altri fra gli olivi,

altri appaiono nella immensità della campagna deserta, a distanze

grandissime.

Gironzando senza meta pei dintorni di Kalaa Srira ne incontro

moltissimi. Dal loro interno mi giungono suoni di cembali e di canzoni,

musiche strane misurate su ritmi indefinibili. Più che preghiere

sembrano canti d’amore. L’onda armoniosa esce da certe finestrelle

tanto piccole che vi potrebbe passare appena il capo di un bimbo.

L’andirivieni delle donne velate non finisce mai. Entrano, escono dai

piccoli tempii, si soffermano su la soglia, parlano a voce sommessa. Le

bimbe hanno quasi sempre lo _sifseri_ vermiglio e, a volte, procedono

col volto scoperto.

Un vecchio povero, nel nome di Robbi, cerca tre soldi per comprarsi

una misura di grano. Più innanzi un giovanetto mi indica una piccola

casa ridente che sorge a lato di un _marabùt_. Cosa insolita, la bianca

terrazza è adorna di gerani in fiore; dalle _barmacli_ celesti sporgono

rami di gelsomini.

— Questa è la casa di Frek-el-luz, — mi dice. — L’hai conosciuta?

— No.

— Frek-el-luz (il cuore della mandorla) era la più bella figlia di

Kalaa Srira ed era sola e fece il piacere degli uomini. Nessuna altra,

come lei, sapeva cantare e danzare. Durò quanto dura una mandorla.

Ebbe la vita della primavera. Morì a diciott’anni e la sua casa rimase

vuota. Ma v’è chi l’ama tuttavia e coltiva i fiori ch’ella ha lasciato.

Guardo la casa solitaria. Un alito di vento scuote leggermente le

corolle vermiglie dei gerani; pare che invisibili mani le sfiorino: le

mani della piccola bella che aveva sì teneri polsi per monili di perle.

Il rito degli Aissauas.

Una cosa feroce ed orrenda; ne provo tuttavia l’intenso ribrezzo.

La notte è discesa. Entriamo in una specie di stamberga male

illuminata. È un tempio, una cantina, un’osteria? Non si capisce bene.

La natura del luogo è indefinibile. Un sacerdote grave ed austero,

dalla lunga barba nera, dagli occhi spiritati, ha cominciato una

singolare preghiera nel nome del dio Aissa. Intorno, intorno, raccolti

e apparentemente tranquilli, stanno i seguaci del rito furibondo. Li

osservo. Sono facce spettrali dalle grosse mandibole, dagli zigomi

sporgenti, dalle guance incavate. Facce patibolari. Gli occhi rilucono

sinistramente nell’ombra. Cantano, urlano? Non so. Dalle loro grosse

labbra esce un mugolìo sordo e roco che pare voglia essere modulato.

A poco a poco tale mugolìo cresce di intensità. Ma i neri ceffi dai

lunghi capelli aggrovigliati sono tuttavia tranquilli. E il sacerdote

incalza. Il nome di Aissa ricompare con maggiore frequenza; è un grido

reiterato; il termine fisso del sopravveniente furore. Già qualche

volto ha un guizzo, una contrazione spasmodica e repentina; già

qualche mano si increspa subitamente su le lacere vesti. E il grido

sale, si amplifica, si espande. È come un’ebbra follia che prorompe

tumultuando. La voce del sacerdote non è più sola. Ogni ritmo cade;

ogni cadenza scompare. Le bocche si aprono all’urlo contraendosi; gli

occhi si storcono, roteano nelle orbite; le vene si inturgidiscono

nei colli e nelle tempie; si vedono pulsare a gran furia. Ogni minuto

che trascorre segna il sopravvenire del parossismo. Lo spirito del

dio epilettico è presente. Gli energumeni hanno perduto ogni potere

inibitorio trascinati dal loro fanatismo mostruoso; fissi gli occhi

nello smarrimento dell’ipnosi, corrono, si intrecciano, si prosternano,

si levano irrigidendosi, le scarne braccia alzate.

[Illustrazione: La piccola Helena.]

[Illustrazione: LA CANEA. — Una strada nel quartiere turco.]

[Illustrazione: LA CANEA. — Le corazzate delle Potenze

protettrici.]

[Illustrazione: LA CANEA. — Il quartiere delle lanterne

rosse.]

— Aissa! Aissa!...

Il grido è tanto acuto che penetra come una lama tagliente. Ne sono

stordito e non so a che riesca tale turbinante follìa. Ma non siamo al

termine. Il rito non è compiuto. I forsennati si eccitano, si gridano

su la faccia parole incomprensibili, hanno grandi gesti di devozione

e di spasimo, si inarcano verso l’alto ficcandosi le unghie nelle nude

carni.

— Aissa! Aissa! Aissa!...

Ne osservo uno, vera faccia di spavento, dagli occhi torti, dalle

mascelle bestiali. Sembra maturo all’esplosione finale. Il suo corpo

è corso da un tremito febbrile; guizza, salta, si getta a terra, si

afferra la testa e la batte violentemente sui muri. Non è più un uomo,

è una pazza bestia orribilmente losca. Il grido di lui è lacerante

e non ha paragone, non assomiglia ad altro suono. Ad un tratto si

sofferma, trae da sotto le vesti un enorme scorpione, lo solleva, lo

guarda urlando, apre la bocca e di repente lo trangugia. Così si inizia

il macabro festino. Più oltre un negro gigantesco si empie lo stomaco

di chiodi; un altro mastica foglie di cacti irte di spine, un quarto

addenta una piccola serpe nera che gli guizza di mano e lo staffila su

la dura cotenna.

— Aissa! Aissa! Aissa!...

Il Dio è presente. I suoi fedeli lo vedono, lo sentono nell’impeto

del farnetico e danzano sopra spade affilate, si percuotono con verghe

roventi. Sanguinano, urlano, si arrovellano in un furore senza posa che

stordisce ed esalta.

Ci volgiamo, abbiamo bisogno d’aria, di pace. Vicino alla porta,

nascosto nell’ombra, accosciato è un vecchio fedele di Aissa. Muove

le mascelle lentamente e ad ogni moto è uno scricchiolìo sottile, uno

stridore che fa abbrividire. Una bava sanguigna gli esce dalla bocca.

— Che cosa mangi?

Leva gli occhi e non risponde.

— Che cosa mangi?

E il vecchio si sporge, dischiude le mani sanguinanti: sono piene

di vetro in frantumi, in ischegge sottili, minutissime. Non potrebbe

rispondere. Apre la bocca orrendamente ferita e, nella stupida fissità

del suo fanatismo, riprende imperturbato l’orribile martirio.

Gabès.

Sostiamo nell’antico mercato degli schiavi cristiani. Non è gran cosa.

Un cortiletto cinto da un basso porticato, tanto basso che un uomo di

statura superiore alla media non potrebbe starvi diritto. Su le colonne

tozze, adattate alla meglio, osservo qualche iscrizione malamente

graffita, appena decifrabile.

Una dice: _Io Angelo Dajello di Torre del Greco fui preso schiavo il

20 agosto 1759 dai mori barbareschi_. E un’altra: _Michele Piumolillo

nato il 31 marzo 1724 morto il 9 gennaio 1762_. — Forse un compagno di

prigionia ne volle fissare così il ricordo. E una terza: _Io Michele

Gerace, schiavo, ho servito nel Serraglio_. — Nella quale si vede

come Michele Gerace non fosse affatto schivo di servire nei serragli,

anzi come traesse da tale insolita occupazione un certo suo vanto non

assolutamente privo di dignità. Tanto l’uomo si adatta alle proprie

occupazioni e se ne accontenta.

Attorno attorno, dove era esposta un tempo la preda umana degli antichi

corsari, sotto il loggiato umido, sono distese lunghe stuoie su le

quali una fila di beduini medita su la fatalità del sonno. Tutto è

fatalità per questa gente, così l’erba che cresce fra i grani e che

nessuno strappa giacchè il buon Dio l’ha mandata, come la mosca che li

importuna. Tutto ciò che accade era scritto nel gran libro di Allah.

Se una carestia minaccia il paese, nessuno vorrà perdere la propria

serenità o correre ai ripari: era scritto. Se una pestilenza li macera

e li decima e li tormenta non se ne daranno maggior cura: era scritto.

Tutto è scritto, tutto è codificato, preveduto, catalogato nel libro

dei cieli, nel libro del destino. Ogni azione umana è inutile di fronte

a ciò. La morte giunge quando il suo tempo è segnato, nè un minuto

prima, nè un giorno dopo. Tu ti affanni e muori; ti agiti, gridi, ti

arrovelli in mille opere, in mille studi, consumi miseramente la tua

vita senza gioia e muori; muori come colui che non si è data alcuna

pena, gli sei uguale nella morte, gli sei uguale nel destino che può

attenderti oltre il trapasso: dunque? Perchè agitarsi tanto? Meglio

è sostare nel sonno e conquistare la suprema indifferenza. Data la

quale illazione la maggior parte degli arabi dorme o sonnecchia in

nome del suo Profeta. E fedeli al Profeta lo sono sempre, sì nel

fanatismo religioso come nell’implacabile disdegno per le cose della

vita. A volte per tale loro virtù negativa riescono ad uno stoicismo

ammirevole.

Ricordo un vecchio, un vecchio uomo che aveva più di cent’anni. Lo

scopersi un giorno aggirandomi per le vie più remote di Tunisi. Il

luogo era solitario, silenzioso. Non discendeva nell’ora crepuscolare,

per la via stretta ed oscura, se non una bambina, una nera. Aveva

gli occhi lucenti e un gran sorriso bianco su la sua faccia tonda.

I capelli corti e cresputi. Mi chiese un soldo e se ne andò come una

reginetta contenta. Rimasi solo fra le case ermeticamente chiuse, dalle

quali non mi giungeva suono, che pareva albergassero un singolar mondo

da fiabe, un mondo di ombre taciturne immobilizzato nello stupore

del silenzio. Il crepuscolo era grigio. Da qualche ora era spiovuto

e il cielo era tuttavia nuvoloso. Grigio in cielo e fango in terra.

Un oriente inverosimile, da far nascere la nostalgia dell’estremo

nord. Ad un tratto vidi una porta socchiusa. Ristetti ad ascoltare, e

come non mi giunse alcun suono sospinsi i vecchi battenti color della

cenere e guardai nell’interno. La porta si apriva in una specie di

cortiletto angustissimo, reso più angusto da una catasta di legna che

vi era ammassata da un lato e da un gran mucchio di cenere. Sul muro,

a destra, si apriva la nera bocca di un forno. Tutto intorno, ammassate

alla rinfusa, erano pietre, tegoli, calcinacci; cumuli di rottami e di

immondizie. La reggia dei topi. Ed oltre il fetido ritrovo non poteva

esservi altro. Tutto doveva cominciare e finire in quella specie di

antichissima concimaia. Non era ammissibile che qualcuno abitando

oltre il cortile, avesse potuto tollerare simile entrata. L’ispezione

e la deduzione furono rapidissime e già stavo per andarmene quando mi

sentii chiamare. Ristetti sorpreso, guardandomi intorno, levando gli

occhi agli alti muri per scoprire da quale misteriosa soffitta potesse

essermi giunta la fioca e tremante chiamata, allorchè la riudii di

nuovo ma più vicina. Pareva uscisse di sotto la cenere, da una tomba

fra la cenere nerastra. Era una voce stanca, di timbro indefinibile;

una di quelle voci in cui il tempo pare abbia lasciata la sua gromma sì

che giungono velate come da una lontananza. Voci che muoiono prima che

il cuore muoia. Diceva:

— Che cosa cerchi? Che cosa vuoi?

Inoltrandomi un poco vidi chi mi parlava.

In fondo al cortile, nell’angolo più buio era scavata nel muro una

piccola nicchia bislunga tanto da poter ospitare appena un uomo

sdraiato o seduto. Un tempo doveva servire da giaciglio al fornaio, ora

era l’unica e continua dimora di un vecchio centenne.

Non distinsi, a tutta prima, se non un cumulo di luridi cenci; un

avviluppo singolare di bende e di brandelli tra il grigio e il nero,

ma esiguo, un piccolo rifiuto abbandonato là fra gli altri rifiuti.

Poi dall’incomposto arruffio di stracci vidi levarsi una mano scarna,

sottile, ridotta allo scheletro, tremante; un intrico di ossa e di

vene nel quale era tuttavia un soffio di vita; e, più in fondo, appena

emergente dalle spesse bende, un volto sparuto ma, più che un volto,

un teschio del quale non erano visibili se non i denti, gli zigomi e le

occhiaie. Tutto il resto era d’ombra, era l’ombra.

E la voce affiochita ripeteva:

— Che cosa cerchi? Chi vuoi?

— Non cerco nessuno. Ma tu perchè stai in questa tana?

— È la mia casa.

— Stai sempre qui?

— Sempre.

— Non ti muovi mai?

— Mai! Non posso muovermi.

— Ma non hai figli, non hai nipoti al mondo?

— Nessuno.

— E come vivi?

— Aspetto.

— Chi ti aiuta?

— _Robbi!_ (Iddio!)

Poi tacque. Il grave viso di asceta, indurito alla singolar prova

della terribile vita non ebbe alcun segno di commozione. S’io me

ne fossi andato senza domandar più, mi avrebbe lasciato partire

indifferentemente. Non chiedeva, aspettava. Ed era nascosto in fondo a

un cortile, fuori dalla vista dei passanti. Aveva a portata di mano una

latta di petrolio piena d’acqua; poi, sparse intorno per la nicchia,

alcune scatole di latta, una scodella e un cucchiaio. Tutto ciò era

sudicio, immondo ed era l’unico suo bene. La grande vecchiezza gli

aveva tolto le forze ma non l’intelletto. Egli non poteva muovere un

passo fuor dalla nicchia ma poteva avere l’esatta nozione di tutta

la sua miseria. E non si lamentava. Abbandonato da tutti, esposto

all’acqua ed al sole, tormentato dal freddo e dalla canicola, non

essendo sicuro di poter saziare la fame tutti i giorni, condannato ad

una solitudine taciturna di fronte allo spettro della morte imminente

aspettava tranquillo e sereno l’ultimo suo giorno. L’islamismo è una

negazione ed una forza. Distrugge e supera. Distrugge ogni energia di

azione ma supera il dolore.

Trattorie arabe.

Abbiamo mangiato alla buona, in una trattoria araba, dal comico

Shiahlela. Un pasto tanto più indimenticabile quanto maggior bruciore

mi ha lasciato per tutto il corpo. Poche cose minuscole ma tanto

pepate da assumere proporzioni da incendio. Conveniva correggere ogni

boccone con un bicchier d’acqua, chè anche la _bukha_ (un liquore fatto

di fichi fermentati, non potendosi servire vino ad una tavola araba)

aggiungeva anzichè togliere ardore. Carni di montone, uova sode tritate

(una pastura da pulcini), fave lessate e salse di tutte le qualità e

di tutti i colori, miscugli incendiarî a base di peperoni rossi e di

pepe di Caienna. Non so come gli arabi possano adattarsi a tali pasti

infiammatorî. Tanto varrebbe trangugiare una carta senapata. Chi ha

più goduto della mia sofferenza è stato Shiahlela il quale, frattanto,

si è bevuto tutta la _bukha_ che avevo ordinata e se ne è ordinata

dell’altra per conto mio e l’ha bevuta tranquillamente. Alla fine

il buon trattore, lungo come una pertica, con due occhietti rotondi

sotto due accenti circonflessi era tanto espansivo e piangevole che

mi avrebbe abbracciato se avessi ritenuta opportuna la cosa. E, con

voce rotta, m’ha raccontato che, purtroppo, beve molto, beve più del

bisogno, e che la _bukha_ gli si converte in pianto. Quando ha bevuto

è travolto dal torrente della sentimentalità e corre a rifugiarsi nel

suo _harem_. Allora le sue donne gli si fanno intorno ed egli impreca

alla vita e rammenta le cose più lacrimevoli e piange a corona, a

scroscio, a ritrecine e tutte le donne sue giù con lui a singhiozzare

disperatamente. Una faccenda da non si dire, da muovere a pietà il

cuore più indurito. E frattanto ribeve. Oggi sarà, senz’alcun dubbio,

una giornata di grande commozione.

Vicino alla tavola mia, un ricco arabo (me l’hanno indicato come

il più ricco di Gabès e come il più colto; ha studiato in Europa)

ascolta sorridendo. Ha un grande turbante giallo; pare un fiorrancio

di tra le biade. Parla correttamente il francese e intavola con me

una conversazione piacevole. Mi racconta molte cose interessanti. È

tutto imbevuto della nostra civiltà. Ha vissuto molto tempo a Parigi ma

siede alla turca. Ha abbandonate le babbucce ai piedi del sedile ed è

scalzo. Parla con entusiasmo dei nostri costumi, ma, frattanto, osservo

che, a mo’ di distrazione, seguendo un uso della sua terra, si passa

l’indice della mano destra fra le dita dei piedi. E ciò fa con perfetta

correttezza e con garbo indifferente.

Verso il Deserto.

Troviamo alle porte della città le cavalcature che ci aspettano. La

giornata è radiosa, calda, estiva più che primaverile. Verso il mare

si elevano nella somma chiarità i pennacchi dei palmizi che coprono

l’oasi di Gabès. Ben presto si disperdono come in una opacità perlacea

su lo sfondo delle acque chiare. Questi cieli magnificamente limpidi

hanno anche opacità inesplicabili. Non appena una cosa si innalza o

si allontana, si avvolge di una nebbia atomica estremamente luminosa

nella quale a poco a poco si disforma e si disperde. Nelle ore di

grande luce, l’orizzonte si raccoglie entro un circolo breve; non è

limitato da nitidi contorni ma da tenui profili e da ombre nell’estremo

bagliore. È come un dissolvimento. Pare che tutto si debba dissolvere

in luce.

Cavalchiamo per una strada bianca e diritta, tra sabbie, paludi e rari

campi seminati. Dovremmo essere domani, verso sera, alle grotte dei

Matmata.

I Matmata sono trogloditi che vivono ai confini orientali della

Tunisia. Meta del mio viaggio è il loro paese fantastico, irto di rocce

nelle quali si aprono a varie altezze, come tanti nidi di rondine, le

loro caverne.

Il paesaggio non varia, prosegue uguale e monotono sotto il sole

ardente. A quando a quando incontriamo qualche dromedario che porta

su l’alta gobba un’intera famiglia di beduini, qualche asinello

striminzito, qualche biroccio carico di mori che sonnecchiano al sole.

Verso sera cominciamo a vedere le prime tende di beduini finchè ci

appare, vicino ad un gruppo di palmizi, l’intero accampamento di una

tribù. Dirigiamo a quella volta le nostre cavalcature e vi giungiamo

in breve tempo fra un furioso abbaiare di cani i quali ci si avventano

contro con intenzioni tutt’altro che ospitali. Tale accoglienza

richiama, poco alla volta, l’attenzione di tutta la tribù presente.

Corrono prima i monelli i quali sbucano di tra le siepi che circondano

ogni singola tenda, poi le giovinette, le donne, gli anziani. In breve

siamo circondati da un nuvolo di gente che ci guarda con curiosità,

sorridendo. Si fanno tacere i cani e si intavola una vivissima

discussione fra gli anziani e il capo della tribù. Si tratta di sapere

chi dovrà offrirci ospitalità. Il capo tenta risolvere l’interminabile

questione decidendo che saremo ospiti dei proprietari delle tende verso

le quali si sono diretti i nostri cavalli giungendo all’accampamento,

ma anche tale decisione non tronca la disputa perchè è difficile

precisare l’esatto punto dell’arrivo.

[Illustrazione: Accampamento di Beduini.]

Finalmente la cortesissima controversia viene risolta e discendiamo

dalle nostre cavalcature. Entro nel recinto che mi è stato riserbato e

mi dirigo verso la tenda nera a larghe striscie grige, molto bassa e di

forma conica. Nell’interno non trovo che un po’ di fieno disteso a mo’

di giaciglio, qualche masserizia primitiva e la nuda terra. Tutto ciò è

poco ma basta a raccogliere nel sonno la famiglia nomade.

Intorno intorno è un fitto assieparsi di piccoli coni neri molto larghi

alla base; formano, nell’insieme, uno strambo villaggio intersecato

da siepi, percorso da vicoletti e stradicciuole. Ne sono abitanti i

beduini, i dromedari, gli asini e i cani. Ogni tenda ha il suo recinto,

come ho detto, e in tale recinto si raccolgono, a notte, le bestie. I

cani sorvegliano mentre il sonno ristora i pastori. Girando gli occhi

intorno vedo gobbe e musi di dromedari e bianchi turbanti e frotte

di monelli seminudi in una promiscuità grande, in una fratellanza

universale. Si elevano esili colonne di fumo azzurrastro qua e là, fra

una siepe e l’altra, fra una via e l’altra, tenui veli che hanno i toni

dell’acciaio brunito e si dissolvono sfioccandosi; qualche lingua di

fuoco fiammeggia breve, qualche fresca risata ne accompagna il guizzo.

Lunghe file di dromedari tornano dai lontani pascoli. Ne giungono da

tutti i punti dell’orizzonte lentamente, gravemente, accompagnando il

ritorno con un urlo che sta fra la grazia del grugnito e la sonorità

del raglio. Il sole muore. Una donna raccoglie da una siepe alcuni

panni che vi aveva disposti ad asciugare; un gruppo di giovinette

ritorna dal pozzo con le anfore alte su la spalla. Mi pare di essere

risalito nei secoli alle età remotissime di cui favoleggia la Bibbia.

Ricordo i tratti salienti che mi avevano fissato nella mente la vita

patriarcale dei primi figli di Israele:

“_E questi uomini sono pastori di greggi.... ed hanno menate le lor

greggi e i loro armenti e tutto ciò che hanno._„ E ancora: “_Ecco

Rebecca usciva fuori avendo la sua secchia in su la spalla. E la

fanciulla era di molto bello aspetto, vergine, ed uomo alcuno non

l’aveva conosciuta. Ed ella scese alla fonte ed empiè la sua secchia e

se ne ritornava_....„ Il pozzo è fra i palmizi. Un’ombra ed un lucore

di acque nella grande distesa dispoglia, arsa dal sole. Le donne vi

giungono a gruppi di sei, di dieci, parlando piano, sorridendo appena.

Vestono un lungo manto azzurro, l’_hamla_ che giunge loro fino alle

caviglie e lascia nude le braccia e nudo il collo. Il pozzo è il

ritrovo delle fanciulle quando cade il sole e il sole si affonda fra

le sabbie del deserto e pare sollevi nell’aria e le cosparga intorno,

a ventaglio, le arene infocate. Giungono in fila, le belle creature, i

piedi scalzi, il braccio nudo sollevato a tener obliqua su la spalla

l’anfora leggera. Al collo dei piedi e ai polsi e all’avambraccio

rilucono e tintinnano le grandi armille di argento di cui vanno adorne.

Hanno alle orecchie, larghe anella di argento, e i capelli quasi

disciolti, nerissimi, scendono a raccogliere nella loro ombra la grazia

del viso, composto in un segno di fiera bellezza. Sono diritte come

palme; esili e forti perchè temprate agli ardori del deserto. Le loro

carni sono brune e gli occhi si accendono di fosforescenze solari.

I pastori ritornano di lontano; qualcuno canta più remotamente. E

passano le greggi, gli armenti; giungono all’adunata guidati dall’ombra

che cade. È un trepestio lento, un correre e un incrociarsi di voci,

di mugghi e di belati. Qualche giovane armentario trascorre sul suo

cavallo; guizza via con un urlo roteando per l’aria la lunga asta.

Vedo il _burnus_ sollevarsi nell’impeto della corsa e l’odo battere

l’aria stioccando. E l’acqua risuona ricadendo in fondo all’arca e le

anfore si riempiono e stillano; stillano oro e coralli in quest’aria di

vespero acceso. Ecco Zubeida (la graziosa); Sasiia (la gentile), Kadija

(la pura). Vengono e vanno senza rivolgersi; diritte e composte in una

loro grazia ieratica. Si inchinano sorridendo, si toccano la fronte e

il cuore, mi rivolgono un augurio.

— _Bislemma!_

— _Bislemma!_

E ritornano alla loro tenda dalla quale sale per l’aria un tenue nastro

di fumo. Vita aspra e magnifica; intensa, piena, impetuosa, gagliarda.

Tutta la gioia della giovinezza vi si libera a volo, disfrenata; ogni

forza ed ogni desiderio vi hanno la loro piena espansione. Senza posa e

senza sonno. Tale è la legge che guida da millennii il popolo pastore.

Esso emigra di pascolo in pascolo, di terra in terra abbandonando

i suoi morti per via. Senza posa e senza sonno. La sua patria è lo

spazio; il suo desiderio, il cammino; la sua ricchezza, la tradizione.

Così come Giuseppe presentò i fratelli suoi a Faraone potrebbero

presentarsi oggi i beduini. Nulla è mutato nei millennii: “_E questi

uomini sono pastori di greggi.... ed hanno menate le lor greggi e i

loro armenti e tutto ciò che hanno._„

La Giustizia.

Due giovani arabi trovarono un giorno su la via un arancio.

Disse Said:

— È mio perchè l’ho veduto prima!

Rispose Alì:

— È mio perchè l’ho raccolto!

La controversia si infiammò e volarono le busse.

Passava un _taleb_[5] e si fermò. Si pose fra i contendenti:

— Vi farò giustizia! Datemi l’arancio.

Come se l’ebbe ne divise la buccia in due zone uguali e disse:

— Una parte della buccia spetta a Said perchè fu primo a vedere

l’arancio; l’altra parte spetta ad Alì perchè lo raccolse; il frutto lo

tengo per me come prezzo per la sentenza!

— E mangiò l’arancio.

Questa è la giustizia.

Selìma.

Vorrei narrarvi la novella di Selìma che ho udita l’altra notte in

una di queste enormi pianure circondate dai colli. Eravamo intorno

al fuoco; un vecchio beduino cominciò a parlare e raccontò la novella

salace della quale vorrei farvi compartecipi se sapessi ammantarla di

ben sette veli. È riccamente poetica ma tanto scabrosa che temo possa

allettar troppo i difensori della morale. È immaginata da un popolo

immaginoso e voluttuoso il quale se si corregge un poco nella sua

letteratura, è, nella comune parlata, terribilmente osceno.

Il Boccaccio o il Lasca che novellavano ad uomini sani i quali da

tali storie non traevano che il senso ridevole l’avrebbero narrata

bellamente senza timori; noi siamo troppo viziati per ascoltare con

tranquillità. Ma ecco la novella.

In una tribù dell’interno, verso il deserto viveva un tempo Selìma,

bellissima giovinetta, desiderata con ardore furibondo.

Un giorno vennero a mancarle il padre e la madre ed ella rimase unica

padrona delle immense mandre che andavano pascolando all’intorno e

padrona del suo destino.

Dormiva sola sotto la ricca tenda, sul giaciglio coperto da pelli di

leone e una vecchia schiava ed un eunuco vegliavano il sonno di lei.

Il tempo trascorreva senza ch’ella si concedesse ad alcuno.

Era superba, ardita, dominatrice e bella e lontana quanto la stella

polare. Disprezzava gli uomini schiavi, gli uomini che la guardavano

col desiderio della bestia e non sapevano dominare l’istinto.

Un giorno la vecchia schiava che la teneva cara quanto una figlia,

ricorrendo il quindicesimo anno della fiera giovinetta le disse:

— Selìma tu sei sola; che ne sarà della tua fortuna se invecchi senza

figli? Pensa a sceglierti un uomo fra quelli della nostra tribù. Ve ne

son cento che morirebbero contenti solo per averti baciata.

Selìma scrollò le spalle sdegnosamente e non voleva; ma disse poi:

— Ascoltami, Fatma: io non sceglierò un uomo che ad un patto!

— Quale?

— Ascolta. Io sarò di colui che pur essendo giovine e forte e nel pieno

possesso della sua vita, saprà resistere al fascino della mia bellezza.

— E come?...

— Egli dovrà farmi vento per un’intera notte essendo io distesa sul mio

giaciglio compiutamente ignuda e non dovrà dir parola nè guardarmi con

desiderio.

Fatma scrollò il capo e tacque ma la nuova del patto singolare si

sparse rapidamente fra i giovani della tribù.

Nel giorno che seguì si presentò il primo concorrente. Era un giovine

gagliardo, alto, dalla barba rossa, bello come un nazareno.

Sul far della notte Selìma gettò ne’ suoi bracieri i profumi più

inebbrianti dell’oriente, ne saturò la tenda damascata, rossa e

turchina, cosparse il giaciglio di gelsomini e di rose rosse, poi,

scesa alla fonte, si deterse e si unse di olî odoriferi.

Fatma l’attendeva.

— Vieni che è l’ora.

Selìma non aveva fretta. Si tolse le armille d’argento e d’oro,

disciolse il nero gorgo de’ suoi capelli e vi intrecciò fiori di

gelsomino, del gelsomino orientale dal molle profumo insidioso, poi,

disciolta l’_hamla_ serica, allargò le braccia e la fece discendere

lentamente lungo il seno e le anche finchè apparve ignuda. Allora

tolse da una piccola arca incrostata d’avorio, una spera d’argento e si

guardò.

Si vide bella nella perfezione della sua forma intatta. La pelle di lei

aveva il caldo tono dell’oro, ardeva come il sole. Sorrise, cedette la

spera a Fatma e disse distendendosi sul molle giaciglio:

— Venga Selem; lo aspetto.

E Selem entrò; ma ancora non era a mezzo la notte che i servi lo

avevano scacciato dalla tenda di Selìma.

L’identica sorte toccò a molti altri i quali giunsero di lontano e se

ne andarono vinti.

Ultimo fu Mohamed, il bel lupo.

Egli trascorse l’intera notte al fianco della giovinetta; ma, sul far

del giorno, dichiarandosi vincitore e negando ella di essere stata

vinta, decisero di andarsene dal _Kadi_ per aver giustizia.

— Se io ho torto non mi rivedrai più, — disse Mohamed; e partirono.

Ecco il racconto che il giovine fece al _Kadi_.

— Ora ascolta, — disse Mohamed, — e giudica secondo la tua sapienza.

Io giungevo da un lungo viaggio e avevo bisogno di riposo e di ristoro;

andando così e cercando con gli occhi intorno, mi ritrovai su l’entrata

di un magnifico giardino, un giardino promesso, _Kadi_, bello quanto il

paradiso. V’erano giglieti e rosai e aiuole di gelsomini; vi cantavano

fontane fra i molti prati. Ero stanco, affaticato. Discesi, legai

il cavallo ben forte, a più doppi su la soglia vietata e entrai a

riposare.

Avevo preso sonno allorchè all’improvviso mi destano le grida di quella

che vedi qui, mia avversaria. Il cavallo era entrato nel giardino e

aveva calpesto il fior dei gigli e delle rose e aveva fatta sua l’erba

dei prati. _Kadi_.... di chi la colpa se la stessa mano di Selìma aveva

disciolto le doppie ritorte alle quali il cavallo si trovava avvinto?

Il _Kadi_ disse:

— Abbia torto chi disciolse i legami!

E i giovani partirono chè non poteron aggiunger parola; ma Selìma non

si dette per vinta e disse a Mohamed:

— Io non sarò la tua donna se non supererai una seconda prova.

— E sia, — rispose Mohamed.

Si accordarono, ritentarono; ma alla seconda mattina le stesse

contestazioni sorsero fra di loro e ritornarono dal _Kadi_.

E Mohamed disse:

— Ascolta e giudica anche questa volta.

Selìma ed io passeggiavamo per i sentieri di un orto; ad un tratto

ci trovammo di fronte un magnifico mandorlo pieno di frutta e Selìma

disse:

— Se tu con la tua fionda saprai abbattere dodici mandorle senza fallir

colpo, io sarò tua. — Accettai. Raccolgo i sassi opportuni, armo la

fionda e lentamente ma sicuramente abbatto le dodici mandorle; non un

colpo è perduto.

Ora di chi la colpa, _Kadi_, se l’ultima mandorla non aveva il seme?

Rispose il _Kadi_ rivolto al giovine:

— Abbia torto chi ti vuol troppo saggio!

Anche la seconda prova era perduta per Selìma ma ella ricorse a una

terza, alla più disperata e disse:

— Se perdo questa sarò la tua agnella!

— E sia, — rispose Mohamed.

Andarono, ritentarono e alla terza mattina rieccoli dal _Kadi_.

— Ascoltaci per l’ultima volta, — disse Mohamed, — e giudica.

L’altra sera, Selìma ed io, eravamo pei campi; una moschea era in

fondo, molto lontana da noi.

Quando il sole tramontava il _muezzin_ salì sul minareto a invitare i

fedeli alla preghiera. Selìma si ferma e mi dice:

— Se tu entrerai nella moschea prima che il _muezzin_ discenda dal

minareto io sarò tua.

La prova era ardua ma accettai. Partii correndo come un veltro e

giunsi che il _muezzin_ cantava ancora; ora di chi la colpa, _Kadi_,

se trovando io chiusa la gran porta di bronzo entrai per la porta delle

abluzioni?...

Il _Kadi_ sorrise e disse:

— Andate e state in pace che siete nati per amarvi.

Il diario di un viandante · 第 17 / 34 题