Rammentatemi agli amici e voi credetimi di Cuore

_Il Fratello_ GIOVANNI.

Mio nonno materno si chiamava Sante. Aveva la folta barba tutta quanta

bianca. Parlava poco, fumava molto; fumava una gran pipa dalla quale

usciva un fumo acre che mi faceva tossire; eppure poco mi importava di

ciò quando si trattava di far parlare nonno Sante. Ma era difficile.

Egli solo poteva chiarire i miei dubbi ricordando tuttavia, benchè

fosse fanciullo in quel tempo, suo zio Giovanni prima che raggiungesse

la Grande Armata.

Una sera mi aveva preso su le ginocchia; era di buon umore; guardava

scoppiettare il fuoco entro la stufa; la mamma agucchiava intorno a una

camicia, china sotto la fioca lampada.

— Nonno?... — dissi ad un tratto.

Egli mi fece saltare più alto sollevando le ginocchia e scandendo il

ritmo del galoppo inconsciamente, gli occhi assorti su la fiamma:

— Op, op, op.

Gli accarezzai la barba, non si commosse.

— Nonno — ripresi — ditemi com’era fatto!

Mi guardò senza capire.

— Che cosa?

— Ditemi com’era vostro zio Giovanni.

— E chi se ne ricorda?

— Siate buono, diteglielo — soggiunse la mamma e non levò gli occhi dal

lavoro.

Nonno Sante brontolò; prese la pipa dalla stufa e l’infilò fra le

labbra.

— Chi se ne ricorda?... Saranno cent’anni!... Lasciamo stare, lasciamo

stare; ti conterò la storia di Baruccabà.

Ma poi le dolci insistenze la vinsero su la sua ritrosia e nonno Sante

parlò.

— Che debbo dirti se lo ricordo appena? Era un giorno di sole; tornavo

dalla campagna. Entrando nella camera del babbo vedo un grande uomo

che mi viene incontro e mi abbraccia. Lo guardai. Aveva un gran paio di

stivali, un colletto nero che gli arrivava sotto al mento e le basette

nere. Doveva ripartire la sera stessa per raggiungere la Grande Armata.

Ricordo che mi disse: — Santino, se torno dalla Russia ti porto con me

in Francia. — Per questa promessa gli volli bene; ma non tornò più.

Quel giorno era giunto a Forlì anche zio Cristoforo e i due zii non

parevano fratelli, ma l’uno il padrone e l’altro il servitore. Zio

Cristoforo era sempre sereno e non si lamentava e non chiedeva niente,

anzi quando ritornava da’ suoi lunghi viaggi mi portava sempre un

ricordo.

Quel giorno mio padre e zio Giovanni lo tennero per un’ora chiuso nello

studio e li udii parlare ad alta voce e gridare.

Alla sera tanto Giovanni quanto Cristoforo ripartirono.

— E dove andò zio Cristoforo?

— Andò per le strade. Poi una notte, per Natale, vennero a chiamare

mio padre. Avevano trovato Cristoforo su la strada del Ronco. Veniva da

lontano. Voleva fare il Natale con noi; ma ormai era vecchio e stanco.

Era morto in fondo a un fosso, assiderato dal freddo.

Tacemmo. Mia madre scrollò il capo continuando il suo lavoro paziente;

nonno Sante accese la pipa e non parlò più.

Passarono giorni e giorni e, nella mente mia, la dolce e triste figura

dello zio Cristoforo superò di gran lunga l’altra dello zio Giovanni

che pure raccoglieva tutta la mia ammirazione. La prima mi era più

vicina: l’amai; la seconda non destò in me che una meraviglia devota e

non seppi vederla se non a cavallo, fra deserti di ghiaccio e turbini

di fiamme. Se per l’una il mio cuore bambino si intenerì rievocando,

per l’altra non provai che il fascino delle cose terribili e stupende.

Epperò detti il mio amore a colui che più mi era vicino.

Seppi poi di tutta la sua vita; la seppi da mia madre che novellava

volentieri.

Zio Cristoforo non era un gigante come Giovanni; era piccolo ma forte.

Aveva gli occhi celesti, i capelli neri e ricciuti; nè bello nè brutto;

c’era nella sua faccia qualcosa che poteva piacere: una tristezza

soavemente uguale che non mutava segno. Era gaio in compagnia ma non

soverchiava la misura. Sapeva farsi amare.

Lo avevano avviato agli studi, e volevano farne un impiegato e cioè

un uomo tranquillo che sa superare anche i desideri più modesti, e, a

vent’anni, sa ciò che lo attende ai quaranta, poi ai sessanta, così

fino alla morte. Volevano farne un uomo pacifico che si ammoglia di

buon’ora, rinnova un vestito all’anno nel giorno sacro alla Pasqua,

si lucida le scarpe, si compiace e si annebbia beatamente in tutte le

meschinità provinciali e limita il suo mondo a un compito procreativo.

Così avevano fatto i padri, gli avi e i bisavoli; così doveva far lui.

Allora l’autorità paterna era ferrea e i figliuoli dovevano ai loro

genitori un rispetto quasi da schiavi. Essi parlavano al padre in terza

persona evitando ogni termine confidenziale e ciò per mantenere la

dovuta distanza fra il piccolo re e i sudditi involontari.

[Illustrazione: L’Anfiteatro di El-Djem.]

Lo zio Cristoforo sapeva quale destino lo avrebbe atteso s’egli fosse

stato ossequente alla volontà paterna; i frequenti consigli e le più

frequenti parafrasi ai medesimi gli segnavano la via. Nessuno mai

avrebbe dubitato ch’egli fosse per non seguire il cammino disposto

perchè era un giovine taciturno che non si appalesava e, bocca muta è

bocca sciocca, per le persone di buon senso.

Era tenuto dai più come un buon diavolaccio mezzo sonnecchiante e

mezzo inochito. Anche le donne lo avevano per un bambolo innocuo del

quale ci si può fidare ciecamente e leggevano nell’anima di lui come un

pappagallo può leggere nella Bibbia.

Finì gli studi che allora si riducevano a ben poca cosa, almeno in

provincia, e senza protestare, senza gioia e senza dolore apparente

accettò l’impiego che gli venne offerto. Un impieguccio meschino.

Guadagnava poche lire al mese ed era alla catena dal primo mattino a

tarda sera.

Il padre di lui ne ebbe la contentezza moderata che poteva accordarsi

alla dignità sua e siccome in quel tempo poche lire mensili bastavano

ad una vita modesta, pensò di dargli moglie.

Così, come lo aveva messo al mondo se lo regolava a simiglianza di un

orologio.

Tutto era già disposto: trovata la donna, contenti i parenti, fissata

la data del dolce imeneo, regolati gli affarucci della doterella e

della casupola, ordinate le lenzuola, otto belle lenzuola a due teli

per un letto matrimoniale e c’era chi aveva cominciato a scrivere i

sonetti inneggianti alla felice unione e all’imene e agli amplessi

quando, un bel giorno, lo zio Cristoforo non si trova più.

La voce si sparge in un attimo.

— Si è ammazzato. — Lo hanno veduto ieri notte sul ponte di Schiavonia.

— Era innamorato di un’altra. — Non aveva la testa a posto. — Non

parlava mai, era come un pazzo. — E l’Angiolina?... Vedeste come

piange, poveretta! Aveva preparato il corredo! Aveva speso sette scudi!

— Povera figliola! non meritava questa porcheria! — Ma esser matti a

dare ima, figlia a quello là! Avete veduto come è finita? Bisogna aver

voglia di marito! — L’Assunta aveva combinato tutto, quella!... Con

la sua voglia di far matrimoni! — Mi hanno detto che era innamorato

dell’Ernesta. — Sì, della luna!... Era innamorato della luna quello

sciocco! Se io fossi stata giovine non l’avrei sposato neppure se me

l’avessero coperto d’oro! — Ma è morto davvero?... — A crederlo!...

Quello non aveva il coraggio di ammazzarsi. Avrà fatto le finte e poi

piglialo che sei bravo! Povera famiglia!... —

E tutta la città non parla d’altro per qualche settimana.

Il padre aspetta Cristoforo la sera, lo aspetta la mattina seguente;

non si sa capacitare della cosa; teme gli sia toccata una disgrazia; lo

fa cercare nel fiume, negli orti, nelle campagne, ma ad un tratto gli

arriva una lettera; è la scrittura di lui; legge e impallidisce.

Nessuno seppe, se non dopo la morte del vecchio quando fra le sue carte

furono trovate le lettere dell’esiliato (chè altre glie ne scrisse),

nessuno seppe del vero destino di Cristoforo. I più lo avevano creduto

morto. Il padre lo maledisse e gli vietò di valicare la porta della

casa nella quale era nato. Così con una maledizione che gli fu di

assidua angoscia tanto che, anche vecchio, ne pianse; senza sapere dove

sarebbe andato nè che avrebbe fatto; privo di mezzi e di esperienza

lo zio Cristoforo abbandonò tutto, rinunziò a tutto, prese, solitario

viandante, il lungo cammino che non doveva abbandonare mai più.

Un giorno l’anima sua si era ridestata, aveva misurato la profonda

miseria della sua vita e, con tranquillità risoluta, senza cercare

consigli o approvazioni aveva deciso.

Da quel giorno nessuno più ebbe notizie di lui se non il padre, due

volte l’anno: per Natale e per Pasqua. Riceveva allora, dai punti più

remoti del mondo, una lettera di augurio alla quale non rispondeva

metodicamente.

Egli si ostinò a non rispondere; lo zio Cristoforo, che non sapeva

voler male a nessuno, mantenne sempre la dolce consuetudine.

E lo scomparso scomparve dalla memoria della gente. Dopo qualche anno,

i fratelli, parlando di lui qualche volta, solevano dire:

— Il povero Cristoforo!... — convinti ch’egli fosse da un pezzo nel

mondo dei più.

Poi il vecchio morì. Morì sugli ultimi di marzo, pochi giorni prima

della Pasqua.

Erano stati fatti appena i funerali che da un paese della Russia giunse

la lettera consueta. Fu aperta e letta in famiglia fra uno stupore

che aveva quasi dello spavento. Mentre l’uno se ne andava l’altro

ricompariva.

I fratelli tennero consiglio: decisero di partecipare all’assente la

morte del padre, di offrirgli il danaro per il ritorno, di invitarlo a

ravvedersi.

Erano trascorsi quattordici anni dal giorno in cui il viandante era

partito.

Attesero invano una risposta; per molti anni ancora non ebbero notizia

di lui; poi, una sera, mentre erano raccolti intorno alla tavola per

la cena, udirono suonare il campanello. Nonno Sante, che era allora

un fanciullo, andò ad aprire e, sì come si attardava su la soglia, gli

uomini gridarono:

— Chi c’è?

— Non lo so!

— Come non lo sai? Se è un povero chiudi la porta.

— Non è un povero.

— E chi è allora?...

Nonno Sante non sapeva rispondere. Suo padre si levò gettandosi il

tovagliolo su la spalla e andò alla porta. Vede nel vano un’ombra

immobile; era d’inverno e faceva freddo:

— Che cosa volete?...

E l’ombra non rispondeva chè forse i singhiozzi gli serravano la gola.

— Chi cercate? Sbrigatevi che fa freddo, o vi chiudo la porta in

faccia!...

L’ombra tese le braccia e si strinse al petto nonno Sante che ebbe

paura ma non fiatò.

— Che commedie son queste!... — gridò esasperato Domenico, il bisnonno

che era un uomo risoluto e violento.

E già aveva fatto il gesto di afferrare una spranga appoggiata vicino

all’uscio quando lo sconosciuto si fece innanzi, levò il viso, disse:

— Sono Cristoforo!

— Cristoforo!...

Nella stanza vicina si udì un rumore di sedie smosse, un sussurrio

improvviso, poi un silenzio profondo. Tutti erano come impietriti.

Domenico fu il primo a riaversi. Allungò un braccio, trasse il fratello

alla luce, lo guardò e gli chiese:

— Da dove vieni?...

— Di lontano — rispose Cristoforo e parlava sommesso. — Mancavo da

diciotto anni; volevo rivedervi; domani ripartirò!

— A partire c’è tempo. Vieni avanti.

Entrò nella stanza e tutti erano in piedi a guardarlo, vinti dallo

stupore smarrito che danno le cose inattese e prodigiose.

Lo zio Cristoforo era davvero irriconoscibile. Lacero, smunto,

invecchiato; solo gli occhi azzurri, dolcemente tristi, si erano

serbati uguali; avevano lo stesso splendore, la stessa limpidezza, la

stessa tranquilla soavità di un tempo.

Gli fu offerta una sedia, sedette; tutti sedettero senza dir parola

chè l’abisso sorto fra quelle anime creava un impaccio, una freddezza

superiori all’impeto di un sentimento assopito da troppo tempo.

[Illustrazione: TUNISI. — Palazzo del Bardo.]

[Illustrazione: TUNISI. — Un patio nel palazzo del Bardo.]

[Illustrazione: TUNISI. — Un patio nel palazzo del Bardo.]

[Illustrazione: TUNISI. — Piccoli beduini.]

Finirono di cenare, ma stentatamente: era troppo palese la presenza di

un intruso perchè Cristoforo non ne avvertisse la ferita.

— Vuoi mangiare con noi? — gli chiese Domenico.

— No, grazie, ho mangiato.

— Allora bevi — e gli versò un bicchiere di vino che Cristoforo non

toccò.

Rimaneva così, le braccia su le ginocchia a guardare ora l’uno ora

l’altro ma non incontrava che sguardi freddi o diffidenti. Il suo

aspetto non rassicurava i fratelli. Era un pezzente, disonorava la

famiglia.

Finita la cena Domenico disse alla moglie:

— Pasquina, preparategli una stanza, dormirà qui.

Lo zio Cristoforo si levò:

— Grazie, non vi scomodate, ho già l’alloggio.

— Spero non vorrai farci questo sgarbo. Poi è bene che in città non

ti vedano in questo arnese; non faresti onore nè a te nè a noi. Si

potrebbe dire che ti abbiamo scacciato e non debbono dir ciò. Rimani

qui. Domani, quando ti avremo rivestito, uscirai.

Cristoforo sorrise e scrollò il capo. La conversazione languì. Qualcuno

tentò parlare del Legato Pontificio che era giunto qualche giorno

innanzi; l’argomento non ebbe fortuna.

Si udì Pasquina allontanarsi e dire alla vecchia che era giunta per

rimettere in ordine la cucina:

— Se suonano non aprire; nessuno deve entrare in casa questa sera, hai

capito? Nessuno!...

E la vecchia rispose:

— Ho capito. _Quello là_ non si deve vedere!

E Cristoforo non parlò. Quando si levarono per andare a letto gli

passarono innanzi augurandogli la buona notte ma nessuno gli tese la

mano. Nonno Sante rimase ultimo. Provava per il ramingo un sentimento

profondo, commisto di simpatia e di pietà; gli avrebbe gettato le

braccia al collo; aveva sentito nella sua semplicità di fanciullo

che avevano fatto molto male, troppo male all’inatteso; che tutto ciò

era ingiusto, ch’egli non aveva chiesto niente, che non aveva offeso

nessuno....

Quando si vide solo gli si avvicinò. Cristoforo era rimasto seduto, la

testa nascosta fra le mani e guardava i mattoni del pavimento.

Nonno Sante gli appoggiò leggermente una mano sul braccio.

— Buona notte, zio Cristoforo!

L’esiliato levò gli occhi che di repente si inumidirono.

— Vai via?...

— Debbo andare a letto.... Buona notte!

— Vuoi darmi un bacio?... Ti faccio paura?...

— Paura?... Voi?...

— Hai ben veduto! Dopo dieciott’anni!...

Si udì la Pasquina gridare dall’alto della scala:

— Sbrigati, Sante! Che cosa fai dissotto! Vieni a letto e presto!...

— Vengo, vengo! — rispose il fanciullo, ma prima abbracciò lo zio

Cristoforo e lo baciò su le guance; poi corse fin su la soglia e si

rivolse.

L’esiliato aveva ripreso l’atteggiamento d’abbandono: i gomiti su

le ginocchia, il capo fra le palme. Come si credette solo, scrollò

le spalle, nascose la faccia fra le mani e curvandosi nell’estrema

angoscia, scoppiò in un singhiozzo violento.

Durante la notte, senza che nessuno lo avvertisse ripartì.

— Ha fatto bene! — disse Pasquina quando si accorse che non era più in

casa.

Il diario di un viandante · 第 7 / 34 题