I fratelli brontolarono un poco ma si racconsolarono ben presto.

Quando la vecchia che faceva i servizi più umili in casa salì nella

stanza occupata dal viandante, trovò sopra il cassettone un piccolo

involto che portò a Pasquina.

— Che cos’è questo?

— Non lo so. L’ha lasciato quell’uomo; era sul cassettone.

— Sarà una sudiceria. Chi sa mai!... Io non mi fido di aprire — e

teneva l’involto fra due dita.

— L’aprirò io. Vuole?

E la vecchia disciolse lo spago annerito, svolse la carta gialla;

apparve un piccolo orologio d’argento.

— L’avrà dimenticato — disse Pasquina. — Chissà dove l’avrà preso.

— C’è un bigliettino, — soggiunse la vecchia.

— Dallo qua. Che cosa dice?...

Ma Pasquina non sapeva leggere; chiamò Sante, il figliuolo.

— Leggi un po’ tu. Che cosa c’è scritto?

Il fanciullo lesse ad alta voce:

“Questo lo lascio per il vostro bambino. Dateglielo; l’ho

guadagnato, non vi faccia vergogna. Ho salutato voi e la vostra

casa per l’ultima volta. Perdonatemi se sono ritornato, avevo

bisogno di rivedervi; vi ho riveduti; mi basta. Addio.

“CRISTOFORO„.

L’orologio se lo tenne Pasquina, ma il biglietto rimase al nonno che lo

serbò fino alla morte.

Così il viandante riprese la via dell’esilio.

Disceso dalle grandi strade, dalle solitudini eterne alla sua casa

antica, vi aveva trovato il deserto, un deserto glaciale, un’aridità

paurosa. L’anima sua che cercava un antico tepore di sogni, di bontà,

d’amore ne fu angosciata, affranta. Era inutile tentare; il tempo aveva

profondamente mutato il suo mondo antico. Ripartì.

Per molti anni, nei giorni di Natale, giunse ancora una sua lettera

indirizzata a nonno Sante e un regaluccio. Non dava mai l’indirizzo;

non gli potevano rispondere.

Poi siccome le maggiori amarezze non ispengono l’illusione nel cuore

dei semplici; siccome egli per quanto non lo volesse doveva pure, e

la vecchiaia ve lo spingeva, ritornare verso il punto della terra nel

quale ogni cosa aveva per l’anima stanca una parola e un ricordo, non

tenne fede alla promessa e ritornò.

Lo videro per caso; si era rifugiato in una capanna nei campi.

In que’ suoi ultimi giorni, essendo incapace di lavorare, si caricò di

una vecchia icone e andava pei mercati vendendo immagini di santi.

I fratelli lo lasciarono fare. L’ultima volta che nonno Sante lo vide,

fu di sera, vicino a un orto, alle porte della città.

Si sentì chiamare, si volse e vide Cristoforo che giungeva lungo il

ciglio della strada, curvo sotto la sua icone.

Il rosso sole giocondo era sui prati smeraldini in un tramonto sereno.

Scendevano le greggi dalla montagna. Lo stanco viatore si fermò; posò

a terra il cavalletto sul quale dirizzava l’icone; allargò le braccia

a togliersi dalle spalle l’immagine sacra nascosta da due piccoli

battenti rozzamente istoriati; levò di fronte al sole che rideva sui

prati verdi, il suo piccolo altare. Dalla pieve dei Romiti giungeva un

suono di campane: era l’_Ave_.

Zio Cristoforo si tolse il lacero cappello e chinò il capo bianco. Le

ultime rondini volavano nell’alto cielo, stridendo.

Giungeva rapida la sera chè la stella del pastore era su le rame degli

orti. Tacquero per lungo tempo. Gli occhi azzurri del vecchio erano

velati, non lucevano più; un po’ dell’anima loro era partita incontro

all’ultimo sogno.

Non cercavano, come una volta, negli occhi del fanciullo un po’

d’affetto; era per essi una vaga lontananza, una tranquilla solitudine

nella quale si assorbivano abbandonatamente.

L’anima dell’esiliato aveva raggiunto l’esilio supremo; aveva trovato

in sè stessa e nel mistero vissuto ora per ora, nei lunghissimi anni

del cammino, la pace tranquilla della morte.

Disse:

— Addio, Santino. L’ora è sonata anche per me e non ci rivedremo. Addio.

Si baciarono, poi il vecchio viandante tolse su le spalle l’icone,

infilò il cavalletto in un braccio e partì lentamente sotto la prima

sera.

Nonno Sante non lo rivide mai più.

Tre anni dopo, nelle notti del Natale, lo zio Cristoforo, con la sua

icone sulle spalle, fu trovato in fondo a un fosso, assiderato dal

freddo.

La morte lo aveva colto lungo il cammino ed era giusto.

Egli aveva reso l’anima sotto alle stelle che gli avevano segnata la

prima via dell’esilio.

Tale era il vecchio congiunto che riempì della sua immagine la mia

infanzia e la mia giovinezza prima. Le vicissitudini della vita,

il dolore, la tristezza di un sogno senza compimento me lo elessero

fratello.

Ora ho voluto ch’egli riviva qui, a capo di un libro che mutamente

ispirò.

Firenze, ottobre 1910.

Il diario di un viandante · 第 8 / 34 题