Ricordo sempre. Sopra alla stufa, da un lato, appesa al muro entro una
cornice nera e difesa da un vetro era una vecchia lettera stinta, dalla
carta ingiallita, dai caratteri chiari.
La stanza era buia ed angusta e la lettera rimaneva tutto il giorno
nell’ombra; solo alla sera quando, sopra alla tavola coperta da
un vecchio tappeto a maglia, si accendeva il lume a petrolio, il
quadratuccio di carta appariva su le pareti illuminate.
Per lungo tempo non me ne occupai; era una cosa abituale nè mi destava
maggior curiosità della valvola o dello sportellino della stufa,
oggetti che mi erano famigliari in quel tempo più degli uomini e delle
loro parole.
Avevo forse cinque anni quando incominciai a guardare incuriosito la
reliquia custodita religiosamente. Ricordo che la mamma ne spolverava
il vetro ogni giorno e ricordo il nonno che a volte vi si soffermava
innanzi pensoso.
Ne nacque in me un rispetto inconsapevole. Credevo si trattasse di
qualche cosa prodigiosa ma ancora l’attenzione mia non ne era attratta.
Mi risuonavano bensì nella memoria alcune frasi che sentivo ripetere
con frequenza da mia madre:
— .... _la battaglia di Mosca mi costa più di duecento
zecchini_.... —
Oppure:
— .... _Napoleone è con noi, non v’è da dubitar di gloria!_... —
Ma allora non erano, per me, che parole senza importanza.
Fu più tardi, qualche anno dopo, che la mia mente si aprì a tale
mistero e tutta se ne saturò e lo rivestì di magnificenza.
Avevo incominciato a leggere e leggevo con avidità. Un giorno
trassi una seggiola presso al muro, vi salii e cominciai a decifrare
lentamente i caratteri ingialliti della vecchia lettera.
Sul principio mi ci raccapezzai a stento, poi mi si aprì un orizzonte
improvviso e la mia meraviglia e l’entusiasmo mio non ebbero più
limiti.
Alla sera ebbi dalla mamma tutti gli schiarimenti che poteva darmi; ne
ero tanto ansioso che ella ne sorrise.
Seppi che la lettera era stata scritta da un suo prozio, colonnello
nell’esercito napoleonico, caduto al passaggio della Beresina.
Era morto da tanto tempo! Aveva lasciato un orologio d’oro che doveva
essere recapitato alla famiglia ma, nel tragitto, diventò d’ottone. E
il vecchio orologio d’ottone, con sopra impressa una sigla, lo ricordo
tuttavia chè mi divenne caro per tutto ciò che la mia fantasia gli fece
raccontare.
Da quel tempo lessi non so quante volte la lettera ingiallita,
e da quel tempo, unitamente alla figura del vecchio congiunto,
che ingigantii, un’altra ne visse, molto più modesta forse, ma
infinitamente più triste: quella del viandante.
[Illustrazione: TUNISI. — Una _Zania_ (piccola cappella).]
[Illustrazione: TUNISI. — Una strada della grande moschea.]
[Illustrazione: TUNISI. — Porta di casa araba, caratteristica
perchè guernita di chiodi.]
[Illustrazione: TUNISI. — Vecchia porta.]
[Illustrazione: TUNISI. — Palazzo d’un ricco signore arabo con
balcone e finestre protette con _Misciarabia_ per nascondere
le donne.]
Ecco ciò che era scritto su la carta stinta:
_Carissimo Fratello_,
Mosca, 4 ottobre 1812.
Qual possa essere il motivo che mi vedo privo di riscontro non so
immaginarlo. Posibile che tutti si siano concertati per lasciarmi
nella dura credulità di non più vivere alla memoria de’ Parenti ed
Amici?
Per me la Patria mi è troppo Cara per avere ad ogni istante
Presente un Cielo che le sole Divinità dovrebbero ingiornarvi;
Felici quelli che privi del desiderio di gloria non abbandonano
un sì bel Terreno; Ma felice io pure se divenuto io sono parte
di quelli che conquistarono, distrussero una Potenza la di cui
influenza facea temere il Continente. Un dì l’Italia potrà vantar
molto guereggiando unita per ora con la gran Nazione, e così
dettare un giorno Legge a quelli che osassero insultare il Regno
nostro.
Mosca, una delle prime capitali, più non esiste. Al nostro entrarvi
le disposizioni erano date da quel Governatore perchè fosse
incendiata.
Più di 400,000 abitanti fuggirono ed ora è Deserta. Poche Case e
pochi miserabili vi restano. Bellezza e Ricchezza furono distrutte
dalle fiamme. Chi non vide l’incendio di questa città vantar non
può di conoscere Miserie.
Percorsi nei primi giorni le Strade a Cavallo, e posso dire più
volte traversai il fuoco, ma dovetti fuggirmene commosso dalla
pietà. Che orrore, che Disperazione. Due Mille forzati furono
posti in Libertà con ordine di Incendiare la Città. Sei Cento e
più furono presi sul fatto e fucilati. Ora l’ordine è ristabilito.
Lo vuole Napoleone e lo sarà. Ma il vivere come? Noi ci facciamo
provigione di Cavoli e Pomi di terra persuasi di qui restare
l’Inverno, ma chi lo sa! Napoleone è con noi, non v’è da dubitar di
gloria!
Per ora il fuoco ci ha procurate qualche poco di Bottiglie,
Zuccaro, Caffè, Farina; per vestirsi e Calzarsi; ma il tutto è al
Deser, e ciò per l’Ufficiale che col soldo cel procurò. Non si teme
nulla. Sembra che si attenda il gran Ghiaccio per forse passare a
Pietroburgo, che forse questo avrà pure la sorte di Mosca.
Si parla molto che Alessandro sia stato graziosamente strozzato. Il
Cielo lo voglia purchè mi portasse di rientrare in Patria.
Caro Fratello, il primo scopo dell’ardente mio desiderio di
rivedere il mio Paese è per darvi prova maggiore di mia affezione.
Vi giuro che mi pesa il non potervi essere per ora di alcuna
utilità. Ora posso assicurarvi che non è il mio stato dei più
brillanti. Siamo arretrati di quattro mesi. La Campagna di Mosca
mi costa più di 200 zecchini. Quel che è peggio che si minaccia il
pagamento in Carta.
Presentate i miei saluti all’Intendente ed a Cristoforo al quale
direte che male corrisponde alle mie premure.