[A proposito del _Piccolo Romanziere_, Milano, Ricordi, 1872 — _Opere_,
VI, 380-383].
Su ’l giudizio che sian per dare di questo libretto i letterati di
professione c’è da temere possano influire men benignamente due cose:
l’essere esso qualificato nel frontespizio «Raccolta di poesie liriche
per musica da camera», e l’essere poi queste poesie tutte, come avrebbe
detto Dante, _materiate d’amore_. Veramente finora i cappuccini della
letteratura civile non hanno imitato gli eroici espedienti, a cui
ricorsero i primi cristiani contro le liriche di Saffo e d’Alceo; ma
il quaresimale che e’ tonano da tanti anni su i pulpiti della critica
italiana, se non ha tolto di mezzo il fatto che tra i canti del Parini,
dell’Alfieri, del Foscolo e del Leopardi quelli d’argomento amoroso
sieno tutt’altro che i men belli ed originali, questo ha prodotto: che
l’Italia odierna non ha quel che tutte le altre nazioni hanno, quel che
aveva pur ella nel passato secolo, poesia melica buona e musicabile.
La contenenza di certe canzonette del Metastasio, del Rolli, del
Vittorelli, non fa piú per noi: ma dopo le due inimitabili e inimitate
del Monti, _Fin che l’età ne invita_ e _Viola pallidetta_, chi ha
fatto altro e chi ha fatto meglio? Il Carrer scrisse di belle cose, e
artisticamente finite; ma i musicisti, credo, non vi han badato, forse
perché lunghe le piú e troppo nel fare dell’elegia. Abbiamo alcune
canzonette piemontesi del Brofferio e altre veneziane del Dall’Ongaro,
rimasti, dal piú al meno, nell’intonazione del secolo passato:
del resto, null’altro, salvo qualche rifrittura arcadica in istile
_Rispetto popolare_:
Io t’amerò fin che l’erba fiorita
Lusingherà il desio del mite agnel....
A udire siffatta poesia, con la musica che l’accompagna, da un dei
soliti visi di ruminante, in un dei soliti saloni, c’è da sentirsi
venire al viso le vampe dell’orgoglio per la grand’arte nazionale,
e da correre a soffocare d’abbracciamenti il poeta, il musico e il
cantante. In somma, a scriver poesie liriche per musica da camera, a
questi giorni, ci vuole del coraggio: è tutta nazionale, tutta di noi
italiani, i quali andiam ripetendo di avere la lingua e la poesia piú
musicale del mondo, la difficoltà di fare, d’accettare, d’intendere,
poesia buona per musica.
Il Panzacchi ha avuto il coraggio di affrontare cotesta difficoltà.
Veramente io non so se tutti i pezzi del Piccolo Romanziere sieno
stati fatti con l’intendimento fermato di dar materiale a un maestro:
anzi io credo che piú d’uno sia scappato dal cuore o dalla fantasia
dell’autore, ricco da sé di melodie, in un momento felice; ma, fatte
le prime prove, credo anche che l’autore abbiasi fermato quel tale
proponimento; e, uomo d’ottimi studi e di gusto educato all’arte
e tutt’altro che convenzionale, ha fatto benissimo. È tempo che la
lirica o la melica piú propriamente popolari si tolgan di mano agli
spropositanti; è tempo che tutte le nobili arti congiurino alla
produzione del bello intero, compito, umano. Del resto non so se i
maestri italiani faranno il buon viso che merita a questo libretto:
so che e’ merita, come poesia, di esser notato e apprezzato da chi
tien dietro al movimento dell’arte. Ogni canto qui rappresenta una
condizione o un’apparenza della passione e dell’animo ben determinata,
bene spiccata, ben netta; e la rappresenta di scorcio, con un tócco
ardito, di fuga, con una volata armonica, con un sospiro veramente
lirico; come non si fa piú oggi che la lirica disserta, ma come
facevano nei sonetti Dante e il Petrarca, come fece ne’ suoi momenti
migliori Arrigo Heine. Il Panzacchi si sente aver letto il _Libro dei
canti_, ma non lo imita; e fa bene. Non imita né pure, e fa benissimo,
nelle sue solite volgarità consuetudinarie, il _Rispetto toscano_; ne
ha preso qualche rara volta il ritornello con felicità. Ripreso, con
felicità maggiore, il sempre armonico sonetto italiano, con la profonda
intonazione de’ maestri antichi e con un po’ delle variazioni del
Foscolo, del Carrer, del Prati, del Giusti:
Or qui su l’acque e tra’ laureti d’Arno
Sempre mi volgi i grandi occhi sereni
Dolce cosí che l’obbliarti è indarno:
Ed io co’ miei di lacrime ripieni,
Levando il viso di tristezza scarno,
Mestamente ti grido: A che ne vieni?
Ha qualche accenno, un solo, credo, al florido epicureismo d’una volta,
cullantesi in se stesso:
Odi, mia Ghita? Il vento
Batte rombando ai vetri,
Paiono bianchi spetri
Gli alberi da lontan....
Mentre la fiamma crepita,
Stringiamci al focolare:
Ghita, che resta a fare?
Amiamo, amiamo, amiam.
E molte cose ha, concepite e sentite intimamente e rese con quello
accordo tra il concetto e la forma, che non è se non di chi imagina e
produce per conto proprio e con organi esercitati dall’arte a cogliere
tutte le ombre e tutti i toni che il fantasma o il sentimento vestono
nell’interno sviluppo. Si leggano in prova _Sull’Alba_ e _Bada ben_.
Non parrà ella cotesta poesia da musica? Tanto meglio, per il presente.