LE ODI BARBARE

[La prima edizione uscita nel 1877 si terminava con l’ode _Alla rima_,

che è il n. 1 delle _Rime nuove — Opere_, XI, 235-238].

Volli congedarmi da’ lettori co’ versi alla rima, proprio per segno

che io con queste odi non intesi dare veruna battaglia, grande o

piccola, fortunata o no, a quella compagna antica e gloriosa della

poesia nuova latina. Queste odi poi le intitolai barbare, perché tali

sonerebbero agli orecchi e al giudizio dei greci e dei romani, se

bene volute comporre nelle forme metriche della loro lirica, e perché

tali soneranno pur troppo a moltissimi italiani, se bene composte e

armonizzate di versi e di accenti italiani. E cosí le composi, perché,

avendo ad esprimere pensieri e sentimenti che mi parevano diversi da

quelli che Dante, il Petrarca, il Poliziano, il Tasso, il Metastasio,

il Parini, il Monti, il Foscolo, il Manzoni e il Leopardi (ricordo

in specie i lirici) originalmente e splendidamente concepirono ed

espressero, anche credei che questi pensieri e sentimenti io poteva

esprimerli con una forma metrica meno discordante dalla forma organica

con la quale mi si andavano determinando nella mente. Che se a Catullo

e ad Orazio fu lecito dedurre i metri della lirica eolia nella lingua

romana che altri ne aveva suoi originari, se Dante poté arricchire di

_care rime_ provenzali la poesia toscana, se di strofe francesi la

arricchirono il Chiabrera e il Rinuccini, io dovrei secondo ragione

potere sperare, che di ciò che a quei grandi poeti o a quei rimatori

citati fu lode, a me si desse almeno il perdóno. Dunque chiedo perdóno

dell’aver creduto che il rinnovamento classico della lirica non fosse

sentenziato e finito co’ tentativi per lo piú impoetici di Claudio

Tolomei e della sua scuola e nei pochissimi saggi del Chiabrera:

chiedo perdóno del non aver disperato di questa grande lingua italiana,

credendola idonea a far con essa ciò che i poeti tedeschi dal Klopstock

in poi fanno assai felicemente con la loro: chiedo perdóno dell’avere

osato recare qualche po’ di varietà formale nella nostra lirica

moderna, che non ne ha mica quel tanto che alcuni credono. Son velleità

queste mie, lo so io per il primo, tanto piú importune e inopportune

oggi, che dinanzi al vero storico, il quale, gloria e tormento del

secolo nostro, pervade ormai tutto il pensiero umano, la poesia (mi

perdonino i lettori anche queste fantasie funebri) compie di spegnersi.

Tant’è: a certi termini di civiltà, a certe età dei popoli, in tutti i

paesi, certe produzioni cessano, certe facoltà organiche non operano

piú. La epopea intanto è sotterrata da un pezzo: violare il sepolcro

della gran morta cancaneggiandovi su, anche se non fosse indizio di

svogliatezza depravata, non diverte. Il dramma agonizza, e i troppi

medici non lo lasciano né meno andare in pace. La lirica, individuale

com’è, par che resista, e può durare ancora qualche poco, a condizione

per altro che si serbi arte: se ella si riduce ad essere la secrezione

della sensibilità o della sensualità del tale e del tale altro, se

ella si abbandona a tutte le rilassatezze e le licenze innaturali che

la sensibilità e la sensualità si concedono, allora, povera lirica,

anche lei la vedo e non la vedo: se ne potrà fare in prosa come e

quanto se ne vorrà; in tutte le prose; e il nostro secolo ne ha molte.

Da un pezzo se ne cominciò a fare nei cosí detti metri liberi: ma

l’avere adattato alla lirica cotesta verseggiatura da recitazione e

da descrizione, senza strofe, con le rime a piacere, è un indizio che

della vera lirica (le poesie del Leopardi cosí verseggiate non sono

lirica propria) si è perduto ogni concetto. I popoli veramente poetici,

le età veramente poetiche non conoscono sí fatti metri; e basti dire

che in Francia e’ furono la forma prediletta di quella stupida poesia

del regno di Luigi decimosesto e del primo impero la quale finí col

Delavigne. La lirica bolsa, con la pancia, in veste da camera, larga a

cintura, e in pantofole; ohibò!

Point de contraintes fausses!

Mais que pour marcher droit

Tu chausses,

Muse, un cothurne étroit.

Fi du rhythme commode,

Comme un soulier trop grand,

Du mode

Que tout pied quitte et prend!

Cosí Teofilo Gautier ammoniva la musa francese. Io, inchinato al pié

della musa italiana, prima lo bacio con rispettosa tenerezza, poi

tento provargli i coturni saffici, alcaici, asclepiadei, con i quali la

sua divina sorella guidava i cori su ’l marmo pario dei templi dorici

specchiantisi nel mare che fu patria ad Afrodite e ad Apolline. Se non

che ora mi ricordo che poco piú sú ho dato la poesia per ispacciata

e moribonda, e provare gli stivaletti a una moribonda non è certo

la cosa piú opportuna e sensata e gradevole di questo mondo. Altri

farebbe intendere ch’è una contraddizione di innamorato. Io dico che

ero per finire, e volli finire con un’imagine, come usa ogni scrittore

e parlatore che abbia un po’ di rispetto per sé, per l’arte e per il

pubblico. Segno anche questo che io per il primo faccio parole e non

poesia. In ciò può darsi che ci troviamo d’accordo, o lettore malevolo.

Pagine di storia letteraria · 第 153 / 157 题