GIACOMO ZANELLA

[Dal Saggio «Dieci anni a dietro» — _Opere_, III, 272-274].

I moderati veri, che in fine hanno da essere conservatori se qualche

cosa vogliono moderare, trovarono il loro poeta in Giacomo Zanella.

Per quelli che invocavano e aspettano l’accordo della libertà con la

fede, del progresso co ’l dogma, dell’Italia con la Chiesa, Giacomo

Zanella era l’uomo. Ai superstiti dell’antica Italia, agli eredi delle

antiche idee, ai riformisti, ai neoguelfi, egli prete ricordava e

rinnovava i bei tempi nei quali il prete fu parte integrante della

società italiana. L’abate italiano, riformista e mezzo-giacobino

co ’l Parini, soprannuotato co ’l Cesarotti e co ’l Barbieri alla

rivoluzione, che s’era fatto co ’l Di Breme banditore di romanticismo e

soffiatore nel carbonarismo del ’21, che aveva intinto co ’l Gioberti

nelle cospirazioni e bandito il Primato d’Italia e il Rinnovamento,

che aveva co ’l Rosmini additato le piaghe della Chiesa, che aveva con

l’Andreoli e co ’l Tazzoli salito il patibolo per il santo peccato

del patriottismo; l’abate italiano viveva, e vive ancora a lungo e

onorato, in Giacomo Zanella, ridotto in certe proporzioni, migliorato

in altre parti. La poesia dell’abate Zanella usciva dai seminari; ma da

quei seminari veneti «alquanto mondanetti» illustrati dalla filologia

del Forcellini, dall’estetica del Cesarotti, dalle grazie, un po’

adipose, a dir vero, del Barbieri. L’abate Zanella aveva cominciato

esercitandosi con gli altri chierici in gare di traduzioni da Ovidio

e da Orazio; ma poi aveva tradotto anche dello Shelley, e mostra di

saperlo apprezzare con larghezza e forza di giudizio, tutt’altro che da

seminario. Rifiorivano ne’ suoi versi le belle tradizioni della scuola

classica: il Mascheroni, didascalico, vi s’era fatto lirico: il Parini

lirico vi appariva ammorbidito e piú ortodosso: l’elegiaco e moralista

Pindemonte, smessa la cipria con la quale era solito ballare in gara al

celebre Picche, pareva aver curato con un trattamento scientifico certa

debolezza di nervi presa nell’ambiente poetico inglese del regno di

Giorgio III, e s’era un po’ riscaldato e imbrunito alla primavera del

1848. Oltre di ciò, nelle poesie dell’abate Zanella gli accordi e le

conciliazioni tra la ricerca scientifica e la autorità del dogma, tra

il pensiero moderno e l’eternità della fede, tra il sentimento nuovo

e irrequieto e le regole dell’arte tradizionale, erano ingenuamente,

sinceramente, candidamente, proseguite, volute, credute raggiungere.

E a volte la trepidazione dell’uomo sottomesso, che pure ha scòrti i

misteri dell’essere veniva resa, con umiltà di affanno, in armonie

non dal profondo strazianti ma di gemente tranquillità, dal poeta

che rialzava gli occhi al cielo. E la gioia della pace ritrovata in

cotesto alzare degli occhi sonava amabilmente modesta, quasi accorata.

Tale contenuto poetico fu il calmante aspettato e richiesto, e fu

annunziato a grandi voci da molta gente a modo, massime in Toscana e

nella Venezia. Del resto, quando mai la poesia odierna aveva trovato

un’ornamentazione di gusto cosí corretto per le feste di famiglia, per

le parate dell’industria e per i trionfi del tecnicismo? Quando mai da

molti anni la breve snella arguta strofe classica era stata carezzata e

liberata al volo con tanta abilità, facilità e grazia? Dei detrattori

dell’abate Zanella chi ha o chi troverà altrove nelle rime d’oggi

lo spirito lirico, che ondeggia circonvolgendosi con un mite rumore

di marina lontana nelle volute meravigliosamente delineate marcate e

colorite della _Conchiglia fossile_?

Pagine di storia letteraria · 第 151 / 157 题