e finisce
Ridete, o popolani, alla mia storia.
con la onesta coda d’una moralità in dodici sí fatti versi, merita
la medaglia al valor civile, per tre ragioni, che sono le tre virtú
teologali: fede, che il poeta dovè nutrire profonda, di essere
ascoltato e letto dai popolani: speranza, che il poeta dovè sentire
robusta, di essere, scrivendo cosí, gustato dai popolani: carità, che
certo il poeta ebbe accesa, mettendosi al caso di far ridere tutti
altri che i popolani.
Ahimé, di buone intenzioni non è lastricata soltanto la via
dell’inferno, sí anche la cattiva poesia, o la poesia falsa, o la
poesia pedagogica o utilitaria o socialistica d’oggi, o la poesia
romantica a velleità popolaresche di venti o trent’anni fa, che son
tutt’uno. Il popolo (intendo quello della campagna a cui specialmente
pare intendesse il Prati co’ suoi Canti per il popolo), legge e canta
ciò che vuole, per esempio il Guerrin Meschino ed il Tasso, certo
con piú genio che non le rime farmaceutiche delle scuole serali; e a
sentir la prèdica va, o andava, dal curato. Una volta cantava rispetti
alla distesa, e inventava anch’egli sue storie; e di quelle canzoni
e invenzioni furono primi anche in Italia i letterati della scuola
romantica a far raccolte; ma sbagliarono a dar quelle raccolte per
tanti evangeli di estetica e di morale, a esercitare della poesia
popolare una propaganda, come delle bibbie gl’inglesi. Un poeta artista
scrive per nessuno come per tutti. Mettersi in testa di poter noi fare
o rifare, imbusecchiati di filantropia e impomatandoci d’idiotismo, la
poesia del popolo all’oggetto di educare il popolo, è una fissazione
d’atavismo: cosí i nostri avi, preti, avvocati e matematici, crederono
di rifar l’Arcadia per adular principi e cardinali, mettendosi i nomi
di Alfesibeo Cario, di Tirsi Leucasio, di Aci Delpusiano.
*
* *
Passiamo alla _virtuosità_.
Il Prati, dato a se stesso che la ballata fosse come una bandita pe’
suoi capricci, vi mise dentro di tutto: medio evo, Spagna, Oriente:
cavalieri, turchi, zingari, masnadieri: amanti a cavallo, spettri
a cavallo ed a piedi: ammazzamenti con aggravante di parricidio, e
incesti: fulmini, precipizi e il diavolo che ci porti: la metamorfosi,
da un idillio di Labindo, di due pastorelli in fuochi fatui, presso la
novella, contata da una strega, d’un padre che contamina le figliuole:
i consigli d’un padre alla figlia che va sposa, dal Niccolò de’ Lapi di
Massimo d’Azeglio, per propedeutica allo spettro della ragazza morta
d’amore che balza in groppa al cavallo del sir di Rosate. E che nomi!
Gladmingo, Usca, Misco, Colvello, Rilla, Talestro, Oramida, Aramede.
Tutto ciò tra bengala e fanfare di tutt’i suoni e di tutt’i colori.
Però che, dietro l’esempio del Carrer il quale in parecchie ballate
mutò metro secondo mutavano le situazioni e gli affetti, il Prati
in tutte le sue percorse tutta la tastiera dei metri, dai quinari ai
decasillabi, dai senari a’ dodecasillabi, dai settenari agli esametri:
sí, anche gli esametri. Degli endecasillabi non se ne discorre: egli in
mezzo a una ballata gittava un centinaio di versi sciolti a dialogo,
con quel lucido da scarpe che era la tinta drammatica dei romantici
italiani dalla seconda alla terza generazione e di poi. Oh Goethe!
oh Heine! Le ballate, dunque, del Prati sono una specie di cantate
fantastiche o di poemetti melodrammatici.
Con tutto ciò e per tutto ciò furono anche delle poesie di lui quelle
che meglio piacquero, e súbito, ai lettori, quelle a cui le memorie
dei lettori si serbarono piú fedeli. E s’intende. Egli con esse diè
al pubblico italiano ciò che questi richiede comunemente alla poesia,
la colorita sensualità musicale. E da vero per quelle ballate corre
un’onda verdiana, alla quale bisogna lasciarsi portar via pur ritrosi;
a costo di ballare una polka innanzi alla pira materna. Quasi tutte
hanno trovate e movenze bellissime, strofe per esecuzione tecnica
perfette, che prese cosí di per sé raro o non mai la melica italiana
ne vanta di piú belle o di cosí belle. Ma sono bellezze pur troppo
sporadiche: manca l’anima concettuale, il fantasma primordiale;
manca quella severa unità d’impressione che è, per esempio, nella
_Sposa dell’Adriatico_ e nel _Cavallo di Estremadura_ di Luigi
Carrer. Una ballata egualmente bella da capo a fondo l’ha egli il
Prati? Non so. Nella _Cena d’Alboino_ è troppo in urto il contenuto
drammatico con la forma lirica dell’ode labindiana. Il _Conte Rosso_
ha languori descrittivi nel mezzo, e forse che la disposizione dei
tre abbattimenti, in strofe del resto squisitissime, ha troppo mostra
d’abilità coreografica. Migliore per avventura il _Galoppo notturno_
imaginato sur un quadro dell’Esposizione di Torino nel 1843.
Ahimé, quaranta e piú anni sono passati; ed oggi ben altra mostra
dà alla nazione e all’Europa Torino. Ma cotesta poesia d’or son
quarant’anni mi risorge a un tratto dinanzi, in atto quasi di dolce
rimprovero, nelle meste forme della fanciulla invano fidanzata:
E frattanto sulle pallide
Scarne guance alla morente,
Che susurra un dolce nome,
L’agil tinta ricompar;
E levata in sulla coltrice
La persona amabilmente,
Le bellissime sue chiome
Ricomincia a inanellar.
Rintreccia, rintreccia, o bella, le chiome: tu non hai a temere della
morte.