[_Opere_, III, 403-411].
Tra l’epico e il drammatico, con intonazione e spirito lirico,
aleggiano le ballate: prediletto genere al Prati, il quale dai Canti
per il popolo, che i piú son ballate, per tutte le sue raccolte di
versi, fino all’ultima, Iside, ne disseminò una settantina, quante niun
poeta contemporaneo fece.
Il Camerini, critico veramente dotto anche di letterature straniere, ma
non sempre esatto nelle caratteristiche e men nei raffronti, scrisse
Le ballate del Prati sembrano batter le ali sui monti che partono
l’Allemagna dall’Italia; tanto sentono de’ due cieli: tanto è
dall’un lato la potenza fantastica, e dall’altro l’euritmia dello
stile;
e ancora,
Egli sale dal canto del popolo al poema dell’umanità. Quel canto,
dopo alcun sonetto di Dante, è il solo che ricordi il _lied_
tedesco.
Mi sovviene per altro che il buon Camerini, il quale aveva pur tenuto
solo il campo contro tutti i critici del Prati, altrove, com’egli
era ombroso nervoso e mobile da quanto una donna, qualificò il poeta
trentino
un _canoro elefante_ che aveva portato una nuova lirica da’ suoi
monti, donde non solevano venire che gli orsi: e non era mai piú
ridicolo che quando si piccava d’esser piacevole.
Questo ultimo, detto amaramente, è vero: l’altro non parmi.
Nel Prati nulla di tedesco, non ostante le native alpi limitrofe e
certe fantasie grottescamente paurose e qualche indeterminatezza di
pensieri non che di espressione. Nelle ballate egli deriva da Vittore
Hugo, e piú immediatamente dal Carrer; del quale, con altro spirito e
genio, ripigliò colori movenze e metri. Certo che conobbe il Bürger,
e lo imitò; ma quel che significasse e valesse la ballata nell’opera
de’ due o tre grandi poeti tedeschi che meglio la trattarono, egli,
non dirò non capì, ma non curò di conoscere, fidato e baldanzoso nella
facilità e felicità sua.
La ballata fu una rivelazione che da’ saggi di poesie popolari raccolti
nelle insigni opere di Percy e di Herder balenò, prima un po’ incondita
ed arruffata, al Bürger, solenne poi ed elegante di plasticità e di
movimento, al Goethe e allo Schiller. V’ha piú forme, o anime, di
ballate. La piú antica e piú nobile, di profonda comprensione e di
efficace impressione, è quella che attinge piú puro piú nativo piú
immediato il senso degli spiriti della natura viventi alle fantasie
primitive dei popoli nei monti nelle grotte nelle acque negli alberi,
è quella che riproduce con passionata consapevolezza le concezioni o
le visioni che alla sensibilità dei popoli concede di sé l’infinito e
il soprannaturale, o, meglio, il naturale trasformantesi alla percossa
ammirazione dei popoli in soprannaturale e infinito; ciò in somma che
oggi è mito e superstizione, eredità cioè poetica e morale di quel
primo senso d’amore e di terrore onde i nostri padri antichissimi
appresero e percepirono la natura. Mirabili in questo genere, per la
chiarezza in che sono fissati gli oggetti, per l’agilità del maneggio
metrico, per la trasparenza dell’elocuzione il _Pescatore_, il _Re
degli ontani_, la _Danza dei morti_ del Goethe, e la _Loreley_ di
Heine. Senza la potente attrazione della misteriosità naturalistica, ma
piú accessibili all’ammirazione civile, seguono le ballate che cantano
tradizioni epiche o tipi mitici di tempi oscuri, o leggende d’amore,
di sventura, di vendette, ingrandite a proporzioni eroiche, a grado a
grado che s’allontanavano dalla memoria delle nazioni contemplanti:
tali il _Re di Tule_ e il _Cantore_ del Goethe, la _Maledizione del
cantore_, di Uhland. Vengono ultime le ballate che cantano fatti e
uomini, memorie e costumi di tempi storici, ma quali si trasformarono
passando nella tradizione e nella leggenda o dinanzi la fantasia
dell’artista che li riguardò e sentí con la disposizione e l’attitudine
della leggenda. Le ballate di questa forma, ultime nell’ordine ideale,
lasciano piú facoltà al lavoro individuale, pur che non soggettivo,
dell’artista. Tutti ricordano le bellissime d’argomento medievale di
Schiller, le cavalleresche di Uhland, le spagnole e moresche di Heine.
Che anzi con tale forma Goethe e Schiller osarono attingere i miti e le
tradizioni dell’antichità greca e indiana; e la _Sposa di Corinto_ e
il _Dio e la Bajadera_ del primo, e l’_Anello di Policrate_ e le _Gru
d’Ibico_ del secondo, sono meraviglie di poesia e di stile. Stanno
di per sé le storie umili d’amore di tutti i giorni, perchè l’amore è
di per sé un mondo la cui storia moderna è antica di centomila anni e
l’antica è moderna dell’oggi; le storie d’amore che divengono leggende
súbito che avvengono; ma a pochissimi avviene di farne ballate come
fece Uhland nella _Figliuola dell’oste_ e Heine nella _Processione
di Kewlaar_: i piú ne fanno romanze. Ma, o nell’ampiezza dello
svolgimento artistico, o nel raccoglimento pensoso leggendario, o nella
concitazione trovadorica, o nella attraente profondità del sentimento
panteistico primitivo, la ballata ha da ricordare, o almeno ricorda
nella poesia tedesca, le origini e le eredità sue: è dal popolo, e fu
cantata ballando. Dev’essere una e semplice nella concezione, monotona
nell’esecuzione; e nel cadente ritorno delle strofe eguali dee sentirsi
ancora come passare sognando l’infantile anima del popolo.
Quella euritmia, che il Camerini in opposizione all’arte tedesca, la
cui imagine ai critici nostri anche migliori si presenta quasi sempre
scarmigliata e saltante (non nego che piú volte non sia), quella
euritmia dunque che il Camerini trova nelle ballate del Prati, quella
euritmia, dico, le ballate del Prati, a farla a posta, non l’hanno
punto.
Della ballata il Prati usò quasi mezzo a scapriccirsi d’ogni fantasia,
la trattò come un instrumento da mostrare l’abilità sua di gran
virtuoso della rima italiana, quando non gli serví da amminicolo per
«moralizzare», cosí dicevano, «il popolo». Provarsi a cavare di testa
ai contadini le superstizioni, può anche essere opera civile: ma far la
caricatura del meraviglioso _Re degli ontani_ in un _Viaggio notturno_
che principia e finisce