[Dallo studio sul «Buco nel Muro» di F. D. G. — _Opere_, II, 425-430].
Se alcuno, gettando gli occhi su tale argomento di appendice letteraria
in un giornale stato sempre avverso ai procedimenti politici di
Francesco Domenico Guerrazzi, se ne ripromettesse una fitta d’allusioni
maligne o di volgarità invereconde, quegli s’ingannerebbe a partito.
Di molte cose è ignorante chi scrive la presente appendice; ma questo
non ignora, questo fermamente crede e liberamente professa: che lo
scrittore, il quale pur essendo di pochissime facoltà rispetta in
sé il ministero delle lettere, non ha da sottomettere il pensiero e
la penna né al superbo giudizio della opinione creata dalle parti
né alla variabile moda, e che a scrittor giovane massimamente si
addice la osservanza verso chi formò con l’ingegno potente molta vita
intellettuale della generazione a cui egli appartiene, a chi, atleta
già provato nella lotta senza fine co ’l male, resta diritto nel campo
aspettando e ricercando tuttavia la battaglia, mentre i sorvenienti si
perdono dietro a farfalle ed a fiori o scioperano all’ombra de’ sacri
boschi non da loro piantati.
F. D. Guerrazzi è l’ultimo superstite degli illustri toscani, che nella
metà prima di questo secolo resero onore e diedero impronta propria
e rilevatissima alla letteratura che oso ancora chiamare toscana,
della quale ognun sa quanto bassa fosse caduta nel secolo scorso.
E ognun sa come dal 1815 in poi prevalesse in Italia la scuola in
prima solamente lombarda, poi anche piemontese; la quale era messa in
atto da quel comune impulso, che respinse le nazioni d’Europa dalla
imitazione francese del secolo decim’ottavo alle loro origini, alle
antichità loro storiche e letterarie, ma che pur ritenne qualche
cosa del carattere rivestito in Germania, nella Germania della Santa
Alleanza, onde mosse da prima, e ove fu per qualche tempo riazione non
solo contro la conquista francese ma contro la rivoluzione incarnata
nella repubblica e nell’impero invadenti. Anche nella Francia avemmo
a udire il Lamartine e l’Hugo, trasportati da quel movimento un po’
cieco e furioso, declamare nei loro principii contro la rivoluzione e
l’ottantanove. Non furono sí ciechi i nostri, lombardi e piemontesi: ma
pur si ristrinsero in un cristianesimo un po’ troppo stazionario, piú
«disposto», per dirla con Dante, «a patire» che a «fare»; vagheggiarono
di soverchio il medio evo cosí per la rappresentazione artistica come
nell’essenza storica: onde il «neoguelfismo» che fu un male: onde la
confederazione italiana co ’l papa a capo, che altri seppe accortamente
pescare nelle loro idee e nei loro dettati. Che se alcuni potenti
d’ingegno e di volontà giunsero a liberarsi dalle conseguenze ultime
di certe premesse, abbiamo tuttavia recente l’esempio d’uno scrittore
di quella scuola, che ha mostrato apertamente non poter menarci buona
l’unità; la quale oramai è pur condizione necessaria ed unica del
nostro esser civile. Allora fu bello veder la Toscana levarsi d’un
tratto a contrastare non di lingua né di forma, ma di pensieri e di
massime; levarsi a difendere la vecchia tradizione del suo Dante,
del suo Machiavelli, del quasi suo Alfieri. Nell’alta Italia tutto
informava, con forza vera e nuova tra noi, la personalità di Alessandro
Manzoni: egli la fonte da cui scaturivano la politica e la storia,
la filosofia, la poesia, il romanzo. Se non che egli, con quel senso
squisito di convenienza che è primo carattere, anzi, direi, grandissima
parte del suo ingegno, non avea forse mai trasmodato: si trasmodarono
gl’imitatori e seguaci. E allora l’autore del Nabucco insorse alla sua
volta co ’l Procida e con l’Arnaldo: allora contro gl’innaioli e gli
scrittori di ballate, contro i menestrelli e trovatori in caricatura,
contro i «genii incompresi» e non comprendenti, contro gli arcadi
nuovi, insorse la lirica satira del Giusti: allora contro i romanzi
moltiplicati sino al fastidio da ispirazioni e reminiscenze feudali
o di sagrestia insorse F. D. Guerrazzi co ’l maggior suo romanzo,
ove protagonista è il popolo, catastrofe la caduta della libertà e
dell’Italia. E a questi tre scrittori massimamente si ha obbligo,
se la Toscana, non ostante la sua gloriosa autonomia, non ostante
le tradizioni di democrazia recenti e vive nel suo popolo, gridò
prima l’unità, trascinò seco nel concetto dell’unità tutta Italia.
Questa giustizia dovevasi alla scuola letteraria toscana e all’ultimo
superstite rappresentante di lei.
Parlare in genere dei difetti d’arte che son nei romanzi dell’illustre
scrittore sarebbe inutile, quanto discorrere i pregi di quello del
Manzoni. Chi non sa che quei difetti gli ha confessati in certi
luoghi l’autore stesso? Chi non sa che quel suo ingegno altero,
solitario, chiuso in sé, che trae la ispirazione piú dall’uno che dal
molteplice, piú da dentro sé che da fuori, non gli permette di variare
atteggiamenti e colori, meglio condensa il suo raggio affocato sopra
certe figure e scene fantastiche di quello che non si allarghi chiaro
e sereno nella vita esterna reale? Chi non sa che, a guisa del poema
di Giorgio Byron, il romanzo del Guerrazzi precipita, come torrente,
di cascata in cascata, e cerca rupi e scogli contro i quali infrangersi
spumeggiando; piuttosto che non si devolva pieno ed eguale nell’analisi
graduata dello Scott, come fiume in lati e declivi meandri? Ma e chi
può negare la potente originalità dello scrittore livornese? Mi si
permetta, poichè non mi soccorre un termine di raffronto dalla storia
letteraria nostra, di ricorrere a quella delle arti. Il Guerrazzi tra
i romanzieri del tempo mi pare quel che Pietro di Cosimo tra i pittori
dei primi anni del secolo decimosesto. Non mi si faccia per questo
l’ingiuria d’intendere che io voglia agguagliare tutti gli altri nostri
romanzieri alla bella scuola pittorica del Perugino e del Ghirlandaio.
Figuravano quelli bellezze ineffabili di vergini e sante: Piero, mostri
stupendamente orribili. Studiavansi quelli di delibare dalle parvenze
divine della natura il fiore ideale, e aggraziarla: Piero si piaceva di
veder selvatico ogni cosa, e voleva che gli alberi e le viti dell’orto
suo cacciassero e stendessero a loro talento intatti dal pennato e
dal ronchio i rami ed i tralci, allegando che le cose della natura
bisogna lasciarle custodire a lei senza farci altro. Proponevansi
gli altri i modelli che quella età porgesse migliori: egli guardava
a lungo le nuvole, e ne cavava di strane battaglie equestri e le piú
fantastiche città e paesi che si vedessero mai; anche amava i diluvi
grandi delle acque che si rovesciassero dai tetti stritolandosi per
terra. Gli altri rallegravano l’Atene italiana del cinquecento con le
piú liete e vaghe mascherate del mondo: egli spaventava i fiorentini,
troppo tosto dimentichi del Savonarola e troppo improvvidi della
servitú sorveniente, co ’l Carro della Morte. Altro tipo somigliante
al Guerrazzi scrittore l’abbiamo in Michelangelo da Caravaggio. Sórto
egli pittore senza maestro, tra il fiorire de’ Caracci, per dispetto
degli arbitrii accademici e delle leggi convenzionali si gittò sotto
i piedi ogni regola, ogni legge, e l’antichità e il disegno: per odio
ai coloritori del tempo, ei dipingeva in uno studio tutto tinto a
nero, ove la luce pioveva scarsa da un solo e alto spiraglio: onde ne’
suoi dipinti le ombre vigorose e taglienti, rilevati i contrasti del
chiaroscuro, il tòcco vigoroso; ma e scorrezioni e durezze inevitabili.
Aggiungi che il Caravaggio presceglieva, a dipingere, assassinii e
avventure paurose, ruine e cadaveri, e che nei quadri per le chiese
sgomentava e disgustava i divoti con la cruda verità. Ma tutto questo,
odo dirmi, è egli bene? Tutto tutto, non credo. Per altro ai tempi in
cui il convenzionale predomina o in cui, a malgrado delle pretensioni e
presunzioni superbe, tutto è appianato e livellato a un esempio né alto
né bello, tutto è intonacato e scialbato come le facciate delle chiese
de’ gesuiti, questi contrasti acri, avventati, è bene che ci sieno.