[Dalla «Prefazione alle _Poesie_ di G. G.», Barbèra, 1859 — _Opere_,
II, 333-348].
A questi tempi e in questo paese Giuseppe Giusti, vedendo che, rotta
omai la diga, i popoli, or lenti, proromperebbero prima o poi alla
distruzione del vecchio, per istimolarli avviarli e dirigerli, diè
mano alla sua satira pratica e popolare. E tutta rappresentò l’Italia
dei tempi suoi, e di scorcio il passato, e nello sfondo l’avvenire, in
un’epopea satirica di vari e molteplici suoni, ma moventi e ritornanti
a un medesimo tono.
Incominciasi questa da un grido d’ira e di scherno (_Dies irae_) su la
tomba di Francesco I, imperatore d’Austria; dura personificazione della
politica della Sant’Alleanza, che a Praga e a Verona disse parole da
Attila contro ogni progresso e libertà; ragion vivente del servaggio
d’Italia, e carnefice e carceriere degl’italiani; che confortava un
padre pregante per la vita del figliuolo a ritornarsene, se volea
giungere in tempo a rivederlo prima della esecuzion capitale; e tra
le molli ombre e le belle acque di Schoenbrunn, studiava l’orario
dei patimenti del carcere duro, e al Villa mandava una parrucca
di pelo di cane, e un barbiere a tagliar la gamba al Maroncelli.
Maledetta cosí la cagion prima d’ogni sventura nostra, la politica
austriaca, in Francesco I; delle nostre sciagure e delle glorie
e delle aspirazioni continue simboleggia la storia nell’allegoria
dello _Stivale_; dove (singolare nella indeterminazione dei fatti e
dei pensieri d’allora e fors’anche d’altre poesie del nostro autore)
s’invoca la ricostituzione d’Italia nell’indipendenza, nell’unità,
nella monarchia. E all’indipendenza grida piú alto e piú forte in quel
portento dell’_Incoronazione_; dove dell’odio e disprezzo degl’italiani
pe’ lor dominanti mostra la cagione in quel sudicio inginocchiarsi
di questi, men che vassalli, all’austriaco re dei re. E questi, cause
seconde del nostro servaggio, son qui aggruppati intorno all’imperator
d’Austria, e con vivissima fedeltà delineati: Ferdinando II di Napoli
sfoggiante fermezza d’animo e forze proprie all’oppressione; Leopoldo
di Toscana, gingillante sé e il popolo con le interne migliorie; le
turpi vanità della duchessa di Parma e del duca di Lucca; Francesco
IV di Modena, tipo non volgare di profonda pervicacia nel regresso e
nella reazione; e l’abiettazion necessaria del pontificato temporale,
a cui, senza le illusioni dannose de’ nuovi guelfi, si volge il solo
vero e nobil consiglio che possa darsi ai papi da un concittadino
dell’Alighieri e del Machiavelli e da un cristiano. Dei principi
d’Italia ritocca altrove, specialmente nella canzone pe ’l ritratto di
Dante: insiste su ’l granduca, e quella lenta incertezza del governo
di lui tra il despotismo al quale stavasi attaccato con tutte le forze
e la popolarità cui pure ambiva (incertezza, poi quasi tiberiesca
simulazione), rappresenta lepidamente nel _Re Travicello_, e su ’l
mecenate de’ gesuiti ed alleato dei sanfedisti, il duca di Modena,
della cui politica son parodia i versi _Per il primo congresso_ e
l’_Avviso per un settimo congresso_.
Fin qui degli oppressori: degli oppressi e agli oppressi parlò nella
_Terra de’ morti_, ben meritata risposta al mal detto d’un poeta
straniero: non piagnistei né risibili superbie qui, ma dimostrazione
di vita potente per quanto nascosa e repressa, ma speranza santissima
e minaccia di risorgimento vicino. Ostacolo a questo e puntello della
tirannia esterna e interna era la parte guasta del paese. Ricordate
la incoronazione di Ferdinando austriaco vergognosamente splendida
di pompe e adulazioni lombarde? Or bene: cotesti festeggiatori del
signore straniero erano patrizi, che inetti rimpiangevano la facile
preminenza dei privilegi e la boria delle pompe servili e la sicurtà
degli ozi delle libidini e dei misfatti: erano vecchie dame galanti,
già onnipotenti per lascivie e per aderenze di drudi, che a riportare
il secol d’oro dileguatosi al brusco suono del «ça ira» repubblicano
avvolgevano fili d’intrighi segreti, e a distruzione degli spiriti
nuovi diffondevano dalle congreghe gesuitiche la mefite d’un egoistico
ascetismo: erano que’ nobili, che trascinando la vita godente in bruta
indifferenza vegetavano nell’ignoranza, corrompere ed esser corrotti
chiamando civiltà; e gli altri, che, fusa ignobilmente la facoltà
paterna, pitoccavano la vita di mensa in mensa, e pronti ruffiani
di chi meglio li pagasse a pranzi e sollazzi davano da calcare agli
stranieri la dignità del patriziato italiano. Mirò a’ primi il poeta
nel _Preterito piú che perfetto del Verbo pensare_, ai secondi e
a’ terzi nel _Ballo_ e ne’ _Brindisi_. Tra la nobiltà smunta e il
popolo corrotto, s’accampa la borghesia mercatante; la quale, potente
dei súbiti guadagni, salta dalla banca al casino, e, repudiando e
calcando il popolo da cui pure ella esce, minaccia formare una nuova
aristocrazia, dannosa non meno dell’antica all’incremento delle libertà
popolane. Questa negli stati liberi invade le tribune e i ministeri, e
dirige la politica secondo il corso de’ valori, e l’onore della patria
e la libertà sottopone al sacchetto; questa tenne alto in Francia Luigi
Filippo e il sistema di corruzione; questa minacciava l’Italia: e il
Giusti avventa anche a lei gli strali dell’arco satirico, e le origini
gl’incrementi le arti abiette ne svela al popolo nella _Vestizione_
e nella _Scritta_; come l’inchinare del secolo agl’interessi e a’
godimenti materiali maledice nell’ode _A San Giovanni_. Altra pèste
nostra erano gl’impiegati regi; specialmente in Toscana, dove il
governo (e lo sapeva il Fossombroni) serviasi degl’impieghi a guastare
la facil natura del popolo. Palio agl’ignoranti, mèta di stipendiato
ozio a quelli che pur valendo non osavano affrontare la vita con le
proprie forze, sogno di onori e di glorie alle famiglie del popolo che
volevano rincivilirsi, erano in Toscana gl’impiegati. A ciò mettevansi
i ragazzi agli studi, dove non si cercava nutrimento agl’ingegni e
fortificazioni a’ cuori per il meglio della vita umana e della patria,
ma tanto solo che bastasse a sostener bene o male un esame. Quindi un
tradurre la schifosa degradazione dell’anima nelle laide frasi delle
suppliche, e un faticoso arrantolarsi di babbi e mamme, di sorelle
e mogli, e sconce lamentazioni, e prostrazioni a’ piè dei potenti e
degli imi che a’ potenti comandano, e peggio ancora. In fine, ecco
trovato il ceppo per lo schiavo novello: ecco sotto l’ombra d’un
rescritto, nell’aria rinserrata d’un uffizio, come servi alle glebe,
come cavatori dentro le miniere, incatenati alla realtà della paga,
intisichire e svaporare molti ingegni bellissimi, che prometteano alla
patria meccanici e artisti, pensatori e scrittori di vaglia. Per sola
fede pigliando lo scetticismo morale, pronti a servire chiunque potesse
o volesse impor loro un servizio pur che pagato, si acconciavano a
strumenti di tirannia; stupidi o indifferenti quando non vili, vili
quando non infami. Cosí estendevasi la corruzione nel popolo, che
avvezzava i suoi figliuoli a voler vivere a spese del governo qualunque
fosse e con ciò a farglisi complici. Contro questa piaga del paese e
contro il governo che la fomentava scrisse il Giusti la _Legge penale
per gli impiegati_ e il Gingillino, personificazione e tipo oramai
popolare della corruzione toscana d’avanti il ’47. Tra queste diverse
pèsti, resisteva al continuo mutare dei tempi, riflettendo ogni colore,
il camaleonte politico, sempre vario e sempre nuovo, che di tutte le
opinioni s’informa, che serve a tutte le fazioni, e che giostrando con
la lancia di Giuda si fa via d’ogni ostacolo a’ suoi vantaggi: e il
poeta, còlta cotesta figura, con tanta precisa vivezza la delineò e
colorí, che il nome e il _Brindisi di Girella_ è rimasto nelle memorie
e su le bocche di tutti.
In fine, quel che sopravviveva del mondo vecchio, quello che di
limaccioso portava nella sua rapina il torrente del nuovo, quello che
nella nostra natura era dalla servitú lunga viziato e abbiosciato,
tutto Giuseppe Giusti frantumò e decompose con la forza dissolutrice
del suo sorriso, o rinnovellò e ricreò con la virtú vivificante
dell’ira e della tristezza. Né gli eccessi e le utopie delle opinioni
nuove risparmiò, e _Gli immobili e i semoventi_ e _Gli umanitari_
sepper d’amaro a chi non tenea la parte pratica del progresso: né
tanto gli parver chiare ed effettuabili le teoriche degli scrittori
politici d’intorno al ’45, ch’ei non gli volesse mordere co’ _Grilli_
con gli _Eroi da poltrona_ e co ’l _Papato di prete Pero_, parodia
d’un libro e d’un concetto famoso. E in ogni sua scrittura mirò al
popolo; al popolo, del quale egli studiò e amò le semplici virtú, il
sentimento forte e vivace; e piú che non facesse mai alcun tribuno
l’onorò, mostrando quanto di vita vera e paesana mantenesse egli, solo
rimasto italiano nell’inforestierarsi degli altri ordini, benchè da
preti indegni e dalle polizie abiettato, co ’l rapirgli di bocca e
trarre per le stampe in conspetto d’Europa quella lingua stupenda, a
cui non so quale altra per efficacia sia da paragonare. Ma anche studiò
e compianse i costumi non buoni del «basso bestiame»; e su i governi
che inoculavano la corruttela in questo braccio della nazione fulminò
tremendo piú che altrove mai nell’_Apologia del giuoco del lotto_ e nel
_Sortilegio_.
E ben presto queste poesie, comprese e cercate dal popolo, corsero,
ancor manoscritte, la ridente valle dell’Arno, le selve de’ monti
pistoiesi e le pianure del litorale pisano. Gli amici se le passavano
con geloso amore tra loro, s’infingevano i padri di non vederle in
mano ai figliuoli: si leggevano a veglia nelle serate del verno, si
leggevano all’ombre dei castagni nelle belle giornate di primavera. Chi
scrive, si ricorda che poco piú che fanciullo era strappato a furia per
botteghe di sarti e di legnaiuoli a commentarle e trascriverle, in un
paesetto assai lungi dalle nostre città. Or donde tanto impeto di amor
popolare per queste poesie, che né adulavano il popolo né affettavano
per piacergli volgarità triviale di concetti e di modi? Tal popolarità
era della letteratura de’ tempi, o incontrò solamente al poeta nostro?
Vediamo.
Al cominciare del Giusti, la superba letteratura dell’età napoleonica
invecchiava in Italia co ’l Monti, o fra tenebre di sconfortante dubbio
e vampe di ira e disprezzo mandava a quando a quando alcun raggio
di luce dalla lontana Inghilterra nelle scritture del Foscolo: il
Leopardi ne’ canti suoi, gloriosamente antichi di forme, ma d’intimità
e profondezza nuova, accoglieva i dolori tutti della misera Italia:
tragediava il Niccolini per diversi modi l’idea dantesca e alfieriana:
unico avea pensato al popolo nel romanzo degnamente famoso Alessandro
Manzoni. Anche tra noi, la scuola del Byron e le anticaglie d’un’arte
che chiamavano nuova avean trovato seguaci; e arcadi rinfantocciati
da romantici belavano in coro egoistiche salvatichezze e rimembranze
feudali e monastiche: poi gli uomini delle sètte, fatti scrittori,
avvolsero le loro astrazioni in uno stile tra profetico ed ossianesco;
poi venne il cristianesimo annacquato di Chateaubriand, rimesso
nell’uso come materia d’imagini piú o meno belle delle invecchiate;
poi la poesia panteistica e indefinita di altri famosi; poi l’illuvie
degli improvvisi su pe’ giornali a mo’ di Francia: e quindi filologia
venduta al ritaglio, e trattati di bello stile, commentariucci,
prefazioncelle, discorsetti e notarelle e postille, e il sonetto e
l’elegia e la canzonetta, e la cantica e la visione, e le frasi del
trecento rimpastate con le ciance accademiche: imitazioni d’imitazioni.
Alla satira restavano le sole forme del Parini e del Gozzi, dimenticate
non utilmente le variatissime e indigene dell’antica poesia toscana. Il
Zanoia lombardo e il Pezzoli veneto furono ultimi a marchiare i vizi
con bollo tra oraziano e giovenalesco; non tutti però né i peggiori;
colpa forse il tempo e il paese in cui vissero e il vezzo accademico.
Il Pananti, il Guadagnoli, e un piú vecchio toscano autore di novelle
famose, pur con facilità d’invenzione e brio di loquela, non fecer
satira vera; e furono strumenti di corruttela, o almeno avvezzarono gli
animi all’indifferenza, facendo ridere quando correvan tempi da pianto
e da fremiti.
Ora il Giusti, disdegnando «i poeti che s’eran’ dati al
bacchettone»[243], e «prete Apollo in maschera predicante sull’arpa
idumea»[244], e «i Geremia malinconicamente pasciuti, sbadiglianti in
elegia gli affanni che non sentivano», e «le caricature che anelavano
al martirio vendendo i lor delirii in freddure bibliche»[245], tutta
in somma quella falsa scuola che pigliava l’intonazione or dallo
Chateaubriand or dal Lamartine ora dal Manzoni e di cui descrisse
vivamente i civili effetti nel _Giovinetto_; non però si rimase
contento a starsene tra quelli che «tappati in casa spolverano
scaffali». E mentre la vecchia scuola rifiutava «al vero il torbido
occhio» e la nuova mutava «l’abito letterario come il panciotto», con
«furia indigesta» per una parte «d’uscire del guscio e d’ingollare
la vita», con un Apollo spelato dall’altra e «trottante co’ frasconi
sull’arrembato Pegaso», egli vide che solo degno di «bere le native
aure vitali», è
. . . quei cui non fann’ombra all’intelletto
La paga il boia e gli altri spauracchi,
Che si misura senza alzare i tacchi
Col suo subietto;
Che benedice alla nativa zolla,
Né baratta sapore e si tien basso
Se, Dio volendo, invece d’ananasso
Nacque cipolla.
Onde, «pagato nel bollore degli anni il noviziato al Petrarca», diè
retta a una «voce segreta che nei fondacci della coscienza gli gridava»
Lascia la tromba e il flauto al polmone
Di chi c’è nato o se l’è fitto in testa:
Tu de’ pagliacci all’odierna festa
Fischia il trescone[246].
E lungi a un tempo dal modello della satira latina, di cui l’ultimo
rappresentante, il Pezzoli, moriva nel ’34 quando a punto cominciò
a scrivere il Giusti, come dalla poesia piacevolesca dei tempi di
servitú, sempre viva e verde ai suoi dí; egli, a quel modo che della
prima fe’ la caricatura nei terzetti _Ad uno scrittore di satire in
gala_, e della seconda, ch’e’ tentò nei primi anni, diede l’ultimo
esemplare e la critica nei _Brindisi_, determinò della satira veramente
sua il concetto nell’_Origine degli scherzi_. Né il critico del
Parini discorda dal poeta del _Sospiro dell’anima_ e dei versi a Gino
Capponi, scrivendo che la satira, «se muove dal desiderio del bene e
dallo sdegno di non poterlo appagare, è una nobilissima manifestazione
dell’animo; e la direi sorella minore della lirica. Questa applaude
alla virtú, quella svitupera il suo contrario: ambedue partono dalla
stessa sorgente, e per via diversa s’avviano a uno scopo medesimo. Di
qui deriva, che non è raro veder riuniti in uno i pregi di lirico e di
satirico: testimoni, tra gli altri, Orazio e il Parini»[247].
Ed esso Giuseppe Giusti. Il quale, «impudente turpe e fastidiosissima»
reputando «la rosa di epigrammeggiare a sinistro o a traverso»[248],
e protestatosi che non avrebbe mai date «per pubblica censura le
private sue stizze».[249], non sapeva perdonare a se stesso una satira
personale fatta in gioventú[250]; e solo di affetto fidente al bene e
agli uomini, di amori e dolori segreti, nutrí poi la vampa dello sdegno
e il sorriso. «Tu sai che io non sono corso mai a sperare ciecamente,
ma sai altresí che io non ho disperato mai — scriveva a un amico
nell’aprile del ’49[251] — neppure negli anni di sonno apparente corsi
dal trentuno al quarantasette». E nel ’44[252]: «Credi tu che le alte
ragioni dell’umanità taceranno a un tratto? Io credo che grideranno
piú forte; e prego Iddio che mi faccia chiudere gli occhi prima d’aver
perduto questa certezza. Compatisco chi freme; e anch’io fremo, ma non
dispero; perché per ogni brigante ho un uomo onesto da contrapporre,
e dico: ecco qui chi terrà in onore la stirpe che costoro tentano di
conculcare». «Credi — diceva a un altro[253] — che le vittorie della
canaglia saranno eterne? Se lo credessi, saresti un ateo, e so che sei
tutt’altro. Io non ti dirò di credere precisamente in Caio e Tizio,
sebbene anch’io abbia i miei idoli, ma credo nell’uomo; e per durare a
crederci, cerco ogni giorno piú spogliarlo dell’ali dell’angelo e della
zampa caprina del demonio e di farlo rientrare nella propria pelle, che
po’ poi non è da mandarsi alla concia».
E la gentile alterezza dei sentimenti e la gioventú dell’animo, che
ispirarono al poeta satirico i versi primi d’affetto e un amore tra
il ’35 e il ’36, soggetto della canzone _All’amica lontana_ e causa
di dolori «dei quali non osava parlare apertamente e desiderava che
rimanessero sepolti con lui»[254], tanto gli duraron fedeli, che pur
nel ’41 quando piú aguzzava la saetta satirica, gli dettarono i puri
e candidissimi versi _A una giovinetta_, e nel torbido ’48 concetti e
canti d’amore assai vaghi.
E noi, del par cangiati
L’animo e il volto, c’incontrammo adesso
Novellamente; e gli occhi agli occhi amati
E desiose dell’antico amplesso
Ci corsero le braccia,
Ambo tremanti e scoloriti in faccia....
Di cari pargoletti
La semplice dimora è consolata;
E nella pace di piú santi affetti
Corre senza dolor la tua giornata,
Come di fonte vivo
Un chiaro fresco e solitario rivo....
E sospiro la pace
Che a questo colle solitario ride;
E piú torno a gustarla, e piú mi spiace
La garrula città che il cuor m’uccide,
Ove null’altro imparo
Che riarmar di dardi il verso amaro...[255]
Egli, che «d’aver amato non si vergognava, e credeva infelice chi non
avesse mai saputo che cosa voglia dire amore da vero»[256], che si
doleva «di esser riuscito a far tacere l’amore con molto scàpito del
cuore o della mente»[257], che ripeteva spesso «Credo di non aver mai
derisa la virtú né burlati gli affetti gentili»[258], l’amor suo al
bello e al buono e alle care illusioni e la squisitezza del sentire
svelò modestamente nelle Poesie varie[259]. Tanto che, dopo letti _Il
sospiro dell’anima_ e i versi _All’amico, A una giovinetta, A Gino
Capponi_, nei quali piú specialmente dichiara la ragione affettiva
della sua satira, tu ti fermi a meditare piú dolorosamente quelle
parole:
Restai di sasso: barattare il viso
Volli celare i tratti di famiglia:
Ma poi l’ira il dolor la maraviglia
Si sciolse in riso;
Ah in riso che non passa alla midolla!
E mi sento simile al saltimbanco,
Che muor di fame e in vista ilare e franco
Trattien la folla[260].
Di questi affetti e del loro contrasto co ’l mondo reale veniva ad
erompere il sorriso e lo sdegno del poeta; sdegno e sorriso, la cui
amara tristezza ei nota ai lettori nella prefazione alla edizione
prima dei Versi[261]: «Se tagliato unicamente a spassarti, non andar
piú in là di questa pagina, perché un riso nato di malinconia potrebbe
farti nodo alla gola, e me ne dispiacerebbe per te e per me»; e la
notomizza finamente in un luogo del Discorso su ’l Parini[262]. «Lo
sdegno, che sulle prime scoppia in fiere invettive, quanto piú abbonda
negli animi alteri, tanto piú si fa pieno, profondo, severo, e direi
quasi tranquillo. Come l’uomo forte, straziato da acuti dolori, che
dopo i duri lamenti e le grida disperate, per la soverchianza dello
spasimo, s’atteggia all’impassibilità, e spesso finisce col sorridere
e col crollare la testa amaramente; cosí l’animo del poeta, dalle fiere
tempeste che lo sconvolgono tutto all’aspetto delle turpitudini, passa
velocemente dallo sdegno allo sconforto, e dallo sconforto risorge
mesto e pacato a meditare il doloroso spettacolo delle umane vergogne.
In questo stato dell’animo, tra mite e addolorato, nasce spesso il
sorriso che nasconde una lacrima, e quella ironia senza malignità che
è la spada piú acuta e piú rovente che possa opporre la ragione e la
dignità offesa. Ma guai se questa spada non è retta dall’amore! Ella
deve essere come dicevano che fosse l’asta favolosa di Peleo, che
feriva e sanava; deve percuotere ogni male senza mai offendere il bene,
senza insanguinarsi mai in nulla di ciò che possa giovare o consolare
la nostra natura. Cosí facendo, quand’anco ti siano ritorti contro
taluni degli strali avventati, non ti negheranno il desiderio della
virtú per ciò solo che l’avrai rispettata».