[È la prefazione alla raccolta cosí intitolata; Firenze, Sansoni, 1903
— _Opere_, XVI, 445-452].
Il primo in tempo dei rimatori qui accolti è lo svevo Federigo,
morto a Ferentino di Capitanata il 13 decembre 1250, dopo anni
trentuno d’impero e cinquantadue di regno in Sicilia e Puglia, anzi
in tutta Italia ghibellina: l’ultimo è Goffredo Mameli, genovese,
morto all’ospitale _La trinità de’ pellegrini_ il 16 luglio 1849,
entrando i francesi in Roma sotto le cui mura era caduto a ventidue
anni. E dal corso di sei secoli sono qui riuniti, con lor pensieri ed
affetti, memorie e speranze, impressioni della mente e dell’anima e
de’ sensi, fantasie e capricci e giuochi, centoventi poeti e rimatori,
grandissimi, grandi, mezzani e anche piccoli, di gran fama e oscuri o
ignoti. Non palpito d’anima, non guizzo d’ingegno, non fosforescenza
di vita doveva esser qui trascurata, che bastasse ad attestare la
immanenza caratteristica della razza nei secoli.
Spensierata corte fu quella che esce dal secolo decimoterzo e pare
dimentica delle battaglie di tutti i giorni nel lieto aere della
accademia vuoi aulica, vuoi civile e religiosa: principi, baroni,
giudici, notari, al séguito di Federico II, cantano «come a nessun
toccasse altro la mente» le gioie e le pene dell’amore, con ardore
talvolta sí acuto di passione che riarde fin oggi ne’ rispetti del
popolo di Sicilia
(Oh Dio, chi lo mi intenza
muoia di mala lanza
e senza penitenza);
popolani in Umbria che sotto la tonaca di Iacopo da Todi annegano
nell’asceticismo
(Povertade è nulla avere
nulla cosa possedere,
sé medesmo vil tenere
e con Cristo poi regnare);
cittadini in Toscana e a Firenze che filosofano leggiadramente di gaia
scienza con Dino Compagni,
Ché lo primo pensier che nel cuor suona
non vi saria s’amor prima no ’l dona:
se non quanto Guittone d’Arezzo li richiama duramente a coscienza,
E poi che gli Alamanni in casa avete
servítei ben, e fatevi mostrare
le spade lor con che v’han fessi i visi
e padri e figli uccisi.
Quattro forme, le essenziali, sono già acquistate alla poesia: la
canzonetta, la stanza a ripresa della ballata, la stanza divisa della
canzone, la ottava o quasi ottava.
*
* *
Da Dante a Franco Sacchetti le forme già annunziate nell’età precedente
fioriscono e producono con maturità rapida e prodigiosa, ma non
con varietà, nel temperato aere della Toscana. Alle rime di Dante,
improntate d’alta idealità nelle canzoni, volanti sú quasi senza forma
nei sonetti, cantanti agili nelle ballate, si accompagnano quelle
del Petrarca penetrate di sottile passione e stillanti una carezzata
malinconia. Ha un sentore di tempo già passato Cino da Pistoia, e
prenunzia un tempo prossimo grave di documenti e leggero di sentimenti
Fazio degli Uberti. Errano in mezzo con intonazione tra allegra e mesta
ballate d’ignoti, facendo pensare a strane cose:
Era tutta soletta
in un prato d’amore
quella che ferí il core
di me con sua saetta....
. . . . . . . . . . . . . . .
Cantando un giorno in voce umile e lieve
vidi una gittar neve — a chi passava.
E con laudi che in fondo sono ballate e con proprie ballate, quasi a
segnare le due correnti dello spirito, si apre il secolo decimoquinto
in tra Pisa e Cortona,
nella città del giglio
bianco e vermiglio e mantien signoria.
Di fatti Lorenzo de’ Medici e Angelo Poliziano cospirano a una prima
ed ahimè ultima rifioritura del dolce stil nuovo nelle ballate.
Mentre Leonello d’Este, il giovine principe del rinascimento,
cantando anch’egli si fa araldo all’entrata del popolo emiliano nella
poesia; entrata un po’ dubitosa e oscillante in principio, che poi
si sfranchisce con Matteo Maria Boiardo e trionferà in breve con
l’Ariosto. Vengon da Napoli a ripigliare il luogo rimasto vuoto dal
secondo Federigo in poi, il Cariteo e il Sannazaro, impregnati di
classicismo latino. Solo in disparte sur una collina del mesto e verde
Piceno sta il Collenuccio, che su ’l chiudersi il tristo secolo dei
tiranni
di magnanimi spiriti consorte
a te _si volge_ generosa morte.
La canzone sua densa di stoicismo cristiano compensa il molto
paganesimo de’ poeti napoletani e l’epicureismo dei toscani, e accenna
nella desolata solitudine a una lontana somiglianza e parentela di
regione con Giacomo Leopardi.
Il secolo che va dal Machiavelli al Tasso, ricco dell’epopea letteraria
e della prosa classica, è scarso e magro di gloria lirica. L’insistere
su i passi del Petrarca raffreddò gl’ingegni, e chi volle trar fuori
nuove rime (Bernardo Tasso, le odi; altri le elegie) non fu né animoso
né fortunato. La collaborazione del popolo, mancando di piú in piú il
grande sfogo dell’epopea popolana, si fa sempre piú rara all’altra
poesia, finché su lo scorcio del secolo scompare o rinnova modi.
Con la grandigia e l’acutezza spagnola comincia a farsi scorgere
la tumida sottigliezza, pur séguita fin da principio del secolo la
magnificenza della canzone con l’Ariosto ed è già ben avviata co ’l
Tasso una compostezza nuova di decoro aulico nella trattazione, sempre
uguale e sostenuta di tono, dell’argomento. E cosí si procede fra le
tensioni pindariche del Chiabrera, i sussieghi oraziani del Testi e le
spavalderie fredde del Guidi, all’Arcadia. Ma è bene avvertire qualche
indizio superstite e fuggitivo di vigore e di natività. Tra il fracasso
del bombardamento di Genova, ordinato da Luigi decimoquarto nel 1686,
il gesuita Pastorini canta
Anzi girar la libertà mirai,
e baciar lieta ogni ruina, e dire:
ruine sí, ma servitú giammai;
e un alito fresco di primavera tra un grigio aere come di risaie par
muovere quasi saluto a un’età nuova da questi versi del Lemene,
Messaggera de’ fior, nunzia d’aprile,
de’ bei giorni d’amor pallida aurora.
Come all’ombra dell’epopea nel secolo decimosesto si riparò la canzone,
cosí all’ombra della drammatica nel decimottavo si svolse l’ode. Il
Metastasio, lirico, è poca cosa, contento d’una felicità modesta di
verseggiare la canzonetta; ma intorno a lui fan gruppo i canzonettisti
minori; e dall’accoppiamento della canzonetta e della canzone, o meglio
dal ritorno con piú adatte proporzioni ed accordi dell’una nell’altra,
vien fuori, piú viva e piú consenziente che quella del cinquecento e
del seicento, l’ode italiana del secolo decimottavo e decimonono. Ecco
il Parini. E co ’l Parini la modernità e la varietà. Ecco l’Alfieri;
e con lui il sonetto rugge e sospira di passione nuova in Italia; e
accanto a lui il Vittorelli intona,
Guarda che bianca luna;
e tra lui e il Monti l’idillico Bertòla mormora un addio a Posilipo.
Ecco il Monti, mirabile, che che si dica, rinnovatore di forme e di
animazioni liriche, dalla canzonetta settenaria allo sciolto, dalla
canzone petrarchesca ai canti corali; e tra lui e il Foscolo ecco la
piemontese Saluzzo co ’l suo colorito di ossianismo feudale. Ed ecco lo
stesso Foscolo, che domina e traesi dietro un secolo nervoso e ribelle
con la potenza fieramente e soavemente fantastica di pochi sonetti e
di non molti sciolti. Ed ecco infine il Manzoni e il Leopardi; e molti
altri molto minori. Che è che risuona lontanamente e lungamente flebile
come una memoria?
Pari al suono dell’onda che cade
fra i silenzi d’un’isola ignota,
pari al canto d’un vecchio pilota
che rallegra la notte del mar.
È l’eco del romanticismo. E questo brontolio come di temporale che si
avvicina?
Io vorrei che stendesser le nubi
sull’Italia un mestissimo velo:
perché tanto sorriso di cielo
sulla terra del vile dolor?
Qui natura si desta repente,
lunghi sonni il mortale vi dorme:
è qual fango mutato dall’orme
sempre nuove d’un piè vincitor.
È l’accordo delle società segrete. Che è quel che squilla come una
fanfara di gioventú?
Fratelli d’Italia,
l’Italia s’è desta:
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa:
dov’è la Vittoria?
le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Leviamoci in piedi: è il quarantotto.