GIUDIZIO SU GIACOMO LEOPARDI

[Dal Saggio «Degli spiriti e delle forme nella poesia di G. L.» —

_Opere_, XVI, 355-360].

Conchiudiamo.

Giacomo Leopardi, venuto a pena in adolescenza, aspirò a pieni polmoni,

senza rendersene ragione, il _mal del secolo_, che era nell’aria:

febbre periodica dell’uomo civile, riaccesa allora da due correnti,

la filosofia che troppo astraeva in Germania, la rivoluzione che

troppo concretava in Francia. A imbevere la malattia e, per cosí

dire, fomentarla e nutrirla in sé, egli era fatalmente disposto dalla

sensitività sua, dai malanni fisici e morali, dall’educazione, dal

contorno domestico, dal contorno sociale. E influirono da prima a dare

alla malattia un color vivo ardente gli strazii dell’età discordante e

dell’Italia avvilita. Procedendo il poeta co ’l fervido ingegno nella

vita trista e negli studi ponderosi, si confermò qual fu da natura,

idealista; e tale giunse a rappresentarsi e rappresentare altrui la

doglia umana e mondiale, onde apprese il male come ragione e condizione

dell’essere. A lui, come a tutti i presi dal _mal del secolo_, il

pessimismo procedé originalmente dalla credenza fondamentale del

cristianesimo, la vita esser pena e l’uomo passare per una valle di

lacrime: ma, dove la fede addita al cristiano la fine delle pene e

delle lacrime in una trasfigurazione superiore di là dalla tomba,

la ragione non poteva concedere tanta consolazione al Leopardi. E

qui diventa metafisico, anche per abito di artista. A lungo restano

nell’opera sua poetica, pur dopo la cosí detta conversion filosofica,

i vocaboli di Dio e di Provvidenza; questa, a dir vero, o vana o strana

assai: il primo, nebbioso e interminato, e talvolta svaria dal bene al

male, da Cristo ad Arimane, tal altra considerato insieme con l’opera

sua e la sua provvidenza in una specie di panteismo è la Natura; non

il Fato né il Destino, piú volte introdotti nella poesia leopardiana,

i quali paiono anzi simboleggiare poeticamente l’ostilità della Natura

o di Dio all’uomo. Nel che tutto v’è, difficile mi pare negarlo, un

po’ di confusione metafisica e di contraddizione logica. Non dissimile

in ciò il Leopardi da Arturo Schopenhauer, il quale, dopo limitata

la conoscenza umana ai fenomeni, intronizzò nel di là una volontà

onnipossente che essendo essa la origine delle esistenze individue è la

ragion prima della miseria regnante nel mondo: non dissimile da Augusto

Comte, che, negato da prima ogni intervento di forze non materiali

su la realità, finí con ammettere che lo spirito non possa fare a

meno di credere alla intervenzione di volontà indipendenti nei fatti

umani. Forse il Leopardi, non rado contraddicendosi nei particolari,

si contraddice meno degli altri nel generale, quando nell’ultimo

canto si appella e appella tutti contro quella ascosa potenza nemica

che determina al fine co ’l nome di Natura. Qui il poeta ritorna

soltanto poeta, ma grandioso: pare si ricordi della rivoluzione e

della coscienza nuova che ella diede all’uomo[240], quando pur dinanzi

all’immensità paurosa della Natura sente ed afferma la superiorità

del pensiero. Dunque cotesta Natura è indifferente a ogni nostro mal

personale, ad ogni strazio sociale? Dunque ella ci schiaccia tuttavia

come branchi di formiche? noi che fummo secoli a dietro Alessandro e

Cesare, e che pur ieri siamo stati Napoleone? Avanti, avanti, fratelli!

Serriamo le nostre legioni co ’l pensiero e con l’amore contro la

Natura!

Cosí magnanimamente s’incorona nella _Ginestra_ la raccolta dei Canti

di Giacomo Leopardi, a cui io ho tentato mandar dietro questo umile

commentario storico; ma egli solo fece degnissimo il proemio con le

nobili parole che si leggono nei _Pensieri_ (ott. 1820)[241].

Hanno questo di proprio le opere di genio, che, quando anche

rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche

dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile

infelicità della vita, quando anche esprimano le piú terribili

disperazioni, tuttavia ad un animo grande, che si trovi anche

in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia

e scoraggiamento della vita o nelle piú acerbe e _mortifere_

disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a

qualunque altra cosa), servono sempre di consolazione, raccendono

l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro che la

morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva

perduta. E cosí quello che veduto nella realtà delle cose accora e

uccide l’anima, veduto nell’imitazione o in qualunque altro modo

nelle opere di genio, come per esempio nella lirica, che non è

propriamente imitazione, apre il cuore e ravviva. Tant’è, siccome

l’autore che descriveva e sentiva cosí fortemente il vano delle

illusioni, pur conservava un gran fondo d’illusione e ne dava una

gran prova col descrivere cosí studiosamente la loro vanità, nello

stesso modo il lettore, quantunque disingannato e per se stesso e

per la lettura, pur è tratto dall’autore in quello stesso inganno

e illusione nascosta ne’ piú intimi recessi dell’animo, ch’egli

provava. E lo stesso conoscere l’irreparabile vanità e falsità di

ogni bello e di ogni grande è una certa bellezza e grandezza che

riempie l’anima, quando questa conoscenza si trova nelle opere di

genio. E lo stesso spettacolo della nullità è una cosa in queste

opere, che par che ingrandisca l’anima del lettore, la innalzi e

la soddisfaccia di se stessa e della propria disperazione (gran

cosa e certa madre di piacere e di entusiasmo e magistrale effetto

della poesia, quando giunge a fare che il lettore acquisti maggior

concetto di sé e delle sue disgrazie e del suo stesso abbattimento

e annichilimento di spirito). Oltrecciò il sentimento del nulla

è il sentimento di una cosa morta e mortifera. Ma, se questo

sentimento è vivo, come nel caso ch’io dico, la sua vivacità

prevale nell’animo del lettore alla nullità della cosa che fa

sentire, e l’anima riceve vita, se non altro passeggera, dalla

stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose e sua

propria. Giacché non è piccolo effetto della cognizione del gran

nulla, né poco pensoso, l’indifferenza e insensibilità che inspira

ordinarissimamente, e deve naturalmente ispirare, sopra lo stesso

nulla. Questa indifferenza e insensibilità è rimossa dalla detta

lettura o contemplazione di una tal opera di genio: ella ci rende

sensibili alla nullità delle cose, e questa è la principal cagione

del fenomeno che ho detto.

Dopo sí austera eloquenza, ancora una contraddizione del poeta. Nel

settembre del 1823, venticinquenne, tre o quattr’anni dopo la cosí

detta conversione filosofica, egli cantava alla ignota sua donna cosí

(rado o non mai l’idealismo ebbe accento piú commovente o profondo):

Viva mirarti omai

Nulla spene m’avanza;

S’allor non fosse, allor che ignudo e solo

Per novo calle a peregrina stanza

Verrà lo spirto mio.

E a’ 22 dec. 1836, poco piú che sei mesi prima di morire [14 giugno

1837], scriveva a Luigi de Sinner:

Addio, mio eccellente amico. Io provo un intenso e vivissimo

desiderio di riabbracciarvi, ma questo come e dove sarà

soddisfatto? Temo assai che solamente κατ’ ὰσφοδελὸν λειμῶνα.

«Cosí — pietosamente commenta il Sainte-Beuve[242], ed io conchiudo

con lui — questa volta all’amico ch’egli avrebbe voluto rivedere e che

disperava abbracciare mai piú non dice ancor del tutto no, e con un

sorriso intenerito e quasi con un _forse_ di speranza gli dà il ritrovo

fra le antiche ombre omeriche della prateria dell’asfodelo».

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