IDEE LETTERARIE DI GIACOMO LEOPARDI

[Dal Saggio «Degli spiriti e delle forme della poesia di G. L.» —

_Opere_, XVI, 326-330].

La lingua poetica genuina e la tempera nazionale è dunque nel Trecento:

Petrarca e Dante. Dopo le derivate infusioni latine dell’Ariosto e

del Tasso, la vanità ciarliera de’ poemi romanzeschi nel Cinquecento e

la sciapitezza grossa degli epigoni eroici e mitologici nel Seicento

indussero e produssero dissoluzione, languore, tumore. Dal gonfio

e falso il manierato; dal Marini provenne il Metastasio. Non che il

Metastasio, poeta senza paragoni superiore al Marini, non abbia e di

stile e di verseggiatura molti pregi; ma è maniera sua propria, di

lui drammatico; non si conviene all’altra poesia, e tanto meno si può

torcere alla lirica: pure le smaniò dietro il Settecento, svariandola

co’ fiori secchi della poesiuccia francese. La poesia del Risorgimento

fu riazione latina e trecentistica: Virgilio e Orazio, Dante e

Petrarca. Il Leopardi entra anch’egli nella schiera leggiadra: egli

sente del Risorgimento come uomo di finissimo gusto; ma, come uomo di

pensiero, reputa che, se molto s’era acquistato d’arte, molto anche

s’era perduto d’invenzione.

Il Leopardi non fu ammiratore grande dei cosí detti grandi secoli; né

si lasciò gravare all’autorità delle scuole, delle accademie, delle

regole.

Omero, che scriveva innanzi ad ogni regola, non si sognava certo

d’esser gravido delle regole come Giove di Minerva e di Bacco,

né che la sua irregolarità sarebbe stata misurata, analizzata,

definita e ridotta in capi ordinati per servir di regola agli altri

e impedirli di esser liberi, irregolari, grandi e originali come

lui. E si può ben dire che l’originalità di un grande scrittore,

producendo la sua fama (giacché senza quella sarebbe rimasto

oscuro e non avrebbe servito di norma e di modello), impedisce

l’originalità de’ successori[233].

Egli per abito di studi e per disposizione di ingegno fu veramente

tutto greco e latino: un greco dei grandi giorni di Senofonte e di

Sofocle, un latino dell’ultima generazione repubblicana. Del medio evo

nulla sentí, o tutto sentí male. Dei popoli moderni, anche rispetto

alla fantasia al sentimento all’arte, faceva gran distinzione tra

meridionali e settentrionali. Co’ meridionali erano tutte le sue

simpatie; e dopo gl’italiani mette gli spagnoli. A male in cuore

credo annoverasse tra loro i francesi, e già non lo dice: de’ poeti

di Francia non parla, e mostra avere picciol concetto di quella

poesia: i prosatori conosceva benissimo, moderni e del gran secolo;

ma alla vantata superiorità e prestanza e universalità, alla grazia

e all’eleganza di quella prosa e di quella lingua quante eccezioni,

e come vere, non che sottili e argute! Dei settentrionali, germani e

anglo-sassoni, facea seria stima, ma non già molto grande nell’opera

della poesia. Degl’inglesi nomina Shakespeare súbito dopo Dante e

Omero, e mostra conoscere Milton; non i famosi piú o meno classici

del secolo decimottavo, delizie de’ nostri avi, Thompson, Pope,

Gray: Ossian mi pare che prezzasse sopra il merito. Non s’accorse,

né lui né gli altri, di Shelley, se bene questi soggiornasse in

Pisa rumorosamente poco prima di lui. Di Byron lesse il _Giauro_, il

_Corsaro_ e qualche altro poema, tradotti, e a volte mostrò piacersene.

«Veramente questi (scriveva, 25 giugno 1826, a Francesco Puccinotti)

è uno dei pochi poeti degni del secolo e delle anime sensitive e

calde come la tua». Altre volte preferiva a que’ poemi la prosa del

_Werther_, e il loro autore gli pareva affettato e faticante a dir con

grande stento le cose il piú difficilmente potesse, e compativa «quella

studiatissima oscurissima e perenne originalità»[234]. E, da poi che i

romantici lo vantavano e si vantavano di aver rimesso nella poesia lo

studio delle anime umane, tacciava sopra tutto la sua psicologia[235]:

e questi, si dimandava, sono i grandi psicologi? questi i riformatori

della psicologia?[236]. Dei tedeschi ho già detto che niente seppe

nella filosofia: sospetto che la lingua possedesse poco e tardi, e, se

mai, per servirsene a leggere di filologia e di traduzioni classiche.

Ripeto che gli piaceva il _Werther_, in francese; e qualche altra

opera di Goethe lesse pur tradotta. Scriveva, pur del 5 giugno 1826, al

Puccinotti:

Le memorie del Goethe hanno molte cose nuove e proprie, come tutte

le opere di quell’autore, e gran parte delle altre scritture

tedesche: ma sono scritte con una cosí salvatica oscurità e

confusione, e mostrano certi sentimenti e certi principii cosí

bizzarri, mistici e da visionario, che, se ho da dirne il mio

parere, non mi piacciono veramente molto.

Nominò anch’egli il Klopstok, per modo di dire[237]. Di Schiller non

scrisse mai il nome, e suppongo non ne leggesse; non ostante certe

simiglianze tra le due liriche _Gli dèi della Grecia_ del tedesco e _Le

favole antiche_ del nostro. Per altro riconobbe che ai nostri giorni

la facoltà d’inventare facea miglior prova nel settentrione[238]. Se

bene del romanticismo, segnatamente quale si volle indurre in Italia

su l’orme della Stäel e de’ bironiani da Lodovico di Breme dal Berchet

e dagli altri del _Conciliatore_, súbito scorgesse e accusasse tutti

i difetti di sistema; ch’ei raccoglieva in tre, eccesso d’analisi

psicologica, gravezza di preoccupazione metafisica, sovrabbondanza di

particolari e descrizioni al minuto[239].

*

* *

Cosí pensando e sentendo Giacomo Leopardi procedeva nell’anno 1821 al

rinnovamento della lirica italiana. In quelli stessi anni, poco prima

poco dopo, il Lamartine in Francia e l’Hugo rinnovavano anch’essi,

come già accennai, l’elegia e l’ode, procedendo almen da prima piú

strettamente dai lor predecessori, che non facesse in Italia il

Leopardi, quel primo dal Parny e dal Millevoye, il secondo da G.

B. Rousseau e da La Franc de Pompignan. Arrigo Heine in Germania

ebbe esempii dai _lieder_ (non mi par bene tradurre _canzonette_ o

_canzoncine_) del Goethe, e piú fresca e genuina l’ispirazione dal

vecchio _lied_ popolare, che forse è ciò che la Germania ha di piú

suo in poesia. Augusto Platen, un po’ inferiore in questa compagnia ma

per certe opinioni piú che forme vicinante al Leopardi, derivava dalla

scuola di Gottinga e da Hölderlin. Dei quali tutti il Leopardi conobbe

sol di persona il Platen: degli altri non seppe, forse non li curò,

certo non li ricorda mai. Me ne sa male per quelli italiani che non

cercano e non vogliono se non l’imitazione dagli stranieri: bisogna si

rassegnino: niente di straniero nella poesia di Giacomo: tutto da sé,

dall’animo suo latino, dall’ingegno suo di greco valore.

Pagine di storia letteraria · 第 143 / 157 题